Connessioni, reti, democrazia

Ho letto centinaia di testi con i pensieri dei miei studenti sul pamphlet Coltivare le connessioni che scrissi col desiderio di lasciar intravedere cosa possa voler dire “stare in rete” oggi.

La libertà di azione che offro agli studenti comporta uno straordinario vantaggio che è l’autenticità delle loro espressioni. Gli scritti che mi capita di leggere sono quindi tutti molto diversi ed innumerevoli sono le prospettive che offrono.

Non amo fare classifiche e definire categorie per cui mi sono sempre guardato dal dare voti a questi testi. Preferisco spendere il tempo nel fare tesoro della ricchezza delle reazioni nel loro insieme per correggere e migliorare, se possibile, il mio lavoro futuro.

Oggi tuttavia faccio un’eccezione estraendo dal mazzo un contributo che, per la sua qualità, per l’esperienza di impegno dell’autrice, Giulia, nelle presenti elezioni amministrative e per il coinvolgimento del sottoscritto nelle medesime elezioni, rappresenta un nodo che connette in modo molto interessante esperienze e prospettive diverse.

Riporto quindi per intero il testo di Giulia che considero come il quinto capitolo del pamphlet Coltivare le connessioni.


Università degli Studi di Firenze
Corso di laurea magistrale in Teorie della Comunicazione

Tecnologia della comunicazione on line

Coltivare le connessioni, alcune riflessioni

In latino il concetto di coltivare è espresso dal verbo colere, con tale termine si intende anche onorare gli dei, avere cura; colere vitam è tradotto con vivere. In tal senso si deve intendere l’espressione coltivare le connessioni. Il post-moderno con la sua complessità, articolazione, moltitudine di differenze imprevedibili diventa il luogo per eccellenza in cui l’io si protende verso il tu, diviene cosciente del proprio sé specchiandosi nel volto altrui e la coscienza diviene eterno ascolto. L’ordine-consiglio del titolo del pamphlet si riferisce sia a connessioni reali che virtuali e non rappresenta un rimando allo strutturalismo, ma la consapevolezza che qualsiasi categoria ha una propria identità perché è una rete, è un insieme di morfismi che si rapportano ad altrettanti legami nelle più svariate categorie, ridefinendo continuamente la propria identità. La rete è centrale per comprendere il mondo umano dal piccolo: le reti neurali, le sinapsi, al macro: gli eco-sistemi e il web che espande il reticolo cooperativo in tutto il globo. Il web 2.0 sembra proprio esplicare al meglio la natura dell’homo socius contemporaneo; esso, infatti, è caratterizzato da un modello di rete, non più arboreo: strutture assolute, alla base di un evolversi di differenze superficiali. Il web 2.0 è un’architettura democratica in continua crescita, dove ciascun nodo ha un ruolo unico e fondamentale. L’open source ha reso evidente che la connessione è collaborazione, è ordine, ma non ordinato secondo le tradizionali statiche gerarchie, quindi è dominato ad un tempo sia dal caos che dal cosmos. Questa è solo una delle innumerevoli antinomie irrisolvibili che per sua stessa definizione caratterizzano la rete, essa è individualità e socialità, privato e pubblico, incontro e scontro, frammentazione e continuità, proprio da tale natura dicotomica deriva l’essere in fieri del web, il suo evolversi, la sua potenza pervasiva e positivamente incontrollata. Ciò permette, almeno teoricamente, un’infinita espressività e libertà di informazione, non più infatti la conoscenza di ciò che accade nel mondo è etero-diretta staticamente gerarchizzata in mano di poche persone, bensì l’individuo, grazie al suo collaborare all’interno di una rete, irrompe nei meccanismi del processo informativo, sovvertendone la direzione a senso unico centro-periferia. Se inizialmente il web ha permesso una crescente democrazia poiché ha aumentato il flusso informativo, ha reso possibile l’accesso a qualsiasi genere di notizia, oltre ad avere permesso tempi e modi di fruizione più flessibili, il web 2.0 ha introdotto la possibilità di fornire e ricevere criticamente le informazioni; sistemi come WIKI e feed RSS, infatti, permettono agli stessi cittadini di strutturare le notizie in livelli secondo i loro interessi, mentre i blog, sempre Wiki e altri strumenti del social networking, come facebook o myspace, hanno trasformato ogni individuo in redattore di innumerevoli giornali personali o collettivi di portata planetaria ed hanno permesso a ciascun individuo di essere nodo attivo e collaborativo all’interno di una certa rete con determinate priorità (culturali, economiche, di divertimento). Il web 2.0 dà la possibilità ad un singolo davanti ad uno schermo di condividere col mondo le ingiustizie che sta vivendo. In Cina in questi giorni, grazie al web, si è formato un grande movimento contro le violenze commesse dalla nomenclatura del regime dittatoriale, soprattutto nei confronti delle donne. Gli utenti, quindi, se vogliono possono divenire anche produttori di creatività, cultura e informazione; ogni evento è narrato con immagini, suoni e parole, non più secondo un unico punto di vista ufficiale, ma con tanti sguardi e prospettive che negoziano tra loro. Questo, sebbene non assicuri l’oggettività, come verità assoluta trascendentale o empirica, introduce una reale pluralità. Si produce, così, una indefinita intelligenza collettiva necessariamente connettiva, che è superiore alla somma delle singole menti pensanti, un’immensa potenzialità presente proprio nelle relazioni. Levy definisce il mondo attuale come immerso nello spazio del sapere, dove i soggetti sono intellettuali collettivi che si confrontano tra loro, modificando costantemente le loro identità, quindi flettendo secondo ottiche diverse l’immenso spazio del sapere in cui sono immerse. Lo spazio della conoscenza si fa sempre più democratico, non solo perché accessibile a tutti, ma in quanto frutto di una collaborazione dal basso che attua costantemente la decostruzione dei testi della tradizione, portando l’attenzione sull’ombra, sugli scarti, sulle differenze, dando vita, così, al nuovo.

Tale processo illimitato non riguarda esclusivamente il mondo di internet, bensì è onnipresente. Il virtuale, per altro sempre più percepito come ambiente reale, ha, tuttavia, enfatizzato tale concetto prima solo filosofico, lo ha spinto ai confini estremi del pragmatismo, dando corpo ed evidenza a pensieri completamente astratti. La rete è divenuta a partire dal XX Secolo il principale paradigma di conoscenza. Oggi coinvolge tutte le discipline che non ricercano più, nell’ambito della riflessione su loro stesse, la Ur-struttura; parallelamente la logica tradizionale non è più considerata la regina assoluta, verità indiscutibile a partire dalla quale si sviluppa in primis la matematica, base per la chimica e la fisica che, a loro volta, permettono l’esistenza della biologia. Oggi esiste una moltitudine di logiche che si confrontano tra loro e crescono insieme.

La centralità data alla connessione significa riposizionare la comunicazione come fulcro di ogni discorso. Comunicazione come reciprocità, dunque costruzione di una interpretazione condivisa. Ciò non equivale a sostituire semplicemente il paradigma di trasmissione lineare sicura delle informazioni: costituito da mittente, canale, codice, messaggio, destinatario, codifica e decodifica con il paradigma relazionale, basato sul contesto, la situazione, la vaghezza della significazione, bensì approdare ad un modello generativo, per cui la comunicazione non è altro rispetto alle identità in gioco. In tal senso comunicazione significa messa in discussione della propria sfera intima per unirsi all’altro in modo da creare nuove identità nell’ambito di un costante sviluppo architettonico. La comunicazione non è riducibile ad una patina superficiale, un surplus che aiuta dal punto di vista della persuasione e della pubblicità, essa è connessione, quindi determina le identità stesse.

È inevitabile, quindi, riportare l’attenzione sul linguaggio, come facoltà umana e come atto, in tutte le sue possibili declinazioni, verbali e non. Quanto affermato non vuole essere un tentativo di restituire valore ontologico al linguaggio, ma semplicemente un ribadire la sua importanza circa i fatti di conoscenza, il soggetto e i rapporti tra loro. Le ideologie del passato, come le culture dominanti del presente, non sono altro che narrazioni retoriche, ovvero linguaggio:

Ogni reale sconvolgimento delle attese ideologiche è effettivo nella misura in cui si realizza in messaggi che sconvolgono anche i sistemi di attese retoriche. E ogni profondo sconvolgimento delle attese retoriche è anche un ridimensionamento delle attese ideologiche.
[1]

Qualsiasi struttura sociale è riconducibile alla comunicazione, al tessere rapporti linguistici non solo verbali. L’analisi delle interrelazioni può suggerire numerose caratteristiche di una certa comunità o individuo. Tutto è deducibile dalla vaghezza dei giochi linguistici, dall’uso della lingua, che in ultima analisi non sono che la causa e conseguenza di legami in determinati contesti. Qualsiasi legame linguistico non significa, però, automaticamente connessione. Molto frequentemente si hanno liaisons verbali prive di profondità, inutili e ingannevoli impieghi di energia, talvolta, invece le vere connessioni sono nascoste, poiché ancora solo in potenza, oppure particolarmente riservate ed espresse tramite linguaggi molto raffinati, poco vistosi, lo sguardo dolce del cane mentre allunga la zampa per attirare l’attenzione, la foglia pendula che si rialza alla prima goccia di pioggia, l’abbraccio senza parole dell’amato.

La connessione è espressione di vita, è dia-logo secondo una moltitudine di logiche e passioni, porta alla crescita di sé grazie al confronto secondo un percorso imprevedibile.

Discutere sulle connessioni significa quindi affrontare la questione della formazione: il rapporto dialogico con la guida, con la natura, con l’amico, con la persona amata, presente nel link, è stato il fulcro prima della paideia classica, poi della bildung romantica ed infine lo è ancora oggi nella categoria pedagogica della neo-bildung. La rete sembra assumere il ruolo di alternativa realmente formativa nei confronti di una scuola bloccata su organizzazioni obsolete riproduttrici di differenze sociali e di quei valori che già nel 1965 Don Milani ripudiava:

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini, né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.[2]

Questa citazione è emblematica per tutta la rete, ciascun nodo in essa si mette in gioco, assume su se stesso la totalità della responsabilità senza avere velleità imperatrici. La scuola di Barbiana ruota intorno ad una pratica eccezionale, quella della cura: la cura verso l’altro che conduce alla cura sui. Il ragazzo ricevendo amore, attenzione e responsabilità, apprende ciò che veramente conta, la cura di sé, ovvero l’occuparsi autonomamente della propria formazione con l’obiettivo di innestare nuove connessioni in cui si dona gratuitamente, in modo disinteressato all’altro. La relazione formativa è sempre anche di amicizia e certo non può essere ridotta alle ore trascorse in una classe, ad un voto sommario, alla trasmissione di nozioni aride destinate ad essere dimenticate. La connessione che dà vita al rapporto formativo è costantemente presente nelle parti in gioco, anche nell’assenza fisica dell’altro. Formare non è conformare ad un modello, ma è spingere l’altro a cercare la propria strada, quindi la propria identità. Il maestro, basti pensare a Socrate, deve, attraverso il dialogo, rendere il giovane riflessivo e capace autonomamente di scegliere le proprie connessioni, quelle da coltivare e quelle da abbandonare. La stessa relazione tra maestro e allievo, benché il percorso formativo in generale sia di per sé infinito, è ben delimitata nel tempo; questa infatti è anche scontro, sfida fino all’inevitabile e dolorosa rottura che conduce alla conquista della libertà e autonomia necessarie per la costruzione di nuove connessioni. In questo lavoro di tessitura, di negoziazione, si delineano e trasformano identità, mai determinata ma sempre in fieri, all’interno di un dramma costantemente da scrivere, che corrisponde alla vita stessa,

E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche,ch’io li facessi entrare nel mondo dell’arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una novella.

Nati vivi volevano vivere.[3]

La scuola, invece, ignora la formazione, persevera nel rimanere attaccata ai tradizionali concetti di educazione e istruzione, finendo per essere un’isola solitaria nell’oceano della realtà. Essa, malgrado il suo stato d’isolamento è lungi dall’essere un’arcadia felice, bensì racchiude in sé tutti gli elementi deleteri della società: è un concentrato di furbizia, arrivismo e abitudinarietà, un luogo che rende gli uomini automi sordi, incapaci di ascoltare la propria coscienza, di protendersi verso l’altro per costruire, così, il proprio io. La collettività-massa, unita e diversa allo stesso tempo, attraverso la conformazione scolastica diventa un insieme di individui non autenticamente comunicanti tra loro, incapaci di ascoltarsi, quindi completamente estranei al fare rete. Studenti, come elettroni impazziti, seguono inconsapevoli percorsi individuali ed etero-diretti, attaccati ad una vaga illusoria idea di realizzazione personale, finendo così, nella loro estenuante ricerca dell’eccezionalità rispetto alla massa, per essere tutti uguali, pateticamente omologati ad un modello unico, un pensiero unico, ad una forma paradigmatica imposta. Quelli che Foucault chiama dispositivi di disciplinamento sono oggi sempre più raffinati, nascosti dietro solo apparenti libere scelte, ma, proprio per questo, ancora più incisivi e pericolosi.

L’antidoto per un mondo scolarizzato incapace di avere una mente dinamica, flessibile, critica che pone in questione il dato, prefigurando in modo creativo nuove prospettive ottiche inedite, è la connessione. Solo dall’attenzione per le relazioni tra sfere di sapere, esperienze, emozioni e ragione trae origine la creatività necessaria per recuperare una dimensione autenticamente formativa[4]. La scuola non ha mai potenziato il creativo, anzi, spesso, lo ha classificato come devianza da sanare al più presto; per il sistema educativo ciò che è non rientra in parametri pre-stabiliti è solo errore, magari da spiegare, da non demonizzare, ma non è concepibile il poter stare nell’errore, questo è negativo perché tradisce la logica imperante. L’errore nasce dall’incongruenza del risultato ottenuto con quello previsto, questa incoerenza deve essere eliminata attraverso metodi educativi più o meno tradizionali, non c’è spazio per la valorizzazione delle connessioni mentali creative che hanno condotto a quel risultato. L’incapacità di dare rilievo alla creatività è proporzionalmente diretta al susseguirsi dei vari gradi d’istruzione. Se nella scuola primaria è ancora concesso scrivere i pensierini personali e dipingere un cielo verde ed un prato blu, al liceo, il tema è solo di critica letteraria: per avere un buon voto è necessario compiere un raffinato lavoro totalmente impersonale di copia-incolla dei saggi studiati, mentre a greco una parola non tradotta come l’insegnante desidera toglie punti alla valutazione finale. All’università, infine, si giunge all’apice del nozionismo, all’assenza di qualsiasi connessione personale, addirittura in molti casi colui che non ha passione, non riflette su ciò che studia, ha maggiori possibilità di successo e soprattutto terminerà prima il corso di studi.

Solo la rete può assumere l’importante ruolo di detonatore di questa situazione, in parte già oggi sconvolge gli statici equilibri socio-educativi. La rete, poiché si nutre di strade alternative quindi creative, diviene l’emblema di rapporti formativi autentici lungo tutto l’arco della vita, al di là delle istituzioni adibite ad educare ed istruire. Occorre, tuttavia, prestare attenzione a quei segnali di pericolo che già emergono; il rischio che lo status quo economico educativo sociale politico investa con forza la rete e la pieghi alla propria volontà, introducendovi superficialità, omologazione culturale e differenziazioni sociali è elevato anche nel web 2.0, ma per scorgere tale minacce il focus deve essere spostato dal web alla realtà tradizionale: all’incapacità dell’uomo di fare sistema autentico, senza secondi fini con altri uomini e con la natura in toto. L’essere umano si è evoluto grazie alla sua capacità di controllare la natura, piegarla con la sua conoscenza ai propri bisogni, homo faber fortunae suae, ma già Rousseau, aveva compreso nel ‘700 la possibilità che tutto il sistema sociale fosse portatore di valori corruttori in grado di trasformare il naturale amore per sé in competizione con gli altri uomini. Pasolini stesso narra come il mondo occidentale con il fascino abbagliante del mito del progresso e della ricchezza sia entrato in equilibri naturali millenari, distruggendoli,

[…] ho visto invece, in mezzo a tutto questo, la presenza « espressiva », orribile, della modernità:una lebbra di pali della luce piantati caoticamente – casupole di cemento e bandone costruite senza senso là dove un tempo c’erano le mura della città – […] e naturalmente i miei occhi hanno dovuto posarsi anche su altre cose, più piccole o addirittura infime: oggetti di plastica, scatolame […] Le cose moderne introdotte dal capitalismo nello Yemen, oltre ad aver reso gli yemeniti fisicamente dei pagliacci, li hanno resi anche molto più infelici. [5]

Occorre, però, non cadere in nostalgie per un’arcadia perduta, nessun mezzadro rimpiangerà il suo duro lavoro nei campi in cambio di pochi frutti. La madre-natura è onnipotente per questo spaventosa ed il rapporto dell’uomo con essa non può essere idilliaco: non lo è mai stato; l’umanità deve necessariamente per sopravvivere intervenire su questa. Il problema, allora, è la modalità con cui l’uomo si rapporta agli equilibri ecologici; nuovamente l’ascolto e l’empatia sono le chiavi per una svolta connettiva, per definire sistemi umani capaci di stabilire relazioni proficue con la natura.

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent[6].

L’umanità interviene senza prima ascoltarla, cercando di comprenderla, decretando così prima ancora della fine del naturale, la propria morte. Il sistema umano aperto ha rifiutato di rapportarsi proficuamente alla natura, di coglierne i feedback per mutare il modo di intervenire su questa, la natura dall’altra parte ha cercato invano di mantenere il proprio sistema intatto; ogni suo grido, lamento è stato ignorato. L’uomo occidentale si è posto per secoli in una posizione di arrogante e ottuso dominio della natura e di qualsiasi cultura altra. La rete offre oggi non solo un modello democratico di scambio espressivo e produttivo, ma soprattutto l’opportunità di sovvertire quella concezione, interna alla cultura greco-cristiano-borghese occidentale, di voler porsi in modo statico e rassicurante al vertice di una gerarchia inesistente, organizzandosi così in un sistema solo apparentemente in crescita, in realtà incapace di rinnovarsi radicalmente perché privo di capacità di ascolto ed evoluzione non volta alla conservazione.


[1] Umberto Eco, La struttura assente, Bompiani, Bologna, 2008, p. 97.
[2] Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Lettera ai miei Giudici, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1978, p51.
[3] Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, Mondadori, Milano, 1993, p. 3.
[4] C.f.r Ken Robinson , Do Schools Kill Creativity?,
[5] Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Gennariello, Einaudi, Torino, 2003, pp. 39-40,
[6] Charles Baudelaire, Correspondances, Fleurs du mal, .

Valutazione corso, caos, ordine, poesia … assignment 8 bis

Venerdì scorso abbiamo fatto il seminario sulla valutazione dell’insegnamento. C’era un po’ meno della metà degli studenti, in 94 hanno compilato i moduli per la valutazione del corso.

Un dato che, a fare le cose sul serio, dovrebbe essere sconfortante ma che invece va preso con soddisfazione visto le condizioni letargiche nelle quali versano gli atenei.

Su questo non ho molto altro da dire che non abbia già detto. Voglio invece aggiungere qualcosa al seminario che avevo “nascosto” nel precedente e che si potrebbe intitolare

Seguiamo le orme del caos

L’idea mi era venuta ripensando ad alcune delle tante e piacevoli discussioni fatte nel corso del semestre. Gli spunti erano due:

  1. Mi sembrava utile tornare ad approfondire nei limiti del possibile l’idea che un sistema possa produrre qualcosa di superiore alla mera somma delle sue parti e quindi che l’approccio riduzionista di studiare le parti per dedurne l’insieme possa essere utile ma insufficiente, specialmente nel caso dei sistemi complessi. Che è come dire quasi tutto. Poiché questo concetto è strettamente legato alla nozione di caos che è molto più vicina a noi, ubiquitaria e molto meno “caotica” di quanto si possa pensare, ho provato a farne una semplice introduzione. Mi sono servito dell’equazione logistica che nasce dalla necessità di vedere come evolve una popolazione di creature in un ambiente dalle risorse limitate. Abbiamo fatto un po’ di conti alla lavagna utilizzando la matematica che si studia nei primi anni del liceo per rendersi conto che il caos è proprio lì, dietro l’angolo, indissolubilmente e mirabilmente intrecciato con l’ordine. Lo scopo era di mostrare che se non si tiene ugualmente conto di questa duplice faccia della Natura, la nostra speranza di capire qualcosa dei sistemi vitali è vana.
  2. Inoltre volevo precisare meglio la critica ai programmi scolastici laddove sostengo che non danno un’idea corretta della conoscenza dell’uomo del XX secolo (non ho sbagliato, non del XXI ma nemmeno del XX). In pratica sostengo che la scuola, nel suo insieme, contribuisce molto poco a quello che in taluni, troppo pochi, un giorno diverrà un atteggiamento della vita che potremmo chiamare, forse, cultura. Tutto questo al netto di alcune donne e uomini eccezionali che nella scuola fanno un lavoro straordinario. Tante donne e tanti uomini che nella massa di un sistema sono pur sempre delle eccezioni. La precisazione che volevo fare concerneva il fatto che non è questione di aggiungere ennesime materie, tipo relatività o fisica quantistica. Giustamente alcuni studenti ipotizzavano che sarebbero state materie troppo difficili. Certo, e aggiungo io ennesime scatole chiuse. Si potrebbe arricchire la vita scolastica con queste straordinarie visioni ma non per la via delle materie. Prima, c’è da rivedere il modo di strutturare l’organizzazione dell’insegnamento che in realtà deriva dal modo di concepire la conoscenza stessa del mondo. Ed allora, per dare un’idea di questo ho cercato di portare gli studenti sulle orme del caos con la testa ben alta, non perdendo mai occasione di cogliere i nessi con varie discipline.

Appena avrò sistemato il materiale rinfrescherò questo post con link alle versioni audio e video di questo seminario.

Qui vorrei aggiungere alcune suggestioni che avevo omesso al volo per non appesantire il discorso poiché a fine semestre mi pare di vedere che questi ragazzi non ne possano proprio più di lezioni!

Orbene, per introdurre la mappa logistica abbiamo preso le mosse dal caso di una popolazione che si moltiplica senza vincoli alcuni, dai conigli di Fibonacci. Abbiamo accennato a come la serie di Fibonacci che descrive questo fenomeno sia al limite di natura esponenziale e come la esponenzialità sia un concetto ubiquitario nelle scienze, da quelle fisiche a quelle sociali.

Abbiamo messo in luce come in questo contesto l’esponenzialità sia legata al concetto di linearità che si esprime in un ritmo di crescita di una popolazione che è costante e non dipende da niente altro. Il ritmo di crescità è costante e da questo segue la crescita esponenziale.

L’esponenzialità porta all’esplosione e quindi in natura può essere utilizzata in modo molto limitato per descrivere i fenomeni. Un fatto che l’economia fa ancora fatica a digerire.

È utile avere presente la potenza devastante dell’esplosione esponenziale ed allora vi suggerisco di leggere questa paginetta delle dispense dove, prendendo le mosse da quante cose si possono contare con una serie di bit e passando, grazie a due terzine di Dante Alighieri, per la novella indiana del re, del matematico e degli scacchi, si appura che raddoppiando i chicchi di grano per ognuna delle 64 caselle di una scacchiera si ottengono 10 miliardi di mililardi di chicchi e che tale quantità equivale al fabbisogno di grano dell’Italia per 10000 anni.

Incidentalmente, nel seminario avevamo notato che 10 miliardi di milardi è il numero delle molecole d’acqua in una delle nostre cellule, unità fondamentale della vita delle creature complesse. In ogni cellula 10 miliardi di miliardi di molecole che sbattendo caoticamente l’una contro l’altra favoriscono gli incontri casuali fra gli altri miliardi di miliardi di molecole strutturali di ogni tipo per alimentare la rete di reazioni biochimiche nel processo globale che è poi la vita della cellula medesima. Il moto caotico di questa miriade di molecole alimenta la vita. Il caos è il motore della vita.

Poi siamo tornati alla crescita di una qualsiasi popolazione introducendo un limite costituito dalle risorse disponibili. Ed è così venuta fuori l’equazione logistica. Essa nasce dall’ammissione che il ritmo di crescita dipenda anche dalle risorse e, quindi anche dalla popolazione esistente: se è vicina alla saturazione delle risorse cresce poco o nulla, se è scarsa cresce come se non vi fossero limiti. Abbiamo commentato come questa dipendenza non lineare del ritmo di crescita coinvolga un meccanismo di feedback del sistema e come le reti, di ogni genere si nutrano e vivano di feedback multipli.

Avevo previsto di giocare nel seminario con l’equazione logistica in una sorta di laboratorio del caos ma dall’aula non è stato possibile accedere al sito che ci serviva 😦 ed abbiamo fatto con la lavagna.

Chi vuole può recuperare la suggestione qui: questa è una descrizione dell’equazione logistica e questo il laboratorio. In quest’ultimo, provate a seguire l’evoluzione della popolazione con i valori per r uguali a 1.45, 2.75, 3.2, 3.5, 4; per il valore iniziale x_0 usate 0.1 e usate numeri di iterazioni N fra 20 e 100 per vedere che succede.

Questo semplice esperimento matematico serve ad esplorare quei punti magici nei quali la natura si affida al caso per passare da  una certa configurazione di un sistema ad un’altra. Sono punti di biforcazione nei quali un sistema può dare vita all’emergenza di un fenomeno del tutto nuovo del quale nelle sue parti non v’è traccia alcuna.

Nel seminario avevamo messo in relazione questo concetto con l’intuizione di Giacomo Leopardi che abbiamo fatto risuonare in aula recitando le sue parole:

Scomponete una macchina complicatissima, toglietele una gran parte delle sue ruote, e ponetele da parte senza pensarvi più; quindi, ricomponete la macchina, e mettetevi a ragionare sopra le sue proprietà, i suoi mezzi, i suoi effetti: tutti i vostri ragionamenti saranno falsi, la macchina non è più quella, gli effetti non sono quelli che dovrebbero, i mezzi sono indeboliti, cambiati, o fatti inutili; voi andate arzigogolando sopra questo composto, vi sforzate di spiegare gli effetti della macchina dimezzata, come s’ella fosse intera; speculate minutamente tutte le ruote che ancora lo compongono, ed attribuite a questa o quella un effetto che la macchina non produce più, e che le avevate veduto produrre in virtù delle ruote che le avete tolte ecc. ecc. Così accade nel sistema della natura, quando l’è stato tolto e staccato di netto il meccanismo del bello, ch’era congegnato e immedesimato con tutte le altre parti del sistema, e con ciascuna di esse. (4 Ottobre 1821, Zibaldone di pensieri, pagina 1837)

Stamani ho ritrovato lo stesso concetto in un brano del fumetto (in realtà è un libro) Watchmen di Alan Moore, nell’incipit dell’appendice al volume VII, concetto che qui si collega anche alla nostra metafora della passeggiata nel bosco:

Is it possible, I wonder, to study a bird so closely, to observe and catalogue its peculiarities in such minute detail, that it becomes invisible? Is it possible that while fastidiously calibrating the span of its wings or the length of its tarsus, we somehow lose sight of its poetry? That in our pedestrian descriptions of a marbled or vermiculated plumage we forfeit a glimpse of living canvases, cascades of carefully toned browns and golds that would shame Kandisnsky, misty explosions of color to rival Monet? I believe that we do.  I believe that in approaching our subject with the sensibilities of statisticians and dissectionists, we distance ourselves increasingly from the marvelous and spell-binding planet of imagination whose gravity drew us to our studies in the first place.

This is not to say that we should cease to establish facts and to verify our information, but merely to suggest that unless those facts can be imbued with the flash of poetic insight then they remain dull gemms; semi-precious stones scarcely worth collecting.

Il bello di cui scrive Leopardi deriva dalla percezione dell’emergenza del nuovo, che oggi sappiamo essere un meccanismo fondamentale della Natura.

La sterilità di tanto insegnamento scolastico deriva, in buona parte ed escluse le eccezioni, dall’assenza di visione immaginifica e poetica dei fatti scentifici e dall’astrazione degli insegnamenti umanistici dal resto del mondo.

Donne e reti

Nella blogoclasse si possono tranquillamente accogliere studenti che appaiono quando il corso è finito non per colpa loro ma a causa delle imperscrutabili organizzazioni delle università italiane.

Accogliamo quindi anche Giulia (Teorie della Comunicazione), come tanti altri, che propone subito una riflessione interessante sul ruolo delle donne nella vita pubblica.

Mi è venuto spontaneo scrivere un commento e poi mi sono accorto che l’immagine che Giulia ha posto in testa al suo blog dice la stessa cosa del mio commento.

Mi piace e riporto tutto qui sotto “rubando” a Giulia l’intestazione del blog …

lisistrata

… voi donne siete molto più di noi uomini “animali di rete”

sapete “fare rete” molto più di noi

potete stabilire e seguire più connessioni

siete infatti notoriamente molto più multitasking di noi

credo che sia legittimo sperare in un miglioramento del mondo se voi lo perfondete

ma lo dovete appunto perfondere e non conquistare

perché se lo conquisterete vorrà solo dire che vi sarete mutate in uomini

e questa forse sarebbe la fine per tutti …

Precisazione su assignment 8

Il corso non è finito. O forse sì. Non lo so.

Cosa so allora?

So che l’assignment 8 non è *necessariamente* l’ultimo.

Che l’otto di maggio, giorno del “seminario sulla valutazione”, non è una scadenza.

Che chi è in ritardo non è in ritardo perché in questo corso non c’è ritardo.

Che non avete finito finché vi sembra che non sia bastato.

Che avete finito quando vi è bastato.

Che avete finito se il vostro percorso burocratico impone che vi dia un numero ad una certa scadenza, per esempio se state per laurearvi.

Insomma, non voglio intorno gente angosciata.

🙂

Assignment 7 bis (IUL): sessione online

Riflettendoci e avendo visto che qualcuno di voi ci ha già lavorato un po’, propongo che il prossimo venerdì, 8 maggio, due di voi organizzino la sessione online.

Ho parlato con Romina e se volete potete mettervi in contatto con lei per fare una prova preliminare.

Naturalmente potete impostare la sessione come volete.

Approfitto per fare alcune comunicazioni.

  • Fatemi sapere se per la cena(-esame 😀 ) possiamo confermare la data di martedì 9 giugno sulla quale pare che ci sia stata convergenza nel forum. Per il luogo ho sentito dei miei amici che ci consiglierebbero una trattoria nei pressi del Vaticano. Vi farò sapere.
  • Preciso che il contributo sulla pagina wiki Tracce del percorso di Editing Multimediale, dove ognuno di voi dovrebbe raccogliere le proprie tracce, è indipendente dall’eventuale contributo per la rivista Form@re che è facoltativo.
  • I pochi studenti che sono rimasti un po’ fuori dalla vita della blogoclasse, possono seguire le tracce degli altri continuando il proprio blog. Io non ho problemi di tempi. Se preferiscono, possono invece limitarsi a scrivere un testo sul tema di Coltivare le connessioni con particolare riferimento a come hanno vissuto questa esperienza, senza avere timore di esprimere perplessità o critiche. Il testo me lo possono inviare per email: andreas(DOT)formiconi(AT)gmail(DOT)com.

Assignment 8: Valutazione corso

La valutazione dei corsi da parte degli studenti è fondamentale per l’evoluzione e il miglioramento dell’insegnamento.  È importante che tutti si faccia uno sforzo cercando di vivere questo momento nel modo più serio possibile.

Il metodo che avete sperimentato in questo corso è frutto in buona parte delle reazioni degli studenti che vi hanno preceduti dal 2001 in poi perché la loro valutazione ha giocato un ruolo fondamentale per gli sviluppi degli anni successivi.

Anche a voi quindi chiedo di lavorare un po’. Qui di seguito descrivo cosa dovreste fare, specificando eventuali differenze relative a corsi di laurea diversi.

  1. Discussione e schede di valutazione dell’Ateneo.
    • Venerdì 8 maggio alle 10:30 nell’Aula Grande del CEP (Cubo) in Viale Pieraccini 6, avrà luogo un seminario sulla valutazione del corso. In quella occasione chi lo vorrà potrà esprimere le proprie opinioni ed io sarò disponibile per discuterne.
    • Nella stessa occasione potrete compilare le schede di valutazione della didattica predisposte dall’ateneo. Saranno disponibili quelle relative al CdL in Medicina e al CdL in Odontoiatria. Tali schede, una volta compilate verranno subito riunite e chiuse in una busta che verrà recapitata all’ufficio dell’Ateneo pertinente. Io non leggerò le vostre risposte.
  2. Questionario sul corso. Vi chiedo di rispondere ad un questionario online che unitamente a quello che avete riempito all’inizio del corso mi servirà a migliorare le future edizioni.  Quest’anno abbiamo differenziato i questionari: uno per coloro che hanno scelto la modalità web 2 ed uno per lo “zoccolo duro” :-). Per compilare il questionario non avete che da seguire il link pertinente fra questi due:
  3. Post sul vostro blog. Facoltativamente, cioè solo se ne sentite l’esigenza, potete scrivere le vostre opinioni su questa esperienza in un post sul vostro blog.

Deve essere chiaro che tutte le opinioni che voi esprimerete saranno completamente ininfluenti sulle valutazioni che io darò del vostro operato. Le opinioni positive sono gradite ma quelle negative sono più utili per eventuali correzioni di rotta, sempre che siano motivate solidamente e poste con spirito costruttivo.

Assignment 7 (IUL): sessione online

Perché non farne un esercizio 😉 ?

Come ho scritto nel daily, purtroppo io non posso partecipare alle sessioni online del prossimo venerdì 24 maggio.

Vi invito tuttavia a riunirvi senza di me. Ci vogliono due volontari, uno per le 18 e uno per le 21, che facciano le mie veci.

Chi gestisce la sessione, se vuole, può farsi un account in WiZiQ e quindi lanciare una sua classe invitando gli altri. Alternativamente mi può scrivere un’email per avere le “chiavi” della classe.

Credo che le cose da discutere possano essere diverse.

  • Brainstorming sulla data di un incontro conviviale, a Roma presumo. Ricordo le allettanti offerte gastronomiche calabresi ma credo che la posizione baricentrica sia conveniente per venire incontro a tutti coloro che vogliono partecipare. Per quanto riguarda la data io sono disponibile a partire da sabato 9 maggio. Ricordo anche che Letizia ha iniziato una discussione in proposito sul forum.
  • Discutere la progressione dei lavori per la pubbblicazione su Form@are. Maria Grazia ha inviato un aggiornamento per email a tutti pochi minuti fa, attenti che lei non scherza … 😀
  • Ho creato la pagina wiki Tracce del percorso di Editing Multimediale dove ognuno di voi dovrebbe raccogliere le proprie tracce che, se non dimentico qualcosa, sono
    1. I vostri post ed i reciproci commenti
    2. La pagina dei contenuti emergenti
    3. Le risorse didattiche che avete trovato in giro
    4. I lavori multimediali che avete presentato
    5. eventuali commenti che avete scritto nel mio blog e in quelli degli studenti delle altre classi

    Non intendo che recuperiate tutto questo materiale (avete scritto più di 1300 contributi in meno di due mesi solamente fra i post e i commenti nei vostri blog …)  ma che inseriate in un testo quello che volete, scremando gli elementi che vi sembrano significativi. I contributi possono susseguirsi nell’ordine con il quale li inserite, ho tracciato un banale layout nella pagina. La finalità è quella di dare alla IUL un percezione corretta di quello che è successo, tenendo conto del punto di vista di tutti. Non mi chiedete quanto deve essere lungo, l’importante è che il vostro messaggio sia chiaro, ognuno impieghi la sua forma preferita.
    Non c’è fretta per questo, per ora il lavoro per Form@re ha la priorità.

Il valore del dubbio

Ecco, Irene commentando scrive

… temo (ma spero) che andando avanti in questa esperienza risulterò contradditoria rispetto all’inizio …

e poi chiude il suo interessante post amplificato in una pagina wiki

Continui a darci l’opportunità di capire.

A me basta darvi l’opportunità di dubitare, di dubitare di ciò che sembra certo, di alzare la testa per guardarsi intorno, di provare a domandarsi se in ciò che a tanti sembra così ovviamente futile o ostile non possa in realtà celarsi qualcosa di buono.

La conseguenza principale di quella che ho chiamato scolarizzazione è credere che esista il “modo giusto”, che esista il manuale, che esista colui che sa come si deve fare, che non possano esistere altre categorie all’infuori di quelle che si sono studiate o quelle di cui tutti parlano, che vivere sia come guidare: tenere la destra e rispettare i cartelli stradali.

La vita non è così. Non lo è in particolare quella del medico, quella dell’insegnante, quella dello scienziato. Di fronte alle decisioni importanti, malgrado tutte le possibili competenze acquisite, il manuale non ci sarà mai ma ci sarà solo l’ignoto.

Non è un problema di competenze. Ovviamente le competenze servono ma il loro possesso costituisce il problema minore. La mia critica alla scolarizzazione non concerne la ovvia necessità di acquisire delle competenze bensì la mancanza di occasioni per formare l’uomo.

Un grande medico (insegnante, scienziato, …) è tale in virtù di molto più che il mero possesso di competenze. È una persona in grado di ascoltare tutti i possibili segni quando si trova di fronte all’ignoto, è una persona che dubita per abitudine, è una persona sempre capace di fare un passo indietro di fronte ad un segno imprevisto.

In realtà quando uno studente reagisce come sta facendo Irene, e ce ne sono molti, per così dire frenando la propria corsa e, pur continuando nella stessa direzione, alzando la testa, guardandosi intorno, soffermandosi, facendo magari un passo indietro per poi ripartire, ebbene a quel punto il mio compito è finito.

Non mi importa che lo studente mi dica se ho ragione o meno e non ho la presunzione di rivelare alcunché, a me interessa che dia un segno di essere capace di fermarsi, dubitare, fare un passo indietro perché se rivela anche una sola volta questa capacità allora potrà divenire un buon medico o insegnante o scienziato, forse.

Oggi non volevo scrivere niente

Sì, oggi non volevo scrivere niente perché volevo perdermi tutto il giorno fra le Hidden Connections di Fritjof Capra, un modo per prolungare i tre giorni offline che mi ero regalato per Pasqua.

Ma la rete è viva e travolge, è bastato un attimo, un’occhiatina e inciampo in un post di Gianni Marconato, Antonio Saccoccio e la crisi dell’apprendimento. Non mi resta che leggere, un po’ perché da qualche tempo Gianni è entrato prepotentemente nel mio “PLE” e un po’ perché quest’anno ho passato notevole tempo a ossessionare la gente con le magagne della “scolarizzazione” e il tema mi stuzzica alquanto.

E così vengo a conoscenza dell’esistenza di Antonio Saccoccio, insegnante net-futurista e del suo blog Liberi dalla Forma, dal quale riprende

…. Il problema è che la scuola stava entrando in crisi anche prima della rivoluzione neotecnologica (anzi, per me l’insegnamento non è mai stato di buon livello). I nuovi media non hanno fatto altro che accelerare la crisi. Ora certe metodologie davvero sono inaccettabili agli occhi di chiunque abbia un minimo di senso critico.

a proposito

… di crisi della scuola, di insegnamento che non è mai stato di buon livello, di metodologie didattiche inaccettabili.

Come allora non rammentarmi del post di Enrico, studente nel mio corso di Editing Multimediale presso la IUL, che era perplesso riguardo alla seguente citazione tratta da un testo che sta studiando …

“E se l’educazione è in crisi, questo è dovuto, in parte, anche alle frequenza dei nonluoghi nell’esperienza giovanile. “Lo spazio che il giovane abita è in gran parte costituito da nonluoghi, uno spazio che non gli offre alcuna identità e non gli pone particolare richieste situazionali ma solo prescrizioni astratte e impersonali, che non sono in grado di connetterlo ad uno spazio oggettivo e lo lasciano in balia della sua soggettività e di quelle a lui prossime”

… e di come avevo condiviso le sue perplessità sostenendo che

  1. L’educazione è sempre stata carente in quanto grossolana approssimazione di quello che dovrebbe essere un percorso formativo reale. La mia formazione è stata pessima se esco dal metro della mera istruzione, peraltro carente, rigida, spesso fine a se stessa. La formazione dei nostri padri, fra cui mio padre (laureato nel 53), ottimo medico, mi è sempre sembrata del tutto carente, estremamente parziale. Una mera semplificazione burocratica basata su di una concezione della conoscenza banalizzata. Oggi l’educazione appare ancora più carente perché l’evoluzione della società si è fatta impetuosa.
  2. I “luoghi” li abbiamo scippati noi ai nostri ragazzi ben prima che si rendessero loro accessibili i non luoghi. I luoghi son tali quando sono vissuti in autonomia come è capitato alla mia generazione in parte e del tutto per le precedenti, quando, dopo la scuola, fatti un po’ di compiti (una quantità sensata) si andava fuori a ruzzare con gli altri. La vita dei nostri figli che noi gestiamo è priva di luoghi: il tennis dove si “lavora sul rovescio”, la chitarra per il prossimo saggio, la preparazione per il torneo di calcio, lo studio di danza che costringe ad alimentarsi come un professionista e via dicendo non sono luoghi … i luoghi propri gli abbiamo eliminati noi adulti con la nostra mania di rendere competitivi i nostri figli!

Connessioni nascoste che si svelano.

Torno da Fritjof.

Assignment 6: riflettiamo sul copyright

L’enorme facilità con la quale oggi è possibile produrre e diffondere contenuti di ogni tipo in internet, unitamente ad una progressiva deriva in senso restrittivo delle leggi sui diritti d’autore, ha indotto un dibattito internazionale di vastissime proporzioni su tutte le questioni inerenti al copyright.

Poiché le questioni si capiscono meglio quando sono calate in un contesto reale, prendo spunto da due considerazioni pertinenti ai corsi che state seguendo.

  1. Per gli studenti di medicina e delle lauree triennali sanitarie tutti gli anni si ripresenta lo stesso problema. Un professore fa lezione mostrando del materiale didattico, molto spesso si tratta di immagini tratte da libri. Alla fine della lezione gli studenti chiedono se possono avere le immagini sulle quali il professore ha parlato e riguardo le quali hanno preso appunti. Il professore nicchia e alla fine le immagini non vengono date per il timore di infrangere la legge sui diritti d’autore.
  2. Gli studenti della IUL sono insegnanti di scuola primaria e secondaria. È del tutto naturale e certamente auspicabile che convolgano il loro scolari nella produzione di elaborati multimediali pertinenti ad esperienze vissute nell’ambito delle attività didattiche. Nell’insegnamento di Editing Multimediale che stiamo percorrendo insieme sono emerse splendide testimonianze a riguardo. È altrettanto evidente che in molti casi si ponga la questione dell’osservanza delle disposizioni sui diritti d’autore relativi a frammenti di opere, musiche, immagini, sequenze video, brani, che può capitare di includere in un prodotto multimediale.

Le leggi sui diritti d’autore, in tutti i paesi, sono tese a favorire la creatività e la diffusione dei prodotti dell’ingegno proteggendo i proventi che gli autori ricavano dalla diffusione delle loro opere e consentendo così loro di vivere con ciò che creano.

Negli ultimi decenni tuttavia si è assistito ad una interpretazione progressivamente più restrittiva sull’impiego di opere protette da copyright. È sorto così il problema opposto per cui i nuovi autori hanno difficoltà a creare le loro opere perché devono pagare diritti troppo onerosi agli autori delle opere che ad essi può capitare di utilizzare per le creare le proprie.

Si tratta di un problema assolutamente generale perché gli uomini non creano dal nulla bensì creano per accrescimento del creato che ciascuno di essi trova.

È ormai idea condivisa da tutti coloro che si occupano di questa materia che la regolamentazione sul copyright si debba basare su di un equilibrio delicato fra protezione delle opere e facilità di riuso delle opere presistenti.

La questione è quindi ricondotta a stabilire quale sia la linea di demarcazione ottimale in questo compromesso.

Vi propongo la lettura di un fumetto (pdf) che due professori di legge e un artista della Duke University hanno scritto con l’intento di offrire una presentazione della questione con un linguaggio meno ostico di quello usuale. Se qualcuno di voi fosse allergico ai fumetti allora vada a leggersi la postfazione che si trova a pagina 67.

Naturalmente, il fumetto fa riferimento alla legislazione statunitense la quale contempla lo strumento del fair use con il quale si possono utilizzare liberamente opere coperte da copyright per scopi inerenti la critica, la didattica o la ricerca.


In Italia la faccenda è regolata dall’articolo 70 della Legge n. 633 del 22 aprile 1941 sul diritto d’autore, successivamente modificata con l’articolo 2 della Legge n. 2 del 9 gennaio 2008 con la quale si integra il summenzionato articolo 70 mediante il comma 1-bis:

Art. 70

1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.

1-bis. È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma.

2. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento, il quale fissa la modalità per la determinazione dell’equo compenso.

3. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta.

Naturalmente, è emersa subito la questione di cosa intenda esattamente il legislatore con l’espressione di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate (il grassetto nella citazione è mio).

Un’interpretazione pare che possa consistere nel fatto che i file mp3 per le musiche e gif e jpg pe le immagini sono intrinsecamente degenerate poiché comportano tecniche di compressione non conservative, vale a dire tecniche che comprimono i dati gettando via una parte dell’informazione originale.

Non vi è comunque certezza su questo e stiamo ancora aspettando che venga emanato il regolamento attuativo.

Sono invece sicuro che nel determinare gli equilibri delicati delle normative sia fondamentale il contributo della popolazione sotto forma di una pressione onesta e leale ispirata a valori universali.

Questo è certamente il caso di qualunque insegnante che con la sua pratica indica la via da seguire avendo come obiettivo primario l’apprendimento dei suoi studenti, che è poi il più importante investimento che una società possa fare.