Daily: scolarizzazione …

Sociogramma 26 maggio 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro
Sociogramma 26 maggio 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro

Un paio di post servono perfettamente a definire un po’ meglio l’idea di scolarizzazione che ha turbato alcuni commentatori di Coltivare le connessioni (pdf).
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Migliorare la scuola

In questi giorni si snoda per vari luoghi della rete un bel dibattito intorno all’impiego delle tecnologie nella scuola, in particolare della LIM, Lavagna Interattiva Multimediale. Io non ho mai usato questo oggetto e quindi non me ne intendo ma mi soprende il gran parlare che se ne fa. In poche parole mi sembra curioso che un tema così complesso come quello dell’innovazione nella scuola dipenda in modo così cruciale dall’introduzione di un semplice marchingegno nelle aule. I precedenti, per esempio i computer a scuola o le presentazioni nelle lezioni universitarie, non fanno sperare un gran che. Comunque, ripeto, non ho esperienza a riguardo.

Tuttavia il dibattito che dicevo è interessante perché assai ricco di spunti. Mi pare che abbia preso le mosse da due post sulle LIM, uno di Pier Cesare Rivoltella e uno di Alessandro Rabbone. Poi il testimone è stato raccolto da Gianni Marconato il cui contributo ha dato vita ad una chilometrica discussione. Antonio Fini ha ulteriormente chiosato.

C’è materiale abbondante per chi è interessato alla questione. Io non ho niente da aggiungere sulla LIM ma mi è venuto in mente un articolo che avevo letto sull’Economist del 25 novembre scorso.

Lo traduco qui di seguito, un po’ di fretta, spero non troppo male.


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La scuola che vorrei …

A quella notevole quota di “resistenza” che trovo nella blogoclasse dedico un bellissimo post di una studentessa IUL (ricordo che si tratta di un corso di laurea per formatori e operatori della formazione, quindi quasi tutte persone con un’esperienza di vari anni di lavoro nelle scuole).

Mi sorprende la resistenza al mio atteggiamento critico verso quella che ho chiamato “scolarizzazione” perché è di entità non trascurabile, anche se ben contrappesata da atteggiamenti più “aperti”, e perché proviene da persone molto giovani, più o meno ventenni.

Mi sorprende in modo del tutto complementare la reazione concorde degli studenti IUL, non più ventenni e con molta esperienza di insegnamento. Quasi mi trovo io a rincorrerli laddove credevo di essere solo o quasi!

A me il post di Maria Lucia, Albert Einstein diceva “che apprendere significa sperimentare. Il resto è solo informazione” piace tantissimo perché risponde ad una critica che a me capita di fare tante volte alla scuola:

ma se c’è evidenza che la scuola italiana (eccetto quella elementare) sia così indietro rispetto a tante altre nel mondo perché non andiamo a vedere che fanno quelli più bravi di noi?

Ecco, è proprio quello che ha fatto Maria Lucia:

Da una breve ricerca, traggo alcune informazioni circa l’organizzazione della scuola in Finlandia, nazione i cui ragazzi, secondo i dati dello studio Pisa (Programme for international study assessment), condotto su 400mila 15enni di 57 Paesi, sono i meglio preparati in lingua, matematica e scienze. Quali sono i segreti della scuola finlandese?
La scuola è l’investimento prioritario del Paese: ben l’11% del bilancio finlandese è destinato alle scuole. Non esistono tasse scolastiche; gli studenti usufruiscono gratuitamente del materiale scolastico, dei pasti e dell’assistenza sanitaria a scuola.
I bambini vanno quasi tutti all’asilo nido e poi alla scuola materna dello stesso distretto, il che consente grande omogeneità educativa: fin dalla prima infanzia si coltivano autoriflessione, senso di responsabilità, empatia e collaborazione considerate qualità ideali per l’apprendimento.
La scuola inizia a sette anni compiuti e per il 99,7% dei bambini (immigrati e rom compresi) termina nove anni dopo, “nessuno escluso”, come dice la legge istitutiva della scuola.
Tutte le scuole hanno un team di insegnanti, di docenti di supporto per chi è in difficoltà di apprendimento e psicologi, che attivano speciali osservatori per il benessere dei ragazzi.
In classe, fino ai 13 anni, niente voti, (si usano le faccine “smile” e si pratica l’autovalutazione) per far studiare lo studente con la sola ed unica spinta del desiderio di apprendere e non con il timore del voto come deterrente; le interrogazioni non hanno nulla a che fare con giudizi punitivi o selezioni.
La pedagogia finlandese parte dalla convinzione che tutti i bambini possano imparare a leggere, scrivere, fare di conto e parlare tre lingue come imparano a correre e parlare, senza umiliazioni.
Si impara facendo. Un fare che è sperimentare l’apprendimento con i 44 sistemi sensoriali. Si rifugge dal nozionismo e molta parte del lavoro è data dal lavorare insieme ai ragazzi.

Leggo poi che il sistema didattico finlandese è frutto di una oculata riforma del sistema educativo, avvenuta negli anni Novanta, e di una cultura della trasparenza e della responsabilità che caratterizza il popolo nordico.
La riforma si è realizzata in tre fasi:

  1. progetti di lancio di servizi nel campo della ricerca, educazione e aggiornamento, anche in supporto alle biblioteche pubbliche
  2. attenzione ai contenuti e alle modalità di utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica, nei processi lavorativi e nel tempo libero,

per garantire, entro il 2004, uguali opportunità a tutti i cittadini nello studio e nello sviluppo della loro cultura, usando in modo estensivo le risorse informative e i servizi educativi, secondo un modello di alta qualità di insegnare e di fare ricerca basato sulla connessione in rete creazione di un modello sostenibile, applicabile in qualsiasi altro Paese, in cui la tecnologia e i servizi devono essere volti al benessere diffuso.

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