Abbandoniamo le caserme

noosphere_N_2
Noosfera N.2

In altri luoghi momentaneamente smarrito, memore della conversazione di ieri sera con Diana e Luciano sulla possibilità di fare una scuola che cucia le discipline attraversandole, incuriosito dalla recente ripresa di Gianni Marconato sulle tecnologie didattiche, stuzzicato da un’osservazione di Antonio Fini su Facebook e anche memore delle sue porte aperte, e forse anche rispondendo a Mariaserena Peterlin in cerca dell’Arte e del Pensiero, trascrivo qui un frammento di conversazione iniziata da Antonio al FBar

i luoghi dell’immaginazione, della creatività, dell’innovazione, dell’informazione sono *fuori* dalle istituzioni, in grande parte

fuori dalle scuole, dalle università, dai giornali, dai settimanali, dalle televisioni, dalle amministrazioni pubbliche e fuori anche da molte amministrazioni private

tutti questi sono sempre più i luoghi dell’ovvio, quando va bene del metabolismo basale, purtroppo spesso del metabolismo basale di corpi pingui e malsani, che emanano miasmi di vecchio

i segni di vita si trovano fuori da tutto questo, dove non ci si aspetta, nelle periferie, presso le frontiere, fisiche e non, presso le emarginazioni, e tendenzialmente nel tessuto sempre più connesso che riempie progressivamente lo spazio rimasto libero, per questo tuttavia sempre più minacciato

fu una stronzata degna delle gerarchie ecclesiastiche quella di spedire Don Milani in vetta a un monte ma fu una fortuna perché lì, pur in pochi anni, nel pieno dell’emarginazione e della disperazione, potè dar luogo ad un esperimento che nei luoghi canonici sarebbe stato impossibile

è in tali luoghi “sporchi” che si trovano gli artisti, i poeti, gli scienziati, gli innovatori e le donne e gli uomini che sono innamorati del mondo e sono capaci di spremerne del buono, anche se così terribile

la misura di questo, caro Antonio, la dà proprio anche il piccolo esempio, che tu ci offri in un così piccolo pezzetto di mondo: dopo tutto il pensiero che cola da secoli di filosofia, di psicologia, di neuroscienze, di matematica, di scienze e da chissà quante poesie … nel 2011, in questo lembo di terra che Pasolini, giustamente, vedeva sprofondare nel Mediterraneo, due importanti giornali informano il popolo della percentuale di diffusione delle LIM quale “modernizzazione educativa”, la


Lavagna
InterattivaMultimediale


concettualmente e tecnologicamente una mera stronzatina rispetto a tutto il resto, probabilmente utile in mano a un poeta, dannosa in mano ad un impiegato

Ah, all’articolo dell’Economist che avevo tradotto qui ha fatto seguito un altro articolo, sempre sull’Economist, che non ho tempo di tradurre ma in sostanza: un insegnante ottimo può trasformare una scuola degradata che si trova in un contesto sociale degradato in un’ottima scuola; chi fa buone scuole nel mondo si concentra su
  1. preparazione degli insegnanti
  2. selezione degli insegnanti
  3. prestigio della professione dell’insegnante

Per il resto si usa quello che ci si può permettere con i soldi che rimangono, la tecnologia ce l’hanno già i ragazzi in tasca, forse basta quella.

Migliorare la scuola

In questi giorni si snoda per vari luoghi della rete un bel dibattito intorno all’impiego delle tecnologie nella scuola, in particolare della LIM, Lavagna Interattiva Multimediale. Io non ho mai usato questo oggetto e quindi non me ne intendo ma mi soprende il gran parlare che se ne fa. In poche parole mi sembra curioso che un tema così complesso come quello dell’innovazione nella scuola dipenda in modo così cruciale dall’introduzione di un semplice marchingegno nelle aule. I precedenti, per esempio i computer a scuola o le presentazioni nelle lezioni universitarie, non fanno sperare un gran che. Comunque, ripeto, non ho esperienza a riguardo.

Tuttavia il dibattito che dicevo è interessante perché assai ricco di spunti. Mi pare che abbia preso le mosse da due post sulle LIM, uno di Pier Cesare Rivoltella e uno di Alessandro Rabbone. Poi il testimone è stato raccolto da Gianni Marconato il cui contributo ha dato vita ad una chilometrica discussione. Antonio Fini ha ulteriormente chiosato.

C’è materiale abbondante per chi è interessato alla questione. Io non ho niente da aggiungere sulla LIM ma mi è venuto in mente un articolo che avevo letto sull’Economist del 25 novembre scorso.

Lo traduco qui di seguito, un po’ di fretta, spero non troppo male.


Continua a leggere …

Appendice alla lettera a un Dirigente


Ho iniziato a leggere Macrowikinomics (Rebooting Business and the World) prima del lancio, previsto per il 28 settembre, perché avevo aderito alla promozione “buy-one-get-one-promotion”. Condivido molto le posizioni di Don Tapscott a Anthony D. Williams e trovo che i loro libri siano una straordinaria fonte di informazioni utili e visioni illuminanti.

In effetti, l’incipit sulla splendida storia del software open source Ushahidi, creato da Ory Okolloh, una donna africana in Africa, è intensissimo. Il progetto pensato per tracciare e individuare episodi di violenza in Kenia, funziona con software open e cellulari (in Kenia il 50% delle persone ha un cellulare). Viene oggi utilizzato in innumerevoli contesti di emergenza nel mondo ed è stata l’unica cosa che ha funzionato a Haiti.

Poche pagine dopo trovo un passo che si attaglia perfettamente alla lettera a un dirigente che ho scritto su questo blog. Poiché non sono sicuro che il senso di quella lettera possa andare molto lontano nella torbida atmosfera che ammorba il nostro microcosmo, mi illudo di rinvigorirlo traducendo quel passo, che in realtà è tratto da un articolo scritto da Christopher Hayes sul Time.

Negli ultimi dieci anni, quasi ogni istituzione fondamentale della società americana – che si tratti della General Motors, del Congresso, di Wall Street, della Major League Baseball, della Chiesa Cattolica o dei mainstream media – ha rivelato di essere corrotta, incompetente o sia corrotta che incompetente. E alla radice di questi fallimenti ci sono le persone che comandano queste istituzioni, le menti brillanti e operose che occupano i livelli di dirigenza più elevati del nostro ordine meritocratico. Si assume che queste persone sappiano assicurare che tutto funzioni armonicamente, in cambio del loro potere, del loro status e delle loro remunerazioni. Ma dopo una sequenza di scandali e catastrofi, questo implicito contratto sociale appare demolito e al suo posto emergono scetticismo di massa, preoccupazione e disillusione.

Non è che ce l’abbia con i dirigenti. Io medesimo sono uno di essi e rivolgo tranquillamente a me stesso ogni critica. Il punto fondamentale oggi è la necessità di rivedere il paradigma con il quale interpretiamo il mondo, se vogliamo avere una speranza di affrontare le sfide tremende e ultimali che la famiglia umana si trova oggi davanti su questo ormai piccolo pianeta.

Un’idea concreta di tale spostamento di paradigma è dato proprio dall’iniziativa di Ory Okolloh, che ha scommesso sulla voglia e la capacità di tanti di partecipare, ognuno nella sua misura, dalla voglia e la capacità di partecipare anche delle vittime, altrimenti soggetti passivi alla mercé della “generosità” dei potenti, che spesso va anche dissipandosi strada facendo.

Un modo di vedere il mondo dal basso anziché sempre dall’alto. Ori Okolloh ha realizzato qualcosa che ha surclassato l’azione delle agenzie governative, avide di finanziamenti miliardari e ennesimo luogo di gestione del potere. Tutto questo a costo praticamente nullo, fatte le debite proporzioni.

Quindi non siamo di fronte a questioni che riguardano solo i “grandi”. No, riguardano chiunque sia chiamato a prendersi una qualsiasi responsabilità, a qualsiasi livello. Anche qui e ora. I mezzi oggi ci sono. Usiamoli allora!

– Posted using BlogPress from my iPad

Twitter non è un social network – Twitter è informazione


Lo afferma il co-fondatore di Twitter, Even Williams (da un tweet di Don Tapscott.

È vero. Anche se ha le caratteristiche di un social network il suo valore emerge quando lo si utilizza come un collettore di informazione.

Tutte le testate giornalistiche, da quelle internazionali, generaliste o tecniche, a quelle nazionali per giungere anche a quelle regionali, incluse le agenzie di stampa come l’Ansa, distribuiscono le notizie su un canale Twitter.

Molti personaggi che ricoprono incarichi istituzionali utilizzano un canale Twitter. Organizzazioni pubbliche e private, aziende. Top manager, esperti famosi in vari campi.

E naturalmente tanti tuoi amici, conoscenti, professionisti, e tante altre persone del cui giudizio ti fidi.

Twitter è un formidabile collettore delle informazioni che ti interessano. La significatività del flusso di informazione dipende dalla tua selezione delle fonti.

Esistono innumerevoli strumenti che arricchiscono o modulano le funzionalità di Twitter. Io sono rimasto realmente sorpreso da paper.li.

Basta fare il solito account, dichiarando e consentendo l’accesso al proprio indirizzo Twitter, per ricevere ogni 24 ore il proprio Daily, con le notizie raggruppate in sezioni tematiche impaginate come in un vero e proprio giornale.

A questo punto, per me The Andreas Formiconi Daily è il miglior quotidiano del mondo!

La stampa convenzionale già da tempo vive un declino che sembra inarrestabile e molti la danno ormai per morta. Azzardo una previsione: Twitter, che all’inizio sembrava il più effimero e inutile dei social network, sarà la colonna vertebrale della nuova stampa.

Sent from my iPad

– Posted using BlogPress from my iPad

Lettera a un Dirigente


Caro Dirigente,

ti scrivo questa lettera con affetto, perché assumo che tu ce la stia mettendo tutta per costruire un mondo migliore. Il mondo è complicato e ognuno di noi tenta la sua via ben sapendo che non avrà possibilità di conoscere l’esito della sua opera.

Sento però il bisogno di scriverti per dirti che la tua via a me sembra sbagliata. Lo so, è un’affermazione tanto drastica quanto arbitraria, perché a te sembra giusta la tua, a me la mia e siamo punto daccapo. Ma ti vedo in pericolo e quindi provo a tenderti la mano.

Non sto barando. Amministrativamente sono un dirigente anch’io perché occupo un posto di professore associato nell’università ma non sono un dirigente, di fatto. La vita reale di un uomo si compone delle sue azioni. Le mie hanno sempre luogo al più basso dei livelli, quello della base, quello delle persone per servire le quali l’istituzione che dirigi esiste.

Lo stare basso è una mia naturale inclinazione, che è andata tuttavia consolidandosi perché con il tempo, m’è sembrato sempre più chiaro che se ti avessi seguito avrei finito per perdere di vista i miei obiettivi fondamentali.

Può capitare, caro lettore, che tu sia per davvero uno dei dirigenti che ho conosciuto – questo blog è privo di qualsiasi tipo di filtro – e in tal caso è proprio a te che sto scrivendo ma, allo stesso tempo scrivo anche a tutti gli altri. Potresti essere un mio dirigente presente o passato, o un dirigente di un’altra organizzazione con la quale mi sia capitato di lavorare o che mi sia capitato di conoscere un po’ più a fondo. Potresti essere il sindaco del comune qua vicino, l’ingegnere responsabile di un qualsiasi progetto finanziato da un ente pubblico, il CEO dell’azienda “high-tech” creata appositamente per condurre tale progetto, il manager dell’emanazione italiana di una multinazionale coinvolta nel medesimo progetto, un dirigente di organizzazione pubblica, amministrativo o tecnico. Scrivo a tutti, perché non sono le differenze individuali che mi interessano qui, ma il male comune che affligge i più.

La domanda sorge spontanea: ma allora forse ci sono dirigenti che devo escludere dai destinatari di questa lettera? Direi di no, salvo poche eccezioni, di solito destinate ad avere vita breve nei loro ruoli. L’avvicendamento sarebbe una cosa naturale, il problema è che la loro permanenza nei ruoli tende ad essere molto più breve della norma.

Veniamo alla mia tesi, che si esaurisce in poche parole.
Continua a leggere …

Il Manifesto degli insegnanti

La Scuola Che Funziona ha il fine di sviluppare un network fra insegnanti che immaginano e sperimentano nuove pratiche di insegnamento, mossi dalla preoccupazione per la crescente distanza fra scuola e società.

Il Manifesto degli insegnanti è una delle iniziative emerse spontaneamente nel network per esprimere le motivazioni generali e fondamentali che accomunano i membri del network.

In questo post racconto come ho vissuto la vicenda del manifesto rispondendo anche implicitamente ad alcune osservazioni che ho letto qua e là nella rete.
Continua a leggere …

La scuola che cambia

Stavo per lasciare in bozza questo post perché ne volevo scrivere un altro entro stasera. Stavo per salvarlo dopo avere incollato il link ad un’affermazione di David Wiley che ha fatto un po’ il giro del mondo e che riporto più giù, quando dando un’occhiata alla posta trovo un’email di Nicola, uno studente di infermieristica, che mi segnala un articolo su Repubblica dove si cita proprio quell’affermazione di Wiley!

Allora lo riacciuffo e lo finisco. Del resto non è che voglia aggiungere molto, per ora, ma solo mettere insieme alcuni riferimenti che mi sono capitati tutti insieme sul tema di cosa sta per accadere alla scuola.

L’affermazione di Wiley, che per inciso è stato mio professore in un corso online sulla Open Education nell’autunno 2007,  è la seguente

If universities can’t find the will to innovate and adapt to changes in the world around them (what’s happening in the economy, affordability, the impacts of technology and openness, etc.)… universities will be irrelevant by 2020.

L’articolo segnalato da Nicola spiega bene il pensiero di Wiley quindi io non spendo ulteriori parole. Del resto chi bazzica questo blog e la blogoclasse di quest’anno sa che di parole in proposito ne ho già spese tante.

Voglio però segnalare un post di Letizia (studentessa IUL) dal quale estraggo il brano dove si riportano alcuni riferimenti interessanti attinenti a questo tema:

Man mano che passa il tempo la frontiera dei futurologi della scuola si sposta in avanti. Tuttoscuola in un convegno del novembre 2004 (Genova, Fiera ABCD), aveva cercato di immaginare la scuola futura ad una ragionevole distanza di anni, ponendo un interrogativo: “2015: fine della scuola?” e prefigurando una possibile evoluzione in direzione dell’homeschooling, di forme di apprendimento individuale realizzate in tutto o in parte al di fuori dell’istituzione scuola tradizionale.

Più o meno allo stesso periodo appartiene uno studio dell’OCSE sugli scenari evolutivi dei sistemi educativi nel 2020. Si ipotizzavano tre scenari, tutti in diversa misura fortemente innovativi – si potrebbe dire post-istituzionali – e tutti fortemente condizionati dallo sviluppo delle nuove tecnologie.
Nella stessa ottica si sono posti ora, a distanza di cinque anni, il convegno dell’ADi svoltosi a Bologna il 27-28 febbraio 2009 (“Da Socrate a Google”) e quello promosso a Torino la scorsa settimana [a fine marzo] (“Un giorno di scuola nel 2020”), organizzato dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo.

In comune i due convegni hanno avuto la regia di Norberto Bottani, alcuni relatori di fama internazionale e un notevole successo di pubblico (oltre 500 partecipanti in entrambi i casi). Ciò che è emerso in questi convegni è la conferma del perdurante ritardo dell’Italia per quanto riguarda la diffusione e l’utilizzo delle nuove tecnologie sia a livello scolastico sia a livello familiare (esclusi i telefoni cellulari, peraltro da noi vietati in classe).Ma il cambiamento, come hanno spiegato i diversi relatori, è inarrestabile e irreversibile, e gli insegnanti di oggi, compresi i molti che saranno ancora in servizio nel 2020, devono prepararsi all’idea di operare in nuovi contesti (luoghi fisici diversi dalla classe) e con modalità didattiche e attrezzature molto più mirate all’apprendimento individuale, anche in forme e con tempi diversificati, resi possibili dall’imponente sviluppo delle tecnologie dell’informazione.

Infine vorrei segnalare la descrizione di un esperimento di Michael Wesch, uno che ci prova davvero.

Il pacco

Spero di sbagliarmi. Sarei veramente felice di sbagliarmi. È una splendida pratica quella di riconoscere i propri errori.

Credo tuttavia che sia un pacco. Il classico pacco all’italiana. Lo so che era di origine napoletana ma quello oramai fa parte del folclore di una vecchia Italia e su quel folclore si sarebbe potuto costruire un percorso sano perché sui piccoli errori di percorso ci si forma. Invece è andata in un altro modo. Ora abbiamo il pacco all’italiana, il pacco assurto a metodo di una modernità posticcia tanto lustra all’esterno quanto abborracciata, anacronistica e furbesca all’interno.

Devo dire che, rivedendolo per bene, il video appare pure goffo, con quel

… soft ware e hard ware …

dove sembra che il narratore abbia pronunciato queste parole per la prima volta invita sua …

Sul sito, si legge che

InnovaScuola è una piattaforma collaborativa di nuova generazione (nell’ottica web 2.0), che intende mettere a disposizione delle scuole di ogni ordine e grado e di tutto il territorio nazionale le opportunità offerte dalle ICT.

Che vuol dire nell’ottica web 2.0? Il web 2.0 è tale quando è aperto e non contenuto in qualcosa. L’unica obiezione valida a FB secondo me è proprio questa: voler contenere il web 2.0 nella piattaforma.

Dice il video

L’innovazione entra nelle scuole italiane

No, le scuole, italiane in particolare ma non solo, non hanno la possibilità di accogliere questo tipo di innovazione. Questo non significa che non esistano delle esperienze splendide ma quando queste esistono sono sempre dovute all’idealismo ed alla buona volontà di qualche individuo.

L’innovazione associata al web 2.0 può entrare nelle scuole solo se queste cessano di esistere nella loro forma attuale. Vale a dire che prima devono essere abbattute le pareti e poi l’innovazione potrà perfondere ciò che quelle pareti chiudevano e dividevano. Oppure, la scuola per rinnovarsi adeguatamente dovrebbe evaporare nel mondo .

Il portale … punto di incontro tra didattica e tecnologia …

Nessuno oggi può pretendere di trovarsi in un crocevia strategico. La novità oggi è la rete e nessuna rete ha punti strategici, per definizione. Le reti, sono pervasive, aperte, ridondanti e prive di punti critici.

E in effetti il mondo pullula di esperienze, tutte là fuori. Concludo accatastando riferimenti presi quasi a caso.

C’è un blog intitolato International Edubloggers Directory che raccoglie i link di blog dedicati alla formazione. Ora ne elenca 638 e quando ho aggiunto questo blog in novembre scorso erano 393.

Ci sono blog  dedicati alla raccolta di esperienze di blogging in classe come per esempio questo. I riferimenti sono innumerevoli, questo è un esempio.

Si trovano commenti su come fare il sito di una scuola mediante un blog. Qui si trovano dei consigli e qui c’è un esempio.  Ho trovato questi riferimenti quando un amico mi chiese informazioni in proposito perché nella sua scuola era stato proposto di far fare il sito ad un’azienda ma costava troppo …

Ci sono molte esperienze interessanti sull’impiego di strumenti di microblogging come Twitter. Questo mi è piaciuto particolarmente.

O i tanti tanti modi con i quali si possono usare i Google Docs, o altri strumenti condivisi, per esempio questo sull’impiego dei form.

C’è da perdersi ma è facile rendersi conto che le esperienze più interessanti sono tutte all’aperto.

Oggi con poco si può fare molto

Sia ben chiaro, non c’è pressocché niente di strettamente tecnico in nessuno dei corsi di questo semestre, certamente non nel senso della programmazione.

Tuttavia, qui voglio utilizzare un piccolissimo pezzo di software nel quale ho appena rimesso le mani per fare qualche riflessione generale.

Due giorni fa ho reso disponibile il file OPML per i vostri corsi (l’ho rinfrescato oggi per la cronaca). Non penserete mica che lo compili e lo aggiorni a mano, vero? Certo che no, sarebbe un incubo per un disordinato cronico come il sottoscritto!

Per generare il file OPML mi servo di un pezzo di software che ho scritto in un linguaggio che si chiama Ruby. Potete anche vedere il pezzo che ho scritto e che ho copiato in questa pagina wiki.

Unicamente per la curiosità di qualche eventuale “smanettone”, preciso che il pezzo non vuole essere assolutamente un esempio di buona programmazione, anzi io so che non lo è perché l’ho scritto avendo pochissimo tempo a disposizione “just to get things done”.

In sostanza il software va a leggere gli indirizzi dei vostri blog nello spreadsheet Google Docs alimentato dai moduli di iscrizione che voi riempite e, tenendo conto del corso di laurea di appartenenza, genera il file OPML che rendo disponibile nelle pagine wiki e del quale vi fornisco il link con un post nel mio blog.

Allora, se la questione che voglio illustrare non è tecnica di che si tratta?

La questione è: oggi si possono organizzare attività complesse con quello che si trova in giro.

Per gestire tutto quello che riguarda la didattica in circa 25 corsi di laurea in tre facoltà per 700 studenti l’anno mi servo dei seguenti elementi:

  • un paio di blog in wordpress.com
  • un servizio wiki gestito in PBwiki.com
  • Google Docs per documenti, spreadsheet e moduli per la gestione delle iscrizioni ed altro
  • un interprete Ruby che si trova già disponibile in molti sistemi (nei Mac sì) e che comunque è scaricabile liberamente poiché è esso stesso software open source
  • qualche pezzo di software opensource scritto in Ruby disponibile in giro per il mondo; per esempio io qui ho usato un pacchetto per lavorare indifferentemente con spreadsheet Google Docs direttamente online oppure con file Excel o OpenOffice sul proprio hard disk.

Oggi vi è una grande abbondanza di strumenti disponibili liberamente che possono essere impiegati per risolvere una gran quantità di problemi.

Non è più vero che occorrono risorse ingenti per innovare. È vero esattamente il contrario.