La scuola che vorrei …

A quella notevole quota di “resistenza” che trovo nella blogoclasse dedico un bellissimo post di una studentessa IUL (ricordo che si tratta di un corso di laurea per formatori e operatori della formazione, quindi quasi tutte persone con un’esperienza di vari anni di lavoro nelle scuole).

Mi sorprende la resistenza al mio atteggiamento critico verso quella che ho chiamato “scolarizzazione” perché è di entità non trascurabile, anche se ben contrappesata da atteggiamenti più “aperti”, e perché proviene da persone molto giovani, più o meno ventenni.

Mi sorprende in modo del tutto complementare la reazione concorde degli studenti IUL, non più ventenni e con molta esperienza di insegnamento. Quasi mi trovo io a rincorrerli laddove credevo di essere solo o quasi!

A me il post di Maria Lucia, Albert Einstein diceva “che apprendere significa sperimentare. Il resto è solo informazione” piace tantissimo perché risponde ad una critica che a me capita di fare tante volte alla scuola:

ma se c’è evidenza che la scuola italiana (eccetto quella elementare) sia così indietro rispetto a tante altre nel mondo perché non andiamo a vedere che fanno quelli più bravi di noi?

Ecco, è proprio quello che ha fatto Maria Lucia:

Da una breve ricerca, traggo alcune informazioni circa l’organizzazione della scuola in Finlandia, nazione i cui ragazzi, secondo i dati dello studio Pisa (Programme for international study assessment), condotto su 400mila 15enni di 57 Paesi, sono i meglio preparati in lingua, matematica e scienze. Quali sono i segreti della scuola finlandese?
La scuola è l’investimento prioritario del Paese: ben l’11% del bilancio finlandese è destinato alle scuole. Non esistono tasse scolastiche; gli studenti usufruiscono gratuitamente del materiale scolastico, dei pasti e dell’assistenza sanitaria a scuola.
I bambini vanno quasi tutti all’asilo nido e poi alla scuola materna dello stesso distretto, il che consente grande omogeneità educativa: fin dalla prima infanzia si coltivano autoriflessione, senso di responsabilità, empatia e collaborazione considerate qualità ideali per l’apprendimento.
La scuola inizia a sette anni compiuti e per il 99,7% dei bambini (immigrati e rom compresi) termina nove anni dopo, “nessuno escluso”, come dice la legge istitutiva della scuola.
Tutte le scuole hanno un team di insegnanti, di docenti di supporto per chi è in difficoltà di apprendimento e psicologi, che attivano speciali osservatori per il benessere dei ragazzi.
In classe, fino ai 13 anni, niente voti, (si usano le faccine “smile” e si pratica l’autovalutazione) per far studiare lo studente con la sola ed unica spinta del desiderio di apprendere e non con il timore del voto come deterrente; le interrogazioni non hanno nulla a che fare con giudizi punitivi o selezioni.
La pedagogia finlandese parte dalla convinzione che tutti i bambini possano imparare a leggere, scrivere, fare di conto e parlare tre lingue come imparano a correre e parlare, senza umiliazioni.
Si impara facendo. Un fare che è sperimentare l’apprendimento con i 44 sistemi sensoriali. Si rifugge dal nozionismo e molta parte del lavoro è data dal lavorare insieme ai ragazzi.

Leggo poi che il sistema didattico finlandese è frutto di una oculata riforma del sistema educativo, avvenuta negli anni Novanta, e di una cultura della trasparenza e della responsabilità che caratterizza il popolo nordico.
La riforma si è realizzata in tre fasi:

  1. progetti di lancio di servizi nel campo della ricerca, educazione e aggiornamento, anche in supporto alle biblioteche pubbliche
  2. attenzione ai contenuti e alle modalità di utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica, nei processi lavorativi e nel tempo libero,

per garantire, entro il 2004, uguali opportunità a tutti i cittadini nello studio e nello sviluppo della loro cultura, usando in modo estensivo le risorse informative e i servizi educativi, secondo un modello di alta qualità di insegnare e di fare ricerca basato sulla connessione in rete creazione di un modello sostenibile, applicabile in qualsiasi altro Paese, in cui la tecnologia e i servizi devono essere volti al benessere diffuso.

40 thoughts on “La scuola che vorrei …

  1. GELSOMINA ha detto:

    ciao!!!dopo tanto tempo sono di nuovo tra voi un po per gli impegni un po per questa vita che va cosi di corsa::::::::::primo chiedo scusa per tutti gli errori non sono brava con il computer….comunque volevo comunicare con voi e raccontarvi le ultime vicende = = dovete sapere che nella scuola di mia figlia i libri devono essere lasciati a scuola quindi a casa non si può fare un ripasso ma……….20 giorni prima della chiusura della scuola non si trovavano i libri di mia figlia —-vi lascio immaginare la solita scena pietosa ……50enni che accusano mia figlia di averli portati a casa ….o lasciati chissà dove quindi l’ennesimo incontro-scontro…dopo il mio attento richiamo per magia sono sbucati come il coniglio dal cilindro del mago nella sua casella…….comunque 17/06/2010/ci sono state consegnate le pagelle è stata ammessa alla classe ……ora vi chiedo aiuto…aiuto per far si che mia figlia sia messa alla pari dei suoi compagni????? e poi perchè non c’è a fine anno una pagella per le insegnanti? perchè il ministro gelmini prima di cambiare la legge scolastica non è andata in giro da nord a sud e rendersi conto della decadenza in cui versano le nostre scuole? la nostra scuola ha adottato le 40 ore settimanali con sabato a casa …uno scempio pomeriggi seduti a braccia conserti..oppure a fare il gioco del silenzio…nessuna attività ricreativa solo il nulla il nulla assoluto ;da tener conto che essendo una classe di 24 bambini sono uno addosso all’altro come conigliiiiiiiiiii………altro che scuola moderna qui siamo in pieno medioevo

  2. GELSOMINA ha detto:

    CIAO A TUTTI MA SOPRATUTTO GRAZIE PER ESSERE COSI VICINI ANCHE SE NON CI CONOSCIAMO -HO LETTO CON ATTENZIONE I VOSTRI MESSAGGI E ASCOLTATI CON RAZIONALITà- SONO PIù SERENA QUINDI VI RACCONTO UN ALTRO PASSO DELLA MIA ODISSEA -IN QUESTI 2 ANNI DI SCUOLA NON HO IMOLATO LO STRUZZO CON LA TESTA SOTTO LA SABBIA MA ………..SI è LAVORATO TANTO – la piccola è STATA SOTTOPOSTA A VISITA NEUROPSICHIATRICA INFATILE —-LA DIAGNOSI CONSIGLIATA è STATA eseguita alla lettera ancora oggi segue il suo percorso .A VOLTE SI INNERVOVISCE PONENDOMI MILLE DOMANDE MILLE PERCHè mille di tante cose …..gli viene risposto con sincerità …………..non voglio essere la giustiziera delle MAESTRE -ma quando ti senti parafrasare certi commenti che in altra occasione vi racconterò ….-SBAGLIARE è UMANO MA PERSEVERARE è DIABOLICO ..-RIMETTERMI IN DISCUSSIONE NON è UN PROBLEMA IO SONO PRONTA AMO TROPPO MIA FIGLIA .GRAZIE VI ASPETTO.IN QUESTO HO LA POSSIBILITà DI APRIRE TANTE PORTE E CAPIRE ………..CIAO

  3. Elena ha detto:

    Cara Sig.ra,

    prima di insegnare ho lavorato per 3 anni in un ospedale, ufficio di genetica medica, dove ho visto bimbi con problemi ed ho capito la differenza tra ciò che è “sano” e ciò che non lo è.

    Faccio questa premessa perchè io stessa, precedentemente sono caduta nella trappola di pensare a limiti nella capacità di apprendere piuttosto che in modi diversi di imparare.

    Comprendo tutto il suo sconforto tuttavia converrà con me che la disperazione non porta molto lontano.

    Sovente i colleghi si limitano a parlare di “limiti” delle capacità di apprendimento nei consigli di classe e pochi hanno il coraggio di affrontare il discorso con i genitori. Questo specialmente perchè si confonde con NON sano una diversa capacità di apprendere.

    Suggerire un insegnante di sostegno non equivale a dire che un bambino è “malato”. E’ raro che nelle nostre classi sia presente un bimbo sindromico, per fortuna stiamo sempre parlando di ragazzini sani, con diversi tempi di apprendimento, ma tutti parlano e camminano.

    Spesso gli insegnanti sbagliano ma molte volte vedono giusto. Quello che però vorrei sottolineare è che rifiutare a priori la possibilità che ci sia un bisogno del sostegno non mi pare corretto.

    Gli insegnanti rilevano un problema, gli esperti lo possono accertare. In 3 anni di insegnamento ho proposto una valutazione presso esperti a 4 genitori. Tutte e quattro le volte avevo ben presente che si trattava in ogni caso di bambini normali dove la dinamica dell’apprendimento era così diversa dal resto della classe che mi trovavo in difficoltà.

    Ho sbagliato in un caso, negli altri 3 casi è stato quasi definitivamente accertato un DSA.

    Nel quarto caso la mamma ha dimostrato riserve alla valutazione, è chiaro che il suo punto di vista non coincideva col mio, ma la cosa più importante è che il ragazzino si è sentito in dovere di fare qualcosa in più ed il suo rendimento è cambiato notevolmente.

    Mi pare di capire che lei non è dello stesso parere delle maestre forse perchè ritiene la bimba capace di fare al pari degli altri o forse perchè è duro immaginare un qualche tipo di diversità rispetto alla classe.

    E’ bene tenere presente che non tutti abbiamo gli stessi canali di apprendimento. Un insegnante di sostegno non è un mero facilitatore, è un esperto di metodi di apprendimento che svolge un prezioso ruolo di supporto e riesce a fare emergere le doti di chi diversamente non può stare al passo con gli altri.

    Ho imparato in ospedale che un bimbo sindromico continua ad imparare sempre se seguito, figuriamoci uno normale che magari ha solo un modo di ragionare diverso dai suoi coetanei.

    In un’epoca in cui si parla di “intelligenze diverse” non deve più spaventare la parola DSA, intelligenza borderline, o maestro di sostegno. Al contrario, è un vostro diritto e può essere un’importante risorsa anche per la classe.

    Non è necessario che l’insegnante di sostegno lavori fianco a fianco con la bimba, non è necessario che sua figlia si senta accompagnata. E’ importante invece che ci sia e che alla giusta distanza compia quelle piccole azioni che catalizzeranno l’apprendimento.

    Per darle un’idea pratica di quello che intendo le faccio questo esempio:

    Un bambino discalculico ha difficoltà ad eseguire i calcoli, non perchè sia meno intelligente degli altri bambini ma perchè non riesce a visualizzare (tra le altre cose) le cifre incolonnate. Un esperto utilizzerà l’approccio del calcolo in riga.

    Se ai bambini normali chiediamo di eseguire il calcolo 41-33 in riga, ci accorgiamo che sono in difficoltà e subito gli suggeriamo di mettere le cifre in colonna.

    Sono percorsi mentali diversi, non più o meno intelligenti.

    Se però al bimbo discalculico neghiamo il supporto di un professionista, ne faremo un ragazzino che odierà la matematica (perchè non riuscirà a fare nulla) e infine un impreparato.

    Il mio suggerimento è di rivalutare il consiglio delle maestre, di cercare negli esperti un giudizio oggettivo dove le emozioni negative o positive sono messe da parte e nel caso di usufruire di tutto il sostegno di cui può contare.

    Se il giudizio degli esperti non dovesse dar ragione alle insegnanti, le stesse si metteranno in discussione.

    Abbia coraggio, vedrà che andrà tutto bene.

    Elena

  4. GELSOMINA ha detto:

    ho letto con attenzione questa pagina ma voi cosa fareste al mio posto .SONO MAMMA di due bambine di cui nel gennaio del 2009 il mondo mi è crollato addosso .LE MAESTRE….invitandomi a scuola hanno proposto la maestra di sostegno -faceva la prima elementare quindi io non ho accettato che doveva avere la maestra di sostegno e dopo questo momento è stato un dramma.Da quel momento mia figlia è stata delegittimata dal programma scolastico.Seguendo un percorso allucinante mia figlia vede e comprende che i suoi compagni fanno un percorso diverso-cosa posso fare per risanare il tutto?
    -voi cosa fareste se sul libro di vostra figlia trovate scritto Elena dovrebbe seguire la programmazione di classe,ma ogni volta ha gia completato il compito,anche se non gli sono ancora chiaro l’ obbiettivo da conseguire:cio comporta un rallentamento delle attività per tutti.Tutto cio scritto in rosso e facendo credere che era qualcosa di bello e non per lei ma per la MAMMA:ciao

  5. Silvia ha detto:

    “ma se c’è evidenza che la scuola italiana (eccetto quella elementare) sia così indietro rispetto a tante altre nel mondo perché non andiamo a vedere che fanno quelli più bravi di noi?”

    Parole sante, Professore!!
    Mi è capitato spesso di parlare con studenti di altre nazioni che purtroppo con molta facilità mostrano ai miei occhi la poca serietà della scuola italiana.
    Penso però che la situazione scolastica sia semplicemente la proiezione di uno stile di governo che ormai da anni è impiantato nel Paese. Con questo non miro a penalizzare una fazione politica piuttosto che un’altra, penso infatti che ognuna abbia come primario interesse quello di trarre personali vantaggi e non di migliorare la situazione dello Stato.
    Quale minima lungimiranza può avere un paese che non investe nella scuola e nella ricerca? E’ facile per tutti dire: “Siete voi giovani il futuro!” , è altrettanto facile tagliare fondi a scuola e ricerca senza battere ciglio. Su che basi possiamo noi costruire il nostro futuro?
    Credo che fin dalla scuola elementare gli studenti siano proiettati verso l’obbiettivo del voto che in se rappresenta la soddisfazione raggiunta dopo il lavoro: è un errore concettuale, che porta ad avere una ristretta mentalità dove al primo posto c’è un numero e non il bisogno di sapere qualcosa di nuovo. Da qui derivano i comportamenti pessimamente scolarizzati degli studenti italiani: bigliettini, cellulari durante i compiti, ore passate a pensare come poter copiare alla maturità. Ma d’altronde, cosa ci si può aspettare da un paese che mostra ai ragazzi, che costituiranno il suo futuro, un servizio del telegiornale interamente incentrato su un orologio creato per racchiudere appunti da portare all’esame di stato?
    Non esistono le basi in Italia per un reale miglioramento della situazione scolastica, purtroppo!

  6. asterione88 ha detto:

    Sìsì sull’oggettività della valutazione sono d’accordissimo, ne parlavo sul mio blog diverso tempo fa con Patrizia. Anche le valutazioni che magari sembrano più oggettive (tipico esempio: test a crocette, le risposte sbagliate sono sbagliate; le risposte giuste sono giuste; fine) in realtà non sono valutazioni realmente “oggettive”, in quanto si valuta solo una certa abilità (es. distinguere tra affermazioni giuste e sbagliate su un certo argomento) sull’ampio range di competenze e conoscenze possedute da ognuno!

  7. Emanuela Zibordi ha detto:

    sai, non credo sia tanto difficile pensare in altri termini, alternativi, appunto. Intanto credo che sia da sfatare il concetto di oggettività nella valutazione. Al massimo, massimo si potrebbe parlare di intersoggettività. Vedo i miei nipoti che già alle elementari hanno verifiche “oggettive” e mi ricordo, invece, che quando frequentavo io la maestra guardava i quaderni di ciascuno, tutti i giorni, passava per i banchi a chiedere e consigliare. Insomma c’era più dialogo e proprio attraverso il dialogo, anche tra bambini, si imparava e si veniva valutati, senza il bisogno di avere prove formali. Se il docente è attento non solo ai contenuti ma anche ai processi di ciascuno, vede in maniera chiara cosa si impara e dove ci sono difficoltà.
    Poi i voti vanno messi, ma a questo modo è anche più facile darne giustificazione sia agli studenti sia ai genitori.

  8. asterione88 ha detto:

    @emanuela: “….non certamente attribuendo ai voti valenze che non possono avere, ma abbattendo drasticamente quel retaggio individualista che ancora fatica ad essere superato….” sì, sono d’accordo con te; era questo che intendevo quando scrivevo che “bisogna capire cosa sono (questo non te lo spiega nessuno) e qual è la loro ragion d’essere [dei voti]”. Ti ringrazio anche per la precisazione sulle differenze tra agonismo e comptetizione, perché sono stanco di sentirmi dire che la competizione è un qualcosa di negativo, quando può innescare processi positivissimi.

    Ad ogni modo, come si vuol fare per eliminare l’agonismo? Secondo me togliere i voti o mettere le faccine per sempre non è una strada percorribile nella pratica, su questo credo di aver espresso piuttosto chiaramente il mio pensiero. Che ne dite di (la butto lì, eh) voti collettivi? Del tipo che nel fare una certa attività si assegna un voto collettivo (alla classe o ai gruppi in cui la classe è stata suddivisa) che ha la stessa valenza del voto singolo? Certo, bisognerebbe trovare sistemi opportuni per evitare il parassitismo (in un gruppo di 9, 2 fanno e gli altri 7 guardano), e far sì che un po’ tutti collaborino e aiutino gli altri a raggiungere certi obiettivi. Ora vabbé, non è la sede adatta per discutere di questo, è un’idea buttata lì, soprattutto allo scopo di cercare un modo di rivalutare il sistema “voti”, che a quanto pare non piace a nessuno – mentre a me sì… 🙂

  9. Emanuela Zibordi ha detto:

    Ciao a tutti/e,
    scusate, entro un po’ di straforo nella discussione.

    Innanzi tutto bisognerebbe definire meglio il concetto di competizione e allora vorrei chiarirmi le idee su cosa significa competizione e cosa significa agonismo. Fra i due termini, che sembrano sinonimi, ritengo ci sia una netta differenza:
    agonismo = lotta individuale per il primato, cruenta, totale (Antica Grecia)
    competizione = modalità di confronto leale, che se avviene con un avversario più o meno quotato, anche il successo/insuccesso avrà un peso relativo.
    Ciò comporta tutta una serie di implicazioni psicologiche circa l’autovalutazione della propria performance, l’autostima appunto, motivazione ecc. ecc. Chiamiamole genericamente metacompetenze su cui si basano i processi di apprendimento.

    Ora mi sembra che il sistema voti che, haimè, è stato introdotto già dalla scuola elementare e le considerazioni di Andreas sugli studenti liceali, non siano assimilabili al concetto di competizione, ma piuttosto a quello di agonismo, proprio perchè è una forma sterile dove non ci si confronta ma si combatte individualmente, in cui chi vince è primo. E poi? Chi, cosa mi garantisce che sarà primo anche professionalmente? E’ sufficiente avere dei bei voti per saper fare scrupolosamente il proprio lavoro o vivere con coscienza civile?

    Sappiamo tutti molto bene che i nostri studenti vengono pian piano normalizzati all’assioma che, se hai dei bei voti sei una persona di successo. Tutta la scuola ruota intorno a questa concezione, insegnanti, genitori, ministri ecc. ecc. Ma i voti non sono altro che indicatori autoreferenziali del sistema, che hanno poco o niente a che vedere con le richieste reali di competenza.

    Non esiste ancora nella nostra scuola il concetto di competizione perchè manca la condizione fondamentale che è quella del confronto, ciascuno per sè: chi lo fa per tirare a campare o chi per passare il test nell’università più prestigiosa.
    Succede a volte che i primi, fuori dalla scuola, trovino dimensioni professionali gratificanti, i secondi molto frustranti. Ho molti esempi davanti agli occhi.

    Concludendo: per parlare di competizione bisogna innanzi tutto porre le condizioni perchè ciò avvenga, non certamente attribuendo ai voti valenze che non possono avere, ma abbattendo drasticamente quel retaggio individualista che ancora fatica ad essere superato.

    P.S. L’anno scorso ho visitato una scuola olandese e devo dire che mi sembrava di essere stata catapultata nel futuro. Però non voglio farmi condizionare dagli strumenti, muri compresi. Credo che i primi muri che si devono abbattere siano quelli mentali.

  10. asterione88 ha detto:

    Sulla competizione sana sono d’accordo anche io, però non so francamente quanta colpa si possa imputare alla scuola come istituzione.

    Secondo me è anche colpa degli insegnanti che come ha sottolineato giustamente non ci spingono affatto alla collaborazione (onesta). Questo è verissimo, ed è una cosa che mi intristisce moltissimo – in effetti, spero che il messaggio “collaborazione” sia passato!

  11. iamarf ha detto:

    Certo, non solo per colpa della scuola ma la scuola ha più colpa perché è nella scuola che vengono incubati i comportamenti che caratterizzeranno i cittadini del futuro.

    Un contandino sarebbe pazzo a seminare malerbe nel suo campo …

  12. Eleonora ha detto:

    Mi fa piacere che anche lei, prof, la pensi come me sul fatto della competizione: quando intendevo sana, volevo dire proprio quello che non c’è quasi più nella scuola ed anche negli ambientio scientifici; ci sono studenti che suggeriscono apposta risposte sbagliate per ridurre il numero di concorrenti nel superare il test di ammissione e docenti che (parlo del campo medico ed odontoiatrico, che conosco meglio) cercano di spiegare il meno possibile ai colleghi il loro metodo di lavoro, così da limitare il numero dei possibili concorrenti. Questa non è certo sana competizione.
    Cooperazione vuol dire scambio di aiuti: io ti passo i miei appunti e tu i tuoi. Sembra una cosa banale, ma non lo è, perchè spesso, sia al Liceo che all’Università, ho notato che a molti “pesa” darti ciò che hanno prodotto e lo fanno solo se hanno altro materiale in cambio. Personalmente, mi è capitato non solo di chiedere, ma anche di dare suggerimenti senza avere nulla in cambio e spesso da lì è nata un’amicizia. La cooperazione quindi è la base dei rapporti interumani, solo che ce ne stiamo dimenticando, e non solo per colpa della scuola…
    Eleonora

  13. iamarf ha detto:

    Atteniamoci ai fatti macroscopici. Riporto parte di un commento scritto più su.

    Lo studio PISA, condotto su 400mila 15enni di 57 Paesi, è finanziato dalla OECD (Organization for Economic Co-operation and Development) alla quale appartengono i 30 paesi più sviluppati del mondo.

    La OECD finanzia questi studi perché la formazione è il settore più strategico nella società attuale.

    A prescindere dalla Finlandia, noi siamo comunque nettamente sotto la media dei paesi OECD, in pratica fra gli ultimi.

    Situazione analoga per quanto riguarda gli atenei. Nei ranking accreditati, l’ateneo italiano migliore si trova intorno alla posizione 200.

    Le nostre istituzioni di formazione (non solo) sono caratterizzate da una reattività estremamente limitata rispetto agli altri paesi. Gli altri paesi stanno muovendosi tutti con molto più dinamismo perché gli osservatori dei fatti sociali ed economici hanno grande preoccupazione per lo scollamento fra società e formazione.

    Tornando alla Finlandia, penso invece che faremmo molto bene a tenerne conto perché una società sana si costruisce spendendo sulla formazione, a prescindere dalla dimensione del paese.

    L’Italia pratica una delle politiche più dissennate del mondo fra i paesi sviluppati spendendo percentualmente meno della maggior parte degli altri paesi in formazione e ricerca.

    Uno dei mostri mali più grandi è quello di essere incapaci di praticare investimenti di lungo respiro, cioè che ritorneranno in tempi più lunghi (tipicamente formazione e ricerca di base) ma che sono quelli che danno una vera solidità strutturale alla società. Siamo in grado di intervenire solamente sul breve termine e così navighiamo a vista.

    Per quanto riguarda la competizione si tratta di intendersi sul concetto di sana competizione. Ebbene, quella che vedo io nella scuola secondaria e nell’università non è sana competizione bensì una competizione banale e priva dell’altra componente fondamentale nelle comunità umane e non solo: la cooperazione.

    Nelle nostre scuole la cooperazione non si sa nemmeno dove stia di casa mentre nei paesi più avanzati si dà importanza crescente a questo fattore cruciale. Fra l’altro è quello che chiedono le aziende: capacità di integrarsi nel gruppo.

    Voi a medicina fate una assurda corsa a testa bassa per arrivare rintronati dopo 6-10 anni a fare un mestiere nel quale, oggi, la collegialità è un elemento cruciale.

    Sto seguendo da vicino le vicende di alcuni ragazzi all’ultimo anno di liceo. Ebbene osservo:

    1) Un clima degenerato di accaparramento del risultato a tutti i costi e con ogni metodo, fogliolini, lotta per i posti vantaggiosi nei compiti, copiature banali. Gli insegnanti (in media) non possono non sapere ma reagisono al ribasso o ignorano. Una straordinaria scuola al conformismo ipocrita e i effetti se ne vedono le conseguenze.
    2) Assenza totale dell’educazione alla cooperazione, una carateristica fondamentale del cittadino del futuro (presente).
    3) Un’aridità sconvolgente nell’insegnamento delle singole discipline tutte insegnate con l’obiettivo di massimizzare la quantità. La cultura non si forma con la quantità bensì con la capacità di individuare connessioni trasversali. Questa è una scuola che non educa al pensiero e soffoca la creatività.
    4) La scarsissima autonomia delle persone che escono dalla scuola secondaria. È palese il fatto che la maggior parte hanno bisogno delle “istruzioni per l’uso”. Conosco tante splendide eccezioni ma le eccezioni in questo genere di considerazioni valgono poco.

  14. Eleonora ha detto:

    Ho letto il post di Maria Lucia e mi è venuto voglia di saperne di più sulla scuola in Finlandia. Ho trovato un articolo su Panorama.it (http://archivio.panorama.it/europa/articolo/idA020001028641.art) ed ho notato che non è tutto idilliaco, come può indurre a credere il rapporto dell’OCSE. I ragazzi svogliati e “indietro nel rendimento”ci sono anche là e vengono seguiti sia con supporto psicologico che tutor, solo che se si comportano scorrettamente vi è “zero tolerance” .
    La grande offerta di materie facoltative che possono stimolare gli studenti sarà ridimensionata perchè gli esperti pensano «meglio darci dentro con le materie scientifiche, la vera scommessa del futuro».
    Ho poi notato che la competizione per i voti c’è anche là e che i gli insegnanti economicamente sono trattati bene.
    Le mie considerazioni sono queste: premesso che il loro sistema gira meglio del nostro (anche perchè il binomio “densità abitanti bassa/risorse naturali notevoli ” è decisamente più vantaggiosa di “sovraffollamento/risorse limitate”), anch’esso è in evoluzione e mi sembra che, man mano che i problemi sociali aumentano, si vada verso un modello vagamente simile al nostro ( competizione, restrizione dell’offerta formativa, tentativi di arginare, in questo caso efficacemente, i comportamenti scorretti dei ragazzi). Applicare quindi quel modello come era nel 2004 alla nostra realtà lo vedo poco possibile e non del tutto giusto:concordo con Asterione 88 sul fatto che una sana competizione non fa male e ci può spingere a dare il meglio di noi. Quello che non deve esistere (“zero tolerance”) è invece la scorrettezza, la mancanza di solidarietà che porta gli studenti a cercare di primeggiare anche a costo di calpestare i compagni e porta altresì gli studiosi a cercare di rubarsi i lavori scientifici (dice che anche Einstein, per la sua “Relatività” debba qualcosa ad uno studente mai citato…)
    Eleonora

  15. egocentricamente ha detto:

    Ci tenevo a fare delle precisazioni dopo aver letto ben bene i commenti degli altri:

    i “semafori verdi” di cui parlo non sono le famose faccine, bensì un qualcosa che viene messo accanto al nome dei bambini al pomeriggio poco prima di andare via, che simboleggia il loro comportamento. Resta sottinteso che i voti ci sono eccome e che mietono parecchie vittime alle elementari. I bambini fanno confronti e non imparano per il gusto di imparare bensì perchè sono obbligati a farlo. Imparano a memoria poesie e tabelline senza finalizzare i propri progressi, fanno operazioni senza capirne l’utilità, e nel momento in cui anche Piaget riconosceva allo sviluppo dell’intelligenza, un carattere operatorio-pratico (quale è il periodo d’età corrispondente alle elementari) i bambini sentono questa spada di Damocle sulla testa, ogni venerdì, dei compiti a casa da fare il sabato e la domenica, come una condanna cioè dopo aver fatto 8 ore di scuola per tutta la settimana non hanno neppure due giorni di sano scazzo da sfruttare annoiandosi o divertendosi in un altro modo! Questa è la scuola elementare di oggi.
    Per rispondere ad Elisa mi sento di dire che l’opinione pubblica siamo noi e soprattutto siamo noi che votiamo, quindi il potere è il nostro non ce lo dimentichiamo; A chi sostiene che non sia giusto permettere a tutti gli studenti di arrivare all’università per poi smettere dopo poco, proporrei di dare un occhiata al mondo del lavoro e a rapportarlo con la scuola: gli annunci economici richiedono ESPERIENZA ma se uno è stato solo a scuola (superiori o università è la solita!!) dove se la fa l’esperienza? al contrario se va a lavorare si taglia da solo un sacco di opportunità di crescita personale perchè i due settori, lavoro e formazione, da noi in Italia non comunicano!!!
    L’università diventa un recipiente per chi ancora non ha trovato la strada, e non è che le nuove invenzioni dei lavori a progetto, questa strada te la facciano trovare tanto facilmente, provare per credere, io sono precaria da 10 anni…
    A chi sostiene che sia un problema di fondi io mi sento di dire che no, non è così. E’ una semplice questione di organizzazione e di volontà, si possono migliorare le cose anche con delle piccolezze e non è necessario che a cambiare siano quelli ai vertici, anzi sono proprio le piccole macchie di muffa che si allargano e contagiano tutto il frutto, scusate il paragone poco poetico, ma a volte la natura ci mostra come fare!
    Pat

  16. Camilla ha detto:

    Ho finito ora di scrivere il mio post su “Coltivare le connessioni” e non avevo letto questo post….che dire una conferma al fatto che apprendere è capacità e volontà dell’individuo stesso…un valore che non può e non deve essere standardizzato…ma che rientra nell’unicità della persona…per fortuna che in Finlandia ci vedono meglio che in Italia…sarà perchè hanno “il sole di mezzanotte”?hihihi….non credo….Camilla. =)

  17. egocentricamente ha detto:

    Copio il commento che ho lasciato sul blog di Maria Lucia:

    Concordo, davvero molto bello. Io mi chiedo com’è che da noi queste cose non avvengono. Sono mamma, lavoro part time nella scuola e mi rammarico degli sprechi di denaro pubblico in fotocopie, del raggiungimento degli obiettivi non attraverso la cura dell’educazione e del percorso del bambino, ma tramite sistemi allucinanti quasi da concorso a premi (se stai buono e collezioni un certo numero di “semafori verdi” ti regalo una gommina o un lapis o un adesivo o ti permetto di andare in bagno da solo…) che poi non fanno altro che delegittimare il bambino della propria capacità di crescere e di apprendere e ne fanno un piccolo inetto. Un libro che secondo me è importante per capire alcuni concetti inerenti questo argomento è quello di Paolo Sarti “Neonati maleducati” (ediz. Giunti) in cui si chiariscono diversi meccanismi perversi dove vengono “guidati” i bambini fino dalla nascita per arrivare ad un’adolescenza che supera i 30 anni.
    Pat

  18. maialinporcello ha detto:

    @asterione: quello che hai scritto mi ricorda una canzone di gaber: “quando è moda è moda”, sono d’accordo

    non c’è da assumere il ruolo dell’innovatore come non c’è da assumerlo del reazionario
    in generale non si dovrebbero assumere ruoli ma mantenersi liberi, non si dovrebbe nemmeno parteggiare per un partito per partito perso… capacità di giudizio, applicare criteri volta volta e proporre soluzioni diverse per ogni occasione

    allo stesso modo non credo possibile una scuola ideale per tutti in ogni parte del mondo, ma è senz’altro possibile che la gente del posto si sbizzarrisca a trovare idee per rendere buona la propria, o anche mantenerla tale se già va bene… e è anche possibile coordinare queste “innovazioni scolastiche” (ma + in generale di tutti i vari aspetti della società) fra di loro… ma sai una cosa? forse hai ragione, non dovrei chiamarle “innovazioni”, quanto piuttosto… non so… “partecipazioni”… partecipazioni della gente alle proprie istituzioni… sì, qualcosa del genere

    è anche vero che alcune ottime idee funzionano un po’ in tutte le parti del mondo in cui si ha un certo problema:
    per esempio questo è un’ottimo modo per favorire il riciclaggio: http://www.youtube.com/watch?v=X1ch5Yk_uWg&feature=player_embedded
    consiglio la visione del video, a me è piaciuto molto.

  19. asterione88 ha detto:

    @ Alessandro: Alessandro… Vaffanculo, ok??? No, scherzo. 🙂
    Se è dimostrato che gli smiley al posto dei voti funzionano meglio, bene, portatemi le prove. E non prove tipo “è stato dimostrato che chi viene valutato con 😛 e 🙂 e :/ è lo 0,25% più felice e il 4% più creativo di chi viene valutato con i numeri evviva evviva la scuola del sorriso”; prove serie. PER COME LA VEDO IO, che non sono un educatore ma parlo a titolo puramente personale, fino a 9-10 anni ci può anche stare di usare gli smiley, ma dopo no. Gli smiley sono troppo poco flessibili secondo me.

    Poi, non è che uno vuol fare il retrogrado così per sport; esattamente come ci può essere il carro carnevalesco dei conservatori, dal mio punto di vista c’è anche il carro carnevalesco degli innovatori-a-ogni-costo che avanza al passo di “ohccheffigata i metodi rivoluzionari, abbattiamo le scuole e mettiamo i bambini a correre nudi sui prati perché dice che è avanti fare così, è dimostrato! Il corso di biologia è obsoleto, mettiamo il corso di pulirsi il culo ché serve di più” 😛 (frecciatina restituita)

    Che la scuola vada cambiata sono d’accordissimo, però non c’è un unico modo per cambiarla. In questo sono d’accordo con elena quando dice che: “tutti pensano che ci voglia una scuola migliore una riforma seria e costruita”, e ha anche ragione quando dice che ci vogliono i fatti.

    @maialinporcello: io ci sto a proporre misure pratiche, è un approccio che senz’altro mi piace! Per me va bene! Penserò a qualcosa!

  20. maialinporcello ha detto:

    propongo di creare su internet una discussione aperta su come deve essere la scuola (o “le scuole”) in italia oggi, non limitata solo alla blogoclasse (che poi in realtà non è un sistema chiuso bensì interconnesso col resto del mondo… molto +, almeno potenzialmente, delle altre classi “tradizionali”) ma estesa a chiunque

    propongo allo stesso tempo di non limitarci alla discussione ma estenderci anche a uno studio accurato del COSA FARE per portare la scuola di oggi a quella che vorremmo che fosse

    cioè vorrei che noi cittadini ci autoorganizzassimo per promuovere il cambiamento che desideriamo, senza necessariamente dover aspettare che questo ci cada dall’alto (e senza comunque rifiutarlo nei casi in cui questo accada!)

    il punto è: siamo d’accordo che ci vorrebbe una nuova scuola?
    perché non la creiamo?
    raggruppiamo in un unico posto tutte le cose già venute fuori, diamo altre idee ancora, adoperiamoci poi per costruirle
    cooperiamo
    c’è verso trovare dei filoconduttori comuni anche nel caso in cui ci fossero (e ci sono) incongruenze fra le nostre visioni di “scuola che vorrei”
    l’unico requisito per partecipare a un progetto del genere è credere che sì, sia possibile cambiare le cose partendo dal basso

    io do una mia idea per cominciare, egocentricamente, stando al suo commento, la fa sua e se ne appropria a sua volta,
    a me va bene che la nostra idea non vada importo a favore di un’altra ancora migliore,
    sarei anzi contento di questo,
    l’importante è cominciare e portare avanti la cosa,
    va benissimo anzi sarebbe meglio collaborare con altre realtà che già stanno adoperandosi per costruire una nuova scuola,
    e se esistesse già un progetto come quello che propongo io felicissimo di rinunciare al mio per partecipare a quello!

    fatemi sapere cosa ne pensate!

  21. elena ha detto:

    Che bello vedere che tutti pensano che ci voglia una scuola migliore una riforma seria e costruita…però se vi devo proprio dire la mia con i discorsi si fa poco ci vogliono i fatti, non mi sembra che insegnanti e alunni compresi protestino per una scuola migliore. Secondo me questo sistema scolastico a dir poco ridicolo, va bene alla maggior parte della gente. I ricchi mandano i figli che non hanno voglia di studiare a scuole private dove con somme cospicue di denaro si comprano diplomi ottenuti in modo scandaloso(e mi sembra che i governi recenti abbiano finanziato questo tipo di scuole). La scuola pubblica cerca di seguire un criterio di meritocrazia ma non incentiva la conoscenza. Gli studenti puntano al sei politico, giusto per passare, e non mi sorprende il fatto che quando ci sono professori che non fanno niente in classe o facili nel dare bei voti, quasi tutti siano contenti non soffermandosi sulla sostanza dell’insegnamento ricevuto. Io ho avuto uno di questi professori al liceo, un professore di fisica che non mi ha nemmeno fatto capire cosa sia la fisica realmente quando uno pensa di uscire da uno scientifico con almeno un’idea sulla materia e in pochi ci siamo lamentati per questo fatto.
    Con questo voglio solo dire che in primis studenti e professori dovrebbero cercare il cambiamento, è inutile postare commenti in una blogoclasse e basta. Ho visto poche persone interessarsi realmente per creare un movimento studentesco che unisca tutti, pochi sono andati a informarsi o in piazza a manifestare.

  22. Alessandro Ruocco ha detto:

    Tutto questo è molto curioso, interessante e meritevole di invidia. La cosa disastrosa è che quando si va ad analizzare i metodi pedagocici rivoluzionari (ma in realtà qualsiasi cosa rivoluzionaria) parte il carro carnevalesco di “ma c’e n’è proprio bisogno”, “ma al nord c’hanno la mania del moderno e pure il partito dei pedofili”, “tutte queste stronzate e poi andiamo sempre peggio” e il sempiterno (e poser, nds) “siamo sicuri che il nuovo sia sempre miglioore?”.
    Gente, il punto non è che le smile al posto dei voti sembrano strane. Il punto è che funzionano meglio, è dimostrato. Il resto ho paura siano solo chiacchere da bar

  23. Federica ha detto:

    Salve Professore, non so se questo é il contesto più adatto per scriverle…Sono del secondo anno di Medicina e ancora non sono venuta a verbalizzare l’esame perché vorrei cercare di migliorare un pò il blog e portare a termini i compiti che l’anno scorso aveva assegnato.
    Come devo comportarmi??…lavoro e quando ho finito vengo da Lei nell’aula al cubo??..Oppure devo fare differentemente???
    Grazie mille!!!

  24. iamarf ha detto:

    Sono indietro 🙂 devo essere sintetico.

    Pochi fatti generali di dominio comune.

    Lo studio PISA, condotto su 400mila 15enni di 57 Paesi, è finanziato dalla OECD (Organization for Economic Co-operation and Development) alla quale appartengono i 30 paesi più sviluppati del mondo.

    La OECD finanzia questi studi perché la formazione è il settore più strategico nella società attuale.

    Lasciamo perdere la Finlandia. Noi siamo comunque nettamente sotto la media dei paesi OECD, in pratica fra gli ultimi.

    Situazione analoga per quanto riguarda gli atenei. Nei ranking accreditati, l’ateneo italiano migliore si trova intorno alla posizione 200.

    Le nostre istituzioni di formazione (non solo) sono caratterizzate da una reattività estremamente limitata rispetto agli altri paesi. Gli altri paesi stanno muovendosi tutti con molto più dinamismo perché gli osservatori dei fatti sociali ed economici hanno grande preoccupazione per lo scollamento fra società e formazione.

    Ci sono molti buoni ricercatori italiani in giro per il mondo. Dire che sono i migliori e semplicistico e opinabile, dipende da cosa si valuta. Nel mondo oggi la forza-ricerca ha dimensioni smisurate. Ci sono menti straordinarie che vengono da tutti i paesi.

    Del resto, la salute di un sistema di istruzione dipende, socialmente ed economicamente parlando, da come lavora sulla base e sulla base lavora male, come testimoniano gli indicatori internazionali accreditati.

    Il più grosso problema economico italiano è rappresentato ormai da molti anni da una capacità di innovazione molto ridotta rispetto alla media degli altri paesi.

    Io amo questo paese e credo nella possibilità di reinventare (perché di questo si tratta a fronte di ciò che sta accadendo nel mondo) la formazione.

    Se uno ama il proprio paese e se crede, nella fattispecie, nel ruolo della scuola e di un’università pubblica, deve essere capace di criticare la situazione dove essa non è soddisfacente, proporre alternative fattibili ed avere il coraggio di perseguirle. Chi è abituato a lavorare fattivamente nella ricerca scientifica pensa così. Non deve invece trovare giustificazioni speciose, antico vizio italiano.

  25. maialinporcello ha detto:

    io credo che molti di quelli che avevano manifestato resistenza al prof. nell’andare contro alla scolarizzazione l’abbiano fatto perché non c’è stata piena concordia nel che cosa questa fosse.. fa bene elisa a condividere la scolarizzazione in casi come questo finlandese!
    ma forse questo caso neppure rientra in quello che il profe intendeva per scolarizzazione

    ecco, io penso che per qualcuno – me compreso – il punto sia questo: non fossilizziamoci sulla parola scolarizzazione, piuttosto mettiamoci a discutere della sostanza…
    perché non ci mettiamo a costruire la nostra scuola ideale?
    mi chiedo anch’io, come Flavia, se “Tutto ciò potrà incidere positivamente nel sistema scuola? Oppure i grandi cambiamenti partono solo dall’alto?”
    …non lo so, spero di sì, ma di sicuro vale la pena tentare!
    bravi quelli della IUL che lo stanno già facendo.
    Devo davvero bazzicare molto di più fra i loro post.

    anch’io ho lanciato una proposta, nel mio piccolo blog, spero che possa raccogliere il vostro entusiasmo: http://liberoesperimento.wordpress.com/2009/04/02/il-nostro-mondo-ideale/

  26. icconti ha detto:

    Vi vorrei postare una riflessione che ho fatto sul mio blog sull’ argomento.

    La comunità nell’ era di internet!
    Attualmente stiamo assistendo ad una crescita sicuramente esponenziale di internet, anche nei paesi più poveri del mondo sta arrivando la rete.
    E’ questione di qualche anno e sicuramente prima del mangiare a molti sarà fornito un comodissimo computer( o simili) con tanto di connessione internet, per poter navigare ed entrare in contatto con il resto del mondo.
    Siamo nella società della comunicazione! NEssuno può stare seza comunicare, il piccolo segreto il grande avvenimento o il problema personale devono essere raccontati a più persone possibile, e internet in questo sta aiutando!
    La società capitalista ha insegnato a vivere per se stessi per il proprio guadagno, ma quasi in una involontaria ribellione la gente necessità di comunità.
    Comunità una parola che può essere vista sotto numerose sfaccettature e su cui potremmo discutere molto.
    Adesso intendo comunità come necessità degli individui di unirsi , nell’ antichità la piazza, l’ agorà era luogo di ritrovo adesso dove il ritmo di vita è più frenetico e le giornate sono dettatie dal lavoro non resta che creare una piazza virtuale dove poter andare anche per pochi istanti al giorno senza bisogno di muoversi da casa o dall’ ufficio.
    Le persone si trovano ad essere in questà società così rapida e specialistica che perdono di vista quelli che dovrebbero essere i valori fondamentali , riducendo spesso l’ amicizia ad uno scambi di dialoghi su facebook( non che abbia nulla contro facebook anzi )
    la società moderna poi richiedendo conoscenze sempre più conoscenze specifiche esclude l’uomo dalla possibilità di entrare in contatto con la natura e con il mondo che lo circonda.
    la scolarizzazione e la specializzazione hanno ridotto l’ uomo a saper fare una cosa e niente più!
    un operiaio monta solo un pezzo di una machina ( e non sa montare gli altri ) addirittura i medici che fanno solo un tipo di operazione nella loro vita che per le altre sono costretti a mandare ad altri.
    Si è perso il gusto dell’ artigiano che intagliava le propeir opere dall’inizio alla fine, del medico che curava i suoi pzienti in tutto conoscendoli quasi dalla nascita.
    E oltre a questo devo ammettere che è vero che si sono perse tante conoscenze di basi molto utili alla vita… tutti sanno che i promessi sposi sono stati scritti da Manzoni ma magari non sanno che il muschio sugli alberi nasce a nord o come si fa il pane!
    Ma Manzoni nella vita di tutti i giorni a cosa serve?
    La domanda che mi faccio è questa: la grande vittoria di mandare tutti a scuola è stata davvero un arricchimento o un impoverimento per la nostra società!

  27. asterione88 ha detto:

    Penso di essere uno dei “resistenti”; a mia discolpa posso dire che ho cercato di valutare tutto quello che Lei ci ha detto senza pregiudizi (es. il video di Ken Robinson, verso cui ero prevenuto, alla fine mi ha trovato concorde in massima parte), valutando le singole idee e rapportandole alla mia visione della scuola, della società etc.

    Com’è naturale, sono stato d’accordo su alcune delle cose che ha detto, meno su altre, completamente in disaccordo su altre ancora. Non si può essere tutti della medesima opinione, ognuno ha la sua visione, no? Da parte mia, ho cercato di capire la Sua, e credo di esserci riuscito abbastanza bene, ma ho anche capito che io e Lei su molte cose partiamo da presupposti diversi.

    Per quanto riguarda strettamente l’oggetto del post, sono contento che in Finlandia fanno tutta ‘sta roba, ma… e allora? Siccome lo fanno in Finlandia o da qualsiasi altra parte del mondo, dev’essere per forza una cosa meritevole di essere fatta anche qui in Italia? Siamo proprio sicuri che il nuovo è *sempre sempre sempre* meglio del vecchio? Per me il fatto che una cosa sia nuova o che la facciano in Guatemala piuttosto che in Messico non è un criterio per decidere se mi può piacere o no. Questo in generale; sul caso particolare di cui si è parlato, benissimo che dedicano l’11% del bilancio alla scuola, si dovrebbe fare anche noi; benissimo che non esistono tasse; benissimo che la quasi totalità dei bambini che iniziano la scuola la finiscono 9 anni dopo.

    Sulla storia dei voti-smiley storco un po’ il naso, e non mi convince per niente la storia che i voti fanno tanta tanta bua all’autostima dei ragazzi, che non bisogna azzardarsi a dare i voti perché povere anime poi crescono con i complessi, poi si crea l’ambiente competitivo (mamma mia che schifo!), etc. etc. A me i voti li hanno dati fin dalle elementari e non ho turbe psichiche correlate al fatto che dalla 1a alla 3a media c’ho avuto insufficiente fisso in pagella a matematica; un secchiono non sono mai stato, ho preso voti belli e voti brutti (tra cui 1 a greco, e 2 in pagella a matematica!!), e non ho mai sentito un’atmosfera competitiva. Se prendevo un voto brutto ci facevo una risata, e anzi mi spingevano a fare meglio. Se mi dite che bisogna rivedere i criteri di valutazione perché i voti sono assegnati sulla base di criteri sbagliati, ci posso anche stare, però per me i voti servono, e anzi sono formativi entro un certo limite. Chiaramente, bisogna capire cosa sono (questo non te lo spiega nessuno) e qual è la loro ragion d’essere: non per dividere gli studenti in “idioti” e “intelligenti”, ma per dire: “Hai raggiunto gli obiettivi bene, meno bene, o non li hai raggiunti” e così via.

    La cosa su cui sono meno d’accordo comunque è autovalutarsi, che non è una cosa che puoi far fare a dei bambini secondo me, perché ci vuole una certa maturità (non riesce nemmeno a me!).

  28. Frangianco ha detto:

    Quello che ha detto luina è davvero importante…cinque milioni di abitanti…è come se in il Governo italiano dovesse amministrare soltanto Milano e dintorni.
    Io volevo solo dire questo: in Italia non vi è problema di scolarizzazione, ma vi è un problema di sprechi e di “troppe” opportunità date. Si è vero, le opportunità che hanno gli italiani sono molto maggiori.
    Nei paesi esteri non esistono scuole cosi specifiche come le nostre (con diplomi di istituti professionali non si può accedere all’università) e le università sono in numero minore e, anche se è vero che è tutto garantito da borse di studio, i posti sono davvero limitati e solo i migliori vanno avanti.
    In Italia le tasse sono davvero molto basse rispetto la media europea e americana, le scelte sono maggiori, ma è anche vero che solo una piccola percentuale di tutti coloro i quali iniziano l’università prende la laurea?
    Preferite che tutti possano provare l’università, o che solo i migliori siano selezionati e avere di conseguenza molte risorse in più?
    Per il fatto dei voti, questo è vero e accade anche negli Stati Uniti, così come in Canada; ma è anche vero che li, comunque, tutta la selezione è fatta ai college e all’università, alle quali non è per niente facile accedervi.
    E per il fatto della scolarizzazione, perchè nessuno si chiede perchè i più grandi scienziati mondiali di Fisica, come di Astrofisica, di Biologia ecc.ecc. sono italiani e lavorano e sono i migliori in tutto il mondo?(e non hanno opportunità di lavoro in Italia?)

  29. Anonimo ha detto:

    Mah… non penso di trasferirmi in Finlandia, perché, come dice Flavia, credo che la nostra scuola abbia davvero bisogno di noi. Per vicende personali, ho scelto di vivere “in periferia”, lontano dai luoghi della mia crescita e formazione, lontana dalla mia famiglia e dalle mie amicizie, e ciò, pur costandomi un’enorme fatica, mi ha rafforzata notevolmente, sia come donna che come insegnante. Ho deciso da anni che è proprio qui, nel sud, nella mia scuola di paese, che voglio offrire il mio contributo (sebbene facendo un’analisi attenta della mia storia riscontri che è più quello che ho ricevuto, rispetto a quello che pensavo di poter offrire). Certo ho evitato l’isolamento (e non sempre ci sono riuscita), ho cercato vie per confrontarmi e capire che cosa facessero gli altri, ho scelto di proseguire nella formazione, convinta più che mai che è sì la vita che ti insegna, ma le occasioni devi pure cercartele!!!! Trascinata dal mio inguaribile ottimismo, nonostante tagli economici, continui cambi di turno a livello politico, mancanza di considerazione da parte dell’opinione pubblica e demotivazioni conseguenti, mi sento ancora forte, forse più forte e disponibile ad “esserci”, sicura che l’ottimismo genera “connessioni”, crea virtuose e proficue reti, pari a quelle che sperimentiamo qui alla IUL e delle quali ringrazio davvero tutti

  30. luina ha detto:

    A proposito della scuola finlandese, anni fa ho fatto un progetto Comenius con una scuola di Helsinki e vorrei dire qualcosa in proposito. A fronte di un territorio esteso quanto il nostro (l’Italia, a dire il vero è un pò più piccola) la Finlandia ha 5 milioni di abitanti -gli abitanti della sola Roma- contro i nostri 60 e passa milioni; l’economia è florida perchè ha ottime risorse; investe molto nella scuola perchè non ha settori sociali perennemente in crisi come, per esempio, il nostro sistema sanitario. La scuola ottiene considerevoli risultati proporzionati alle risorse ed alle energie investite; dispone di 20 atenei -sapete quanti ce ne sono in Italia?- per accedere ai quali vi è una severa selezione. Per completezza ricordo che per i primi 6 anni di scuola vi è un docente, nei successivi 3 un docente a materia. Privilegiano il fare, piuttosto che il sapere.
    Infine vi informo che sono ospiti cordiali e la sauna finlandese è una cosa da provare, almeno una volta nella vita.

  31. Flavia Di Maio ha detto:

    Allora ha proprio ragione mio figlio Davide che vuole trasferirsi in Finlandia! E’ da lui infatti che avevo già appreso informazioni di questo tipo (mio figlio ha 21 anni e studia giurisprudenza).
    Che dire: ci trasferiamo in massa ? Non avrebbe molto senso, io dico: lottiamo qui nel nostro paese per avere una scuola migliore. Come? Noi della IUL lo stiamo già facendo. Siamo tutti insegnanti di ruolo, quindi abbiamo affrontato volontariamente molti sacrifici in termini di energie e risorse umane per poter portare avanti questi studi universitari, in cui abbiamo creduto perchè (almeno per quanto mi riguarda) hanno arricchito la nostra professionalità docente, crediamo nel lifelong learning e lavoriamo per una scuola più moderna ed efficiente, applichiamo metodologie basate su cooperative learning, peer education, tutoraggio attivo, ci piace il nostro lavoro e lo portiamo avanti con passione. Tutto ciò potrà incidere positivamente nel sistema scuola? Oppure i grandi cambiamenti partono solo dall’alto? La questione non è di semplice soluzione……….

  32. Giulia Luc ha detto:

    Vorrei essere finlandese! 🙂
    Scherzi a parte, penso che in tutti i paesi la scuola dovrebbe essere al primo posto negli investimenti, e dovrebbero esserci più agevolazioni, come accade appunto in Finlandia, perchè purtroppo anche nella “scuola dell’obbligo” le spese non sono poche. Mi sembra inoltre molto importante la pratica del non dare voti da subito, e l’autovalutazione; da quest’anno, sono stati introdotti i voti “a numero” anche nelle scuole elementari e medie inferiori, e questo ha contribuito, a mio parere, a far nascere un clima di “competizione” tra compagni di classe fino dall’infanzia. Parlo per esperienza personale, avendo un fratello di 9 anni a cui, fino all’anno scorso (e all’inizio di quest’anno, perchè nella sua scuola hanno iniziato a applicare questo metodo di valutazione da gennaio) non interessava assolutamente niente del suo voto o di quello dei compagni e che adesso, invece, comincia a farci caso, a fare confronti..si creano da subito dei meccanismi di competitività che io personalmente ho incominciato ad avvertire alle superiori, e che rendono difficile il creare uno spirito di collaborazione tra compagni di classe. E’ un fatto negativo a tutte le età, se poi si incomincia già a 6 anni…

  33. Danilo ha detto:

    Una scuola così la vorremmo tutti noi! Peccato che sia solo il nostro sistema politico a non essere sensibile a queste cose, l’unico elemento che conta sembra essere quello dei tagli finanziari. Anche qui in Italia ci sono delle persone professionalmente molto valide e impegnate, le quali credono nella qualità dell’apprendimento, manca però il supporto organizzativo decisionale e, a mio avviso, la qualità non può passare attraverso la cruna dei tagli…

  34. elisa ha detto:

    io sono una di quelle persone della blogoclasse che ha espresso resistenza al suo atteggiamento verso la scolarizzazione semplicemente perchè mi è sembrato di leggere nel suo post un’opposizione alla scuola moderna in tutti i suoi aspetti. quello che ho scritto anche nel mio post è che secondo me la scuola ha ancora un suo ruolo, e non credo che quest’idea sia in contrasto con l’esempio della Finlandia, che è di sicuro un’ottimo esempio di scolarizzazione. non a caso si tratta di un paese che conta di uscire dalla crisi economica anche investendo su scuola e ricerca, magari in Italia ci fossero un’opinione pubblica e una classe dirigente che la pensano a questa maniera.

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