Donne e reti

Nella blogoclasse si possono tranquillamente accogliere studenti che appaiono quando il corso è finito non per colpa loro ma a causa delle imperscrutabili organizzazioni delle università italiane.

Accogliamo quindi anche Giulia (Teorie della Comunicazione), come tanti altri, che propone subito una riflessione interessante sul ruolo delle donne nella vita pubblica.

Mi è venuto spontaneo scrivere un commento e poi mi sono accorto che l’immagine che Giulia ha posto in testa al suo blog dice la stessa cosa del mio commento.

Mi piace e riporto tutto qui sotto “rubando” a Giulia l’intestazione del blog …

lisistrata

… voi donne siete molto più di noi uomini “animali di rete”

sapete “fare rete” molto più di noi

potete stabilire e seguire più connessioni

siete infatti notoriamente molto più multitasking di noi

credo che sia legittimo sperare in un miglioramento del mondo se voi lo perfondete

ma lo dovete appunto perfondere e non conquistare

perché se lo conquisterete vorrà solo dire che vi sarete mutate in uomini

e questa forse sarebbe la fine per tutti …

13 thoughts on “Donne e reti

  1. gian francesco ha detto:

    Senza entrare nel vivo della discussione, peraltro molto interessante, vorrei solo fare una breve riflessione. Leggendo ciò che ha detto Andreas:
    <> che condivido pienamente, mi sono ritrovato a pensare che sarebbe interessante indagare su questa innata competenza femminile. Ci porterebbe probabilmente ad un lontanissimo passato quando le donne restavano nell’accampamento o nei pressi a raccogliere vegetali, a badare ai cuccioli e a intessere relazioni sviluppando la comunicazione verbale, il linguaggio, mentre i maschi lontani per la caccia comunicavano, per necessità, a gesti e tornavano orientandosi con facilità. Abilità, due tra le tante, che ritroviamo ancora oggi sviluppate in proporzioni diverse nei due generi.
    Solo un pensiero

  2. Martino Sapaskj ha detto:

    @ romaguido

    E’ vero, è molto riduttiva come visione, come ho precisato nel ps. Però facevo riferimento all’assenza dell’ ISTINTO di pretendere il rispetto della propria identità e dignità civile (istinto che invece il buon Eros fa ardere in tutti nel chiedere la propria autonomia sessuale). Diciamo che mi piacerebbe vedere nelle mie amiche qualche isterismo in più contro la politica che vuole far credere di interessarsi della loro salute, piuttosto che lamentarsi e piagnucolare per il fatto che si sentano spente e non riescano ad aggredire il mondo..

    Quest’ultima espressione è mutuata dalla pagian di facebook di alcune mie amiche.

  3. romaguido ha detto:

    @ Martino

    “E’ come se, […] le donne si fossero sentite “realizzate”, appagate, e per tanto non sentissero il bisogno di entrare in possesso dei pieni diritti civili”.

    – Non ti sembra una visione un po’ riduttiva del fenomeno?.

    “Io vedo in questo ritardo anche una responsabilità delle donne”

    – Anch’io.

  4. Martino Sapaskj ha detto:

    @ Giulia, ma infondo @ tutti!

    La mia più grande paura è la latitanza delle donne. Credo che nessuna affermerebbe mai di sentirsi inferiore ad un uomo, eppure in molte accettano tacitamente lo stato attuale delle cose.
    E’ come se, una volta ottenuta la parità sessuale (di fatto non c’è più in Italia quel controllo moralistico che costringeva l’eros delle donne – e non solo – nelle carceri buie della repressione degli istinti), le donne si fossero sentite “realizzate”, appagate, e per tanto non sentissero il bisogno di entrare in possesso dei pieni diritti civili.

    Ad esempio interessarsi di politica è un dovere di tutti. Ma forse lo è ancor di più per voi, dato che a decidere di noi sono spesso uomini. Cosa hanno fatto le mie amiche ventenni mentre il Parlamento varava una legge (la legge 40, sulla fecondazione assistita) che decideva della salute delle donne, ma che era pensata per piacere al Papa? Porterà la gonnella anche lui, ma non mi pare basti!

    Io vedo in questo ritardo anche una responsabilità delle donne. Un’accettazione silente. Eppure le cose stanno lentamente cambiando. Il “grado” dei posti di lavoro occupati da donne è spesso alto ed il numero di iscritte a medicina è solo un esempio di questa trasformazione.
    L’invito è dunque lottate!!Perchè la parità concessa da altri (cfr. quote rosa) non serve a nessuno.

    ps
    perdonatemi la generalizzazione, ma questo è un “commento”, non un pamphlet!!!

  5. Giulia ha detto:

    L’anno passato ho sostenuto un esame di filosofia teoretica, il programma verteva sulla teoria delle categorie. Definire l’argomento complesso è un eufemismo, ma il fulcro delle lezioni è stato sin da subito cristallino: la centralità dei collegamenti, della rete, quindi l’importanza non delle fondamenta, ma delle “stesse” architetture rintracciabili nelle categorie più disparate(senza, però, cadere nello strutturalismo).
    Con un ampio volo pindarico e molta banalizzazione si potrebbe individuare il ricorrere di relazioni, quindi architetture, analoghe in numerose situazioni sociali, dalla scuola alla politica. L’opinione dei più vuole le donne, rimanendo nella prospettiva categoriale e della rete, come unità sparse tra cui non vi è legame proficuo produttivo: tale situazione probabilmente è vera ( non posso confermarla nè rifiutarla, non avendo statistiche ), ma il focus problematico rimane un altro: come possa concludersi la discriminazione di genere in politica, più generalmente in qualsiasi relazione interpersonale. Non voglio scadere in bieco femminismo, vorrei solo, gettando il cuore oltre l’ostacolo, provare a pensare in modo più ampio ad una reale uguaglianza nel mantenimento delle diversità, biologiche va da sè , ma anche psicologiche.
    Oggi in Italia la donna ottiene e mantiene determinati ruoli politici e amministrativi trasformandosi, nei casi migliori, in dittatore, rifiutando così tutte le sue propensioni “naturali” – appunto – al dialogo, al pathos più che al logos; lo stesso risultato, nel peggiore dei casi, è raggiunto, invece, sfruttando il proprio corpo naturale o artificiale. In entrambe le opzioni, del resto, il paramentro su cui confrontarsi rimane l’uomo, la sua immagine e i suoi desideri.
    Davanti alla strategia bellica maschile il mio genere dovrebbe sempre voltarsi dall’altra parte; ma in un Paese che sembra aver dimenticato la meritocrazia, mi risulta difficile figurarmi un’idea utopica di rete femminile a cui tendere per ottenere un pò di giustizia.

  6. Michela ha detto:

    Non so se quest’inferenza possa essere valida o pertinente, rispetto alle riflessioni che ho letto qui. Tutto questo discorso mi fa pensare a cosa avverrà nella scuola non appena il disegno Gelmini -Aprea diverrà legge. Già in autunno perciò, tra le atre “amenità” (scuole trasformate in fondazioni, chiamata diretta dei Presidi…), verrà istituito lo stato giuridico degli insegnanti. In un ambiente composto prevalentemente da donne, creare delle gerarchie può compromettere il già difficoltoso progetto di realizzare queste reti all’interno della scuola. Se le donne fossero riuscite a dar vita a quella “sorellanza” tanto agognata in epoca femminista, forse ora dominerebbero molti campi. La rivalità, la competizione non giovano di sicuro all’universo femminile, un po’ incline allo sgomitamento, al rampantismo ( va da sè che sono giudizi sommari, vanno fatti salvi tutti gli altri casi). Non oso figurarmi le dinamiche che si scateneranno con la prospettiva di guadagnare un possibile posto al sole, un aumento di stipendio o la conservazione del posto di lavoro; per non parlare di possibili favoritismi…
    Come abbiamo avuto modo di constatare con questo corso, è proprio la mutua collaborazione, la condivisione, la condizione di pariteticità che genera armonie e sinergie tali da produrre qualcosa di nuovo e di nostro.

  7. iamarf ha detto:

    La cultura dominante esprime una visione del mondo segmentata, molto statica, prevalentemente deterministica, alimentata, oltre che da inerzie naturali e facilmente comprensibili in un sistema così complesso come quello sociale, da una rigida corrispondenza fra segmenti e centri di potere.

    È una cultura che non ha ancora interiorizzato il ruolo centrale che le reti giocano in tutti i sistemi biologici, dai microorganismi su su fino ai sistemi sociali.

    Nel corso del 900 la matematica, la fisica, la biologia, l’ecologia, le scienze sociali, la teoria dei sistemi, l’economia e forse altre discipline che ora mi sfuggono hanno riconosciuto il ruolo fondamentale delle reti nella creazione di fenomeni nuovi, hanno riconosciuto alle reti la proprietà dell’emergenza.

    Ma è solo questione di tempo. Il ricorso alle sole organizzazioni gerarchiche sta facendo acqua da tutte le parti, in ogni tipo di attività.

    Credo che si tratti (quasi) solo di avere pazienza.

  8. romaguido ha detto:

    Perfettamente d’accordo sulla perfusione e, strano a dirsi, anche sull’utopia (probabilmente non sarei qui a parlarne, altrimenti); ma sapeste quant’è difficile insistere, resistere, persistere ogni volta che le ombre della citazione di Maria Grazia si materializzano ostacolando il cammnio!

  9. Maria Grazia ha detto:

    La questione è complessa e dolorosa, in un certo qual senso.
    “Siamo pervase dalla nostalgia dell’antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l’ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dietro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti…” [C. P. Estés]
    Sta a noi scorgerla.

  10. iamarf ha detto:

    Forse sì. Credo che per cambiare si debba essere ottimisti. Un’utopia? Credo che senza utopie si finisca col vagolare spinti da ogni minimo refolo di vento. Così i prepotenti se ne approfittano.

    Il metodo del conquistatore è sbrigativo e se ne vedono subito gli effetti ma è superficiale.

    Il metodo della perfusione invece è lento, gli effetti si vedono con il tempo ma sono molto più profondi.

    Posso dimostrare questo? No, mi sembra però che sia vero. Io ci credo.

  11. romaguido ha detto:

    Concordo, sebbene abbia l’impressione che, mentre gli uomini, puntando all’obiettivo, riescono a creare alleanze vincenti, le donne tendano a mortificare la solidarietà femminile a tutto vantaggio di una competitività “intragenere” che ne svilisce l’impegno e ne annienta i risultati.
    Vista in questa ottica, la “conquista” di cui parli, pur non auspicabile, mi sembra rappresentare già un piccolo passo avanti. Sono troppo pessimista?

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