Al margine di alcune vicende elettorali

11 giugno: per errore ieri avevo pubblicato una bozza non definitiva di questo post, mi scuso.

Qualche tempo fa mi trovai a discutere con alcuni colleghi sulla valutazione dei crediti da attribuire alle attività di studio online in un corso universitario. Uno di quei temi dove inevitabilmente ci si trova a fare delle disquisizioni minuziose e puntuali su entità che hanno scarso riscontro pratico con la realtà. Una discussione accademica appunto.

Controllo e valutazione sono elementi fondamentali in ogni tipo di organizzazione.  Per esempio, rimanendo solo per un istante nel campo dell’istruzione, quella della quantificazione è una vera e propria ossessione, iniziando con i voti inflitti ai bambini sin dalla più tenera età sino ai voti universitari che pesano le valutazioni positive con ben 14 valori possibili (da 18 a 30 e lode), per poi giungere alla quantificazione dello studio in crediti che dovrebbe servire a garantire un certo livello di apprendimento e di competenza per poi ridursi ad una mera misura delle ore di lezione.

Eppure, il pensiero che si è dipanato negli ultimi 50 anni nelle scienze attinenti alla formazione ed al suo ruolo nella società che evolve così rapidamente, ha percorso e sta percorrendo vie molto  diverse.

Le valutazioni servono per esercitare il controllo e il controllo è quasi universalmente considerato lo strumento principale per navigare nel mondo. C’è però un equivoco su questo. Ormai nell’immaginario collettivo il mondo è un mondo economico ed ogni attività umana è valutata e immaginata in esso. Invece il mondo nel quale viviamo è molto più grande, comprende il mondo economico ma è molto più grande.

Non è più grande nel solo senso del teatro, dell’ecosistema naturale, che va preservato e mantenuto affinché vi possano avere luogo le gesta dell’umanità. Il mondo vero nel quale viviamo è pervasivamente grande. L’ecosistema non è solo ecosistema di piante e animali, o, in accordo con la teoria Gaia, un ecosistema dove anche il mondo minerale inanimato svolge un ruolo attivo, bensì è un ecosistema che include la comunità umana come comunità sociale e come comunità economica, un ecosistema che include anche il dominio delle idee, il dominio delle culture in altre parole. Un mondo vertiginosamente complesso nel quale non si può escludere che un’idea apparentemente del tutto astratta possa avere influenza sulla popolazione di qualche specie animale e anche il viceversa.

Non si tratta solo di un’immagine, magari giusto suggestiva, ma di una visione che comporta implicazioni molto pratiche e concrete. Gli ecosistemi si distinguono dagli altri sistemi immaginati prima nelle scienze per una nozione precisa e molto importante: la rete. È attraverso l’opera degli studiosi di ecologia che la nozione di rete ha trovato cittadinanza nella scienza intorno agli anni 20 del secolo scorso.

La rete è un sistema particolare, diverso da tutti gli altri. Non è un qualcosa che si possa ridurre ad un meccanismo, cioè qualcosa che possa essere descritto come un incastro ordinato di elementi collegati da relazioni causa-effetto. Qualcosa che si possa descrivere a partire dalla conoscenza dei sottosistemi che lo compongono.

La rete non si progetta e non si costruisce. La rete sorge spontanea e cresce autonomamente. Non si può manovrare. Se ne può avere cura. La rete non si può dividere e smontare. Se si smonta cessa di esistere, se si rimonta non risorge. La rete può avvizzire e può fiorire. La rete è viva.

Sino alla fine del secondo millenio il paradigma dominante di ogni azione organizzata è stato quello del controllo ma l’esercizio del controllo presuppone la logica del meccanismo. La rete non è un meccanismo e non si può controllare. La rete reagisce agli stimoli esterni. Se è sana reagisce bene. Al controllo diretto reagisce eludendolo e se non può eluderlo muore. Si può solo tentare di lavorare a monte sui presupposti che la rendono sana.

È ormai un fatto accertato che vi siano domini strategici per affrontare i quali gli strumenti usuali dell’organizzazione e delle competenze settoriali si stanno rivelando palesemente insufficienti. C’è crescente insoddisfazione sui risultati della formazione; in molti si stanno ponendo la domanda se fra dieci anni le università esisteranno ancora nella forma attuale e taluni sono pronti a scommettere di no. C’è preoccupazione per le quote di successo molto basse di progetti industriali ad alta tecnologia; i progetti costano molto a causa dell’elevata probabilità di insuccesso in termini di obiettivi conseguiti solo parzialmente, di scadenze disattese e di costi corretti al rialzo. C’è disorientamento per l’incapacità delle organizzazioni politiche di raccogliere e rappresentare istanze e aneliti che vadano oltre le banali convenienze del vivere quotidiano; l’incapacità cioè di entrare in contatto con un’anima popolare volta alla cooperazione civile e alla costruzione di un mondo migliore, un’anima che palesemente esiste, considerata la vitalità di fenomeni quale il volontariato o le aggregazioni online, come può essere quella del software open source, solo per fare un esempio.

La complessità del mondo ci sta presentando il conto. Non possiamo più pensare di affrontare le sfide che esso ci pone con le armi spuntate del controllo diretto, della manipolazione, della misurazione di cose non misurabili. Dobbiamo imparare, e per certi versi reimparare, ad ascoltare anziché solo comandare, a coltivare e allevare anziché solo progettare e costruire o istruire, ad addomesticare anziché solo addestrare.

Dobbiamo dare maggiore enfasi all’agire femminile e meno a quello maschile. Questo non significa dare maggiore potere alle donne e misurare quante di esse siano entrate nei parlamenti o nei consigli comunali o nei consigli di amministrazione. Le quote rose sono un tipico parto della mentalità maschile.

La soluzione non è nel trasformare le donne in uomini in un mondo dominato dalla logica maschile, fra l’altro al prezzo di un disagio personale della componente femminile dalle conseguenze difficilmente valutabili ma certo non molto promettenti. La soluzione semmai passa dall’adozione del pensiero e del sentire femminile a livello di istituzioni e organizzazioni.

Non è un discorso teorico bensì è molto concreto. In pratica questo significa esercitare attenzione per le reti, quando esse esistono, e intraprendere azioni rispettose della loro natura viva.

Queste considerazioni si attagliano perfettamente ai recenti accadimenti elettorali. Non si può pensare di coagulare l’interesse popolare mediante la mera manovra delle leve del potere convenzionale e la comunicazione basata sullo svilimento della parola se non l’esercizio spudorato della menzogna.

Questi metodi possono funzionare con coloro che sono sensibili solo alle istanze più banali: più soldi, meno tasse, meno immigrati, meno delinquenza; certo non con quell’amplissima parte di popolazione che percepisce la complessità del mondo e che è animata da aneliti di maggior respiro.

Oggi la tecnologia consente di dare corpo a sentimenti e aspirazioni comuni che difficilmente possono essere colti e interpretati da coloro che il sistema del potere politico seleziona. Le tecnologie necessarie sono oggi ubiquitarie, le abbiamo semplicemente in casa. Le competenze richieste sono minime e alla portata di chiunque. Lo testimoniano gli eventi di social networking che stanno coinvolgendo centinaia di milioni persone in tutto il mondo.

La tesi finale di questo breve scritto è che il potere politico esercitato in modo convenzionale può solo funzionare per raccogliere un consenso assimilabile a quello che, in modo molto sommario, indichiamo con destra.

Il potere politico convenzionale non ha gli strumenti adeguati per coagulare una forma di opposizione. Questa opposizione può invece crescere dalla base, con le modalità della rete, in modo spontaneo.

Come nel mondo dell’attuale istruzione si sta ipotizzando che il luogo della formazione si stia spostando fuori dalle aule scolastiche così forse il luogo dell’esercizio della democrazia si sta spostando fuori dai luoghi e dai momenti cosiddetti istituzionali. Almeno in qualche misura.

Certamente molti si sentono disorientati da una visione del genere e si sentono come mancare il terreno sotto i piedi ma questo è normale. Le novità vere hanno sempre creato sconcerto e, soprattutto, sono emerse spontaneamente senza che nessuno sia mai riuscito a progettarle a tavolino.

Coltivare le connessioni

Ho trasformato la trilogia di post Coltivare le connessioni in un pamphlet dove ho incluso anche i commenti fatti dagli studenti ed altri “contaminatori”.


Coltivare le connessioni (III)

Con questo terzo articolo sul tema Coltivare le connessioni cerco di chiudere il cerchio tornando alla domanda iniziale: “come stare online?”

Nelle aspettative del lettore paziente, ma forse anche nelle mie, c’è probabilmente la conclusione tecnica del discorso: di quali strumenti ci dobbiamo servire e come dobbiamo usarli.

Confesso di averci provato e di avere riscritto vari pezzi per poi buttarli via, uno dietro l’altro. Più che ho tentato di avvicinarmi agli aspetti tecnici e più che me ne sono allontanato.

Abdico quindi, e assumo che questa mia incapacità rappresenti un segnale preciso: il problema non è tecnico. Il problema tecnico non c’è. Sembra che ci sia perché la quantità di tecnologia che ci circonda è tale da creare ansia e togliere lucidità. Un vero e proprio blocco mentale che, unitamente alla scolarizzazione che spaccia l’istruzione per conoscenza, impedisce alla maggioranza delle persone di rendersi conto che oggi per usare internet non c’è da imparare quasi niente.

Dobbiamo solo rendercene conto ed è giusto una questione di testa. Il problema è che l’istruzione non aiuta a liberare la testa. Faccio un esempio banale. Quando mi capita di trovarmi in una riunione dove si ragiona di soluzioni informatiche per l’insegnamento o per l’organizzazione universitaria mi trovo spesso a proporre l’impiego di strumenti privi di costo e disponibili in modo pervasivo come blog, wiki, documenti condivisi o altri strumenti del genere.

L’obiezione tipica che mi viene sollevata è: “Ma noi dovremmo acquisire le competenze e non abbiamo tempo, non si può mica pretendere che ci si metta a fare un corso apposito!”. No di certo, ci mancherebbe, ma quelli che sto proponendo sono strumenti che centinaia di milioni di persone stanno già usando in tutto il mondo.

Ora, se consideriamo che meno di dieci anni fa tali strumenti non esistevano nemmeno, che i neonati, almeno per ora, ad internet non accedono, che molti purtroppo hanno altre gatte da pelare quali malattie, indigenza, fame ed altre piaghe, in pratica, chi rimane? Semplicemente tutti! E quindi, considerato che in tali riunioni incontro prevalentemente persone confortate da alti livelli di istruzione, cosa devo concludere? Forse che studiare e fare carriera nuoce gravemente alla capacità di adattamento? Se questo fosse vero, considerati i mutamenti che ci attendono, allora siamo messi decisamente male!

È una questione di testa e non più di tecnologia perché la “macchina” si è avvicinata, “noi siamo la macchina”. E se è una questione di testa allora recupero dal cestino i vari pezzi che non arrivavano mai alle “istruzioni per l’uso” e li rimetto insieme.

Per coltivare bene le nostre connessioni bisogna pensare all’I care scritto da Don Milani su una porta della scuola di Barbiana. Quella scritta rappresenta una geniale proiezione nel futuro. Non esiste cosa al mondo che non ci concerna perché realtà fisica, ecosistema terrestre, comunità umana, conoscenza sono tessuti sterminati di connessioni [1].

Le “cose”, i “contenuti” si materializzano grazie agli intrecci di queste tessiture e l’esistenza di ogni cosa, ivi compreso ciascuno di noi e soprattutto la mente di ciascuno di noi, esiste e si arricchisce in virtù delle sue connessioni con il resto del mondo. L’I care di Don Milani ci ricorda che il nostro potenziale di esistenza si alimenta unicamente attraverso l’attenzione verso il mondo esterno e la compartecipazione.

Nella scuola di Don Milani infatti scuola e vita coincidevano: la scuola iniziava svegliandosi e finiva addormentandosi educando così i giovani ad un atteggiamento che oggi chiameremmo lifelong learning. Era scuola trasversale dove in ogni discorso ed in qualsiasi momento poteva materializzarsi una connessione, un hyperlink, verso un’altra “materia”. Era scuola fatta dagli studenti, dove colui che si trovava avanti non partiva in fuga bensì utilizzava la propria posizione di vantaggio per dare una mano a chi stava più indietro aiutando anche se stesso perché lo studente che cerca di spiegare ad un altro non perde tempo ma migliora la propria conoscenza [2]. Oggi parliamo di sharing. Era scuola aperta e permeabile al mondo esterno (openness) dove si poteva invitare a parlare chiunque, anche personaggi di rilievo appartenenti al mondo della cultura o della politica. Tuttavia qualunque fossero il rango e il prestigio della persona invitata, questa doveva rispettare il lavoro in corso calandosi nella classe a livello di pari (peering). Era scuola che inviava i propri ragazzi a fare esperienze di lavoro all’estero, in un contesto di apprendimento reale di lingue e culture diverse (acting globally).

La vita online può rivelarsi un’esperienza straordinaria se viene vissuta come i bambini di Don Milani vivevano la sua scuola. Stare online per crescere, per apprendere, in un processo dove colui che apprende è il protagonista che dà forma al proprio ambiente di apprendimento in funzione del progetto che si è prefisso.

Colui che apprende è un uomo che coltiva con amore e pazienza il proprio giardino delle connessioni. Un’immagine che da qualche tempo ha anche una controfigura nel novero delle tecnologie didattiche, sì proprio una controfigura perché l’immagine è tanto ricca quanto fragile mentre l’arena della “mainstream information”, nella quale le tecnologie competono per guadagnarsi l’attenzione dei potenziali mercati, è un luogo rude e sommario. Questa controfigura è il Personal Learning Environment (PLE).

Il PLE è una delle ultime di una lunga serie di invenzioni, ognuna rigorosamente con il proprio acronimo. Probabilmente molti pensano che il PLE sia un’applicazione software, forse un servizio web o comunque una cosa che si usa e che magari si compra ma non è così.

Il PLE è l’ambiente nel quale si vive un’esperienza di apprendimento. Non è un sito, non una piattaforma, non un Content management System (CMS), non un Learning Management System (LMS).

Non è nemmeno una cosa che si trova a scuola, quasi mai, salvo rare e preziose eccezioni. Questa affermazione può sembrare un controsenso perché la scuola dovrebbe essere il luogo dove si va ad imparare ciò che serve per inserirsi nella società. In realtà la scuola istruisce ma non favorisce l’apprendimento. Scrive John Medina [3],un noto ricercatore nel campo della biologia molecolare dello sviluppo:

If you wanted to create an education environment that was directly opposed to what the brain was good at doing, you probably would design something like a classroom.

La vita scolastica si svolge quasi tutta in classe. Il rimanente si svolge a casa ma non cambia niente, ci si siede nuovamente per eseguire una sequenza di compiti preordinati. La rigidità regna sovrana.

Questo modello ha una conseguenza importante per quanto concerne il PLE: è lo stesso per tutti. La scuola propone, anzi impone, un ambiente di apprendimento del tutto non personale, un “Classroom Learning Environment” che si cerca di approssimare ad uno standard comune, uno “School Learning Environment”.

La personalizzazione nei confronti del singolo studente sta quasi tutta nei voti ricevuti che esprimono la sua attitudine ad adattarsi allo “School Learning Environment”, un’attitudine che prima o poi si rivelerà largamente scorrelata dalle attitudini necessarie nella vita reale. Il PLE rappresenta invece l’ambiente di apprendimento personale, necessariamente diverso per ciascuno.

Coloro che si occupano seriamente di innovazione didattica stanno pensando che è l’ora che i professori “escano” dalle loro classi, ormai luoghi di rappresentazione di una realtà molto parziale e sempre più distorta [4], [5] Luoghi dove gli studenti siedono in ottemperanza ai regolamenti scolastici mentre con la mente sono altrove, perennemente connessi con il mondo esterno, con il proprio ambiente personale, il proprio “personal environment”, che è cosa diversa dal “personal learning environment”.

Si può dire tutto il male che si vuole di questo fenomeno, e probabilmente spesso con ottime ragioni, ma limitarsi a condannarlo vale poco. I fenomeni di massa quando si verificano ci sono e basta e questo è di dimensione planetaria. Tanto vale rimboccarsi le maniche affrontando la novità in modo positivo.

Per iniziare proviamo a ragionare in modo non negativo. I giovani non stanno così tanto online perché sono scapestrati o degenerati ma perché così fanno i cittadini della società della conoscenza e la nostra società si sta trasformando rapidamente nella società della conoscenza.

È necessario intendersi su questo termine. Società della conoscenza non significa che i suoi cittadini siano sapienti bensì che la conoscenza sia distribuita in modo pervasivo e facilmente accessibile a chiunque in contrasto col passato quando la conoscenza era scarsamente accessibile e confinata in luoghi circoscritti. Non solo la conoscenza è disponibile a chiunque ma chiunque può contribuire a produrla. L’autorità che deriva dalla produzione di conoscenza è negoziata continuamente mediante la discussione e la partecipazione; prima l’autorità era garantita esclusivamente dal ruolo in un’organizzazione accreditata e caratterizzata da una struttura gerarchica.

Sicuramente molti storceranno il naso di fronte ad una simile visione. Non stiamo tuttavia dicendo che il nuovo tipo di autorità sostituirà quello tradizionale ma solo che il concetto di autorità si sta diversificando. I manager dell’IBM hanno mostrato di averlo capito perfettamente quando nel 2001 hanno finanziato l’introduzione di Linux nei loro sistemi per poi reintrodurre due anni dopo nell’arena del software open source brevetti per un valore di 40 milioni di dollari. Operazioni simili sono state condotte da altre grande aziende in settori molto diversi, mutatis mutandis, ottenendo dei clamorosi successi, assolutamente imprevedibili, secondo i canoni di giudizio convenzionali.

Alla base di operazioni del genere c’è il riconoscimento implicito dell’esistenza di una sorta di “autorità distribuita” nella rete e, in secondo luogo, la liberazione di una certa quota della proprietà intellettuale dell’azienda a fronte di un maggior ritorno dalla rete, identificata come il substrato necessario per un ecosistema economico vitale.

Oggi la conoscenza è disponibile ovunque e non si tratta solo di mera informazione. Se si trattasse solo di questo sarebbe giusto una questione di quantità come probabilmente si ritiene nell’opinione pubblica dove internet viene assimilata ad un immenso repositorio di informazioni, privo di qualsiasi ordine, nel quale non ci può essere nessuna speranza di estrarre il buono da un oceano di mediocrità.

La grande novità invece è di natura qualitativa: mentre prima le masse potevano fruire dell’informazione solo attraverso i media oggi le masse possono esprimersi.

Come sempre di fronte al nuovo il mondo si spacca fra scettici e entusiasti. Gli scettici sono certamente indignati di fronte alla libera diffusione di opinioni che non sono sottoposte a nessun tipo di vaglio e non possono che considerare internet come un luogo dove sciatteria e moltitudine si uniscono in un connubio devastante.

Tuttavia dovremmo ormai aver capito che mai una novità presenta una faccia sola e certamente devono esistere degli aspetti positivi, si tratta solo di coglierli e lavorarci. Siamo unicamente noi con le nostre azioni che possiamo dar valore agli strumenti, di per sé ne buoni ne cattivi.

Le masse possono esprimersi perché chiunque può scrivere i propri pensieri, proporre le proprie immagini, i propri suoni, commentare i contenuti degli altri, classificarli, chiedere aiuto per risolvere un problema, trovare la soluzione al problema di un altro e via dicendo. Inoltre oramai non sono solo gli individui a cooperare attivamente alla produzione di conoscenza in internet ma anche le aziende e perfino alcune aziende di grandissime dimensioni, quali per esempio IBM, Procter & Gamble, Goldcorp.

Il fatto che internet stia diventando molto rapidamente il luogo naturale della conoscenza rappresenta una straordinaria opportunità per fare un’operazione che avremmo dovuto compiere già da tempo: trasformare il “personal environment” in un PLE.

La missione della scuola in questa fase di turbolenta transizione verso la società della conoscenza dovrebbe proprio essere questa: educare i cittadini a considerare il proprio “personal environment” come un PLE.

Qui, per evitare il potere d’attrazione dei luoghi comuni, in particolare che l’attenzione si focalizzi tutta sulla tecnologia vorrei però fare un altro passo indietro, di quasi due secoli.

Giacomo Leopardi aveva un PLE?

Sembra una domanda folle con una risposta banale: certo che no, come avrebbe potuto senza computer, reti, feed …

E invece sì, Giacomo Leopardi aveva un PLE, cioè, aveva il proprio giardino di connessioni e lo sapeva coltivare anche molto bene!

Giacomo Leopardi disponeva della biblioteca realizzata dal padre Monaldo, una circostanza straordinaria che consentì a Giacomo ed ai suoi fratelli di poter stabilire innumerevoli connessioni con autori di tutto il mondo e di tutte le epoche.

Non si tratta ovviamente di connessioni elettroniche ma questo è un fatto marginale perché il valore di una connessione sta nella parte di mondo che essa può svelare né devono parere limitate le connessioni con vite del passato. Ricordo come nel corso online Connectivism & Connective Knowledge, abbia avuto luogo una divertente discussione scaturita dalla domanda: si possono avere connessioni con i morti?

La connessione con un autore del passato sembra avere il limite di essere a senso unico perché l’autore non può rispondere ma non è proprio così. Frugare a più riprese nell’opera e nella biografia di un autore amato è qualcosa che assomiglia molto ad un dialogo.

Come possiamo quindi negare che Giacomo Leopardi avesse un suo PLE, anche se sotto forma di una biblioteca e di un padre tutto dedito a tenerla viva per i figli, una sorta di internet ante litteram. Come avrebbe potuto scrivere a 15 anni la Storia della Astronomia [6] se il padre Monaldo non avesse scritto al cognato che si trovava a Roma:

È smanioso di leggere la storia dell’astronomia di Giovanni Federico Weidler. La ha cercata inutilmente in provincia. Vi prego di ricercarla costì e di ottenerla a qualunque prezzo, e, se non può comprarsi, ottenetela almeno in prestito per poco tempo.

Tuttavia, anche la biblioteca e l’attenzione paterna, per quanto costituissero una circostanza straordinaria, sarebbero state insufficienti per costituire un PLE in grado di giustificare l’opera di Leopardi. La piazza davanti a casa e la vita che vi si svolgeva sono stati elementi fondamentali del suo PLE. La casa antistante dalla quale udiva cantare Teresa Fattorini, le strade di Recanati, le immagini e i suoni del popolo operoso, la vita nei campi circostanti la via per la dimora estiva formarono una trama di connessioni senza le quali non avremmo potuto conoscere le sue poesie più belle.

Tutto questo era il PLE di Leopardi. Certo, un PLE eccezionale, straordinario, coltivato con passione e tenacia per tutta la vita. Ma tutti gli uomini hanno avuto il loro PLE. Tutti gli uomini, sempre, anche Lucy, vissuta più di 3 milioni di anni fa, aveva il suo PLE ed era anche molto importante che lo coltivasse per bene per ridurre le probabilità di essere mangiata dalla prima fiera di passaggio.

In cosa si differenzia quindi il PLE che tutti gli esseri viventi si formano durante la loro vita da quello dell’era di internet? In poco e niente nella sostanza ma in molto nelle potenzialità.

Leopardi fu fortunato (a questo riguardo) rispetto ai suoi contemporanei per la disponibilità eccezionale di connessioni di cui godette. Ecco, noi siamo egualmente fortunati. Avere internet a disposizione è come avere la biblioteca di Monaldo, anzi, forse è molto di più.

Le connessioni fornite dalla sua biblioteca erano quasi tutte con i morti, quelle vive doveva cercarsele primariamente nella vita agreste che lo circondava. Noi in internet possiamo stabilire connessioni di tutti i tipi, con personaggi del passato ma anche con persone vive. Anche con quelle persone con le quali potremmo avere grande comunanza di idee, passioni e intenti e che non avremmo mai potuto raggiungere altrimenti.

Chissà cosa non avrebbe pagato Leopardi per raggiungere altri spiriti affini, allorché quelle stanze che prima avevano rappresentato una fantastica fonte di connessioni, col passare degli anni si rivelarono una prigione dorata.

Spero a questo punto di avere descritto con sufficiente chiarezza il PLE, ingrassando il freddo acronimo con l’adeguata ricchezza e profondità del concetto che rappresenta. Se il lettore mi assicura di non dimenticare tale ricchezza possiamo azzardarci a dire che dal punto di vista tecnico, per quanto concerne internet, il PLE non è altro che un mazzetto di feed mantenuti in un aggregatore, vale a dire un apposito servizio web che chiunque può imparare ad usare in pochi minuti. I feed non sono altro che degli indirizzi internet che ogni sito web offre e che, una volta introdotti nel proprio aggregatore, consentono di appurare in qualsiasi momento in quali siti fra quelli messi nel mazzo ci sia qualcosa di nuovo. Un meccanismo estremamente semplice che consente di tenere agevolmente traccia di un gran numero di fonti.

Ecco, questo è il topolino che ho partorito, mi pare che di tecnico non ci sia molto altro a dire.

Semmai, il meccanismo è talmente semplice che si corre il rischio di superare facilmente la soglia di ciò che si può seguire ragionevolmente. Forse che questo non succede abitualmente per tutte le altre nostre connessioni? È interessante quanto scrive in proposito Carlo Columba:

Ho scoperto poi che il proprio PLE non è tracciabile una volta per tutte! Se si volesse tracciare per l’intero corso della propria esistenza attiva verrebbe fuori qualcosa di gigantesco e richiederebbe una quantità di tempo sproporzionata. Di qui la decisione di concentrare l’attenzione sul PLE “attuale”, quello dell’ultimo anno ad esempio. Magari l’anno prossimo ne farò un altro, certamente diverso dal presente.

Proprio così, l’anno prossimo sarà diverso ma già fra un mese sarà un po’ cambiato. Il modo con cui Carlo ha schematizzato il proprio PLE è interessante ma sarebbe un errore assumere che sia il modo “giusto”. Non esiste il modo giusto. La rappresentazione grafica del PLE di Carlo è interessante ma è il suo modo giusto.

Ognuno ha il proprio PLE ed il suo modo di immaginarlo in ogni dato momento, l’importante è che si abbia la percezione della sua importanza e si impari ad averne cura. Per esempio io lo immagino suddiviso in categorie che sono distinte in base alla natura emotiva delle connessioni. Provo a farne una fotografia limitandomi alle connessioni che concernono ciò che sto scrivendo.

Ci sono le connessioni con coloro che potrei chiamare fratelli maggiori o maestri che aumentano con il tempo ma non si dimenticano mai. Queste danno la luce che serve ad illuminare le altre. Poi ci sono quelle con i compagni di viaggio o di scuola, quelle con i fratelli minori, gli studenti per esempio, come foglie che ad ogni stagione si rinnovano, e infine le connessioni con il proprio ambiente, le proprie radici.

Fra i fratelli maggiori, i punti cardinali online sono personaggi ai quali mi sento molto vicino e che spesso esprimono o stanno realizzando ciò che io intuisco o accenno solamente. Sono coloro che si tende a seguire perché si immagina che siano sulle tracce giuste. Hanno tutti in comune il fatto di essere “poco accademici”, certamente nel senso che intendiamo nel nostro paese. Sono esempi di folli come quelli descritti nel video Think different, cioè di persone che non sono prigioniere dei propri ruoli e del proprio status quando si tratta di cogliere l’occasione di cambiare qualcosa in bene.

Stephen Downes, è un ricercatore canadese che si occupa di “online learning”, nuovi media, pedagogia e relativi aspetti di natura filosofica. Clay Burrel è un’insegnante americano che insegna inglese da otto anni in scuole internazionali asiatiche. Michael Wesch, un professore di antropologia culturale presso la Kansas University. Sia Burrel che Wesch sono molto noti per l’interesse dei loro esperimenti didattici. David Wiley, professore di Instructional Psychology and Technology alla Brigham Young University, si occupa di Open Educational Resources.

I punti cardinali offline sono autori contemporanei. Per esempio Fritjof Capra [1], che ho riscoperto grazie al corso online sul connettivismo e dal cui lavoro sto attingendo a piene mani. Oppure il regista Mike Figgis, il quale in “Digital Film-Making” scrive [7]:

Unless you create an environment where people enjoy the working experience, the chances of making a good film are minimal … In making my films, I’ve made it my business to make the actors to feel engaged with the camera.

Credo che il valore di questa affermazione sia universale, mutatis mutandis. Potrei dire, parafrasando, che “unless you create an environment where students enjoy the learning experience, the chances of achieving significant learning are minimal … In making my courses, I’ve made it my business to make the students to feel engaged with their learning.”

Con i punti cardinali del passato la faccenda si fa complicata perché sono troppi! Mi limito a quelli che sono emersi spontaneamente in questo articolo e che quindi non hanno bisogno di essere esplicitati ulteriormente: Leopardi, Pirandello, Don Milani.

I compagni di viaggio sono persone che ho incontrato condividendo esperienze di apprendimento e che navigano, magari in maniere diverse, puntando verso direzioni molto simili. Sono tutte persone che ho conosciuto in rete ma con alcune di queste ci siamo poi conosciuti personalmente, dalla stretta di mano e due chiacchere alle orecchiette cucinate insieme, all’incontro in un ristorante, alla collaborazione in esperimenti didattici e nella pubblicazione di articoli.

Spesso splendide e profonde relazioni umane, connessioni vivissime nate e per lo più sviluppate in rete. Fondamentali per non sentirsi soli.

Anche gli studenti concorrono a formare il mio PLE, anzi una parte importante di esso. Come dire che io dai miei studenti imparo moltissimo. Le migliaia di blog che attraverso rappresentano uno straordinario crogiuolo di umanità e serendipità.

Fra gli studenti vi sono tutti quelli che popolano le blogoclassi di questo semestre ma anche le blogoclassi dei semestri precedenti, seppur più sullo sfondo e attenuandosi col passare del tempo. Tuttavia alcuni di questi studenti finiscono poi per entrare nel novero dei compagni di viaggio, dei miei amici.

C’è poi un ramo di connessioni recenti o latenti, potrei dire in incubazione, le uniche che puntano a siti anziché a persone. Sono in incubazione perché sospetto che prima o poi possano schiudersi rivelando la presenza di un amico e magari poi di un compagno di viaggio.

Infine ci sono le connessioni con il proprio ambiente, con le persone con le quali vivo, con i miei animali o con le mie piante. Prendersi cura di un animale insegna tantissimo. Osservandoli e cercando di capirne i comportamenti si impara moltissimo riguardo agli umani ed al loro rapporto con l’inesorabile mutare delle cose.

Ho voluto descrivere il mio PLE, uno come tanti, limitatamente al tema di questo discorso ma includendo ogni tipo di connessioni quali libri, conoscenze personali o magari ricordi affiorati improvvisamente e percepiti in una nuova luce. Solo così ha senso parlare di PLE e solo così si può capire l’enorme potenziale positivo delle connessioni online.

Per questo ho espanso un poco la connessione con Don Milani nella rappresentazione grafica del PLE. Venni a conoscenza della sua opera grazie ad un amico, circa trent’anni fa. Mi misi a leggere i suoi scritti e quando arrivai a “Lettera a una professoressa” rimasi folgorato. Quel libro mi fece riaffiorare alla memoria un brano della mia adolescenza con una chiarezza abbagliante, come se all’improvviso potessi vedere nitidamente attraverso uno squarcio praticato nella tela che offusca i ricordi.

Io ero esattamente uno dei 30000 Pierini dell’anno! Precisamente uno di quelli della classe del ‘55. Figlio del dottore. Proprio uno di quelli mandati a scuola un anno in anticipo saltando la prima e entrando direttamente nella seconda a sei anni. Improvvisamente mi fu chiaro tutto il fastidio che avevo provato sin dalle elementari per la scuola.

Ero un tipo orgoglioso. Se c’era una cosa che mi faceva uscire dai gangheri era quella di scoprire che i miei risultati erano viziati invece era proprio così! C’era un trucco, non stavo giocando ad armi pari con i miei compagni di scuola. Questo faceva di me un diverso.

Recitava il libretto scolastico alla fine delle elementari (1965): “… in particolare lo attraggono le discipline scientifiche riguardo alle quali ha modo di soddisfare le sue curiosità anche ricorrendo alla biblioteca dei genitori che lo seguono con attenzione e amore nello studio …”.

Avevano addirittura messo per iscritto ciò che io ritenevo un vantaggio indebito!

Ricordo perfettamente i nomi di molti dei miei compagni di scuola e di giochi per i quali non c’era verso di superare i filtri scolastici, uguali per tutti, laddove le condizioni al contorno erano smaccatamente diseguali.

Il mio bisogno primario era quello di essere integrato nel gruppo mentre quello di andare bene a scuola era secondario. Fu così che un anno dopo, in seconda media, ero diventato uno degli alunni più turbolenti della scuola e fui spedito a casa e sospeso tre volte in un anno. Il capo chino, accompagnato dal custode a casa, la madre incredula, tutti increduli … ma che succede a questo ragazzo, così educato, di buona famiglia … Semplice, avevo bisogno di sentirmi come gli altri che palesemente avevano meno fortuna di me. Stavo cercando di guadagnarmi un po’ di giusta sfortuna.

Leggendo “Lettera ad una professoressa” circa vent’anni dopo riconobbi il valore di quella bruciante denuncia, che prima non avrei saputo descrivere ma della quale avevo assaporato direttamente la verità, dalla parte di Pierino. Tutt’oggi detesto le diatribe intellettuali sul rapporto fra Don Milani e il 68 o disquisizioni simili. Quella che lui aveva criticato era una scuola fatta per pochi e come tale disattendeva in modo clamoroso la propria missione sociale.

Un paio d’anni fa, ho scoperto per caso le pagine Web di Schikshantar, un istituto di ricerca che si propone di ripensare radicalmente la formazione in India:

After fifty years of so-called development efforts, and despite great scientific advancements, India (and the rest of the world) finds itself mired in a paralyzing socio-cultural, environmental and spiritual crisis – overwhelming in its scale, intensity and rate of growth.

While education has been framed as the cure to this crisis, in reality, the factory model of schooling is part of the problem. Around the world, education systems have become commercialized ‘businesses’ which serve to stratify society, glorify militarism, devalue local knowledge systems and languages, manufacture unsustainable wants, breed discontent and frustration, stifle creativity, motivation and expression, and dehumanize communities. The 19th-century model of factory-schooling today stands in the way of building organic learning societies for the 21st century.

Fra queste pagine ho scoperto anche che si può scaricare liberamente una traduzione in inglese (pdf) di Lettera ad una professoressa [8] con una bellissima postfazione di Lord Boyle of Handsworth, già membro della British House of Commons e già Minister of Education del Regno Unito, una postfazione scritta nel 1970 in forma di lettera da un ex ministro di una delle più vecchie democrazie alla “Dear School of Barbiana”, una scuola non istituzionale, fatta ad una ventina di figli di contadini da un prete emarginato in odore di simpatie comuniste.

C’è molto da imparare qui per un paese che vent’anni dopo esprime un ”dibattito culturale” nel quale appare un articolo intitolato “Don Milani, che mascalzone” (Sebastiano Vassalli, La Repubblica, 30 giugno 1992) [8].

Poco dopo, partecipando al corso online sulle Open Educational Resources tenuto da David Wiley nell’autunno 2007, mi capitò di suggerire una riflessione sulla vicenda di Barbiana nel contesto di una serie di considerazioni sul diritto allo studio nei paesi del terzo mondo e sulle relazioni di questo con il godimento dei diritti umani. David Wiley apprezzò molto questo suggerimento ed è una cosa bellissima che con poco sia stato possibile far risuonare la storia di Barbiana così lontano e in un contesto così rilevante e pertinente.

In ultimo, vorrei ricordare come quattro concetti, menzionati poco più su in questo scritto a proposito della scuola di Barbiana, openness, sharing, peering e acting globally, siano i quattro elementi fondamentali sui cui si incardina la Wikinomics, l’economia che sfrutta la collaborazione di massa. Quattro concetti emersi naturalmente nelle attività di Barbiana che ritroviamo nei piani strategici delle divisioni Research & Development delle più grandi multinazionali del mondo!

Connessioni online e offline, connessioni con il passato e con il presente tutte si intrecciano in continuazione a formare un intricato tessuto nel quale le nostre menti stanno sospese a ricarmarlo e a nutrirsene al tempo stesso. Uno dei tanti strati di tessuto mobile che la Natura impiega per creare forme sempre più complesse.

La facilità di stabilire connessioni online è un’opportunità straordinaria ma che è possibile cogliere solo trasformando il proprio atteggiamento verso il mondo esterno, fisico e online, in un atteggiamento di continuo apprendimento. Di converso, il vero apprendimento deriva proprio dalla capacità di cogliere connessioni, come ha osservato il Presidente Václav Havel nel discorso di apertura al Forum 2000 di Praga:

Education is the ability to perceive the hidden connections between phenomena.


[1] Capra, Fritjof, The Web of Life, Flamingo, London, 1997

[2] Vale la pena a questo proposito citare il caso della Finlandia che ha surclassato tutti gli altri paesi nei ranking PISA (leggetevi un po’ il sommario dei risultati) relativo alla qualità dell’insegnamento nella scuola secondaria. Commentano i finlandesi: “According to the survey, the strength of the Finnish school system is that it guarantees equal learning opportunities regardless of social background. Instead of comparison between pupils, the focus is on supporting and guiding pupils with special needs. Very few children need to repeat grades.” In Italia, dove ci classifichiamo agli ultimi posti del ranking PISA, abbiamo paura che i bambini degli immigrati riducano le “performances” dei nostri figli.

[3] Medina, John, pag. 5, Brain Rules, Pear Press, Seattle, 2008

[4] Michael Wesch ha scritto recentemente un bell’articolo a riguardo. Michael Wesch è noto in tutto il mondo per gli esperimenti didattici di grande interese che sta realizzando con i suoi studenti. È professore di antropologia culturale pressa la Kansas University. Nel 2008 è stato insignito del National Professor of the Year Award dalla Carnegie Foundation.

[5] Abbott John and MacTaggart’s Heather, Overschooled but Undereducated: Society’s Failure to Understand Adolescence, Continuum Books, London, in stampa: è disponibile l’introduzione.

[6] Leopardi Giacomo, Hack Margherita, Storia dell’Astronomia, Edizioni dell’Altana, Roma, 2002.

[7] Figgis, Mike, Digital Film-Making, p. 104, Faber and Faber, London, 2007

[8] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, quarant’anni dopo, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2007.

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