Coltivare le connessioni (III)

Con questo terzo articolo sul tema Coltivare le connessioni cerco di chiudere il cerchio tornando alla domanda iniziale: “come stare online?”

Nelle aspettative del lettore paziente, ma forse anche nelle mie, c’è probabilmente la conclusione tecnica del discorso: di quali strumenti ci dobbiamo servire e come dobbiamo usarli.

Confesso di averci provato e di avere riscritto vari pezzi per poi buttarli via, uno dietro l’altro. Più che ho tentato di avvicinarmi agli aspetti tecnici e più che me ne sono allontanato.

Abdico quindi, e assumo che questa mia incapacità rappresenti un segnale preciso: il problema non è tecnico. Il problema tecnico non c’è. Sembra che ci sia perché la quantità di tecnologia che ci circonda è tale da creare ansia e togliere lucidità. Un vero e proprio blocco mentale che, unitamente alla scolarizzazione che spaccia l’istruzione per conoscenza, impedisce alla maggioranza delle persone di rendersi conto che oggi per usare internet non c’è da imparare quasi niente.

Dobbiamo solo rendercene conto ed è giusto una questione di testa. Il problema è che l’istruzione non aiuta a liberare la testa. Faccio un esempio banale. Quando mi capita di trovarmi in una riunione dove si ragiona di soluzioni informatiche per l’insegnamento o per l’organizzazione universitaria mi trovo spesso a proporre l’impiego di strumenti privi di costo e disponibili in modo pervasivo come blog, wiki, documenti condivisi o altri strumenti del genere.

L’obiezione tipica che mi viene sollevata è: “Ma noi dovremmo acquisire le competenze e non abbiamo tempo, non si può mica pretendere che ci si metta a fare un corso apposito!”. No di certo, ci mancherebbe, ma quelli che sto proponendo sono strumenti che centinaia di milioni di persone stanno già usando in tutto il mondo.

Ora, se consideriamo che meno di dieci anni fa tali strumenti non esistevano nemmeno, che i neonati, almeno per ora, ad internet non accedono, che molti purtroppo hanno altre gatte da pelare quali malattie, indigenza, fame ed altre piaghe, in pratica, chi rimane? Semplicemente tutti! E quindi, considerato che in tali riunioni incontro prevalentemente persone confortate da alti livelli di istruzione, cosa devo concludere? Forse che studiare e fare carriera nuoce gravemente alla capacità di adattamento? Se questo fosse vero, considerati i mutamenti che ci attendono, allora siamo messi decisamente male!

È una questione di testa e non più di tecnologia perché la “macchina” si è avvicinata, “noi siamo la macchina”. E se è una questione di testa allora recupero dal cestino i vari pezzi che non arrivavano mai alle “istruzioni per l’uso” e li rimetto insieme.

Per coltivare bene le nostre connessioni bisogna pensare all’I care scritto da Don Milani su una porta della scuola di Barbiana. Quella scritta rappresenta una geniale proiezione nel futuro. Non esiste cosa al mondo che non ci concerna perché realtà fisica, ecosistema terrestre, comunità umana, conoscenza sono tessuti sterminati di connessioni [1].

Le “cose”, i “contenuti” si materializzano grazie agli intrecci di queste tessiture e l’esistenza di ogni cosa, ivi compreso ciascuno di noi e soprattutto la mente di ciascuno di noi, esiste e si arricchisce in virtù delle sue connessioni con il resto del mondo. L’I care di Don Milani ci ricorda che il nostro potenziale di esistenza si alimenta unicamente attraverso l’attenzione verso il mondo esterno e la compartecipazione.

Nella scuola di Don Milani infatti scuola e vita coincidevano: la scuola iniziava svegliandosi e finiva addormentandosi educando così i giovani ad un atteggiamento che oggi chiameremmo lifelong learning. Era scuola trasversale dove in ogni discorso ed in qualsiasi momento poteva materializzarsi una connessione, un hyperlink, verso un’altra “materia”. Era scuola fatta dagli studenti, dove colui che si trovava avanti non partiva in fuga bensì utilizzava la propria posizione di vantaggio per dare una mano a chi stava più indietro aiutando anche se stesso perché lo studente che cerca di spiegare ad un altro non perde tempo ma migliora la propria conoscenza [2]. Oggi parliamo di sharing. Era scuola aperta e permeabile al mondo esterno (openness) dove si poteva invitare a parlare chiunque, anche personaggi di rilievo appartenenti al mondo della cultura o della politica. Tuttavia qualunque fossero il rango e il prestigio della persona invitata, questa doveva rispettare il lavoro in corso calandosi nella classe a livello di pari (peering). Era scuola che inviava i propri ragazzi a fare esperienze di lavoro all’estero, in un contesto di apprendimento reale di lingue e culture diverse (acting globally).

La vita online può rivelarsi un’esperienza straordinaria se viene vissuta come i bambini di Don Milani vivevano la sua scuola. Stare online per crescere, per apprendere, in un processo dove colui che apprende è il protagonista che dà forma al proprio ambiente di apprendimento in funzione del progetto che si è prefisso.

Colui che apprende è un uomo che coltiva con amore e pazienza il proprio giardino delle connessioni. Un’immagine che da qualche tempo ha anche una controfigura nel novero delle tecnologie didattiche, sì proprio una controfigura perché l’immagine è tanto ricca quanto fragile mentre l’arena della “mainstream information”, nella quale le tecnologie competono per guadagnarsi l’attenzione dei potenziali mercati, è un luogo rude e sommario. Questa controfigura è il Personal Learning Environment (PLE).

Il PLE è una delle ultime di una lunga serie di invenzioni, ognuna rigorosamente con il proprio acronimo. Probabilmente molti pensano che il PLE sia un’applicazione software, forse un servizio web o comunque una cosa che si usa e che magari si compra ma non è così.

Il PLE è l’ambiente nel quale si vive un’esperienza di apprendimento. Non è un sito, non una piattaforma, non un Content management System (CMS), non un Learning Management System (LMS).

Non è nemmeno una cosa che si trova a scuola, quasi mai, salvo rare e preziose eccezioni. Questa affermazione può sembrare un controsenso perché la scuola dovrebbe essere il luogo dove si va ad imparare ciò che serve per inserirsi nella società. In realtà la scuola istruisce ma non favorisce l’apprendimento. Scrive John Medina [3],un noto ricercatore nel campo della biologia molecolare dello sviluppo:

If you wanted to create an education environment that was directly opposed to what the brain was good at doing, you probably would design something like a classroom.

La vita scolastica si svolge quasi tutta in classe. Il rimanente si svolge a casa ma non cambia niente, ci si siede nuovamente per eseguire una sequenza di compiti preordinati. La rigidità regna sovrana.

Questo modello ha una conseguenza importante per quanto concerne il PLE: è lo stesso per tutti. La scuola propone, anzi impone, un ambiente di apprendimento del tutto non personale, un “Classroom Learning Environment” che si cerca di approssimare ad uno standard comune, uno “School Learning Environment”.

La personalizzazione nei confronti del singolo studente sta quasi tutta nei voti ricevuti che esprimono la sua attitudine ad adattarsi allo “School Learning Environment”, un’attitudine che prima o poi si rivelerà largamente scorrelata dalle attitudini necessarie nella vita reale. Il PLE rappresenta invece l’ambiente di apprendimento personale, necessariamente diverso per ciascuno.

Coloro che si occupano seriamente di innovazione didattica stanno pensando che è l’ora che i professori “escano” dalle loro classi, ormai luoghi di rappresentazione di una realtà molto parziale e sempre più distorta [4], [5] Luoghi dove gli studenti siedono in ottemperanza ai regolamenti scolastici mentre con la mente sono altrove, perennemente connessi con il mondo esterno, con il proprio ambiente personale, il proprio “personal environment”, che è cosa diversa dal “personal learning environment”.

Si può dire tutto il male che si vuole di questo fenomeno, e probabilmente spesso con ottime ragioni, ma limitarsi a condannarlo vale poco. I fenomeni di massa quando si verificano ci sono e basta e questo è di dimensione planetaria. Tanto vale rimboccarsi le maniche affrontando la novità in modo positivo.

Per iniziare proviamo a ragionare in modo non negativo. I giovani non stanno così tanto online perché sono scapestrati o degenerati ma perché così fanno i cittadini della società della conoscenza e la nostra società si sta trasformando rapidamente nella società della conoscenza.

È necessario intendersi su questo termine. Società della conoscenza non significa che i suoi cittadini siano sapienti bensì che la conoscenza sia distribuita in modo pervasivo e facilmente accessibile a chiunque in contrasto col passato quando la conoscenza era scarsamente accessibile e confinata in luoghi circoscritti. Non solo la conoscenza è disponibile a chiunque ma chiunque può contribuire a produrla. L’autorità che deriva dalla produzione di conoscenza è negoziata continuamente mediante la discussione e la partecipazione; prima l’autorità era garantita esclusivamente dal ruolo in un’organizzazione accreditata e caratterizzata da una struttura gerarchica.

Sicuramente molti storceranno il naso di fronte ad una simile visione. Non stiamo tuttavia dicendo che il nuovo tipo di autorità sostituirà quello tradizionale ma solo che il concetto di autorità si sta diversificando. I manager dell’IBM hanno mostrato di averlo capito perfettamente quando nel 2001 hanno finanziato l’introduzione di Linux nei loro sistemi per poi reintrodurre due anni dopo nell’arena del software open source brevetti per un valore di 40 milioni di dollari. Operazioni simili sono state condotte da altre grande aziende in settori molto diversi, mutatis mutandis, ottenendo dei clamorosi successi, assolutamente imprevedibili, secondo i canoni di giudizio convenzionali.

Alla base di operazioni del genere c’è il riconoscimento implicito dell’esistenza di una sorta di “autorità distribuita” nella rete e, in secondo luogo, la liberazione di una certa quota della proprietà intellettuale dell’azienda a fronte di un maggior ritorno dalla rete, identificata come il substrato necessario per un ecosistema economico vitale.

Oggi la conoscenza è disponibile ovunque e non si tratta solo di mera informazione. Se si trattasse solo di questo sarebbe giusto una questione di quantità come probabilmente si ritiene nell’opinione pubblica dove internet viene assimilata ad un immenso repositorio di informazioni, privo di qualsiasi ordine, nel quale non ci può essere nessuna speranza di estrarre il buono da un oceano di mediocrità.

La grande novità invece è di natura qualitativa: mentre prima le masse potevano fruire dell’informazione solo attraverso i media oggi le masse possono esprimersi.

Come sempre di fronte al nuovo il mondo si spacca fra scettici e entusiasti. Gli scettici sono certamente indignati di fronte alla libera diffusione di opinioni che non sono sottoposte a nessun tipo di vaglio e non possono che considerare internet come un luogo dove sciatteria e moltitudine si uniscono in un connubio devastante.

Tuttavia dovremmo ormai aver capito che mai una novità presenta una faccia sola e certamente devono esistere degli aspetti positivi, si tratta solo di coglierli e lavorarci. Siamo unicamente noi con le nostre azioni che possiamo dar valore agli strumenti, di per sé ne buoni ne cattivi.

Le masse possono esprimersi perché chiunque può scrivere i propri pensieri, proporre le proprie immagini, i propri suoni, commentare i contenuti degli altri, classificarli, chiedere aiuto per risolvere un problema, trovare la soluzione al problema di un altro e via dicendo. Inoltre oramai non sono solo gli individui a cooperare attivamente alla produzione di conoscenza in internet ma anche le aziende e perfino alcune aziende di grandissime dimensioni, quali per esempio IBM, Procter & Gamble, Goldcorp.

Il fatto che internet stia diventando molto rapidamente il luogo naturale della conoscenza rappresenta una straordinaria opportunità per fare un’operazione che avremmo dovuto compiere già da tempo: trasformare il “personal environment” in un PLE.

La missione della scuola in questa fase di turbolenta transizione verso la società della conoscenza dovrebbe proprio essere questa: educare i cittadini a considerare il proprio “personal environment” come un PLE.

Qui, per evitare il potere d’attrazione dei luoghi comuni, in particolare che l’attenzione si focalizzi tutta sulla tecnologia vorrei però fare un altro passo indietro, di quasi due secoli.

Giacomo Leopardi aveva un PLE?

Sembra una domanda folle con una risposta banale: certo che no, come avrebbe potuto senza computer, reti, feed …

E invece sì, Giacomo Leopardi aveva un PLE, cioè, aveva il proprio giardino di connessioni e lo sapeva coltivare anche molto bene!

Giacomo Leopardi disponeva della biblioteca realizzata dal padre Monaldo, una circostanza straordinaria che consentì a Giacomo ed ai suoi fratelli di poter stabilire innumerevoli connessioni con autori di tutto il mondo e di tutte le epoche.

Non si tratta ovviamente di connessioni elettroniche ma questo è un fatto marginale perché il valore di una connessione sta nella parte di mondo che essa può svelare né devono parere limitate le connessioni con vite del passato. Ricordo come nel corso online Connectivism & Connective Knowledge, abbia avuto luogo una divertente discussione scaturita dalla domanda: si possono avere connessioni con i morti?

La connessione con un autore del passato sembra avere il limite di essere a senso unico perché l’autore non può rispondere ma non è proprio così. Frugare a più riprese nell’opera e nella biografia di un autore amato è qualcosa che assomiglia molto ad un dialogo.

Come possiamo quindi negare che Giacomo Leopardi avesse un suo PLE, anche se sotto forma di una biblioteca e di un padre tutto dedito a tenerla viva per i figli, una sorta di internet ante litteram. Come avrebbe potuto scrivere a 15 anni la Storia della Astronomia [6] se il padre Monaldo non avesse scritto al cognato che si trovava a Roma:

È smanioso di leggere la storia dell’astronomia di Giovanni Federico Weidler. La ha cercata inutilmente in provincia. Vi prego di ricercarla costì e di ottenerla a qualunque prezzo, e, se non può comprarsi, ottenetela almeno in prestito per poco tempo.

Tuttavia, anche la biblioteca e l’attenzione paterna, per quanto costituissero una circostanza straordinaria, sarebbero state insufficienti per costituire un PLE in grado di giustificare l’opera di Leopardi. La piazza davanti a casa e la vita che vi si svolgeva sono stati elementi fondamentali del suo PLE. La casa antistante dalla quale udiva cantare Teresa Fattorini, le strade di Recanati, le immagini e i suoni del popolo operoso, la vita nei campi circostanti la via per la dimora estiva formarono una trama di connessioni senza le quali non avremmo potuto conoscere le sue poesie più belle.

Tutto questo era il PLE di Leopardi. Certo, un PLE eccezionale, straordinario, coltivato con passione e tenacia per tutta la vita. Ma tutti gli uomini hanno avuto il loro PLE. Tutti gli uomini, sempre, anche Lucy, vissuta più di 3 milioni di anni fa, aveva il suo PLE ed era anche molto importante che lo coltivasse per bene per ridurre le probabilità di essere mangiata dalla prima fiera di passaggio.

In cosa si differenzia quindi il PLE che tutti gli esseri viventi si formano durante la loro vita da quello dell’era di internet? In poco e niente nella sostanza ma in molto nelle potenzialità.

Leopardi fu fortunato (a questo riguardo) rispetto ai suoi contemporanei per la disponibilità eccezionale di connessioni di cui godette. Ecco, noi siamo egualmente fortunati. Avere internet a disposizione è come avere la biblioteca di Monaldo, anzi, forse è molto di più.

Le connessioni fornite dalla sua biblioteca erano quasi tutte con i morti, quelle vive doveva cercarsele primariamente nella vita agreste che lo circondava. Noi in internet possiamo stabilire connessioni di tutti i tipi, con personaggi del passato ma anche con persone vive. Anche con quelle persone con le quali potremmo avere grande comunanza di idee, passioni e intenti e che non avremmo mai potuto raggiungere altrimenti.

Chissà cosa non avrebbe pagato Leopardi per raggiungere altri spiriti affini, allorché quelle stanze che prima avevano rappresentato una fantastica fonte di connessioni, col passare degli anni si rivelarono una prigione dorata.

Spero a questo punto di avere descritto con sufficiente chiarezza il PLE, ingrassando il freddo acronimo con l’adeguata ricchezza e profondità del concetto che rappresenta. Se il lettore mi assicura di non dimenticare tale ricchezza possiamo azzardarci a dire che dal punto di vista tecnico, per quanto concerne internet, il PLE non è altro che un mazzetto di feed mantenuti in un aggregatore, vale a dire un apposito servizio web che chiunque può imparare ad usare in pochi minuti. I feed non sono altro che degli indirizzi internet che ogni sito web offre e che, una volta introdotti nel proprio aggregatore, consentono di appurare in qualsiasi momento in quali siti fra quelli messi nel mazzo ci sia qualcosa di nuovo. Un meccanismo estremamente semplice che consente di tenere agevolmente traccia di un gran numero di fonti.

Ecco, questo è il topolino che ho partorito, mi pare che di tecnico non ci sia molto altro a dire.

Semmai, il meccanismo è talmente semplice che si corre il rischio di superare facilmente la soglia di ciò che si può seguire ragionevolmente. Forse che questo non succede abitualmente per tutte le altre nostre connessioni? È interessante quanto scrive in proposito Carlo Columba:

Ho scoperto poi che il proprio PLE non è tracciabile una volta per tutte! Se si volesse tracciare per l’intero corso della propria esistenza attiva verrebbe fuori qualcosa di gigantesco e richiederebbe una quantità di tempo sproporzionata. Di qui la decisione di concentrare l’attenzione sul PLE “attuale”, quello dell’ultimo anno ad esempio. Magari l’anno prossimo ne farò un altro, certamente diverso dal presente.

Proprio così, l’anno prossimo sarà diverso ma già fra un mese sarà un po’ cambiato. Il modo con cui Carlo ha schematizzato il proprio PLE è interessante ma sarebbe un errore assumere che sia il modo “giusto”. Non esiste il modo giusto. La rappresentazione grafica del PLE di Carlo è interessante ma è il suo modo giusto.

Ognuno ha il proprio PLE ed il suo modo di immaginarlo in ogni dato momento, l’importante è che si abbia la percezione della sua importanza e si impari ad averne cura. Per esempio io lo immagino suddiviso in categorie che sono distinte in base alla natura emotiva delle connessioni. Provo a farne una fotografia limitandomi alle connessioni che concernono ciò che sto scrivendo.

Ci sono le connessioni con coloro che potrei chiamare fratelli maggiori o maestri che aumentano con il tempo ma non si dimenticano mai. Queste danno la luce che serve ad illuminare le altre. Poi ci sono quelle con i compagni di viaggio o di scuola, quelle con i fratelli minori, gli studenti per esempio, come foglie che ad ogni stagione si rinnovano, e infine le connessioni con il proprio ambiente, le proprie radici.

Fra i fratelli maggiori, i punti cardinali online sono personaggi ai quali mi sento molto vicino e che spesso esprimono o stanno realizzando ciò che io intuisco o accenno solamente. Sono coloro che si tende a seguire perché si immagina che siano sulle tracce giuste. Hanno tutti in comune il fatto di essere “poco accademici”, certamente nel senso che intendiamo nel nostro paese. Sono esempi di folli come quelli descritti nel video Think different, cioè di persone che non sono prigioniere dei propri ruoli e del proprio status quando si tratta di cogliere l’occasione di cambiare qualcosa in bene.

Stephen Downes, è un ricercatore canadese che si occupa di “online learning”, nuovi media, pedagogia e relativi aspetti di natura filosofica. Clay Burrel è un’insegnante americano che insegna inglese da otto anni in scuole internazionali asiatiche. Michael Wesch, un professore di antropologia culturale presso la Kansas University. Sia Burrel che Wesch sono molto noti per l’interesse dei loro esperimenti didattici. David Wiley, professore di Instructional Psychology and Technology alla Brigham Young University, si occupa di Open Educational Resources.

I punti cardinali offline sono autori contemporanei. Per esempio Fritjof Capra [1], che ho riscoperto grazie al corso online sul connettivismo e dal cui lavoro sto attingendo a piene mani. Oppure il regista Mike Figgis, il quale in “Digital Film-Making” scrive [7]:

Unless you create an environment where people enjoy the working experience, the chances of making a good film are minimal … In making my films, I’ve made it my business to make the actors to feel engaged with the camera.

Credo che il valore di questa affermazione sia universale, mutatis mutandis. Potrei dire, parafrasando, che “unless you create an environment where students enjoy the learning experience, the chances of achieving significant learning are minimal … In making my courses, I’ve made it my business to make the students to feel engaged with their learning.”

Con i punti cardinali del passato la faccenda si fa complicata perché sono troppi! Mi limito a quelli che sono emersi spontaneamente in questo articolo e che quindi non hanno bisogno di essere esplicitati ulteriormente: Leopardi, Pirandello, Don Milani.

I compagni di viaggio sono persone che ho incontrato condividendo esperienze di apprendimento e che navigano, magari in maniere diverse, puntando verso direzioni molto simili. Sono tutte persone che ho conosciuto in rete ma con alcune di queste ci siamo poi conosciuti personalmente, dalla stretta di mano e due chiacchere alle orecchiette cucinate insieme, all’incontro in un ristorante, alla collaborazione in esperimenti didattici e nella pubblicazione di articoli.

Spesso splendide e profonde relazioni umane, connessioni vivissime nate e per lo più sviluppate in rete. Fondamentali per non sentirsi soli.

Anche gli studenti concorrono a formare il mio PLE, anzi una parte importante di esso. Come dire che io dai miei studenti imparo moltissimo. Le migliaia di blog che attraverso rappresentano uno straordinario crogiuolo di umanità e serendipità.

Fra gli studenti vi sono tutti quelli che popolano le blogoclassi di questo semestre ma anche le blogoclassi dei semestri precedenti, seppur più sullo sfondo e attenuandosi col passare del tempo. Tuttavia alcuni di questi studenti finiscono poi per entrare nel novero dei compagni di viaggio, dei miei amici.

C’è poi un ramo di connessioni recenti o latenti, potrei dire in incubazione, le uniche che puntano a siti anziché a persone. Sono in incubazione perché sospetto che prima o poi possano schiudersi rivelando la presenza di un amico e magari poi di un compagno di viaggio.

Infine ci sono le connessioni con il proprio ambiente, con le persone con le quali vivo, con i miei animali o con le mie piante. Prendersi cura di un animale insegna tantissimo. Osservandoli e cercando di capirne i comportamenti si impara moltissimo riguardo agli umani ed al loro rapporto con l’inesorabile mutare delle cose.

Ho voluto descrivere il mio PLE, uno come tanti, limitatamente al tema di questo discorso ma includendo ogni tipo di connessioni quali libri, conoscenze personali o magari ricordi affiorati improvvisamente e percepiti in una nuova luce. Solo così ha senso parlare di PLE e solo così si può capire l’enorme potenziale positivo delle connessioni online.

Per questo ho espanso un poco la connessione con Don Milani nella rappresentazione grafica del PLE. Venni a conoscenza della sua opera grazie ad un amico, circa trent’anni fa. Mi misi a leggere i suoi scritti e quando arrivai a “Lettera a una professoressa” rimasi folgorato. Quel libro mi fece riaffiorare alla memoria un brano della mia adolescenza con una chiarezza abbagliante, come se all’improvviso potessi vedere nitidamente attraverso uno squarcio praticato nella tela che offusca i ricordi.

Io ero esattamente uno dei 30000 Pierini dell’anno! Precisamente uno di quelli della classe del ‘55. Figlio del dottore. Proprio uno di quelli mandati a scuola un anno in anticipo saltando la prima e entrando direttamente nella seconda a sei anni. Improvvisamente mi fu chiaro tutto il fastidio che avevo provato sin dalle elementari per la scuola.

Ero un tipo orgoglioso. Se c’era una cosa che mi faceva uscire dai gangheri era quella di scoprire che i miei risultati erano viziati invece era proprio così! C’era un trucco, non stavo giocando ad armi pari con i miei compagni di scuola. Questo faceva di me un diverso.

Recitava il libretto scolastico alla fine delle elementari (1965): “… in particolare lo attraggono le discipline scientifiche riguardo alle quali ha modo di soddisfare le sue curiosità anche ricorrendo alla biblioteca dei genitori che lo seguono con attenzione e amore nello studio …”.

Avevano addirittura messo per iscritto ciò che io ritenevo un vantaggio indebito!

Ricordo perfettamente i nomi di molti dei miei compagni di scuola e di giochi per i quali non c’era verso di superare i filtri scolastici, uguali per tutti, laddove le condizioni al contorno erano smaccatamente diseguali.

Il mio bisogno primario era quello di essere integrato nel gruppo mentre quello di andare bene a scuola era secondario. Fu così che un anno dopo, in seconda media, ero diventato uno degli alunni più turbolenti della scuola e fui spedito a casa e sospeso tre volte in un anno. Il capo chino, accompagnato dal custode a casa, la madre incredula, tutti increduli … ma che succede a questo ragazzo, così educato, di buona famiglia … Semplice, avevo bisogno di sentirmi come gli altri che palesemente avevano meno fortuna di me. Stavo cercando di guadagnarmi un po’ di giusta sfortuna.

Leggendo “Lettera ad una professoressa” circa vent’anni dopo riconobbi il valore di quella bruciante denuncia, che prima non avrei saputo descrivere ma della quale avevo assaporato direttamente la verità, dalla parte di Pierino. Tutt’oggi detesto le diatribe intellettuali sul rapporto fra Don Milani e il 68 o disquisizioni simili. Quella che lui aveva criticato era una scuola fatta per pochi e come tale disattendeva in modo clamoroso la propria missione sociale.

Un paio d’anni fa, ho scoperto per caso le pagine Web di Schikshantar, un istituto di ricerca che si propone di ripensare radicalmente la formazione in India:

After fifty years of so-called development efforts, and despite great scientific advancements, India (and the rest of the world) finds itself mired in a paralyzing socio-cultural, environmental and spiritual crisis – overwhelming in its scale, intensity and rate of growth.

While education has been framed as the cure to this crisis, in reality, the factory model of schooling is part of the problem. Around the world, education systems have become commercialized ‘businesses’ which serve to stratify society, glorify militarism, devalue local knowledge systems and languages, manufacture unsustainable wants, breed discontent and frustration, stifle creativity, motivation and expression, and dehumanize communities. The 19th-century model of factory-schooling today stands in the way of building organic learning societies for the 21st century.

Fra queste pagine ho scoperto anche che si può scaricare liberamente una traduzione in inglese (pdf) di Lettera ad una professoressa [8] con una bellissima postfazione di Lord Boyle of Handsworth, già membro della British House of Commons e già Minister of Education del Regno Unito, una postfazione scritta nel 1970 in forma di lettera da un ex ministro di una delle più vecchie democrazie alla “Dear School of Barbiana”, una scuola non istituzionale, fatta ad una ventina di figli di contadini da un prete emarginato in odore di simpatie comuniste.

C’è molto da imparare qui per un paese che vent’anni dopo esprime un ”dibattito culturale” nel quale appare un articolo intitolato “Don Milani, che mascalzone” (Sebastiano Vassalli, La Repubblica, 30 giugno 1992) [8].

Poco dopo, partecipando al corso online sulle Open Educational Resources tenuto da David Wiley nell’autunno 2007, mi capitò di suggerire una riflessione sulla vicenda di Barbiana nel contesto di una serie di considerazioni sul diritto allo studio nei paesi del terzo mondo e sulle relazioni di questo con il godimento dei diritti umani. David Wiley apprezzò molto questo suggerimento ed è una cosa bellissima che con poco sia stato possibile far risuonare la storia di Barbiana così lontano e in un contesto così rilevante e pertinente.

In ultimo, vorrei ricordare come quattro concetti, menzionati poco più su in questo scritto a proposito della scuola di Barbiana, openness, sharing, peering e acting globally, siano i quattro elementi fondamentali sui cui si incardina la Wikinomics, l’economia che sfrutta la collaborazione di massa. Quattro concetti emersi naturalmente nelle attività di Barbiana che ritroviamo nei piani strategici delle divisioni Research & Development delle più grandi multinazionali del mondo!

Connessioni online e offline, connessioni con il passato e con il presente tutte si intrecciano in continuazione a formare un intricato tessuto nel quale le nostre menti stanno sospese a ricarmarlo e a nutrirsene al tempo stesso. Uno dei tanti strati di tessuto mobile che la Natura impiega per creare forme sempre più complesse.

La facilità di stabilire connessioni online è un’opportunità straordinaria ma che è possibile cogliere solo trasformando il proprio atteggiamento verso il mondo esterno, fisico e online, in un atteggiamento di continuo apprendimento. Di converso, il vero apprendimento deriva proprio dalla capacità di cogliere connessioni, come ha osservato il Presidente Václav Havel nel discorso di apertura al Forum 2000 di Praga:

Education is the ability to perceive the hidden connections between phenomena.


[1] Capra, Fritjof, The Web of Life, Flamingo, London, 1997

[2] Vale la pena a questo proposito citare il caso della Finlandia che ha surclassato tutti gli altri paesi nei ranking PISA (leggetevi un po’ il sommario dei risultati) relativo alla qualità dell’insegnamento nella scuola secondaria. Commentano i finlandesi: “According to the survey, the strength of the Finnish school system is that it guarantees equal learning opportunities regardless of social background. Instead of comparison between pupils, the focus is on supporting and guiding pupils with special needs. Very few children need to repeat grades.” In Italia, dove ci classifichiamo agli ultimi posti del ranking PISA, abbiamo paura che i bambini degli immigrati riducano le “performances” dei nostri figli.

[3] Medina, John, pag. 5, Brain Rules, Pear Press, Seattle, 2008

[4] Michael Wesch ha scritto recentemente un bell’articolo a riguardo. Michael Wesch è noto in tutto il mondo per gli esperimenti didattici di grande interese che sta realizzando con i suoi studenti. È professore di antropologia culturale pressa la Kansas University. Nel 2008 è stato insignito del National Professor of the Year Award dalla Carnegie Foundation.

[5] Abbott John and MacTaggart’s Heather, Overschooled but Undereducated: Society’s Failure to Understand Adolescence, Continuum Books, London, in stampa: è disponibile l’introduzione.

[6] Leopardi Giacomo, Hack Margherita, Storia dell’Astronomia, Edizioni dell’Altana, Roma, 2002.

[7] Figgis, Mike, Digital Film-Making, p. 104, Faber and Faber, London, 2007

[8] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, quarant’anni dopo, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2007.

13 thoughts on “Coltivare le connessioni (III)

  1. Francesca ha detto:

    grazie questa opprtunità ho capito una cosa molto importante….pensi di saper fare ma non finisci mai di imparare e migliorare…

  2. Francesca ha detto:

    Le immagini che noi costruiamo nella nostra mente per tentare di descrivere il mondo e che cerchiamo con difficoltà di comunicarci a vicenda, sono e saranno sempre delle approssimazioni di quello che vediamo come mondo esterno.

    gentile Andreas, questo è quello che cerco di fare da circa trent’anni, purtroppo per essere capiti a volte bisogna essere sintonizzati sulle stesse onde, qui calza il discorso sulle tecnologie e la scuola, gli nsegnanti e la società…il mondo collegato e la scuola?perdiamo tempo a compilare fogli, documenti e poi…cosa resta di noi, di noi insegnanti e dei nostri alunni?questo spazio che tu hai aperto sicuramente è un modo per lasciare tracce…a volte sembra di vivere in luoghi non altre volte in non luoghi.
    tenere vivi amore e coerenza per la propria professione
    a presto Francesca

  3. iamarf ha detto:

    Innanzitutto grazie per i riferimenti.

    Le immagini che noi costruiamo nella nostra mente per tentare di descrivere il mondo e che cerchiamo con difficoltà di comunicarci a vicenda, sono e saranno sempre delle approssimazioni di quello che vediamo come mondo esterno.

    Quando si descrive una rete si dice che è fatta di nodi uguali ma questo serve per descrivere la natura della rete e non significa che tutte le reti del mondo per esser tali debbano avere tutti i nodi per davvero uguali. Tutti i modelli, matematici e non, sono delle astrazioni che possiamo attagliare al mondo sempre in modo imperfetto e limitatamente a contesti ben definiti. La complessità del mondo va sempre ben oltre alle nostre possibilità di descriverlo.

    La cosa importante da riconoscere è che ci sono aspetti e fenomeni della natura che hanno le caratteristiche delle reti. È solo da pochi decenni che ci siamo resi conto di questa importantissima modalità organizzativa sulla quale la natura costruisce l’evoluzione. Ma è proprio nell’evoluzione stessa che componenti di una rete finiscono per trasformarsi e differenziarsi, mutando in minore o maggiore parte la natura di quella rete e lasciandone emergere magari di nuove.

    Non c’è niente di statico in natura. O meglio, in mancanza di introduzione di energia dall’esterno un sistema obbedisce al II principio della termodinamica tendendo al massimo disordine per starci. Ma in presenza di una fonte di energia esterna, come quella del nostro sole, allora la natura tira fuori una voglia pazzesca di organizzarsi in forme sempre più complesse, come sta accadendo su questo pianeta. Ciò che chiamiamo cultura di un popolo è una delle forme ultime di tali organizzazioni, per quanto ne sappiamo. Internet è diventata il substrato elettivo dove questa forma di organizzazione si evolve ulteriormente.

    Internet è essa stessa una istanziazione fisica di questa cultura. Infatti una delle caratteristiche proprie degli organismi viventi è quella autopoietica , cioè di generare essi stessi i loro propri componenti.

    Noi in Internet siamo molto assimilabili a dei nodi, molto più di prima. Intendiamoci, le reti ci sono sempre state, ma molto “meno reti”, molto più limitate da una prevalenza di struttura e gerarchia. In una vera rete le connessioni sono “facili” e “poco vincolate” laddove con le vecchie infrastrutture le connessioni erano scarse, difficili, vincolate, costose, a senso unico (media convenzionali).

    Ovviamente il nostro ora è un mondo misto, parte online e parte offline, e tale rimarrà. Vi sono aspetti nei quali prevale una componente e altri dove prevale l’altra secondo equilibri che sono certamente in evoluzione.

    È chiaro che dell’insieme delle connessioni che ciascuno di noi ha con il mondo esterno ve n’è una parte diciamo convenzionale verso “nodi” molto differenti.

    Lo dico chiaramente: la stragrande maggioranza dei colleghi che posso pensare di incontrare nella vita offline rappresentano “nodi” con i quali mi “connetto” con grande difficoltà, a parte pochissime eccezioni. Ma proprio grazie ad Internet ho trovato invece un bel numero di persone con le quali condivido percorso e ideali. È proprio quando trovi un sufficiente numero di “nodi simili” a te che iniziano ad emergere le magie della rete.

    Tu dici anche che il tempo è poco. In certi momenti questo è vero ma nei giorni, nei mesi, negli anni del tempo c’è, via, ci deve essere, sennò a che vale vivere? Coltivare le connessioni con i “nodi simili” è fondamentale come lo è sempre stato coltivare le proprie amicizie vere, che è poi la stessa cosa. Ci deve essere qualcos’altro da sacrificare in nome di questo.

  4. egocentricamente ha detto:

    Allora prof, io qui mi sono un pò scoraggiata da una parte e rincuorata dall’altra. La zona dello scoramento sta nel “cosa fare e come farlo” cioè io ho capito le potenzialità di una rete, ho capito che noi dobbiamo condividere, ma si parte dall’assunto che i nodi siano tutti uguali e questo non è vero. Onde evitare di incorrere in fraintendimenti di varia natura spiego il perchè della mia affermazione.
    Studiando per l’esame di psicologia dello sviluppo mi sono imbattuta nello sviluppo della morale (un riassunto generale l’ho trovato anche in questo sito: http://www.benessere.com/psicologia/arg00/sviluppo_moralita.htm ) e sul libro (Berti e Bombi: “corso di psicologia dello sviluppo” edizioni il mulino), col quale concordo, c’è scritto che non tutti gli adulti arrivano allo stadio 6 della morale cioè al punto di farsi un idea del sè e dell’altro legati non da regole imposte dall’alto, ma interne alla coscienza umana, i principi di giustizia universale, cioè quelle regole che ci differenziano dalle altre bestiole. Come si fa a parlare di scuola, di organizzazione, di scopi da raggiungere, quando la base del discorso non poggia su piani equivalenti? forse vado troppo sul filosofico, ma puntare al completo sviluppo dell’essere umano tanto da permettergli di conoscere e contenere dentro di se il mondo esterno, viverci, evolversi modificandolo, non può essere scisso dal determinare cosa è bene e cosa è male. Questo mi sembra necessario per attribuire un valore ai nostri sforzi e alla coltivazione delle connessioni, quindi come posso aspettarmi dal Ministero della Pubblica (d)Istruzione che sia consapevole che la scuola è la prima interfaccia tra i bambini e lo stato? sono due lingue diverse, una parla il linguaggio della voglia di conoscere, l’altra parla il linguaggio dei regolamenti. Mi ricordo ancora quando a 17 anni mi presi con la prof di filosofia perchè io sostenevo che nel bambino ci fosse una specie di “morale allo stato larvale”, così mi espressi, sicuramente in modo inadeguato, ma non tale da giustificare la risata di tutta la classe… e poi invece non ero andata neanche troppo lontano da quello che dice pure Piaget. Insomma oggi la scuola non punta a capire se al suo interno c’è chi vale o chi si arrabatta, punta solo a selezionare studenti in grado di mandare a memoria la lezione. Anche gli esami come sono concepiti adesso all’università, prevedono l’attribuzione di crediti sulla base della formula E=mc2 (esame=memoria per c_lo al quadrato, geniale gruppo di facebook!!), si devono dare tutti gli esami a distanza di una settimana l’uno dall’altro nella sessione apposita, se si resta indietro sono cavoli acidi, e alla fine dell’esame non rimane nulla perchè bisogna fare il reset e inserire i nuovi dati dell’esame successivo. Ora, per non sembrare troppo pessimista, dirò che son contenta di aver trovato delle connessioni da seguire e coltivare, ma se gli obblighi temporali mi impediscono di farlo… è un cane che si morde la coda no? Comunque io per non sapere ne leggere ne scrivere mi sono inventata una specie di palestra virtuale dove mettermi alla prova, personalmente e senza rete di sicurezza, mi sono inventata un topic su un forum, in cui ho deciso di sperimentare gli strumenti che mi forniscono gli esami via via che li supero: relazione, comunicazione, psicologia, sociologia… insomma per farmi rimanere qualcosa appiccicato che mi dia più soddisfazione del voto. Chi vuole andare a curiosare, sul mio blog ho inserito tutti i links 🙂 scusate per la lunga serie di “rimuginazioni” personali, ma spero che i miei dubbi siano condivisibili.

  5. shanniesfancy ha detto:

    🙂
    Noi uomini abbiamo molti difetti, ma un grande dono…il senso del domani, di un domani migliore…credo sia questo quello che ci spinge a “sbatterci” per cambiare in meglio…L’ottimismo è il profumo della vita, diceva qualcuno…aveva proprio ragione…
    Grazie prof!

  6. iamarf ha detto:

    Carissima Shanniesfancy,

    il tuo commento c’entra perfettamente.

    Tranquilla. In primo luogo io sono un notevole ignorante, molto appassionato e idealista, questo sì, ma piuttosto ignorante. Mi arrabatto. Tuttavia, quando sono uscito dal liceo, ero totalmente ignorante e maturo … mah, che vorrà dire misurare la maturità con un esame … Certo è che, passato a giugno sempre, qualche caduta ma anche qualche encomio da quella scuola che tutt’ora è per me così incomprensibile, fatta la maturità io non sapevo *niente*. In questo senso ero maturo, sì.

    La storia: ripetuta tre volte, era rimasta un’accozzaglia di fatti legati al più da un ordine cronologico. Nessuna struttura, nessun quadro, nessuna “big picture”, che per uno con la testa come la mia equivale a dire: niente. Io, in quella scuola, mezza pre-68 e mezza post-68 (infatti non è per nulla quello il punto) avevo imparato solo quello che m’era piaciuto, in minor parte fatto a scuola, in molta parte per conto mio.

    Leopardi: uno dei tanti relegati se non fra i nemici della tranquillità di studente per lo meno fra i noiosi. E così per gli altri e così per il resto.

    Leopardi l’ho letto dopo e lo leggo ora e così altri. A me ci sono voluti mediamente 20 anni di disintossicazione per recuperare questi riferimenti. Quelli che avevo trovato fuori dalla scuola , che so Tolstoi, Thomas Mann, Hermann Hesse per fare degli esempi, mi piacquero subito e mi fecero da grandissima scuola.

    Quindi tranquilla, la cosa bella della nostra mente è che non ha limiti di crescita.

    Tu dici

    “Ma è davvero possibile un cambiamento come lo auspica lei, di queste proporzioni, in tempi ragionevoli?”

    Me la pongo mille volte anch’io codesta domanda e mille volte vacillo ma è proprio per questo che ho chiamato “punti cardinali” quelle connessioni speciali nel mio PLE: loro ci hanno creduto, loro ci credono.

    È per questro che do loro il rango di maestri, non tanto perché abbiano saputo di più o sappiano di più e siano più capaci di quanto sia io, cosa di per se abbastanza ovvia, ma do loro il rango di maestri perché ci hanno creduto e ci credono, malgrado tutto. Pensa a Don Milani e a tutto quello che gli hanno fatto: un gigante.

    Ma ci pensi se non ci fossero loro? Che sarebbe questo mondo?

    E allora anche noi microbi dobbiamo andare nella stessa direzione, faremo un pezzetto piccino, proporzionato alle nostre, ma non dobbiamo mollare.

  7. shanniesfancy ha detto:

    Prof, si tutto giusto…concordo in pieno con quello che ha scritto, qualche domandina però…

    Ma è davvero possibile un cambiamento come lo auspica lei, di queste proporzioni, in tempi ragionevoli? Non parlo solo del nostro distorto sistema scolastico, parlo più che altro del cambiamento nella nostra testa…
    Per quanto l’esperimento blog sia riuscito (vedi tutti i nostri commenti positivi) molti di noi, pur potendo privilegiare di un alto livello di formazione (almeno in teoria perchè poi nella pratica è proprio come dice lei…la scuola offre tutto tranne che VERA formazione), hanno trovato non poche difficoltà a rapportarsi con questo metodo di insegnamento e apprendimento. Ciò vuol dire che già la nostra generazione necessita di tempo per poter entrare in sintonia con questo nuovo modo di intendere l’istruzione. Inoltre credo anche che serva maturità… cioè solo oggi, a 20 anni, avverto la necessità del cambiamento, solo adesso ho preso coscienza di aver sprecato il mio potenziale, ma fino a qualche tempo fa vivevo inglobata in quel meccanismo distruttivo della corretta prestazione a tutti i costi e, personalmente, è talmente radicato in me che non riesco a liberarmi di questo fardello neanche adesso che sto tentando con tutta me stessa di cambiare le mie priorità, puntando alla qualità piuttosto che alla quantità e alla media.

    E comunque, anche se tutti noi fossimo in grado di superare queste difficoltà, dovremmo sempre avere a che fare con una realtà cristallizzata dove il nostro valore non verrebbe capito…dove e come potremmo spendere le nostre competenze?
    Ho sempre creduto fermamente che imparare è prima di tutto imparare per se stessi, è pur vero che non si campa di aria, bisogna pur lavorare, anche perchè solo così possiamo pensare di mettere davvero in pratica i principi della bildung, ovvero della formazione continua a tutte le età, solo così potremmo essere anche di aiuto allo sviluppo e alla crescita degli altri.

    Quello che voglio dire è che credo che non vivrò abbastanza per vedere i principi della PLE applicati nella vita reale. Ciò ovviamente non vuol dire abbattersi, però in qualche modo, almeno per il momento, si rimane sempre incatenati a quel vecchio sistema che ci imprigiona, che ostacola lo sviluppo delle nostre personali attitudini. Dobbiamo sempre dar conto delle forze maggiori che ci sovrastano…

    Forse ho scritto troppo di getto e tutto questo non c’entra nulla con il suo post… è uno sfogo caotico e confuso di una che si ritrova a 25 con il desiderio di voler tornare indietro per dare spazio e tempo alle cose che contano davvero…vorrei aver studiato leopardi avendo letto le sue opere, vorrei poter avere delle conoscenze degne di 20 anni di duro studio, ma non le ho…che tristess…

  8. iamarf ha detto:

    Marta, una studentessa di Teorie della Comunicazione, ha scritto una riflessione molto interessante prendendo spunto da questo post.

    Fra le altre cose, narra di come non abbia messo a frutto adeguatamente, secondo lei, un’esperienza di liceo “di punta”, sia sotto il profilo della tipologia di scuola che sotto l profilo dei risultati personali.

    Non mi stupisce. Io trovo che le scuole cosiddette sperimentali siano inutili perché sperimentano nella direzione sbagliata: quella della quantità. Il concetto di eccellenza oggi è uno dei più distorti.

    Molto spesso quete scuole, dai licei scientifici sperimentali alla Normale di Pisa producono delle mostruosità. Ho consciuto diversi ragazzi brillanti che poi sono scoppiati.

    Il rapporto (beneficio sociale)/(costi) di questo tipo di scuole è molto basso. Del resto riflette la tipica mentalità italiana: facciamo le cose appariscenti e dimentichiamo di fare quelle che luccicano meno ma che andrebbero a rinforzare la spina dorsale del popolo, del paese. Infatti, si vedono i risultati. abbiamo le eccellenze ma non decolliamo da nessuna parte.

    La scuola secondaria deve stimolare e non iper-istruire. I giovani che escono dalle scuole italiane hanno fatto una mare di esercizi defatiganti e *non* hanno una visione d’insieme, non hanno vissuto cosa sia la scienza, non sanno *cosa* sia in realtà, non hanno idea di quanto le discipline siano embricate. Non hanno maturità culturale anche se hanno fatto un esame di maturità che è la manifestazione di immaturità di chi l’ha concepito. Io penso questo anche dell’esame di maturità che hanno fatto i nostri padri.

    Nel periodo della scuola secondaria bisogna aiutare i giovani a sognare, perché è con i sogni che poi si è in grado di apprendere e creare. Invece li stiamo facendo a pezzi.

    Nei ranking internazionali prodotti dall’OECD siamo agli ultimi posti malgrado tutte le nostre eccellenze. Nei paesi che sono al top di questi rankings, l’enfasi è sulla profondità e sulle relazioni umane e non sulla quantità.

  9. Michele Ravenni ha detto:

    PLE…ad oggi i politici italiani paiono aver sfruttato il proprio processo di apprendimento per trarre guadagni, e in un modo o nell’altro (leggi ad hoc, censura, mala informazione…) cercano di bloccare i PLE altrui, impedendo in ogni modo l’ascesa di pensieri contrari ai loro interessi… 😉 …troppo facile bloccare i giovani nei loro PLE, basta mandargli il Grande Fratello e bellè che rimbambiti…più difficile è mettere a tacere una rete fatta di milioni di cervelli autonomi, ognuno in grado di dire la propria opinione…eppure c’ è chi comunque ci prova…(ricordate il video di Tommaso, autore del “Giardino di Anacleto Mitraglia”, nel quale viene intervistato un politico che dichiara di voler censurare siti pubblici?)…ecco…speriamo che non ci riesca mai, perchè la censura esiste nei regimi, non nelle democrazie…

  10. egocentricamente ha detto:

    Cavolo se serve, forse non all’esame, forse l’effetto non si vede neppure nell’immediato, ma questo post serve eccome.
    Grazie Prof.

    (Comunque penso che me lo dovò rileggere qualche altra volta perchè tutto insieme arriva anche troppo in profondità e rischia di fare male)

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