Cercare comunità in classe

Noosfera

Venerdì 2/6 avrà luogo il La Scuola Che Funziona Camp.

La Scuola Che Funziona è un network di persone interessate a nuove pratiche di miglioramento dell’insegnamento e dell’apprendimento, alla condivisione di risorse e al confronto su temi critici inerenti la scuola in generale. Chiunque può iscriversi e partecipare in una varietà di modi. Quindi il network, le attività e i prodotti che ne scaturiscono sono tutti delle emergenze della rete.

È uno dei fenomeni più interessanti che abbia osservato in tempi recenti, sono quindi curioso di partecipare al camp, convinto di avere molto da ascoltare e da apprendere. Avendo tuttavia partecipato a qualche attività nel network mi capita di essermi impegnato a fare un intervento, come molte altre persone.

Dopo varie esitazioni il titolo si è cristallizzato in “Cercare comunità in classe”. Inizialmente avevo pensato di descrivere gli aspetti tecnici di un metodo che ho sviluppato per tracciare le attività di una comunità di blog, quelle comunità che cerco di far nascere nelle mie classi di informatica o di tecnologie online in vari corsi di laurea.

Ne verrebbe fuori tuttavia una mera relazione tecnica e io sono stanco di non centrare il nocciolo dei problemi perdendo tempo con gli “aspetti tecnici” e i “risultati preliminari”.  Le tante relazioni ai congressi, le conferenze e le tavole rotonde che ho vissuto da spettatore e talvolta da relatore, in veste di “specialista”, ora mi appaiono quasi del tutto inutili.

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Dove studiare la complessità?

Viviamo nell’epoca della superspecializzazione. La conoscenza esplode, i saperi si moltiplicano e la corsa alla specializzazione pare quindi un fatto inevitabile. Purtroppo, conseguenza altrettanto inevitabile sembra essere l’avanzata dell’ottusità, dilagante e pervasiva.

Non mi sto riferendo all’ottusità di massa, all’idiozia che si palesa in facebook ma anche in un qualsiasi divertimentificio al sabato sera, e non solo. Quest’ottusità, in forme e quantità magari diverse, c’è sempre stata e probabilmente sempre ci sarà.

Mi riferisco all’ottusità che non avrebbe dovuto esserci e che forse avrebbe potuto non esserci, quella della scuola, dell’accademia, delle istituzioni, delle società scientifiche. Un’ottusità che deriva dall’idea che si possa dividere impunemente il corpo dalla mente, la mano dal pensiero; dall’idea che si possa fare il mondo a pezzi per conoscerlo e poi trasmetterlo così tutto intiero nei libri; dall’idea che la conoscenza possa essere edificata su due pilastri indipendenti, quello della cultura scientifica e quello della cultura umanistica.

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Vendere o diffondere o vendere in cambio di tweets?

Ecco, m’ero appena domandato se per un nuovo autore convenisse vendere o diffondere che, grazie ad un post di Eleonora Pantò, scopro che c’è chi vende libri in cambio di tweets. Interessante il commento di Eleonora sul concetto di valuta sociale.

Vendere o diffondere?

Credo che sia un libro interessante. Non ho avuto tempo di leggerlo ancora ma mi ha incuriosito questo post dell’autore, Jeff Utecht. Chi ne vuole sapere di più non ha che da scaricare il libro in formato pdf (la password si trova nel post medesimo), entro venerdì intorno alle 22 Pacific Standard Time, quindi intorno alle 7 di sabato mattina.

Nel primo giorno il libro è stato scaricato 803 volte e di questo Jeff si è meravigliato molto, ammettendo che avrebbe già considerato un successo 200 download in totale e che se l’avesse messo in vendita regolarmente si sarebbe ritenuto fortunato vendendone 100 copie. Sempre nella stessa giornata in 15 hanno acquistato il libro.

Vediamo se Jeff ci racconterà quante copie verranno scaricate nei giorni successivi e chissà che non ci ripensi, procrastinando il termine di donwload libero.

Perché, rifacendosi alle considerazioni fatte nel post “Il diritto d’autore: una protezione soffocante” viene spontanea la domanda se per un autore emergente abbia più valore diffondere quasi istantaneamente la propria opera fra un migliaio di persone o venderne, in un periodo decisamente maggiore, un centinaio di copie?

Tabelline cinesi e non, pensiero matematico e qualcos’altro

"Numeri innamorati" Giacomo Balla 1924, Olio su tela ,  cm 77 x 56, riproduzione in bassa qualità: cm 7.8 x 5.5

I bambini cinesi in matematica ottengono risultati superiori ai nostri, anche quando hanno ancora difficoltà con l’italiano. Tutto il mondo manifesta interesse per il metodo cinese. Maria Grazia, con la sua usuale puntualità, se ne occupa in alcuni post molto interessanti e nell’ultimo si dedica al tormentone delle tabelline.

Il metodo cinese per far apprendere il calcolo mentale ai bambini, ben descritto da Maria Grazia, è concettualmente diverso dal nostro: è matematicamente intelligente mentre il nostro è matematicamente stupido. Vale a dire che un bambino con il metodo cinese ha maggiori probabilità di sviluppare pensiero matematico mentre con il nostro vi sono molte probabilità che il bambino divenga matematicamente ottuso. In effetti, la maggior parte delle persone – istruite e intelligenti – sono matematicamente ottuse. Troppe per essere un fatto naturale, come rilevava Seymour Papert, tanto per essere in buona compagnia.

Caro lettore insegnante, non ti irretire ti prego, sto parlando della metodologia di base. Probabilmente tu sei uno dei tanti ma sparpagliati insegnanti ideatori di pratiche eccellenti e vai ben oltre tale metodologia.

Continua a leggere tranquillamente, questo non è un post distruttivo …

Il diritto d’autore: una protezione soffocante

Mai avrei pensato di conoscere Akiko e ancor meno avrei immaginato di vederla emergere dai boschi dove io vivo. Ma chi è Akiko? Akiko è una giovane artista protagonista di un fumetto, Bound by Law [1], che vorrebbe realizzare un documentario sulla vita di New York. La storia narra di come Akiko si renda conto che è praticamente impossibile evitare di includere immagini e brani sottoposti a diritti di autore, pena lo svuotamento di significato della stessa opera che vorrebbe realizzare.

Beh, non è che ho incontrato proprio Akiko, se non altro perché ne ho incontrati due, un’Akico-a e un Akiko-o che in realtà hanno nomi a noi più famigliari, Diana e Luciano. Ciò non toglie che le loro vicende siano da meno di quelle di Akiko, anzi.

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