Software libero #linf14

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Prima di tutto finalmente un’attività: scaricate LibreOffice. È un analogo di Microsoft Office.

Quando vi chiederemo di produrre delle relazioni – non l’abbiamo ancora fatto – lo dovrete fare usando LibreOffice. Quindi iniziate sin da ora a scaricarlo e esploratelo. Esiste per tutti i sistemi operativi.


Dalle varie considerazioni che abbiamo sin qui proposto emerge un’immagine degli hacker che è in netto contrasto con quella disegnata dai media – dunque artefici di una nuova cultura, addirittura di una nuova etica, o temibili delinquenti informatici? Purtroppo l’informazione ufficiale, la mainstream information, talvolta informa sorprendentemente poco rispetto a quanto comunica e spesso informa anche male. Proviamo ad approfondire un poco.

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Primi risultati sulla proposta di software libero nella classe di medicina – #loptis

È stupefacente che il software libero si diffonda nell’uso comune così lentamente. Non costa niente, offre moltissime applicazioni che sono più stabili, più scalabili, più adattabili, offre addirittura un intero sistema operativo in una molteplicità di sapori – Linux e derivati – apre una prospettiva di grande valore etico in un settore strategicamente cruciale, sia dal punto di vista economico che culturale. Ma l’ignoranza domina.

E non stiamo parlando di una novità. L’idea di software libero è nata più di vent’anni fa. Aziende del calibro di IBM hanno saputo integrarsi con il fenomeno più di dieci anni fa. Decine di milioni di smartphone hanno un cuore basato su Linux.

L’ignoranza domina, dimostrazione eclatante del torpore in cui versano scuola e università – mera istruzione, cultura poca, di quella vera, che attiene alla lettura e all’interpretazione del mondo quale esso diviene.

La diffusione di software e hardware libero rientra certamente fra gli obiettivi principali di questo laboratorio, in tutte le sue sfaccettature. Cogliamo quindi l’occasione per riportare alcuni primi risultati dell’impegno didattico nel corso di base di informatica al I anno di medicina a Firenze del corrente anno accademico – un piccolo insegnamento di 3 crediti universitari.

Per poter fare l’esame, gli studenti devono produrre alcuni elaborati. Per redigere i testi scritti devono scaricare e usare Libreoffice.
L’elaborato più importante che gli studenti devono produrre è quello su un argomento da scegliere a piacere fra quelli offerti nell’indice ragionato di questo laboratorio.

Gli studenti sono 378. In 107 hanno già inviato i loro elaborati. Di questi, 22 hanno scelto di occuparsi della questione del software libero, il 20% quindi. Due hanno realizzato un videotutorial per mostrare come hanno installato Ubuntu sul loro computer. Uno ha resuscitato un vecchio computer, ritenuto ormai inutilizzabile, installandovi Linux, uno ha addirittura imparato a usare la posta elettronica crittografata, utilizzando GPG e il client email Thunderbird integrabile nel browser Firefox. Risultati come questi sono resi possibili dal fatto che alcune lezioni frontali sono state trasformate in laboratori, dove gli studenti possono lavorare con il docente a progetti specifici – è così che Tommaso ha imparato a usare la posta crittografata.

Nel complesso ci pare un buon risultato, ma dobbiamo fare meglio.

Concludo con i due tutorial realizzati dagli studenti.

Il primo è di Beatrice, che scrive:

… io ho sostituito totalmente il sistema operativo poiché Windows mi creava non pochi problemi nell’ultimo periodo e temevo di dover addirittura sostituire il PC. Seguendo la sua lezione su “software libero” ho pensato che provare Linux poteva essere una soluzione! Adesso ho quindi solo Ubuntu e mi trovo molto bene, il forum [di Ubuntu] è stato davvero indispensabile e sono molto disponibili per qualsiasi problema. L’audio è risultato rumoroso a causa del microfono incorporato nel PC e per i tagli che ho apportato nell’editing.

(17 dicembre 2015: ho tolto il link al video perché l’autrice lo ha cancellato)

Il secondo è di Matteo, che chiosa così il suo elaborato con il quale ha presentato il video:

Tuttavia appena risolto l’intoppo ho iniziato il montaggio del video che pubblicherò su “Youtube” spacciandolo per una guida all’ installazione di Ubuntu sulla propria piattaforma Microsoft, ma è più il racconto della MIA esperienza con l’ installazione di tale software. Spero di esser riuscito nel mio intento e di aver fatto un lavoro “passabile”, chiedo anticipatamente scusa per la scarsa precisione e dovizia di particolari con cui ho eseguito il montaggio, ma è una delle prime volte che faccio un tale lavoro, inoltre chiedo scusa se ho sbagliato o ho confuso qualche termine”tecnico”. Ho cercato di informarmi il più possibile ma non credo di essere riuscito a mascherare più di tanto il mio essere un autodidatta.

Questi sono i contributi che ci piacciono, quelli di coloro che ci provano.

Collaborazioni – #loptis

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Due righe per dire che ci siamo. Da marzo a giugno ci sono circa 400 studenti di medicina da seguire e questo richiede del tempo. Ma va aggiunta anche la formazione del sottoscritto: per insegnare occorre studiare, specie in territori così mutevoli – l’inerzia porta alla morte rapida. Occorre esserci, sapere cosa sta accadendo e cosa si può fare oggi. Si dice “aggiornamento”, ma è una parola malintesa. Non è questione di avere letto, o magari fatto un quiz, perché non si può insegnare ciò che non si è vissuto. È questione di provare a fare, di avere commesso gli errori che è necessario commettere per imparare. È questione di sporcarsi le mani. Dopo si può provare a insegnare.

Si va quindi a scuola. Una scuola di giovani – in pratica quasi tutto ciò che s’impara l’hanno fatto persone, giovani, giovanissime. La si trova nei circoli del software e dell’hardware libero. Provi a fare una cosa e ti imbatti in un problema. Lo comunichi alla comunità: quasi sempre qualcuno ti risponde e prima o poi lo risolvi. Magari scopri che chi ti ha risolto il problema ha 18 anni – successo ieri: grazie. Mondo lesto, comunicazione asciutta, si va diritti al problema, vali per ciò che sai e sai fare. La si trova nel mondo dei “makers”, che si incontrano nei fablab, luoghi attrezzati con macchine a controllo numerico per la realizzazione di oggetti. Un mondo che ha preso le mosse dal MIT nel 2001, nel Centro per bit e atomi, ma che ormai abbiamo dietro l’angolo.

Un mondo basato sulla cooperazione: ciò che io faccio lo pongo all’aperto – se è servito a me probabile che serva a qualcun altro, chissà dove. Un mondo basato sulla collaborazione: nei fablab si lavora insieme, condividendo informazioni, competenze, soluzioni. Collaborazione aperta, inclusiva: se hai da mettere i tuoi due centesimi li metti, se servono si usano. Vali per ciò che sai e sai fare. Non la collaborazione esclusiva delle organizzazioni gerarchiche classiche, dove i dirigenti fanno i gruppi e li comandano – dove può succedere che un incompetente privo di fantasia comandi un competente creativo – dove vali per vari motivi, troppi, alcuni opachi, e mica tanto per ciò che sai e sai fare.

Nei mondi aperti si respira una buona aria, non quella ormai viziata dei casamenti istituzionali. Quello che impareremo, lo riverseremo qui e dove ci troveremo nelle scuole. L’età matura è quella dei collegamenti – inizi ad avere visto mondi e prendi a collegarli – cambi quota ma il gioco è lo stesso, le  mani felicemente sporche. Piacerebbe collegare il mondo della scuola – statico – a questi mondi – al mondo, vivo. Intanto a scuola, nel Fablab di Firenze. Fa bene alla salute.

A proposito di collaborazioni. Qui nel #loptis ne sono emerse diverse. Se a qualcuno viene un’altra idea proviamo a realizzarla. Intanto ricapitoliamo. Correggete errori e dimenticanze.

Datalove è un’aggregazione emersa in una piccola comunità internazionale con forte prevalenza svedese che, agli inizi, si chiamava “Telecomix”.

Eravamo un gruppetto, dieci o quindici, allora, e sperimentavamo gli usi sociali dell’internet. Sperimentavamo modalità sia di interazione, sia di comunicazione: una cosa molto spontanea, molto impressionante, di per sé.

Eravamo impressionati dal fatto che la metà dei partecipanti al canale IRC [canale di discussione riservato] fossero ragazze, cosa piuttosto rara nella comunità hacker dove, di solito, c’è una fortissima componente maschile. E parlando del più e del meno, è emersa questa nozione di Datalove come, in qualche modo, una specie di prolungamento di quel che è l’amore nella sfera digitale.

Non cerco di definirla, perché è la stessa cosa che definire l’amore, è una cosa un po’ stupida e ciascuno può avere la sua definizione e poi, lo sappiamo bene, l’amore è qualcosa di universale, nessuno ha bisogno di essere d’accordo su una definizione, per provarlo. Per me, Datalove sono le emozioni che possono essere suscitate attraverso delle tecnologie digitali.

Un esempio proprio stupido: farsi una domanda esistenziale che ci si è sempre fatti e un giorno dirsi: – Ehi, ma se andassi semplicemente a guardare su Wikipedia e là trovare la risposta, formulata in dieci modi differenti da cento persone di diverse, con una discussione sull’argomento e semplicemente trovare la soluzione. È cercare una canzone di Fela Kuti e imbattersi sull’album integrale in file BitTorrent, in formato flac o di una qualità geniale, e voilà. Morire dall’emozione di trovare un mucchio, un mucchio di file.

E vedo questa cosa come una proiezione della nostra umanità attraverso il digitale e attraverso internet. E troppo spesso tendiamo a lasciare un po’ tutto questo ai tecnici, o anche peggio, ai commerciali, e a dimenticare un po’ che si tratta soprattutto di esseri umani che stanno dietro ai loro terminali, loro stessi interconnessi globalmente in rete e che internet è forse soprattutto la somma delle nostre umanità, prima di essere la somma dei nostri megabyte, dei nostri megabit per secondo, dei nostri gigahertz dei microprocessori. Si tratta soprattutto di esseri umani interconnessi tra di loro.

Può essere che sia questo il Datalove: creare il collegamento tra la macchina universale, la rete globale e, semplicemente, gli esseri umani e le umanità che ci sono alla fine. Per definizione, il Datalove è qualcosa di universale, come l’amore, che è, in effetti, il fatto di amare internet.

Amiamo internet e abbiamo visto le persone scendere in strada a migliaia contro ACTA, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement, l’accordo commerciale anti contraffazione: in 300 città d’Europa, lo stesso giorno, centinaia di migliaia di persone che erano in strada per opporsi a un accordo commerciale, multilaterale, negoziato dalla Commissione e dal Consiglio dell’Unione Europea, facendo intervenire il diritto penale. Insomma, un troiaio incomprensibile.

Ma le persone erano in strada perché volevano difendere la loro internet, perché amiamo internet. E cosa ci fa amare internet? Non amiamo le macchine, non le amiamo d’amore. Le possiamo trovare piacevoli, utili, possono rinviarci una bella immagine di noi o qualcosa del genere, ma amiamo internet perché amiamo quello che c’è dall’altra parte dello schermo. E quello che c’è dall’altra parte dello schermo, non sono solo le macchine, è l’umanità intera.

Internet è una finestra sul mondo, una finestra sull’umanità. E ho l’impressione che quello che amiamo è la somma di tutto quello che gli altri investono lì dentro. In effetti, quello che amiamo è l’umanità.

E quindi, non credo che si tratti di una funzione di quanto tempo si spende su internet; e poi ci sono persone che rimarranno per tutto il giorno, tutta la notte, connessi su una cosa che può essere World of Warcraft, o Facebook, o un gadget qualsiasi. Non è davvero così Internet.

Dunque io penso che sia qualcosa che avviene rapidamente quando si capisce o quando comprendiamo che Internet non è solo una macchina, non è semplicemente un televisore migliore, non è solo una console per videogiochi migliore ma è veramente una finestra sul mondo, è dove la dimensione emozionale e a volte per qualcuno un po’ mistica ha un senso e questo è ciò che chiamiamo Datalove.”

Non solo virtuale – Pontassieve – #loptis

In un laboratorio aperto come questo si intrecciano le storie più diverse. Andare per scuole è anche un modo per evidenziare alcune di queste storie. È il caso di sabato prossimo, quando andremo nella scuola media di Pontassieve.

Giovanna aveva partecipato al cMOOC #ltis13 e poi ha continuato ad ascoltare nel laboratorio #loptis. Come dice nel suo blog, è una ricercatrice, è laureata in chimica e si occupa di tecniche diagnostiche in endocrinologia. Si era iscritta al cMOOC perché le piace molto insegnare. Ma Giovanna è anche una mamma, e vive i problemi di tutti i genitori, come quello dei figli che scorrazzano bradi nelle praterie del cybespazio, con le solite domande che tutti si pongono, soprattutto sulle possibili insidie.

Mamma appunto, ma anche ricercatrice, vera: appena aperto un nuovo orizzonte, parte all’attacco. Così la troviamo che si è coordinata con un’insegnante della scuola e che ha già fatto due interventi, travasando lo spirito del laboratorio nella scuola. Bello.

Insomma, Giovanna il 22 febbraio annuncia che è Di nuovo qui:

Dopo diversi mesi di assenza torno su questo spazio. Nel frattempo ho messo in pratica alcune cose: ho trasformato in blended-learning il mio corso al II anno del corso di laurea in Tecniche di Laboratorio Biomedico. Mi è piaciuto, e anche agli studenti mi sembra. Adesso un passo più grosso: sto erogando in blended-learning anche il mio master “applicazioni cliniche della spettrometria di massa”. L’avventura è appena cominciata.

Ma il bello viene domani! Sarò in classe di mia figlia a fare un percorso che sarà strutturato in 3 incontri sull’utilizzo di internet per trovare informazioni ed elaborarle in modalità collaborativa. Finalizzato ad illustrare strumenti e modalità di lavoro utili per la preparazione delle “tesine” per l’esame di III media. L’obbiettivo che, in accordo con la prof. di lettere, vorremmo raggiungere è indirizzare i ragazzi ad un utilizzo della rete positivo, ragionato e arricchente, alternativo all’utilizzo “pettegolo ed esibizionista” che viene promosso attraverso i social networks. Un utilizzo social basato sugli interessi comuni e sui fatti concreti piuttosto che sul parlarsi addosso.

Vediamo come andrà. Spero di riuscire ad usare questo blog come punto di incontro di questo percorso.

Mi pare che vada molto bene: primo incontro, avvantaggiamoci, secondo incontro. Domattina darò una mano a Giovanna, non a fare l’esperto ma a giocare una parte. Duetteremo: il buono e il cattivo. Molto ancora è da definire, ma una cosa è certa: strumenti liberi e costi minimi: WiilD per la lavagna digitale e sistema Linux WiildOs su computer di fascia minima. Per una scuola più libera per tutti.

P.S. Altri mi chiedono di questi incontri: ci sono ipotesi per Prato, Marsciano e mi pare Monza e/o Lecco. Gli interessati mi correggano errori o omissioni. Altri mi chiedono perché e a che condizioni lo faccio. Lo faccio perché mi interessa – è una forma di ricerca sul campo – finché posso. Se è un insegnante o un genitore a chiederlo, ed è un po’ lontanino,  lo faccio in cambio di un primo. Se è un’organizzazione allora mettiamoci d’accordo.

Non solo virtuale – Castel del Piano – #loptis

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Poche settimane fa, durante un frettoloso trasferimento verso la stazione di Milano, parlando di questo laboratorio online, Alberto Ardizzone mi chiese – Perché lo fai? – una domanda che in tutti questi anni non avevo mai ricevuto. Farfugliai qualcosa ma la risposta fu imprecisa, tant’è che non la ricordo esattamente.

L’altro giorno, giù per le  brume valdarnesi e su per il Monte Amiata, Gian Antonio Stella a “Primapagina” (podcast 1.3.2014 – 43:14) mi ha regalato la risposta giusta, citando Papa Francesco:

Il Papa ha raccomandato agli educatori di non trasmettere soltanto contenuti e conoscenze ma anche comportamenti e valori, e in particolare di insegnare a coltivare e saper gestire l’utopia”.

Ecco perché lo faccio: per imparare a coltivare l’utopia, e facendolo, forse, lo insegno.

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Con impeto verso l’utopia

Il tempo è tiranno in questo periodo, ma una traccia di ciò che si è fatto nella scuola primaria di Castel del Piano la vogliamo lasciare.

Prima di tutto un’apologia del software  e dell’hardware libero – valore etico, convenienza, valore didattico: scuola e università hanno il dovere morale di dimostrare, diffondere e promuovere il software libero.

Poi ci siamo meravigliati della fisica usata da questi sistemi, che funzionano sfruttando una sorta di percorso circolare dell’informazione, su tre diverse fasce dello spettro elettromagnetico: radiazione infrarossa, microonde e luce.

Quindi abbiamo rivisto il meccanismo del mouse, con un normale equipaggiamento dove il computer è collegato al proiettore mediante un cavo VGA.

Poi ci siamo accorti che il proiettore era di quelli interattivi, e allora abbiamo eliminato il mouse e abbiamo aggiunto un collegamento  USB fra computer e proiettore, oltre a quello VGA già stabilito. Utilizzando l’apposito puntatore, abbiamo commentato con uno schema come funziona questo sistema e ne abbiamo discusso le caratteristiche pratiche rispetto alle LIM classiche: flessibilità di uso, mobilità, costo inferiore ma non di tanto.

Quindi abbiamo esplorato la soluzione più economica, che ci interessa molto – viste le ristrettezze delle risorse di cui tutti noi soffriamo – che ha anche maggiore valore etico – sfrutta l’ingegno espresso spontaneamente nel cyberspazio: non avendo mezzi usiamo intelligentemente ciò che c’è – che ha anche maggior valore didattico – si fabbrica da soli: i ragazzi vedono di più “come è fatto dentro” e possono essere coinvolti nel montaggio e nella gestione della lavagna. Abbiamo quindi riaggiustato i collegamenti e montato il telecomando Wiimote per realizzare la lavagna digitale WiilD. Anche di questo sistema abbiamo visto per bene lo schema di funzionamento, dimostrandone praticamente il funzionamento e vari particolari come la penna a infrarossi autocostruita.

presentando lavagne digitali low cost a castel del piano - wiildos
Dove si mostra la penna a infrarossi autocostruita – non l’ho fatta io, me l’hanno regalata gli amici di WiildOs. Sulla sinistra si vede il Wiimote, posizionato su un cavalletto.

Per fare tutta questa dimostrazione abbiamo usato un portatile di fascia bassa equipaggiato con il sistema operativo libero WiildOs – provato anche con un netbook minimale di 5 anni fa: funziona benissimo lo stesso. Abbiamo mostrato alcuni dei tanti software liberi di utilità didattica che ci sono in WiildOs. In particolare abbiamo lavorato con il sistema libero di lavagna digitale e presentazione Sankoré, prodotto in coproduzione da un team di sviluppatori svizzeri e francesi. Gli schemi mostrati li avevamo precedentemente prodotti con Ardesia, un software libero che consente di trasformare lo schermo del computer in una lavagna, con la possibilità di salvare in vari formati fasi intermedie del lavoro o di creare dei video dimostrativi – è un software realizzato da un giovane sviluppatore italiano che si chiama Pietro Pilolli.

Infine, abbiamo mostrato anche una configurazione diversa, usando un altro computer con il sistema operativo Windows 7, per mostrare che tutti i software liberi che avevamo citato prima possono essere scaricati e utilizzati anche in una versione per Windows – esiste una porta di accesso agevole al mondo del software libero, che non richiede alcuna competenza particolare, eccetto curiosità e sensibilità.

Il tutto s’è portato via un paio d’ore, digressioni varie incluse. Da ricordare il piacere di una platea attenta e reattiva, l’ospitalità, la torta fatta in casa all’inizio, alla fine il pranzo, amabile per il cibo e la compagnia.

Grazie a Nicoletta Farmeschi, Antonella Coppi, alla loro Preside e a tutti!


P.S. Grazie anche ai diversi amici che il giorno precedente avevano risposto al mio appello in rete dove avevo chiesto se qualcuno poteva prestarmi un telecomando Wiimote perché il mio si era rotto all’ultimo momento 🙂

P.P.S. Facebook è pessimo per vari motivi, ivi incluso il fatto che il link precedente non è accessibile a chi non è iscritto a Facebook: una politica che mina la libertà del cybersapzio. Estraggo quindi da Facebook e riporto qui sotto l’episodio:


Andreas Formiconi
C’è qualcuno che mi può prestare un telecomando Wiimote alla stazione SMN di Firenze fra le 14 e le 15, oppure in serata nella zona Valdarno – Firenze sud? Lo renderei martedì prossimo con caffè o birra o vino…
Mi piace · · Condividi · 28 febbraio alle ore 7.11
Piace a Nicoletta Farmeschi, Giulia Tardi, Elena Crestani e altri 4.

Rosamaria Guido
Tu consigli la Wiimote?
28 febbraio alle ore 7.12 · Mi piace

Andreas Formiconi
io esorto in generale a usare software e hardware libero
esorto a usare mezzi etici e intrinsecamente educativi

la lavagna digitale con wiimote è etica e educativa, se l’insegnante ne trae vantaggio per coinvolgere gli studenti…
cmq la sto provando e vado in giro a provarla con gli insegnanti per avere feedback utili, prima di fare affermazioni assolute
28 febbraio alle ore 7.16 · Mi piace · 5

Rosamaria Guido
Grazie. facci sapere
28 febbraio alle ore 7.17 · Mi piace

Andreas Formiconi
sicuro, relazionerò via via in #loptis
28 febbraio alle ore 7.18 · Mi piace · 2

Andreas Formiconi arrivederci, blackout fino a stasera
28 febbraio alle ore 7.19 · Mi piace · 1

Rosamaria Guido Buon lavoro!
28 febbraio alle ore 7.20 · Mi piace

Angela Iaciofano
Andreas, penso di averlo trovato, ti dò conferma in giornata, nel caso lo porterei domani mattina direttamente a CdP
28 febbraio alle ore 8.48 · Mi piace

Andrea Venanzi
Prof. in zona Valdarno in serata posso prestarlo io senza problemi.
28 febbraio alle ore 11.20 · Mi piace

Samantha Peroni sei sempre forte!
28 febbraio alle ore 11.21 · Mi piace · 1

Angela Iaciofano Sono già in possesso del wiimote, se comunque, per sicurezza, vuoi prenderne anche un altro tanto meglio. A domani
28 febbraio alle ore 12.41 · Mi piace

Andreas Formiconi
Ho trovato il wiimote! Al volo in una coincidenza di 20 minuti
Grazie Angela Iaciofano, beh se ce l’hai portalo, non si sa mai: il perfido Murphy può sempre colpire….
Grazie Andrea Venanzi che eri disposto a trovarsi in serata! Grazie David Fredducci [via mail] che avresti fatto 30 km uscendo sparato da scuola… Grazie Elisabetta Nanni per la tua tesi sulla WiilD!
Cose buone…
Questo è un grazie volante ma ne arriverà uno più consistente… [Eccolo :-)]
28 febbraio alle ore 12.48 · Mi piace · 3

Andreas Formiconi
deh ci fa un baffo Murphy a noi…
http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Murphy
28 febbraio alle ore 12.57 · Modificato · Mi piace · 1 · Rimuovi anteprima

Chiara Strisciuglio
Sperimentare e lavorare sul campo: l’officina del Prof. Andreas . Buon lavoro.
28 febbraio alle ore 13.26 · Mi piace · 2

Elaborazione di immagini – tre fatti che fanno la differenza – #loptis

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  • Sicuramente un post per gli studenti di “Editing multimediale” della IUL ma anche per tutti quelli a cui capita di lavorare con le immagini
  • Grafica bitmap e vettoriale
  • Due o tre cose sui formati più noti, GIF, PNG e JPEG, sulla compressione delle informazioni, conservativa e non, e sui formati “dedicati” XCF e SVG
  • Gimp e Inkscape, due bellissimi software liberi per l’elaborazione delle immagini che girano su Linux, Mac e Windows
  • Elaborazione delle immagini in livelli

Primo fatto: software libero anziché proprietario

Il fatto che il software sia libero o proprietario è fondamentale, per motivi etici prima ancora che tecnici. L’espressione sintetica di Marina è perfetta:

software libero vuol dire che rende le persone più libere

Aggiungo: la scuola e l’università hanno il dovere morale di dimostrare, diffondere e promuovere il software libero. Il resto l’abbiamo detto in un post precedente.

Secondo fatto: distinguere fra grafica bitmap e vettoriale

Immagini digitali

Le immagini digitali sono sempre formate da una sorta di scacchiera di piccoli quadratini denominati pixel, il cui interno è rappresentato con un colore uniforme al quale nel computer corrisponde un certo valore numerico. Anche se le immagini sono monocromatiche vale lo stesso concetto. Per fare un esempio noto a tutti, le immagini TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) sono rappresentate in scale di grigi. Ebbene, anche lì in ogni pixel, l’intensità di grigio è in relazione con un numero che rappresenta (con una certa approssimazione) la densità media dei tessuti del corpo nella spazio rappresentato da quel pixel.

dpi e risoluzione

In qualsiasi immagine digitale potete scorgere i pixel, se vi avvicinate o la ingrandite a sufficienza. Naturalmente è proprio quello che non si vuole vedere, di solito. In questo articolo useremo il termine risoluzione per il numero di pixel dell’immagine – maggiore risoluzione significa maggior numero di pixel. In realtà, il concetto di risoluzione spaziale di un’immagine è differente e molto più complesso ma qui ci atterremo alla prassi corrente per rendere il discorso più agile e compatto. Invece con dimensione intenderemo la grandezza del file in cui l’immagine viene memorizzata, e potrà essere espressa in Mega Byte (MB) o in Kilo Byte (KB) [1].Per esempio se fate una scansione di un documento o un’immagine dovete fare attenzione al parametro dpi (dots per inch, punti per pollice). Un pollice sono 2.54 cm e valori accettabili stanno usualmente fra 100 e 200 dpi, ma dipende da cosa dovete scannerizzare. Occorre quindi fare delle prove scegliendo il valore più basso che dà la qualità adeguata, nel contesto che vi interessa. Non vale esagerare, perché la dimensione delle immagini cresce grandemente in proporzione inversa alle dimensioni dei pixel: se i pixel di un’immagine sono più piccoli vuol dire che ve ne saranno di più – se scelgo 200 dpi anziché 100, vuol dire che su ogni lato dell’immagine ho il doppio dei pixel, quindi il numero totale dei pixel dell’immagine sarà 2×2=4 volte più grande, ergo raddoppiare la dimensione lineare vuol dire quadruplicare la dimensione dell’immagine, e quindi anche la dimensione del file dove questa viene memorizzata. Infatti, dal punto di vista del computer, un’immagine digitale è semplicemente una fila di numeri, tanti quanti sono i pixel in cui è suddivisa. Quando il computer la deve rappresentare su un qualche supporto – monitor, stampa… – allora legge i numeri a partire dal primo e decodifica ciascuno di essi in maniera da produrre l’effetto dovuto, in termini di colore e intensità, poi li “scrive” nello spazio dell’immagine come si fa nelle lingue occidentali: da sinistra a destra, dall’alto al basso.

Tipi di grafica

Ma non sempre le immagini vengono memorizzate secondo la logica di un “elenco dei contenuti dei pixel”. Si danno infatti due possibilità, una che prende il nome di grafica vettoriale e l’altra di grafica bitmap, o grafica raster (raster: griglia; da qui in poi utilizzeremo il termine bitmap). Le immagini bitmap sono memorizzate così come abbiamo già detto. Ad esempio le fotografie e le immagini mediche sono di questo tipo. Le immagini vettoriali sono invece memorizzate attraverso una rappresentazione ad oggetti. I disegni CAD (Computer Assisted Design) fatti da un progettista e i documenti PDF sono esempi di immagini vettoriali. Facciamo un esempio affinché la differenza sia chiara.

Grafica bitmap

Supponiamo prima di disegnare una circonferenza con un software di tipo bitmap, poi immaginiamo di ingrandire molto l’immagine: prima o poi la circonferenza rivelerà la struttura in pixel, che le darà un aspetto frastagliato.

si mostra come un'immagine bitmap si deteriori ingrandendola oltre un certo limite
Immagine di una circonferenza generata in grafica bitmap. L’immagine di destra rappresenta l’ingrandimento del quadrato rosso raffigurato nell’immagine di sinistra.

Grafica vettoriale

Disegnate ora la stessa circonferenza con un software di tipo vettoriale e provate a ingrandire l’immagine a piacimento: la circonferenza sarà sempre lì, con gli stessi identici attributi che le avrete assegnato all’atto della sua creazione. Magari ne vedete solo un piccolo arco perché avete ingrandito l’immagine veramente tanto, ma non vi sono artefatti.

si mostra come un'immagine vettoriale rimanga inalterata con l'ingrandimento
Immagine di una circonferenza generata in grafica vettoriale. L’immagine di destra rappresenta l’ingrandimento del quadrato rosso raffigurato nell’immagine di sinistra.

Perché questa differenza? Il software di tipo bitmap parte da un’immagine che è tanti pixel alta e tanti pixel larga. Dopodiché qualsiasi cosa facciate, il software si preoccupa di riempire i pixel come dite voi. Altro non fa. Se avete chiesto di disegnare una circonferenza, il sistema utilizza l’equazione matematica della circonferenza

x^2 + y^2 - 2 \alpha x - 2 \beta y + \alpha^2 + \beta^2 - r^2 = 0

dove α e β sono le coordinate del centro e r è il raggio della circonferenza, per riempire appropriatamente i pixel. Poi se ne dimentica, ovvero dimentica i suoi parametri, α, β e r [2]. Invece, il software di tipo vettoriale, utilizza l’equazione della circonferenza per disegnarla sullo schermo, con i parametri di rappresentazione correnti, ovvero riempie i pixel che voi vedete sullo schermo, e invece di memorizzarne i contenuti memorizza l’equazione della circonferenza, sotto forma dei suoi parametri  α, β e r, e di altri eventuali attributi grafici, quali spessore e colore della linea. Poi, ogni volta che voi rinfrescate l’immagine sullo schermo, ricaricandola o variandone le dimensioni, ricalcola i contenuti dei pixel a partire dall’equazione della circonferenza. E così per tutti gli altri oggetti.

Riassumendo, con la grafica bitmap il sistema ricorda i contenuti di tutti i pixel dell’immagine – quando la deve rappresentare sul schermo costruisce l’immagine semplicemente rappresentando adeguatamente i singoli pixel. Con la grafica vettoriale il sistema ricorda l’idea di circonferenza, ovvero di quella precisa circonferenza con il centro posizionato in quella certa posizione, con quel certo raggio, con quel certo spessore e quel certo colore con cui deve essere tracciata – quando deve rappresentare l’immagine, prima calcola i contenuti dei pixel per rappresentare quella circonferenza, poi rappresenta i pixel così calcolati sullo scheermo.

Formati – compressione

Non vogliamo perderci qui nella foresta dei formati. Se necessario approndiremo dove opportuno. Solo gli esempi comuni. Tutte le immagini di origine fotografica sono gestite e memorizzate con la logica bitmap. È naturale: derivano tutte da una qualche matrice di rivelatori, intendendo per matrice una qualche precisa disposizione di rivelatori di radiazione elettromagnetica: luminosa, infrarossa, X o altro. I formati più comuni per la distribuzione di immagini bitmap nel web sono GIF, PNG e JPEG – detto anche JPG, è lo stesso.

Qui occorre un inciso sulla compressione. Le immagini – anche l’audio e a maggior ragione il video – contengono molta informazione, quindi i file tendono ad essere grandi – oggi si ama dire che sono “pesi”. Persino la fotocamera di un telefono produce immagini di vari milioni di pixel. Far viaggiare questa roba in internet può essere un problema, a maggior ragione per chi vive in paesi sottosviluppati – o “diversamente sviluppati”, come il nostro, duole dirlo ma all’atto pratico, fra la velocità di trasferimento subalpina e quella sovralpina può corre tranquillamente un fattore 10. Le tecniche di compressione dell’informazione sono quindi fondamentali, è grazie a queste che la distribuzione dell’informazione multimediale è esplosa, ad esempio nei formati MP3 (audio), JPEG (immagini) e MP4 (video). Tutti questi esempi – sono i più comuni ma ve ne sono tanti altri – sono caratterizzati dal fatto di impiegare un qualche sistema di compressione dell’informazione. E tutti e tre usano i sistemi di compressione più efficaci, ovvero quelli non conservativi, che per comprimere meglio buttano via qualcosa – qualcosa che non si sente nell’audio, che non si vede nelle immagini o nei video. Sono sistemi regolabili – se si esagera si finisce col deteriorare il messaggio.

Con la compressione conservativa invece non si butta via nulla, ma si sfruttano ripetizioni e regolarità, sfruttandole in modo intelligente. Ci capiamo subito con questo esempio: pensate a un’immagine fatta da un solo pixel centrale nero e tutti gli altri bianchi – non è interessante ma è utile per capire. Non è difficile immaginare un sistema abbastanza furbo da memorizzare il numero di pixel che sono uguali e il loro (unico) valore. Nel nostro esempio significa che invece di memorizzare milioni di numeri, basta memorizzare il numero dei pixel bianchi, il numero di quelli neri e i due valori corrispondenti al bianco e al nero: 4 numeri! Abbiamo semplificato molto ma il concetto c’è, ed è anche sufficiente a capire che il successo di questi metodi dipende dal tipo di immagine. Per esempio in un’immagine fotografica piena di  sfumature morbide ci sarà poco da comprimere. Un esempio di compressione conservativa molto noto è quello del formato ZIP. Può valer la pena di fare un giochino. Prendo un brano di questo scritto, lo salvo in un file con un editore di testo – un editore di testo, non Word!  – Mi è venuto un file di 1075 byte. Sempre con l’editore di testo scrivo “pippo pippo…” tante volte (alla Shining – non mi sta vedendo nessuno…) fino a ottenere un file egualmente lungo, ovvero di 1075 byte. Applico a tutti e due lo zip: nel primo caso viene un file di 725 byte e nel secondo di 173 byte. Potete provare anche voi per esercizio, inventandovi degli esempi simili, o scaricando il file numero 1 e il file numero 2 per zipparli da voi.

Dunque dicevamo che i formati più comuni per la distribuzione di immagini bitmap nel web sono, GIF, PNG e JPEG. Vediamoli brevemente.

Il formato GIF usa una compressione conservativa. Questo lo rende adatto a immagini che contengono testo o grafica composta da linee. Si può usare per fare immagini animate.

Anche il formato PNG comprime l’immagine in modo conservativo e quindi anche questo è adatto nei casi cui sono presenti testo o linee. È meglio rispetto al GIF perché è più recente: consente di rappresentare le immagini con maggiore qualità e le comprime meglio. Non si possono però fare immagini animate, per questo ci vuole il formato GIF. In fondo vedremo un esempio.

Il formato JPEG applica invece una compressione non conservativa. È il formato adatto alle immagini fotografiche. Se siamo noi a generare un file JPEG, allora all’atto del salvataggio si può scegliere il grado di compressione. Occorre controllare quindi: più si comprime e più l’immagine può risultare degradata, specialmente se vi sono dettagli fini e contrasti bruschi.

Per quanto riguarda la grafica vettoriale occorre certamente citare il PDF. È un’ottima occasione per puntualizzare che il PDF è un formato grafico, e per di più vettoriale, perché molti scambiano il PDF per una variante del formato DOC – quello di Word, o altri word processor. No, il PDF non è un formato di testo o testo formattato, bensì è un formato grafico: esportare un documento qualsiasi – testo, foglio di lavoro o altro – in PDF vuole dire farne una sorta di fotografia, ovvero congelarlo in un’immagine, e per di più un’immagine vettoriale, perché così risulta meno sensibile alla modalità con la quale viene rappresentato, grazie al meccanismo ad oggetti che abbiamo visto. Perché il PDF è nato proprio per diffondere documenti nella rete, in maniera che questi rimangano inalterati, indipendente dal supporto di visualizzazione o dalla modalità di stampa.

Manipolando foto

La questione del formato è particolarmente importante quando siamo noi che creiamo le immagini. Le immagini si possono presentare in una grande varietà di forme, agli estremi abbiamo le fotografie da un lato e i “disegni al tratto” dall’altro – diagrammi, grafici. Di foto ne produciamo tutti tante, anche troppe. La tendenza è scattare e riempire memorie – pensa a tutto la macchina. In realtà anche in un cellulare di fascia bassa si può intervenire su alcuni parametri, per non parlare degli smartphone. Sicuramente si possono determinare numero di pixel e qualità dell’immagine. La dimensione dei file cresce con il numero dei pixel e la qualità dell’immagine. La qualità è di fatto regolata mediante il rapporto di compressione JPEG. Prima di usare l’apparecchio, non sarebbe male fare delle prove, ripetendo lo stesso scatto con risoluzioni e qualità diverse, per poi scegliere i parametri che consentono di ridurre le dimensioni dei file ma senza introdurre artefatti nell’immagine.

Chi ha qualche velleità fotografica e utilizza macchine “serie” – reflex, street photography, grandi formati – ha certamente a disposizione l’opzione del formato cosiddetto RAW raw data: dati grezzi. Questi sono i numeri letti direttamente dai sensori dell’apparecchio, sui quali si può lavorare successivamente con gli appositi software di elaborazione fotografica. È il formato prediletto da chi vuol partecipare alla costruzione dell’immagine fotografica, un po’ come coloro che amavano sviluppare le proprie foto nella camera oscura. Con il formato RAW la libertà di espressione è maggiore ma anche la dimensione dei file è molto più grande dei file JPEG – meno scatti, più riflessione post processing – ex camera oscura – più qualità.

Fabbricando immagini

Diverso è il caso in cui le immagini ce le dobbiamo fabbricare “a mano”. Qui la risposta non è univoca perché dipende da quello che si deve fare. Nel caso di diagrammi o grafici, quasi certamente conviene optare per un formato di tipo vettoriale. Costruendo invece immagini composite nelle quali gli elementi fotografici sono importanti, allora probabilmente si può lavorare sia in forma vettoriale che bitmap – la scelta dipende dal tipo di fruizione dei risultati e, in ultima istanza, dalle preferenze personali.

Lavorare in forma grafica bitmap o vettoriale vuol dire usare software diversi. Qui citiamo due ottimi software liberi: Gimp per la grafica bitmap e Inkscape per la grafica vettoriale. La quantità e varietà di software e di servizi web per l’elaborazione delle immagini è impressionante. Molti conosceranno Photoshop per il ritocco delle immagini fotografiche, e forse avranno sentito nominare Autocad per la progettazione, quali esempi di software per grafica bitmap da un lato e vettoriale dall’altro, anche se quest’ultimo più di nicchia e strettamente professionale. Sono programmi dal prezzo elevato, probabilmente ingiustificato per la maggioranza delle finalità che può avere un utente generico. In realtà le alternative libere Gimp e Inkscape sono molto sofisticate e possono essere usate con profitto anche in contesti professionali. Gli esempi precedenti, dove abbiamo mostrato cosa succede ingrandendo immagini dei due tipi sono stati realizzati con questi due software, ma vediamo qualche esempio per dare un’idea delle potenzialità e delle differenze fra le due modalità.

Lavorare in grafica bitmap con Gimp

fotografia di 4320x3240 pixel, memorizzata in tre diversi formati, png, jpg  e jpg fortemente compresso, da sinistra a destra, rispettivamente
.

Questa immagine – chi vuole sapere di che si tratta può leggere la nota [3] – è stata è stata scattata con un apparecchio comune, di quelli automatici, nemmeno più tanto recente, e ciò nonostante già in grado di sparare immagini di 4320×3240 pixel, come  questa che vedete qui sopra, espressa in tre diversi formati, da sinistra a destra: PNG – compressione conservativa, cioè nessun degrado ma il file occupa 19MB; JPEG con compressione ridotta (94% di qualità secondo Gimp [4]) , e già così si ottiene un file di soli 3 MB; JPEG con compressione elevata, (10% di qualità sempre secondo Gimp), e si arriva a 213 KB: un fattore di compressione dell’1% e la qualità sembra la stessa! In effetti, con così tanti pixel si può andar giù pesanti con la compressione JPEG.

Ma la differenza c’è, dipende da come si intende usare l’immagine, in particolare da quanto si pensa di ingrandirla. Le tre immagini sopra sono scalate per farle entrare nel post, cliccando sopra appaiono le versioni originali, sulle quali potete cliccare un’altra volta per ingrandirle ulteriormente. Se con il vostro browser non funziona così, potete scaricarle sul vostro computer e poi ingrandirle con il software di visualizzazione di immagini che usate di solito. Ebbene, vedrete che, ingrandendo molto, se fra le versioni PNG (a sinistra) e JPEG 94% (quella di mezzo) non ci sono differenze apprezzabili, la versione JPEG 10% (a destra) risulta marcatamente degenerata, con una sorta di artefatto a blocchi. Ebbene quello è l’effetto di perdita di informazione, causato da una compressione JPEG troppo aggressiva. Dipende quindi da come si vogliono utilizzare le immagini.

Ma vediamo ancora più in dettaglio come stanno le cose, confrontando un particolare dell’immagine senza alterazioni, con risoluzione ridotta, con compressione JPEG e con tutti e due i trattamenti.

confronto del particolare di un'immagine: originale alta risoluzione, con compressione jpeg aggressiva, con riduzione della risoluzione del 20%, con ambedue i trattamenti, da sinistra a destra rispettivamente
1) immagine originale ad alta risoluzione 4320×3240 pixel, dimensione 19 MB; 2) sempre ad alta risoluzione ma molto compressa con JPEG, dimensione 213 KB; 3) a risoluzione ridotta del 20%, 864*648 pixel, dimensione 211 KB: 4) sia a risoluzione ridotta che molto compressa con JPEG, dimensione 23 KB. Clicca l’immagine per vedere gli effetti, poi clicca ancora sull’immagine che viene per zoomarla e vedere bene gli effetti.

Per vedere bene gli effetti occorre cliccare sull’immagine qui sopra, che è scalata per farla entrare nell’impaginazione, e poi cliccare nuovamente sull’immagine che appare per ingrandirla ulteriormente.

Ebbene, se la dimensione del file dell’immagine originale era di 19 MB, sia riducendo la risoluzione del 20% che applicando una compressione JPEG energica – 10% secondo Gimp – questa si riduce a circa 200 KB, ovvero dell’1%, e in ambedue i casi si osservano delle degenerazioni, che sono però di natura diversa. Applicando infine ambedue i trattamenti, si riduce sì di un ordine di grandezza la dimensione del file (23%) ma addio qualità.

Quindi, primo messaggio: per ridurre il “peso” di un’immagine si può agire sul parametro di qualità-compressione del formato JPEG ma occhio alla risoluzione: se i pixel sono pochi il rischio di rovinare l’immagine è alto, quindi bisogna essere prudenti: andare per tentativi e errori.

Secondo messaggio: per lavorare bene, può avere senso porsi il problema se convenga ridurre le dimensioni riducendo la risoluzione oppure comprimendo di più con il JPEG. Si confrontino le immagini 2), compressa con JPEG, e 3), alleggerita riducendo la risoluzione. La prima ha i contorni più conservati mentre si sono praticamente perse le sfumature delle superfici piane. Nella seconda le sfumature delle superfici sono ancora ben rappresentate ma i contorni sono deteriorati dalla dimensione dei pixel – meno pixel vuol dire pixel più grossi. Da tutto questo si vede come in ambedue i casi la riduzione delle dimensioni dell’immagine sia stata ottenuta al prezzo della perdita di una certa quantità di informazione, ma che tale perdita è qualitativamente diversa nei due casi. La riduzione della risoluzione tende a sciupare i contorni, la compressione JPEG tende a sparpagliare la degenerazione nell’immagine. L’indicazione pratica che se ne ricava è che nel caso di immagini morbide e con poche variazioni brusche di contrasto conviene ridurre la risoluzione, ovvero il numero di pixel; invece nel caso di immagini dove predominano linee e contorni forti, può convenire ricorrere ad una compressione JPEG più energica. In ogni caso: domandarsi come verrà usata l’immagine e cosa vogliamo comunicare e poi andare per tentativi ed errori, perché gli effetti cambiano a seconda del tipo di immagine.

Chi si cimenta nell’uso di Gimp si accorge che fra i 40 formati nei quali può salvare un’immagine, il primo che viene proposto è XCF. Questo è il formato nativo di Gimp, ovvero quello che è in grado di memorizzare tutte le informazioni fra una sessione di lavoro e l’altra. È il formato da usare quando si lavora con un’immagine e la vogliamo mantenere per ritornarci a lavorare in futuro – se la memorizziamo in questo formato siamo sicuri di ritrovare tutta quello che abbiamo fatto in precedenza. Non è il formato da usare per inviare un’immagine in rete, a meno che uno non voglia condividerla con qualcun altro che debba continuare a lavorarci con Gimp. Il processo corretto quindi è quello di memorizzare tutte le varie versioni dello sviluppo in XCF e poi esportare il risultato in un formato idoneo a essere trasmesso, per esempio GIF, PNG, JPEG o altro.

Resterebbe da dire qualcosa sulle elaborazioni in grafica bitmap, ma vedremo meglio dopo, ragionando del terzo fatto che fa la differenza, in materia di manipolazione di immagini.

Lavorare in grafica vettoriale con Inkscape

Le immagini si possono creare anche in grafica vettoriale. Anche per questo tipo di elaborazione esiste uno splendido software libero, che è Inkscape. Vediamo un esempio.

esempio di immagine creata in grafica vettoriale, mediante il software inkscape
Esempio di tipica immagine che conviene produrre in grafica vettoriale. Questa è stata prodotta con il software libero Inkscape. Clicca l’immagine per vederla meglio.

Il soggetto dell’immagine non ci interessa qui, se non per come è stato costruito graficamente. Chi fosse incuriosito dal senso del diagramma può leggere una breve nota [5]. Come abbiamo già visto, nella modalità vettoriale, ad essere memorizzati non sono i pixel dell’immagine ma le caratteristiche geometriche degli oggetti – in questo caso triangoli, ellissi, segmenti di vario tipo, sfondi, testi. È una modalità comodissima per fabbricare un diagramma del genere. Una volta costruito un triangolo, con le sue frecce, il suo sfondo e i testi, per fare gli altri, basta raggruppare tutti gli elementi con una semplice riquadratura e duplicare il tutto, spostare la copia nella posizione desiderata e poi intervenire sui singoli elementi che debbano essere eventualmente cambiati, per esempio i testi in questo caso. Ciò è reso possibile dal fatto che il sistema tiene traccia di ogni singolo oggetto e di ogni sua caratteristica, in un modo che rende  molto semplice manipolarlo, riprodurlo e nuovamente alterarlo in ogni successiva fase del lavoro:

dove si mostra come in grafica vettoriale si possa selezionare un intero gruppo di oggetti per poi portarlo in giro, duplicarlo o alterarlo in ogni sua parte
Esempio di come, in grafica vettoriale, sia facile selezionare un gruppo di oggetti, per poi spostarlo, replicarlo o modificare in ogni suo componente. Cliccare l’immagine per vederla meglio.

Fra i casi estremi che abbiamo mostrato esiste tutta una zona intermedia di risultati che possono essere raggiunti con ambedue i sistemi. Per averne un’idea può essere interessante andare a vedere in  DeviantART – un social network dedicato alle creazione grafiche – i lavori fatti sia dagli appassionati di Gimp che da quelli di Inkscape.

Anche Inkscape ha un formato di riferimento che conserva tutto ciò che serve per conservare il lavoro fra sessioni successive, è lo SVG. Valgono le stesse considerazioni fatte a proposito del formato XCF di Gimp. La differenza con Gimp è che Inkscape non offre formati che comprimono in modo non conservativo – per esempio si può salvare in PNG ma non in JPEG. Del resto, se vogliamo, il formato vettoriale opera intrinsecamente una forma di compressione, memorizzando solo i parametri geometrici degli elementi presenti anziché i contenuti dei pixel, che sono quasi sempre centinaia di migliaia o milioni. Ad esempio, l’immagine precedente, che è anche abbastanza complessa, è composta da 780’000 pixel ma il file in formato SVG occupa solo 85 KB. Se poi uno volesse comprimere ulteriormente un’immagine prodotta in grafica vettoriale usando il formato JPEG, per qualche giustificato motivo, non ha che da prendere la versione in PNG, caricarla in Gimp  e da lì salvarla in JPEG, con il grado di compressione desiderato. Lo faccio, esagerando, per far vedere ancora il tipo di degenerazione che può venir fuori. Il file in JPEG è diventato di 29 KB ma…

degenerazione che si ottiene comprimendo troppo in jpeg un'immagine prodotta in grafica vettoriale
Esempio del modo in cui si deteriora un’immagine prodotto in grafica vettoriale applicandole un’eccessiva compressione JPEG. Qui l’immagine è stato prodotta lavorando con Inkscape sul suo formato nativo SVG, poi è stata esportata nel formato tipo bitmap PNG, che comprime in modo conservativo, quindi è stata caricata in Gimp per essere infine salvata in formato JPEG con qualità del 10%. Clicca l’immagine per vedere bene gli effetti.

Terzo fatto: usare i livelli (layers)

Infine il terzo fatto che fa la differenza in materia di elaborazione di immagini: l’esistenza dei livelli (layers). I livelli consentono di costruire un’immagine attraverso la sovrapposizione di piani contenenti elementi diversi di quella che sarà l’immagine risultante. Un caso tipico può essere quello della sovrapposizione di scritte ad un’immagine fotografica: la fotografia sta in un piano e i testi da sovrapporre stanno in altri piani.

Quello dei livelli è uno strumento potentissimo. Un vantaggio fondamentale è la facilità con cui si può intervenire in tempi successivi solo su alcune parti delle immagini. Cambiare un testo ormai integrato in una fotografia può essere un incubo. Cambiarlo nel suo piano, lasciando tutto il resto inalterato, è un gioco da ragazzi.

Vediamo un esempio costruito sulla solita immagine della locomotiva.

illustrazione dell'impiego di livelli nella costruzione di un'immagine
Questa immagine è stata costruita con Gimp in 4 livelli: il primo contiene la fotografia resa monocromatica, il secondo contiene solo il fumo che spiffera dai meccanismi, reso in rosso, il terzo contiene gli elementi grafici in verde e il quarto i testi in giallo.

Le possibilità offerte dai livelli sono sterminate. Per esempio, sempre con Gimp, non è difficile ottenere dalla precedente un’immagina animata in GIF:

esempio di immagine animata gif ottenuta con Gimp

Anche il programma in grafica vettoriale Inkscape offre l’elaborazione in livelli. Tuttavia, siccome nella grafica vettoriale ogni oggetto rimane indipendente e può sempre essere riacciuffato successivamente, da solo o in gruppo, i livelli giocano un ruolo un po’ minore, anche se in certe circostanze possono tornare molto utili. Nella grafica bitmap invece l’esistenza dei livelli cambia la vita a chiunque voglia fare qualcosa di appena più elaborato di un semplice ritocco.

Coda

Non ho dato istruzioni per l’uso – come si fa a fare questo o quello. Non credo che si impari per istruzioni preconfenzionate ma per suggestioni. Se la suggestione per qualcuno c’è stata allora costui proverà a fare qualcosa. Se avrà problemi lo scriverà, e noi lo aiuteremo.


Note

  1. B: byte = 8 bit; 1 KB = 1024 B; 1 MB = 1024 KB; quindi 1 MB = 1024 x 1024 B, approssimativamente 1 MB è qualcosa più di un milione di B.
  2. Per chi ha poca dimestichezza con il linguaggio matematico. L’equazione dice molto semplicemente che il risultato dell’operazione a sinistra dell’uguale, deve essere uguale a ciò che c’è alla sua destra, vale a dire uguale a 0. L’operazione a sinistra non è altro che una somma algebrica (vale a dire che c’è anche roba col segno meno) di alcuni termini, che sono a loro volta prodotto di alcuni fattori: x2 vuol dire x moltiplicato x, 2αx vuol dire 2 moltiplicato α moltiplicato x, eccetera. α, β e r sono le cose fisse, i cosiddetti parametri. Sono fisse nel senso che se io attribuisco a ciascuna di esse un valore, allora ho definito una precisa circonferenza, all’interno del mondo di tutte le infinite possibili circonferenze possibili. Rimangono x e y. Queste sono le variabili, quelle che servono a disegnare la circonferenza su un pezzo di carta o sullo schermo del computer, in questo caso. In sintesi, il software considera x e y come le coordinate dei pixel sullo schermo, esattamente come nella battaglia navale o in una carta geografica. Poi si “diverte” a “provare” vari valori della x, risolvendo l’equazione, cioè trovando la y in modo che valga l’uguale. Trovata così la y per ogni x, usa tali valori per individuare il pixel di tali coordinate e lo riempie di colore. Così viene fuori la circonferenza. Questa è una descrizione un po’ semplificata ma è corretta.
  3. Interno cabina della locomotiva a vapore HG 3/4 Nr. 1 “Furkahorn”, fabbricata in Winterthur (CH) nel 1913 per operare sulla tratta a scartamento ridotto di alta montagna Brig-Furka-Disentis, successivamente venduta in Vietnam nel 1947, dove ha lavorato fino al 1993, anno nel quale è stato riportata in Svizzera per viaggiare sulla linea Oberwald-Furka-Realp, da allora operativa nella stagione estiva
  4. I programmi che consentono di salvare immagini nel formato JPEG offrono sempre la possibilità di determinare la qualità regolando il compromesso compressione-qualità mediante un fattore numerico. Talvolta questo fattore è espresso come una percentuale che va da 0 a 100, ma attenzione, questo non rappresenta il fattore di compressione del file risultante ma solo un indice numerico che esprime il livello del suddetto compromesso. Programmi diversi quantificano in maniera diversa tale compromesso, che delle volte è espresso in termini differenti da quello percentuale. Quindi, quando si salva un’immagine in JPEG, dire che si è usato quel certo livello di compressione non vuol dire nulla se non si specifica anche con quale software è stato ottenuto. Ecco perché nel testo abbiamo specificato per esempio “10% secondo Gimp”.
  5. Il diagramma rappresenta un tentativo ingenuo del sottoscritto di descrivere l’attività dell’insegnante nel cMOOC #ltis13 sulla base dell’activity theory di Yrjö Engeström. Giusto per dare un’idea di cosa rappresenti il diagramma, in maniera estremamente sintetica: i triangoli sono una generalizzazione del concetto di azione mediata di Vygotzky, rappresentata con un triangolo che descrive come il soggetto agisca sull’oggetto attraverso una mediazione complessa, realizzata mediante artefatti complessi, strumenti o simboli. Tale generalizzazione prende il nome di activity system e tiene conto del fatto che un soggetto agisce sempre all’interno di un sistema e che la descrizione delle sue azioni rappresentano una particolare prospettiva di quella che in realtà poi risulta un’attività del sistema. Facendo riferimento al triangolo di sinistra, per esempio un insegnante opera in un sistema caratterizzato da precisi insiemi di collaboratori (in basso al centro) che condividono un certo sistema di regole (vertice basso sinistro) e operano secondo una determinata divisione del lavoro (vertice basso destro), producendo, mediante un sistema di strumenti e simboli (vertice alto), un intervento che dovrebbe intercettare le domande e le necessità degli studenti, all’interno dalle loro rispettive zone di sviluppo prossimale.

Non solo virtuale – #loptis

L’andare per scuole attiene alle attività di questo laboratorio. Un’attività da centellinare perché gli eventi in presenza costano tempo. Ma un’attività importante perché aiuta a capire chi c’è “dall’altra parte”, in che contesto si affannano quelle persone che scrivono e si agitano dietro a questo schermo. È un lavoro che mi rende un po’ assente, ma è rivolto sempre al medesimo obiettivo, quindi mi pare giusto scrivere una minima traccia di quello che bolle in pentola.

Forse non è stato molto intelligente lasciarsi coinvolgere in due eventi all’inizio di marzo, contemporaneamente all’inizio delle lezioni di informatica a 300 studenti di medicina, e a un’altra attività didattica sempre a medicina, e con la ferma intenzione di procedere con continuità qui dentro. Ma le occasioni capitano, e queste, anche se non sono “istituzionali”, mi sembrano importanti.

Allora, il I di marzo sarò nella scuola di Castel del Piano a mostrare lavagne digitali. È  la scuola dove ci sono Nicoletta Farmeschi e Antonella Coppi, che fanno parte di questa comunità.

Poi l’8 di marzo andrò a ragionare di rete in un liceo di Pontassieve, per dare una mano a Giovanna Danza che si sta impegnano su questo fronte – lei ha partecipato al cMOOC #ltis13.

Qui di seguito scrivo la traccia in divenire di quello che intenderei dire e fare a Castel del Piano. Magari qualcuno mi dà qualche idea.


Dimostrazione di lavagne digitali “non lim”

Introduzione sul software e hardware libero

Pur prendendo una posizione nettissima a favore del software libero – del resto uso molto poco il mouse e digito comandi Unix da quarant’anni – infatti andrò snocciolando qualche fatto, sulla falsariga de  Il software libero ti libera, sostenendo poi che

scuola e università hanno il dovere morale di dimostrare, diffondere e promuovere il software libero

proporrò tuttavia un approccio non talebano, bensì progressivo – meglio insinuare il dubbio e far breccia in 1000 ignari che ordinare 10 nuovi sacerdoti – illustrando brevemente quattro livelli di coinvolgimento

  • Applicativi free in Windows: Firefox, LibreOffice, Gimp, Inkscape, Audacity, Sankoré, Cygwin
  • Linux versione Live: su penna USB
  • Linux e Windows: dual boot
  • Linux tout court e tutto il resto…

Dimostrazione di lavagne digitali facili o economiche

In tale contesto, cercherò di mostrare varie opzioni possibili, fra quelle particolarmente facili o economiche – economiche rispetto alle soluzioni commerciali chiavi in mano. E quando vi saranno più opzioni, privilegeremo quelle più facilmente e sicuramente implementabili. È roba che sto imparando a usare, non è detto che andrà tutto diritto, per cui invoco perdono in anticipo a chi subirà questo esperimento…

Mostreremo un proiettore che funziona in modo interattivo e poi in modalità non interattiva ma con l’ausilio del telecomando Wiimote. Mostreremo l’uso sia con Windows che con WiildOs. Proporremo una progressione dove, passando da una soluzione a  quella successiva, aumenta sì la difficoltà ma si guadagna in etica e valore didattico.

  • Windows – proiettore interattivo

    È qui che daremo un’occhiata en passant a

    • Firefox – navigazione internet
    • LibreOffice – suite office, word processor, fogli di lavoro, presentazioni eccetera
    • Gimp – grafica tipo bitmap (sta arrivando un post su questo)
    • Inkscape – grafica tipo vettoriale (idem)
    • Audacity – elaborazione audio
    • Sankoré – lavagna digitale
    • Cygwin – ok, me lo concedo: come realizzare l’ambiente di comandi Unix (shell) in Windows 😉
  • Windows – proiettore normale Wiimote

  • Smoothboard 2 (shareware) per gestire il Wiimote
  • Ma ce ne sono altri…
  • WiildOs – proiettore interattivo

    • I tanti software didattici pronti in WiildOs
  • Wiildos – proiettore normale – Wiimote

    • I tanti software didattici pronti in WiildOs

Consapevole di avere citato solo alcuni dei software esistenti. Aperto a suggerimenti, che se validamente supportati e se possibile, accoglierò volentieri.

Il software libero ti libera – #loptis

Post aggiornato il 9 febbraio 2014 con l’aggiunta della nota numero 2 sul download del sistema operativo WiildOs per l’impiego della lavagna digitale a basso costo WiiLD.


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Questo pezzo costituiva la prima di tre parti del prossimo post che si dovrebbe intitolare “Software libero e immagini – cos’è che fa la differenza”, ma mi stava palesemente prendendo la mano. Siccome l’argomento è cruciale, l’ho scorporato. Fra di voi vi sono alcuni studenti della IUL che si sono iscritti al prossimo appello di “Editing Multimediale”. Non ce più tempo per il prossimo post, che arriverà in settimana nuova e per quello successivo, su temi analoghi. Comunque, avendo visto il nostro concetto di corso e di esame espresso nel post precedente, confido nel fatto che tali studenti continuino a seguire le proposte successive attinenti all’editing. Ora è più importante soffermarsi su questo argomento.


In questo articolo glisso sulle differenze fra software libero e software open source, che sono invece rilevanti. Le abbiamo discusse in precedenza. Qui affrontiamo la questione alla larga.


L’evoluzione della cultura umana è punteggiata da una successione di discontinuità dirompenti, ognuna delle quali abbrevia drasticamente il percorso verso la successiva.

Nel 1993 l’antropologo Robin Dunbar ha pubblicato un articolo intitolato “Coevolution of neocortical size, group size and language in humans” [1] (Coevoluzione delle dimensioni neocorticali, della dimensione dei gruppi e del linguaggio negli umani). È un lavoro molto famoso perché è quello nel quale è stato definito il famoso numero di Dunbar, ovvero il numero di relazioni sociali che le capacità cognitive umane consentono di gestire – è un numero che sta fra 100 e 230, tipicamente 150.

Lo studio di Dunbar è famoso per il numero che porta il suo nome ma in realtà è pieno di considerazioni parecchio interessanti. Le scimmie si grattano, lo sanno tutti. Ma forse non tutti sanno che quella di grattarsi a vicenda è una pratica che ha un valore sociale importantissimo. Le scimmie sono animali sociali e lo sono perché questo ne facilita la sopravvivenza. La pratica di spulciarsi a vicenda – il grooming – è fondamentale per stabilire legami sociali importanti: io gratto te, che sei più grosso di me, così mi difendi quando quell’altro ignorante mi fa i dispetti… Nelle comunità di primati non umani si spende molto tempo nel grooming, fino al 15 del tempo totale, per comunità che arrivano fino a 30-50 individui. Più in là non si va. Dunbar stima che per arrivare ai valori tipici delle comunità umane, di 100-200 persone, il tempo dedicato al grooming supererebbe il 50%, troppo.

L’ipotesi di Dunbar è che il linguaggio sia comparso (anche) come sorta di grooming potenziato, sulla spinta di fattori ambientali che hanno favorito la formazione di comunità più ampie: per sopravvivere bisognava essere di più. È stato un passo micidiale: se gratto te non posso grattare anche un altro, ma se parlo posso rivolgermi a più compagni in un colpo! Non solo, il linguaggio ha anche generato un primo fondamentale livello di astrazione – forse già Lucy poteva sparlare con l’amica Lulù di quello screanzato che girava molto e portava poco… Una liberazione, la prima liberazione. Naturalmente, ogni liberazione apre nuovi mondi ma comporta nuovi rischi. Ciacolare troppo può essere pericoloso…

La seconda liberazione ha avuto luogo con la scrittura. Le civiltà antiche iniziano laddove appaiono i primi reperti scritti. Un formidabile potenziamento della trasmissione orale. Ma in particolare è l’alfabetico fonetico il passo fondamentale – 2000-1000 a.c., i Fenici, pare. La prima codifica di natura informatica: una ventina di simboli che combinati variamente possono esprimere qualsiasi concetto. Qui non è solo una questione di trasmissione, ma di espressione non più solo figurativa. L’alfabeto fonetico libera la via verso il pensiero astratto.

Il terzo passo è tecnologico ma non meno importante: la stampa – Gutenberg. I concetti astratti fissati nella scrittura possono essere distribuiti identicamente senza limiti. La comunicazione di massa ha preso le mosse alle soglie del rinascimento, lo catalizzò, con tutto quello che venne dopo.

Un passo dietro l’altro, ogni volta una spinta poderosa alla circolazione dell’informazione, ogni volta nuovi mondi. Fu Galileo a completare il successivo. Un passo lungo, sviluppato parallelamente a quello verbale, quello della matematica. Ma poi era rimasto intrappolato nella dicotomizzazione medievale della teoria e della pratica. Gli umanisti e gli scolastici dediti alla trasmissione delle verità, gli artigiani e i mestieranti vari si sporcavano le mani con la realtà. Michelangelo durò ancora non poca fatica ad elevare la scultura ad arte pura – troppa polvere. La matematica era sì ora astratta, ora strumento di calcolo, e poteva anche essere strumento di descrizione ma non linguaggio, non nel senso che rivelò Galileo: linguaggio per porre domande alla natura attraverso l’esperimento. La matematica a quel tempo era già tanta, e se l’alfabeto fonetico aveva consentito di fissare i costrutti astratti, la matematica consentiva di metterli a fuoco, di renderli nitidi e cristallini, più sicuramente trasmissibili, universali. Ma non era stata usata ancora per spiegare il mondo. Fu una fiammata, giusto quattro secoli fa, un attimo nella storia dell’umanità, divampa ancora, più impetuosa che mai. La conoscenza ha preso ad avanzare a passi da gigante. Una valanga: ogni due anni viene prodotta una quantità di conoscenza pari a tutta quella prodotta prima.

Tale conoscenza sedimenta strati fisici imponenti, composti di artefatti che a loro volta catalizzano la formazione di nuova conoscenza, in un ciclo con retroazione positiva – esplosione. Gli artefatti sono sempre più complessi – tecnologia. Non bastan più leve e pulsanti, per manovrarle c’è bisogno di qualcosa di nuovo. L’Apollo non sarebbe mai potuto arrivare sulla Luna. A far tutte le operazioni necessarie per vedere una singola TAC non basterebbe la vita di Keplero, che i calcoli li faceva da dio. Anche gli strumenti di indagine scientifica si sono evoluti – tecnologia per eccellenza. Le nuove macchine di indagine vomitano valanghe di dati. I calcoli matematici per interpretarli si son fatti troppo complessi, impossibili.

Ed ecco l’ultimo passo – il codice. Il linguaggio che serve per parlare con le macchine, per manovrarle e per elaborarne i risultati. Il codice lo pensa e lo scrive un uomo che vuole determinare il comportamento di una macchina, in tutti i suoi aspetti, quindi un ingegnere per esempio, o uno scienziato, certo. Ma oggi può capitare che anche un insegnante manipoli codice per realizzare il quiz di una pagina web per i suoi studenti. Oggi può capitare che anche un ragazzo di 12 anni possa realizzare una macchina in grado di leggere dati e fare cose, manipolandone il codice.

Il word processor è codice, l’orologio è codice, anche l’ABS dell’auto, praticamente tutto. Ma oggi il codice sbuzza fuori dalle macchine, lo possiamo toccare, è a disposizione, nel computer, in artefatti didattici, nel web, negli indirizzi URL, dappertutto. Ce l’abbiamo sotto il naso ma non ce ne accorgiamo quasi mai. La scuola non ha fatto tempo ad accorgersene, spesso nemmeno l’università. Usiamo tutto come fosse un ferro da stiro.

Linguaggio, scrittura, alfabeto fonetico, stampa, descrizione matematica, codice, ogni volta una spinta poderosa alla circolazione dell’informazione, ogni volta una liberazione per nuovi mondi. Ma quest’ultima volta c’è un ma.

Facciamo un passo indietro. Prendiamo un romanzo, “I vecchi e i giovani” di Pirandello per esempio. È scritto in italiano, ovvero un codice aperto e standard. Aperto perché la grammatica italiana è a disposizione di chiunque voglia impararla. Standard perché esiste una forma maggioritaria sulla quale i circa 65 milioni di italiani (4-5 risiedono all’estero) convengono e che la comunità internazionale riconosce come tale. Il testo del romanzo è disponibile con poca spesa – io, non so più come, ho l’edizione di certa “Editoriale Opportunity Book”, Milano 1995, £ 5000. Se voglio lo presto a un amico, poi a altri tre, poi lo regalo. Ne faccio quello che voglio. È scritto in italiano, ne copio dei brani, li studio – ne vale la pena: niente è cambiato… – li riuso nei miei scritti. La cultura viaggia sulle ali della libertà.

Poi ricevo un testo scritto da uno studente. Lui usa un sistema diverso dal mio, un sistema proprietario. Per leggerlo dovrei acquistare lo stesso software. Io ricevo testi da centinaia, migliaia di studenti. Su questi numeri capitano anche i casi più rari. Che devo fare: acquistare tutti i possibili software immaginabili, per tutti i possibili sistemi in circolazione? Oppure devo imporre ai miei studenti l’acquisto dei software e dei sistemi che uso io? Tutto regolare secondo voi?

Secondo noi no. E cosa faccio allora? Vado a vedere se in rete ci sono software di conversione dei formati liberamente e legittimamente disponibili. Mi potrei procurare facilmente le competenze tecniche per crackare i software proprietari che non posseggo ma non lo faccio, perché credo che il mondo vada fabbricato con soluzioni eticamente corrette. Se non trovo soluzioni legittime praticabili, invito lo studente ad andare a ripassare il capitolo dei software liberi e degli standard aperti, per poi ripropormi i suoi elaborati in una di queste forme, libere e legittime.

La questione dell’impiego del software libero, dell’open source se volete, e l’adesione verso gli standard aperti non è marginale, bensì rappresenta un elemento fondamentale per la cultura, la libertà d’espressione, l’etica sociale e lo sviluppo economico. Snoccioliamo un po’ di fatti.

Acquistando i software proprietari che vanno per la maggiore – Microsoft, Adobe, Oracle ecc. – contribuite ad elevare il prodotto interno lordo di un altro paese e perdete l’occasione di contribuire al vostro.

Copiando o crackando i software proprietari rubate.

Scaricando e utilizzando il software libero si contribuisce ad elevare la felicità interna lorda ed anche il prodotto interno lordo di molti paesi, inclusi il proprio.

Se io uso un programma proprietario di elaborazione delle immagini, diciamo Photoshop, e ho un problema, potrò provare a chiedere solo a persone che posseggono Photoshop. Altri amici culturalmente in grado di provare ad affrontare lo stesso problema non potranno cimentarsi e collaborare – difficilmente acquisteranno una licenza del software solo per questo motivo e se sono onesti, non utilizzeranno nemmeno una copia rubata. Se invece uso un programma di elaborazione di immagini libero, diciamo Gimp, avrò a disposizione un mondo sterminato di persone in grado di darmi una mano.

Il modello proprietario impone l’onere della globalizzazione brutale. Poteri economici inarrivabili determinano cosa puoi fare a casa tua, cosa e come puoi fare con il software, quando lo devi aggiornare, quanto lo devi pagare. Tutto ciò nella migliore delle ipotesi: può anche succedere che il software compia operazioni che non tutti gli utenti potrebbero gradire, come raccogliere informazioni all’insaputa dell’utente o gestire in modo non trasparente i formati dei file. Un caso tipico era Word, che lasciava nascoste nel documento versioni del testo successivamente cancellate dall’autore, il quale inviava a sua insaputa il file con informazioni che un esperto avrebbe potuto vedere e che magari avrebbero potuto creare imbarazzo.

Il modello libero invece consente di unire gli aspetti positivi della globalizzazione al valore della localizzazione. Un caso tipico è quello dell’adattamento dei software alle lingue minoritarie o emarginate dall’economia occidentale. Cerco a caso fra le notizie più recenti. In Global Voices – sito che raccoglie notizie da tutto il mondo al di fuori della stampa ufficiale (mainstream information – trovo Un correttore ortografico per la lingua Bambara:

Il correttore ortografico è disponibile in programmi per testi e ufficio open source come OpenOffice, LibreOffice, NeoOffice per computer Windows, Mac e Linux. Come è stato possibile ottenere questo risultato? In primo luogo grazie alla pubblicazione online dell’enorme lavoro fatto dai linguisti, autori di dizionari e grammatiche, e poi alla collaborazione fra linguisti e specialisti di IT che hanno condiviso il sogno di disporre di un correttore in Bambara. La lingua Bambara è parlata da 3 milioni di persone in Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Senegal, Gambia, Guinea, Sierra Leone e Ghana.

Per inciso, una ventina d’anni fa ho collaborato con un fisico ghanese, John, caro amico che ricordo con affetto, molto bravo e di gentilezza rara. Mi rammento anche delle difficoltà che aveva, quando si trovava in Ghana, a leggere i file in Word che molti occidentali gli inviavano con versioni del software più recenti che là non si potevano permettere. Stesso identico problema con Natascia, anche lei un fisico, di Novosibirsk, anzi più precisamente di Akademgorodok – Академгородок, lei mi diceva orgogliosa “Città della Scienza” – altra persona amabile.

Conoscenza e cultura viaggiano sui canali liberi. E anche la giustizia, di conseguenza.

In Spagna è in atto da diversi anni un processo di diffusione dei sistemi linux nella pubbliche amministrazioni delle regioni svantaggiate. Esistono distribuzioni di Linux che sono state personalizzate localmente: LinEx per Extremadura, Trisquel per la Galizia, Asturix per l’Asturia, lliurex per la comunità di Valencia e Guadalinex per l’Andalusia.

Il caso di Extremadura è particolarmente interessante. Il governo di questa regione, notoriamente afflitta da condizioni di sottosviluppo particolarmente gravi, all’inizio dell’anno scorso annunciò il passaggio dei 40000 computer dell’amministrazione a software open source.

Gli amministratori di quella regione hanno quindi messo in pratica ciò che è noto ormai da tempo, ovvero che sostituendo software open source al posto di quello proprietario si possono realizzare risparmi significativi. L’operazione comporta l’impiego di una distribuzione di Linux – chiamata Sysgobex – adattata alle esigenze amministrative locali.

Il risparmio stimato è dell’ordine di 30 milioni di Euro l’anno. L’iniziativa segue una serie di esperienze precedenti: 70000 computer nelle scuole secondarie, 15000 computer nell’amministrazione sanitaria, 150 computer Linux in vari ministeri.

Vi sono altre iniziative di portata simile in Europa: 70000 computer adottati dalla polizia francese, 13000 computer dall’amministrazione comunale di Monaco di Baviera.

L’Italia purtroppo è un paese particolarmente fermo e tristemente sordo alle innovazioni, quelle buone. Il ciarpame no, quello lo assorbe a meraviglia. Ma non si deve generalizzare, i focolai di vita ci sono, forse più radi di quello che si desidererebbe, ma ci sono. A volte addirittura a livello istituzionale. C’è l’esempio dell’Azienda Usl 11 di Empoli, dove nella maggioranza dei casi i server sono Linux e la suite di software per ufficio adottata è Libreoffice, su tutti i 2000 computer dell’azienda. Davvero un buon risultato anche se certamente episodico, malgrado la Direttiva Stanca per l’open source nella Pubblica Amministrazione, del 2003.

Ma quello che dobbiamo fare è rendersi consapevoli delle innumerevoli realtà positive di cui il Paese è miracolosamente ricco, opera di gente competente e appassionata che vive e lavora nonostante il contesto istituzionale devastato; agiamo quindi su quelle realtà, cerchiamole, intrufoliamoci, aiutiamole, diffondiamone la notizia. Esistono i Linux User Group, i Fablabquesto è quello di Firenze – il mondo del coworking, giusto per menzionare alcune realtà, estremamente vitali, pervasive e soprattutto, interamente gestite da giovani. È lì che dobbiamo andare e co-operare, invece di sentenziare dai nostri scranni alla deriva.

In seguito approfondiremo e entremo nei dettagli di queste attività. Ora però citiamo un’attività che è particolarmente interessante per questo laboratorio: il caso di WiildOs [2], una distribuzione di Linux costruita intorno alla lavagna digitale di bassissimo costo realizzata con il telecomando Wiimote e pensata per insegnanti italiani, perché fatta da giovani italiani – qui la storia. Invito tutti a esplorare questi link e anche la Mappa di riferimento delle scuole e degli insegnanti che utilizzano software libero nella scuola. Torneremo presto sull’argomento.


[1] R.I.M. Dunbar (1993) “Coevolution of neocortical size, group size and language in humans”, Behavioral and Brain Sciences, 16: 681-735.

[2] Gli sviluppatori del progetto WiildOs stanno ristrutturando l’organizzazione e la distribuzione del software. L’obiettivo è quello di poter offrire in estate una versione di Ubuntu con tutti i pacchetti che compongono il progetto WiildOs, al fine di offrire una distribuzione didatticamente valida e ancora più stabile. Tuttavia è già possibile sperimentare una buona versione di WiildOs: file ISO – 2.3 GB – per chi sa cos’è, la stringa di controllo MD5 dell’integrità del download è 102405f525771f2d02802dfc245d8459. Attenzione però, installare un sistema operativo non è come installare un singolo software, come potrebbe essere LibreOffice. Sebbene non sia una cosa trascendentale richiede un minimo di dimestichezza con operazioni del genere oppure la disponibilità di qualcuno che sia in grado di dare eventualmente una mano. In ogni caso, prima di installare un certo sistema operativo su una certa macchina, occorre fare un indagine in rete su eventuali esperienze preesistenti, relative all’installazione di quel sistema su quella macchina. In futuro cercheremo di approfondire questo tema.