Il caos necessario #linf14

Clicca qui per le versioni in lettura facilitata, EPUB e PDF.


La nostra idea è che per creare un buon ambiente di apprendimento si debba rinunciare a un po’ di controllo. Il controllo totale attiene alle faccende militari, non alla crescita di qualcosa di vivo – chi volesse raddrizzare tutti i giorni un olivo lo ammazzerebbe. La crescita richiede cura, che è una cosa ben diversa, e richiede tempo: la temporizzazione stretta che caratterizza tanta formazione è nefasta. A studiare molto in poco tempo si può anche imparare ma male, che delle volte è peggio che imparare poco – esattamente come a volersi riscaldare con un fuoco di paglia. Riflessione,  discussione, richiedono tempo. Un tempo che l’università ha cancellato, prendendo il peggio dell’Ottocento e il peggio della contemporaneità. Ad esempio, fare finta che un TFA progettato per sei mesi o più possa  essere fatto egualmente in due mesi vuol dire rinunciare alla missione formativa e avere in realtà altro a cui pensare.

Questa piccola premessa per introdurre il caos tranquillo dell’insegnamento di Laboratorio Informatico nel Corso di Laurea IUL in Metodi e Tecniche delle Interazioni Educative, dove, tanto per iniziare ci siamo riappropriati del tempo, dilatando un mese scarso in un semestre vero.

Quest’anno gli studenti sono quasi tutti insegnanti di scuola primaria, alcuni dell’infanzia. In questo periodo stiamo facendo esercizi di HTML. HTML?! Alle elementari?! All’asilo?!! Ebbene, grazie proprio al caos lento del laboratorio è emerso che almeno cinque di queste persone hanno avuto esperienze con la programmazione o vi sono interessate – linguaggio Scratch, robotica Bee-Bot. Se l’insegnamento fosse stato impartito al ritmo normale (frenetico) nessuno si sarebbe accorto di nulla e avremmo perso tutti un’occasione. L’occasione è questa: nel forum abbiamo proposto a coloro che hanno all’attivo qualche esperienza didattica di robotica e coding di organizzarsi proponendo materiali didattici per tutti gli altri. Noi docenti e tutor saremo i loro assistenti. Se quest’attività dilaterà troppo i tempi allora rinunceremo ad una di quelle programmate, convinti che un’esperienza di apprendimento fra pari, riferita a contesti professionali reali, sia un’occasione di grande valore da non perdere.

Gli esercizi con HTML sono una buona attività propedeutica, considerato che questo linguaggio è alla base di tutto ciò che vediamo nel web, che ci si può esercitare a costo zero in casa, usando software che viene gratis con tutti i sistemi operativi, che è perfetto per toccare con mano quanto sia possibile costruire subito qualcosa ma quanto impegno occorra per scrivere codice – forse per guardare con occhi diversi quel ragazzo svogliato in classe ma che la notte fa cose strane al computer…

Tuttavia il caos lento con cui sviluppiamo questi esercizi ci interessa solo in parte quale metodo di sviluppo di specifiche competenze tecniche, HTML o altro. Ci interessa invece più come incubatore di comunità di apprendimento, dove non ci sono solo studenti che apprendono e professori che distribuiscono conoscenza ma c’è una comunità composita che partecipa ad un’impresa comune, al termine della quale gli studenti avranno certo imparato qualcosa ma ognuno nella misura e nel modo che gli serve nella sua realtà professionale, i tutor e i docenti avranno ulteriormente consolidato e ampliato le proprie conoscenze, gli sviluppatori degli strumenti didattici avranno migliorato gli strumenti didattici, tutto questo per dare vita al nucleo di quella che si chiama una learning organization. Vediamo dunque qualche sprazzo della vita nel laboratorio.

In breve ecco come funziona. In questo laboratorio il ritmo viene scandito mediante la pubblicazione degli articoli pubblicati in questo blog, che vengono poi riuniti in una forma più organica in http://iamarf.ch, da dove possono essere scaricati in EPUB e PDF. Contestualmente vengono proposti semplici esercizi che gli studenti inviano sotto forma di documenti HTML per essere “appesi alla parete”, esattamente qui, dove il linguaggio HTML può essere usato senza limitazioni. Laddove necessario, questi lavori vengono discussi, attraverso i commenti in  questo blog, nei blog o nel forum dell’ambiente IUL, talvolta per email.

La situazione può dunque parere dispersiva ma c’è dell’altro. La IUL quest’anno si è ricomposta in una nuova configurazione che prevede il rilancio di una serie di attività, fra cui la rivisitazione e lo sviluppo dell’ambiente informatico. Una delle novità consiste nell’introduzione dello strumento di blogging che, come qualsiasi altro software, per funzionare bene necessita di un dialogo persistente fra progettisti e utenti. Così  chiediamo agli studenti di scrivere i loro codici anche nei post che scrivono sui blog UL e di contribuire segnalando eventuali comportamenti che sembrino anomali.

Certo, ci imbatteremo sicuramente in qualche imprevisto e avremo delle difficoltà. In altre parole, rinunciamo a una quota di controllo ma contiamo di trarre vantaggio da ciò che impareremo nel risolvere i problemi. Vediamo dunque alcuni sprazzi.

Gabriella e Luca segnalano che una finestra pop-up si apre lontano, in fondo alla pagina. Giovanni Spinelli, analista e sviluppatore software della IUL, corregge il problema e apre un blog anche lui, per discutere le segnalazioni e proporre soluzioni.

Sia a Luca che a Elena succede che il proprio codice HTML alteri tutto lo sfondo della pagina intera, non solo del post. Comprendiamo così meglio come il  proprio codice possa interagire con quello originato dal servizio che provvede a impastare tutto per fabbricare la pagina che poi vediamo. Elena volge la caratteristica a proprio favore per “imporre” uno sfondo eclatante al suo blog.

Vari studenti si accorgono che se nei titoli di un post ci sono degli apostrofi, quando salvano il post dopo una modifica compaiono altri caratteri prima dell’apostrofo. Analizziamo il problema e Giovanni lo risolve.

Gabriella mi segnala che sarebbe meglio se in questo blog ci fosse un link all’ambiente di formazione IUL. Provvedo e ringrazio.

Gabriella segnala che non riesce a caricare immagini nell’ambiente IUL per linkarle nei post. Scopriamo un problema che Giovanni risolve.

Elena, Luca e Gabriella hanno problemi con il codice per realizzare i rimandi alle note in una pagina, che funziona come HTML o all’interno di un blog in WordPress.com ma non nel blog IUL. Gabriella scopre da sola un modo per farlo funzionare anche nel blog IUL, usando l’attributo ID anziché NAME nelle ancore: <A ID=”pippo”><A> anziché <A NAME=”pippo”><A>, come avevo “insegnato” io. Giovanni ci spiega come stanno le cose. Tutti impariamo che è meglio usare ID anziché  NAME in questo caso. Aggiorno conseguentemente le “dispense“.

Manuela e altri segnalano che ci si può aiutare con la W3Schools. Gli studenti precorrono: era una delle cose che volevo dire.

Precorrono anche in altre occasioni.  Cinzia, in un commento nel blog di Giovanni fa una domanda sulla differenza fra il codice  <i></i> e <span style=”font-style:italic;”></span>. Ci stiamo per arrivare. Ecco, nella nostra idea, quando succede che gli studenti precorrono allora vuol dire che stiamo andando bene.

Giovanni offre una sorta di palestra HTML. Tutti gradiscono.

Manuela ha l’idea di utilizzare il blog IUL per fare una cosa utile in due insegnamenti, compilando un piccolo vocabolario di filosofia per   “Pedagogia delle Risorse Umane” e allo stesso tempo facendo un esercizio HTML per il laboratorio, precorrendo le tabelle.

Giovanni scrive in un commento al suo blog:

Però ….. ora che ci penso, alla IUL mancava qualcuno che effettuasse il debug  del mio lavoro.

Con questo BLOG ho guadagnato questo servizio.

Continuate così.

Certo, con questo blog, ma in un contesto che prevede di non prevedere tutto.


IUL

La IUL – Italian University Line è un’università telematica pubblica, non statale, istituita nel 2005. L’Ateneo è promosso dal Consorzio IUL, composto dall’Indire (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) e dall’Università degli Studi di Firenze. È autorizzata a istituire corsi universitari a distanza: laurea triennalee laurea magistrale, master di I e II livello, corsi di perfezionamento e di aggiornamento professionale.

La IUL ha come mission quella di erogare formazione continua al personale della scuola, ma, più in generale, si pone come punto di riferimento per l’apprendimento permanente, proponendosi come una sorta di “Lifelong Learning University” per tutti coloro che desiderano acquisire conoscenze immediatamente spendibili nel proprio ambito professionale.

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HTML – 2 – I miei strumenti e il laboratorio online #linf14

Scrive Gabriella, nel forum IUL:

Sono curiosa di conoscere quale editor ha utilizzato il prof. perchè l’html è pulito e il blog [sito] http://iamarf.ch/ è bello chiaro. Aprendo il codice vedo che ha utilizzato un foglio di stile CSS per definire l’impaginazione, ma non riesco ad individuare con cosa sia stato generato.

Rispondo qui perché la questione è interessante e si presta ad un paio di considerazioni. La prima.

La mia regola è questa: usare lo strumento minimo che consente di conseguire l’obiettivo significativo. Se vogliamo è un corollario delle regole di scrittura di Orwell. Anche con gli strumenti: il superfluo rischia d’esser dannoso.

Nello specifico della domanda di Gabriella, per scrivere i file HTML e CSS uso quasi solo Vim, un editore di testo derivato dallo storico editore vi per Unix, che risale al 1976! Quindi scrivo tutto “a mano”. Inoltre faccio larghissimo uso del copia-incolla, una virtù fondamentale di chiunque scriva frammenti di codice, di qualsiasi tipo. In questo un editore di testo puro ma sofisticato può essere molto utile. La questione è il controllo e, conseguentemente la libertà: sapere esattamente cosa stai facendo. Al contrario, se usi un sistema WYSIWYG (ciò che vedi è ciò che ottieni) tutto sembra molto più facile ma in certe situazioni puoi impazzire perché il sistema non fa quello che che vuoi. Copia-incolla che può essere fra propri frammenti di codice ma anche da codice scritto da altri di cui ci si fidi, sia dal punto di vista tecnico che etico.

Per esempio, i caratteri stilistici delle pagine che vi sto proponendo (per ora in http://iamarf.ch e http://iamarf.ch/iul) li ho tratti dal sito di un mio caro amico: Istituto di Cultura Italiana (in Tbilisi). Mi limito a citarlo perché la sua storia meriterebbe un romanzo piuttosto che un post, malgrado il fatto che abbia la metà dei miei anni. Tommaso è un letterato ma è anche un raffinato autore di software, tanto fuori dalla corrente quanto geniale. Ha realizzato siti web complessi utilizzando solo il Blocco note di Windows. Apprezzo la nitidezza delle sue soluzioni grafiche anche, e forse soprattutto, perché riflettono l’etica limpida che ispira il suo pensiero e le sue azioni. Competenza e visione etica di cui in un paese come il nostro nessuna delle istituzioni che conosco saprebbe che farsene, purtroppo. Infatti ora è in Georgia e pare che si trovi bene.

 

La seconda considerazione attiene a ciò che sto cercando di fare con il server http://iamarf.ch, perché anche questo è emerso nel forum IUL e anche questo può essere di interesse generale.

L’insegnamento che sto tenendo nella Italian University Line si chiama “Laboratorio Informatico” ma il contesto è quello di un’università telematica. Come può essere quindi un laboratorio online? Per di più quando ci ritroviamo…

nozionismo, didattica trasmissiva, classi “pollaio” in Italia, contro learning by doing, costruttivismo e “classi laboratorio” (digitalmente aumentate) in Europa

… come ha scritto Paolo Ferri oggi in Agenda Digitale. Come fare dunque questa cosa? Risposta: facendo (per davvero) cose molto semplici e comunicando molto: – cura della comunità di pratica. Fuori dai piedi tutto ciò che è orpello o sovrastruttura inutile. Invece, varietà di strumenti e soluzioni, alle basi, dritti ai concetti fondanti.

HTML dunque, un po’ di CSS, un brandello di Javascript, forse, giusto per avere un’idea di come sono architettate le cose. Poi altra roba. Non ci interessa la competenza del tecnico – queste persone fanno gli insegnanti – ci interessa la familiarità con la Macchina, la percezione di cosa c’è sotto i bottoni colorati, la capacità di intervenire un po’ più consapevolmente dentro l’editore di un forum, di un blog o di un wiki. La consapevolezza di poter costruire e non solo consumare. Consapevolezza che si potrebbe insegnare anche ai giovani, invece di comprare loro app.

HTML manipolato con editori di testo e visualizzato sul browser del proprio computer: un laboratorio magnifico – tentativi, imparare facendo. Ma così facendo manca ancora la dimensione corale del laboratorio. Ecco che serve un luogo dove “attaccare al muro” i propri lavori per poi discuterli insieme: http://iamarf.ch/iul. Un luogo dove ciò che scrivi è ciò che vedi, non ciò che vedi è ciò che ricevi.

Allo stesso tempo un luogo dove anche l’arrovellìo del docente sia visibile – il laboratorio. Qui si tratta di convertire il marasma di informazioni, frammentato negli anni, dalla forma blog in una più organica. Una sorta di libro in divenire anche se il sottoscritto non scriverà mai un libro, giusto per mostrare quello che si può fare e come si può fare, semplicemente. Ecco quindi che nel medesimo laboratorio andiamo condensando i vari testi sparsi qua in un capitolo introduttivo su HTML: http://iamarf.ch. In tre diverse forme la cui essenza è determinata dallo scopo:

  1. HTML con disegno massimamente chiaro e accessibile, per essere frugato sullo schermo del computer – il regno del link;
  2. EPUB per la lettura su ebook di vario genere, tablet ecc. – testo che si adatta allo schermo sempre diverso – smartphone, tablet, e-reader – come fosse liquido in un recipiente;
  3. PDF per la lettura su carta – pagine “fotografate” per essere riportate sulla carta.

Gli esercizi HTML semplici ma senza limiti vengono poi riportati nel blog. Da qui la trovata di rendere visibili anche dall’esterno i blog che i partecipanti della IUL possono aprire nel loro ambiente. Anzi, da oggi è anche possibile commentare i post dall’esterno. È un fatto notevole: di solito tutto ciò che è istituzionale è chiuso dalle nostre parti. Che succede dunque se si riporta quel codice HTML in un ambiente di pubblicazione, come il blog? Va sempre tutto bene? Oppure no? Occasioni di riflessione, approfondimento, elementi di doma della Macchina.

Forse ci verranno altre idee ma il principio è lo stesso: poca teoria ma applicata tutta, molto dialogo. Non sarà mai come un laboratorio vero ma forse lo sarà di più di tutti quelli veri che non ci sono.


Regole di Orwell per la scrittura efficace.

  1. Non usare mai metafore, similitudini, o figure retoriche che vanno per la maggiore nella stampa.
  2. Non usare mai parole lunghe dove ce ne potrebbe stare una corta.
  3. Se puoi eliminare una parola mantenendo intatto il significato, eliminala.
  4. Non usare mai il modo passivo dove puoi usare anche l’attivo.
  5. Non usare una frase straniera, parola scientifica o di gergo se conosci una parola di uso comune che esprime lo stesso concetto.
  6. Infrangi queste regole prima di scrivere qualcosa di ridicolo.

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Scatolina dei pirati: prossimi passi e una richiesta – #loptis

piratebox in azioneFaremo precedere la consegna delle PirateBox da alcuni tutorial che da un lato dovrebbero ridurre al minimo le difficoltà di impiego e dall’altro saranno un’occasione di approfondimento e esercizio su vari concetti e strumenti. I tutorial dovrebbero essere i seguenti:

  • Come mettere in funzione la PirateBox in 2 minuti – quali sono i pezzi che riceverò, cosa sono e come li dovrò mettere insieme
  • Come personalizzerò la mia PirateBox – 1: qual è la logica del funzionamento e dove dovrò mettere i miei contenuti
  • Come personalizzerò la mia PirateBox – 2: come potrò confezionare una mia semplice pagina HTML
  • Come chiedere aiuto se ne avrò bisogno – come porre utilmente le domande

Il mese di agosto passerà con la scrittura e la successiva discussione di questi tutorial.

Un’altra cosa. Le PirateBox non verranno consegnate vuote ma con un catalogo di e-book selezionati in armonia con le norme vigenti in materia di diritto d’autore. Il catalogo è costruito mediante il software Calibre e successivamente importato nella PirateBox in un formato leggero mediante il software calibre2opds. Il catalogo risulterà così accessibile a tutti gli utenti delle PirateBox – i vostri allievi o uditori. In una fase successiva impareremo insieme ad aggiungere libri al catalogo della propria PirateBox – faremo dei tutorial, all’occorrenza.

Per ora sto alimentando il catalogo attingendo dai servizi Liber Liber, Libera Cultura Libera Conoscenza e da un repositorio offerto da Daniele Zambelli, che qui ringrazio anche per averlo segnalato nella lista wii libera la lavagna. Se qualcuno ha in mente altre fonti analoghe, attente all’osservanza delle norme di diritto d’autore, o singole opere che siano analogamente accessibili, me lo comunichi, vediamo così d’integrarle.

Scatolina dei pirati: riassumiamo – #loptis

Questo post lo utilizziamo per dare il via all’operazione “PirateBox in classe”. Poiché i particolari vanno definendosi progressivamente, invece di pubblicare vari piccoli aggiornamenti, lavoriamo su questo per un po’. Le parti di testo aggiunte o cambiate nell’ultimo aggiornamento sono colorate in blu.

Contiene la tabella aggiornata degli aspiranti sperimentatori con le richieste di ciascuno, i dettagli relativi alle spese ed alle procedure di consegna. Eventuali proposte relative ai contenuti.

Aggiornamento 20 agosto: ultimo aggiornamento di questo post.

Ho aggiunto alcune persone nell’elenco degli aspiranti sperimentatori, anche se un primo lotto di 15 router è già in viaggio. Attendiamo ad ordinarne uno in più: potrebbero arrivare altri aspiranti, qualcuno potrebbe rinunciare, potrebbe saltar fuori qualche router d’occasione da qualche parte e comunque a me occorrerà del tempo per sistemarli. Quindi semmai il collo di bottiglia sarò io, che potrò mettermi all’opera dalla settimana del 21 luglio, non certo il numero dei router. In realtà sarò a Firenze prima, ma fra gli esami agli studenti e il fatto che sarò impegnato alcuni giorni a fabbricare una stampante 3D, di tempo ne rimarrà poco. Quello che posso aggiungere ora sono alcuni costi – se tutto va come previsto:

Oggetto Quantità Costo unitario
Router TP-LINK MR3020, corriere incluso 15 33.72 €
Chiavetta USB Kingston 16 GB 8 8.27 €
Pacchetto per raccomandata 6.00 €
Imballo 2.50 €

La spesa totale viene quindi 50.49 €. Chi vorrà usare una propria chiavetta USB me la potrà spedire; in tal caso la spesa sarà di 42.22 €. Coloro con i quali avrò occasione di incontrarmi potranno risparmiare anche i 6 € dell’invio del pacchetto. Rispetto alla versione del 6 luglio di questa tabella ho inserito eventuali spese per l’imballo – mai fatto roba del genere, le cose ti vengono in mente via via. Ho consultato la ditta che mi spedisce i router: mi hanno consigliato di imballare un minimo le confezioni originali, nelle quali riporrò i router piratizzati con la chiavetta. Sarà comunque un costo minimo.

Aggiornamento 20 agosto:

Segue una versione aggiornata delle persone interessate a provare la PirateBox. La tabella è aggiornata con l’indicazione del numero di router, del numero di penne USB desiderate (chi non vuole la penna me ne deve spedire una sua evidentemente) e della spedizione: la “X” vuol dire che la persona vuole ricevere la PirateBox per posta, il “-“ vuol dire che immagina di incontrarmi per riceverla. Controllate i dati in questa tabella e scrivetemi un commento o un’email per dirmi cosa devo eventualmente correggere – mi sto impegnando ma la natura è stata avara con me in quanto a precisione….

La tabella è stata trasferita nel post più recente Nuovi arrivi e nuovi modi.
Importante: per completare le “informazioni amministrative” mi occorreranno gli indirizzi di coloro che intendono ricevere il pacco per posta. Chi è interessato a questo metodo, mi invii il proprio indirizzo di posta convenzionale usando questa email:

immagine del mio indirizzo email

Infine qualcosa di non amministrativo. Nelle penne inserirò un piccolo catalogo di Ebook secondo il formato di Calibre. Chi vuole mi può segnalare eventuali Ebook che ritenga interessanti a fini didattici, informato PDF, EPUB o altri.

Fine aggiornamento 11 luglio


Altre buone notizie.

Se capitasse di doversi riunire una volta a Firenze, gli amici del Fablab di Firenze, cui io appartengo, hanno dato la disponibilità dei locali: grazie agli amici del Fablab!

Inoltre, Roberto Marcolin ha suggerito di utilizzare il Wikispace della BiblioBox per ospitare le esperienze che faremo con la PirateBox in classe: grazie Roberto!

Riassumo anche il procedimento. Io mi procuro i router e durante l’estate, tempo permettendo, li configuro. Durante questo periodo, vi contatterò via email per sapere se volete che appaia qualche particolare dicitura nella pagina di intestazione. In una chiavetta USB porrò una struttura base, che poi voi potrete adattare e arricchire successivamente secondo le vostre esigenze. Prima dell’inizio della scuola, invierò a ciascuno router e chiavetta per posta oppure, laddove sia possibile o capiti l’occasione, ci incontreremo direttamente. Nel pacchetto metterò i documenti relativi alle spese: router (34.99 $: 25.64 € ad oggi) + chiavetta USB + spese ricezione router – spese invio PirateBox. Voi, dopo avere ricevuto il tutto, mi rimborserete.

Quando inizieremo ad usare le PirateBox sul campo – o anche un po’ prima – provvederemo ad istituire una pagina wiki dove raccoglieremo e confronteremo le esperienze. Questo potrà servire poi ad altri.

Antonella ha scritto che voleva anticipare il costo. Non è necessario ma per chi preferisce fare così va bene lo stesso, grazie comunque. Ho colto l’occasione per fare una cosa che avevo in animo da tanto, ovvero configurare il blog correttamente: io lavoro all’università e collaboro con la IUL ma il blog è una mia attività personale, che vedo più ampia delle specifiche attività di lavoro e che vivo come una vera e propria attività di volontariato, come ho spiegato nella pagina chi sono, appena rimaneggiata.

Ho conseguentemente istituito il link “Donazioni” – nella colonna a sinistra – che serve soprattutto per dar corso ad iniziative come questa della PirateBox. Per i rimborsi possiamo usare quello.

Chi vuole provare la scatolina dei pirati (buoni) in classe? – #loptis

Riflessioni sulla PirateBox alla luce dell’esperienza fatta nell’incontro di Paderno sull’Adda. E una proposta…

Riflessioni sulla PirateBox alla luce dell’esperienza fatta nell’incontro di Paderno sull’Adda e, volendo, una proposta.
Puoi scaricare la versione in pdf


Lunedì prossimo il laboratorio itinerante andrà all’ITES di Prato: una trentina di ragazzi, età delle superiori. Occasione ottima per mettere alla prova i balocchi del laboratorio.

Pare che sia una scuola ben dotata, quindi internet ci sarà di sicuro. Ma quante volte ci doveva essere di sicuro e poi mancava il “tecnico” che sapeva la password del wireless, proprio quel giorno s’era ammalato; oppure il wireless era debole, proprio in quell’ala del casamento; oppure c’era una meravigliosa connessione via cavo, ma il cavo era corto, troppo corto per quello che tu volevi fare; oppure c’era il cavo ma l’istituto non disponeva di una configurazione predisposta per gli ospiti , allora bisognava aggeggiare con la configurazione, proprio in quell’istituto lì, l’ultimo che avresti immaginato;  oppure l’aula era davvero magnifica, ampia, luminosa, magnificamente insonorizzata, impianto audio sontuoso, ma la connessione internet mancava proprio.  Insomma, non è cosa che si possa dare per scontata. Siamo probabilmente al top per il numero di cellulari a testa ma internet è ancora un optional: tutti ne parlano ma quando ti serve per lavorare non sei mai sicuro di quello che troverai.

La questione non è marginale. Ragionare di tecnologie con ragazzi che ci vivono immersi, mentre tu magari proietti delle slide perché “abbiamo problemi tecnici”, è un suicidio. Meglio lasciar perdere. Tant’è che il laboratorio s’è sempre mosso con il piano B, ovvero un bel po’ di roba già scaricata nel computer da tirar fuori alla bisogna.

Ma ora la musica è cambiata, grazie alla scatolina dei pirati [Ma perché pirati?].

Come si usa la PirateBox?

foto della piratebox in azione

 

Funziona così. Quando arrivi in aula prendi la scatolina, ci infilzi una chiavetta USB – di cui diciamo dopo – la attacchi ad una presa di corrente qualsiasi e la lasci lì. Quando inizi a parlare, spieghi agli astanti che possono prendere i loro congegni e collegarsi alla rete wireless che si chiama “PirateBox – Share Freely” – va bene tutto: smartphone, tablet o computer, chiunque si trovi nel raggio di una trentina di metri con un congegno in grado di percepire una rete wireless può collegarsi. Poi dici che devono aprire il browser internet e digitare l’indirizzo http://piratebox.lan/. A ciascuno apparirà qualcosa del genere (anche se cliccate sul link precedente):

screen della piratebox

In questa pagina, in alto c’è un’intestazione, personalizzata per l’occasione, in basso a sinistra uno spazio per la chat e a destra i comandi per scaricare o caricare dei file.  Ma scaricarli da dove? Non da internet, perché la rete wireless generata dalla scatolina è privata e scollegata dalla rete esterna. E allora da dove? È qui che entra in gioco la chiavetta USB, perché tu l’hai preparata prima mettendoci dentro tutto quel che serve: invece di “preparare le slide” hai preparato la chiavetta.

Come si fa a preparare la chiavetta? Forse è più semplice che imparare a usare PowerPoint. Inserisci la chiavetta nel tuo computer, e vi accedi come usuale, con il gestore dei file. Se è la prima volta che la usi per questo scopo, allora ci crei dentro una cartella di nome PirateBox e dentro a questa un’altra cartella di nome Shared. Al di fuori della cartella PirateBox puoi lasciare quello c’era  prima, quindi va bene una chiavetta qualsiasi, purché ci sia del posto libero. Poi non ti rimane che organizzare i materiali da offrire, sistemandoli adeguatamente all’interno della cartella Shared. L’organizzazione può consistere in un indice più o meno argomentato che faccia riferimento ai vari file sistemati in apposite sottocartelle, tipo testi, ebook, immagini, audio, video, software, pagine web ecc. Con l’espressione “indice argomentato che faccia riferimento a”  intendiamo un file scritto in HTML – ecco dov’è che possono anche servire i pochi elementi di HTML che abbiamo proposto in passato, così pochi che basta un semplice editore di testo, senza doversi complicare la vita con sistemi di web-authoring, che sarebbero del tutto esorbitanti in questo caso. Vale in generale:

Il processo di (vera) alfabetizzazione tecnologica, che è un processo culturale, passa dalla semplice manipolazione dei codici e non dall’acquisto di complesse applicazioni di elaborazione, e magari dei relativi quanto inutili corsi di formazione. La manipolazione del codice dovrebbe avere nell’istruzione la stessa dignità delle discipline che esercitano il pensiero, come la matematica, della quale poi non è altro che un aspetto in grado di agevolare il collegamento fra teoria e pratica.

Tornando alla PirateBox che hai appena preparato, con il tuo computer, collegato alla stessa rete, puoi proiettare i contenuti, discuterli nell’ordine che preferisci, lavorarci sopra. In realtà la scatolina offre anche altre possibilità.

  • Gli studenti possono scaricare tutto quello che tu offri loro attraverso la PirateBox. Viene spontaneo pensare agli studenti che, in certe facoltà rincorrono i professori per “avere le slide”. Ecco, qui saremmo in un altro mondo: lo studente se ne va con le mie parole nella testa ma anche con i materiali su cui ho basato la mia lezione, magari esercizi da fare, video da rivedere, concetti da approfondire… Tutto questo senza dover affrontare il tormento della rete che c’è ma più spesso non c’è, vuoi per obiettive carenze infrastrutturali, vuoi per gestione miope delle medesime.
  • Tu naturalmente sei stato attento a rispettare le norme sul diritto d’autore. Vale a dire che ti sei sincerato che i materiali che offerti possono essere distribuiti liberamente, nel contesto in cui ti trovi. L’attenzione che hai posto nel selezionare i materiali e il fatto che la rete sia privata dà garanzia che tutto si svolga nell’ambito della legalità.
  • Questa modalità di distribuzione apre nuove prospettive. Ti sarebbe piaciuto mostrare quel certo video ma è troppo lungo, non vuoi spezzare il discorso per tutto quel tempo. Benissimo, ne mostri solo un pezzetto, per quello che ti serve e per stuzzicare l’appetito, chi vuole se lo può scaricare per vederlo più tardi.
  • I partecipanti possono interagire fra loro attraverso la chat. Anche se non ce la fai a seguirla, la puoi scorrere dopo: un’altra forma di feedback che ti può svelare qualcosa di utile – feedback spontanei, a volte sono i migliori.
  • Chiunque può caricare una propria risorsa nella PirateBox: vuoi vedere che qualcuno ti regala qualcosa di interessante, prima o poi?
  • Potresti preparare varie chiavette USB da usare in contesti diversi. Oppure varie cartelle per incontri di tipo diverso – PirateBox-1, PirateBox-2 eccetera per poi nominare di volta in volta PirateBox quella che ti serve.
  • I ragazzi potrebbero presentare lavori organizzati da loro, soli o in gruppo, nelle proprie chiavette: Andrea inserisce la propria chiavetta nella scatolina e viene al computer del docente a discutere il proprio lavoro.
  • Metti che nella tua scuola ci sia l’aula informatica, sì proprio quella, quella inutile che sta sempre chiusa. Bene, oggi ci trasferiamo lì. Attacchi la PirateBox alla corrente, tutti si collegano e fai scaricare un software: AbiWord, un word processor potente e agile allo stesso tempo. Loro lo possono scaricare perché tu l’avevi messo nella sottocartella Software della chiavetta. È legale perché AbiWord è distribuito con licenza General Public License. Poi segui una semplice procedura per far funzionare il tuo computer come server AbiWord, quindi poni in condivisione un documento, al quale tutti gli studenti potranno collaborare con il loro AbiWord – Martina Palazzolo e Paolo Maurri spiegano qui come si fa. E in questo modo porterai avanti il lavoro collaborativo che avevi in mente di far fare agli studenti. Al termine ognuno se ne andrà con la sua copia dell’elaborato.
  • Fra i materiali che vuoi offrire ci sono anche diversi ebook, anzi ormai sono tanti e non è facile navigare in una lista come quella disponibile nella PirateBox. In questo caso puoi seguire le istruzioni di Roberto Marcolin, che spiega bene come costruire un archivio di ebook a partire da una libreria Calibre. Provato: funziona ottimamente.

La parte importante del post è finita. Per favore, continuate solo se avete riflettuto bene su ciò che abbiamo scritto fin qui, cercando di immaginarne l’applicazione nei vostri contesti. Quindi rilassatevi e leggete con fiducia, poi facciamo una proposta.

In effetti, fin qui tutto molto semplice. Al massimo, un minimo di HTML, può bastare quello che abbiamo visto in passato in questo laboratorio. Il resto è un po’ più complicato. Non tanto, ma un po’ sì…

Dove si compra la PirateBox?

Da nessuna parte, bisogna farsela. Cosa ci vuole quindi?

  • Un pezzo di hardware: tipicamente uno di vari computer-che-stanno-su-una-scheda-sola che ci sono a giro – a qualcuno sembra una novità ma siamo già invasi: facile che li vediate esplodere presto. Cose tipo Rapsberry Pi o OlinuXino, giusto per fare degli esempi. Qui abbiamo usato un router Tp-Link MR3020 – ci è costato 37.98 € spedizione compresa, lo si riceve in due giorni da Internet. Molto carino, ma così com’è serve a fare un’altra cosa: creare un punto internet wireless a partire da uno smartphone collegato alla rete: insomma voi siete in una riunione, collegate il balocco al cellulare e così date internet agli altri via wireless. Invece, per farlo funzionare come una PirateBox bisogna mettere un altro sistema operativo nell’oggetto e farci alcuni cambiamenti.
  • Questo lavoro è stato fatto in un progetto ideato da David Darts e sviluppato da un team condotto da Matthias Strubel. Nell’ultima Versione PirateBox 1.0, sono riusciti a rendere abbastanza agevole l’installazione di tutto il software ma non si tratta di pigiare un bottone: è semplice per persone abituate a lavorare con interfaccia a comandi in sistemi tipo Linux. In sintesi: chiunque lo potrebbe fare ma un’istruzione sostanzialmente a-scientifica e ferma a mezzo secolo fa ha impedito la diffusione di una vera cultura tecnologica, che non consiste certo nel riempire le classi di LIM e tablet. E che sarebbe una sfaccettatura della vera cultura: non quella buona per andare ai quiz televisivi ma quella che ti mette in condizione di leggere il mondo nel suo divenire e di costruirvi immediatamente sopra…

Bene, per trasformare il router MR3020 in una PirateBox bisogna seguire le istruzioni fornite da Matthias Strubel. Ho già dato il link ma non lo enfatizzo. Chi ha le competenze per fare il lavoro sarà già andato a leggere le istruzioni: buon divertimento. A noi stanno a cuore i problemi dei più, che difficilmente si lanceranno in un’impresa del genere.

E invece sarebbe davvero interessante che un po’ di gente la sperimentasse per capirne meglio l’utilità potenziale. Quindi ecco la proposta:

Chi è interessato compra il router MR3020 e noi glielo trasformiamo in una PirateBox

I dettagli organizzativi li aggiusteremo, intanto vediamo se la cosa interessa a qualcuno.


Ma perché pirati?

Il progetto è ispirato al pensiero dei movimenti di cultura libera, che promuovono la libertà di distribuire e modificare i lavori frutto della creatività sotto forma di contenuti liberi. Fra questi movimenti si annoverano anche i partiti pirata, i cui programmi contemplano solitamente le seguenti priorità:

  • diritti civili
  • riduzione del peso di ogni forma di intermediazione, politica e economica
  • riforma delle normative sul diritto d’autore e sui brevetti – giudicate troppo favorevoli agli interessi degli attori economicamente più forti
  • libera condivisione della conoscenza
  • rispetto della privacy dei cittadini
  • trasparenza delle organizzazioni
  • libertà di informazione
  • neutralità della rete

     

Il primo partito pirata è stato quello svedese, sorto nel 2006 e a sua volta ispirato dal movimento Piratbyrån (Bureau della pirateria), nato in contrapposizione alle attività dell’ufficio istituzionale svedese “Anti-Pirateria”, accusato di favorire gli interessi delle grandi companies mediante attività lobbistiche. Il termine “pirata” che si sono attribuiti tali movimenti rappresenta quindi il recupero di un termine utilizzato scorrettamente per criminalizzare comportamenti legittimi ma che sono in contrasto con i grossi interessi economici.

PirateBox: un pezzetto di Internet che viene con te – #loptis

Riepiloghiamo i fatti. Il 1 Marzo Roberto Marcolin si iscrive al #loptis inviandomi questo messaggio:

Ne approfitto per segnalarti, se già  non la conosci, la PirateBox/LibraryBox: si tratta di un dispositivo mobile per la condivisione di contenuti digitali, ha due principali “difetti” che forse potrebbero interessarti: funziona con software open source e con hardware a basso costo 😉

Prendo nota, sicuro di ritornarci sopra, prima o poi. Il 5 maggio Roberto mi riscrive:

… nei prossimi giorni installerò nel bar della mia scuola una Bibliobox /PirateBox, si tratta di un dispositivo mobile che permette la condivisione di contenuti digitali attraverso qualsiasi dispositivo dotato di wifi ( portatile, smartphone, tablet, ereader). In due parole è costituito da un router wifi portatile e da una chiavetta usb su cui è montato un sistema operativo open source (OpenWrt, una delle tante distribuzioni Linux).
In parallelo volevo fare un piccolo esperimento di social bookmarking per raccogliere altre risorse digitali libere ( ad es.distribuite con licenze Creative Commons). Mi chiedevo se questo esperimento poteva interessare anche ai partecipanti al LOPTIS, la pagina in cui si possono inserire link a risorse digitali libere è questa:

https://bibliobox.wikispaces.com/Costruiamo+insieme+la+BiblioBox

Se qualcuno vuole sapere a cosa serve, come funziona e come si autocostruisce una BiblioBox/PirateBox può dare un’occhiata qui:
http://readlists.com/dbaa55af/
oppure può seguire l’account Twitter di 23cose in biblioteca: https://twitter.com/23cose

 

Prometto di diffondere, ma mi perdo nella modellazione 3D – l’uomo è debole, e piccolo. Diffondo ora.

Il 1 di giugno rieccoti Roberto:

…alle 15 [del 10 giugno] ho uno scrutinio, ma quanto dura l’incontro? Volevo portare una PirateBox/Bibliobox perché mi sembra potrebbe inserirsi bene nel progetto di laboratorio didattico itinerante

Ha perfettamente ragione. Il cervello si attiva, alla terza botta. Mi precipito in Amazon – antipatico ma insostituibile nelle emergenze: il 6 giugno, in serata, mi arriva il router portatile Tp-Link MR3020 – 37.98 € spedizione compresa. Altro non serve, se si è un minimo abituati a smanettare in Linux. Seguo le istruzioni dei pirati buoni, aggeggio, provo. Piano piano scopri cosa può rappresentare l’oggetto per te.

Roberto ci racconta della BiblioBox, che è una delle possibilità, molto interessante peraltro: un sistema wireless locale, sconnesso da Internet, al quale chiunque può accedere con un suo apparecchio, per scaricare documenti di ogni tipo messi a disposizione da una biblioteca.

Io mi rendo conto che per me può significare un’altra cosa: un sistema che mi consente di portare in giro il pezzetto di Internet che mi interessa mostrare. Non è poco per uno che si è messo intesta di andare per scuole a mostrar robe: qui c’è il wireless ma la password la sa solo il “responsabile” il quale è in ferie, là lo spazio è magnifico ma mai nessuno ha pensato a connetterlo alla rete in qualsivoglia modo, più in là ancora c’è una magnifica connessione Ethernet ma il cavo è corto per la sistemazione che mi serve, di qua è tutto perfetto ma oggi non c’è banda… e via dicendo.

Forse ho risolto il problema. Attacco alla corrente la scatolina 7x7x2 cm, con la pennina attaccata, zeppa di contenuti, e navigo a schioppo fra ciò che mi serve. Non solo: se volessi mostrare qualcosa attraverso un secondo computer – mi capita – non mi devo preoccupare di aggiornare il materiale in tutte e due le macchine, o affidarmi a qualche “nuvola” in Internet, con tutte le vaghezze del caso: accedo alla solita PirateBox. Non solo: chiunque abbia un computer, o un tablet o uno smartphone, può scaricare i contenuti. Non solo: se vuole può caricare nel sistema un suo contenuto, offrendolo così al laboratorio. Non solo: gli astanti possono comunicare in chat fra loro.

Ho appena finito di sistemarla. Appare così:

piratebox
Clicca l’immagine per leggere..

Detto questo, ora bisogna vederla all’opera sul pezzo. Quindi, chi parteciperà all’incontro di Paderno d’Adda è invitato a portarsi il proprio marchingegno e a provare il funzionamento della PirateBox. Non dovrà fare altro che attivare il wireless sul computer, tablet o smartphone che sia, poi il browser internet dovrebbe aprire automaticamente questa pagina. In ogni caso l’indirizzo sarà

http://piratebox.lan/

Poi racconteremo come sarà andata.

Il laboratorio itinerante da Marsciano a Paderno d’Adda – #loptis

Un post telegrafico per…

  • dire agli amici di Marsciano che la traccia delle risorse utilizzate nell’incontro del 29 maggio arriverà – ci vuole tempo a cuocere tutta questa carne ma la cuoceremo tutta…
  • esprimere gratitudine a Roberto Marcolin per averci fatto conoscere la BiblioBox  (derivata da PirateBox) perché si attaglia perfettamente allo spirito del laboratorio – per ora è solo intuizione, ma potrebbe divenirne un componente essenziale
  • dire che venerdì è arrivato il router portatile che serve a fare una PirateBox e che stiamo aggeggiando per usarla a Paderno d’Adda nel prossimo incontro del 10 giugno
  • osservare che questo episodio è un magnifico esempio di feedback anticipato!
  • promettere che tutto quello che andiamo imparando verrà riversato qui… 🙂

Domani a Marsciano con l’universo delle cose di bit – #loptis

Domani il laboratorio itinerante di #loptis andrà al I Circolo di Marsciano.

Laboratorio: non saremo lì a dirci che si potrebbero fare delle cose ma le faremo – il discorso scaturirà dalle azioni – l’immaginazione farà il resto.

Stamperemo qualcosa in 3D. Mostreremo la LIM fatta con il telecomando Wiimote che useremo sia con il sistema operativo WiildOs che con Ubuntu. Useremo accessori stampati con la stampante stessa. Per esempio il sistema di trasporto della stampante:sistema-trasporto-stampante-3d sistema-trasporto-3

Oppure il supporto del Wiimote:

wiimote-support-6

 

Supporto il cui modello è stato condiviso nell’universo delle cose di bit:

wiimote-support
Clicca l’immagine per vederla nell’universo delle cose di bit

Poi, se ci sarà rimasto il tempo, proveremo a dire perché.

Il laboratorio itinerante – #loptis

Approfittiamo della segnalazione di qualche cambio di programma per dire due parole su come stia evolvendo il laboratorio itinerante – il lato reale di #loptis.

Non una lezione, non una “presentazione”, ma un laboratorio che si materializza adattandosi all’ambiente –  classe scolastica di ordine vario, classe universitaria, collegio docenti o altro. Tre gli elementi fissi:

  1. una LIM, realizzata con Wimoote, sistema operativo WiildOs e schermo di fortuna, per dimostrare e mostrare
  2. una stampante 3D che stampa qualcosa
  3. un brogliaccio pieno di link in piratepad, per esplorare quello che ci interessa

Il brogliaccio è in continua evoluzione ma mantiene per ora una struttura in tre parti:

  1. ispirazioni varie: letteratura, management, scienza, scienze sociali
  2. software libero
  3. hardware libero

Parole chiave: minoranze, disintermediazione, etica, spending review, felicità interna lorda, glocalizzazione, software libero, Linux, WiildOs, hardware libero, Arduino, collaborazione, cooperazione, giovani fabbricatori di mondo, giovani fabbricatori di mondo italiani, pratica, pratica, pratica, teoria, pratica, pratica, pratica, teoria, pratica

Attrezzature necessarie: nessuna, portiamo tutto noi: due computer, stampante 3D, Wiimote, cavalletti, schermi di fortuna, stampante 3D, connettori, cavi, ciabatte, internet di fortuna, piano B anti-Murphy e sorprese varie. Se poi qualcosa è disponibile in loco, meglio, ma non necessario.

Il laboratorio ambisce a comunicare attraverso la parola, l’azione e la dimostrazione, ma anche attraverso l’ascolto: una domanda o un qualsiasi feedback possono farci cambiare direzione in qualsiasi momento. Il laboratorio itinerante è in realtà una forma di ascolto che serve a capire chi c’è veramente nel laboratorio virtuale #loptis. Per questo gli stiamo dedicando molto tempo e molto studio. Il video seguente ne è una dimostrazione.

Kentstrapper è un’azienda famigliare fiorentina. Due giovani fratelli, Lorenzo e Luciano, partendo dal progetto open source di stampa 3D RepRap realizzano stampanti open con particolare attenzione alla formazione. Li ringraziamo anche per la collaborazione a questo laboratorio (non di rado rispondono anche la domenica).

Due parole sull’autore del brano “Sugar man” che accompagna il video, Sixto Rodriguez, un grande cantautore e poeta che non ha avuto problemi a condurre un’operosa vita di lavoratore qualunque, una volta espressa la sua arte. Fu scoperto negli anni 70 che cantava dando di spalle al pubblico nei locali infimi dei bassifondi di Detroit. Fu considerato subito un artista che non avrebbe avuto niente da invidiare da gente del calibro di Bob Dylan. Ma Sixto Rodriguez ha vissuto con le spalle voltate al sistema, incurante delle sirene del successo, moderato nei costumi, colto, tenace lavoratore, operaio. Un po’ forse per questo atteggiamento, un po’ forse perché era messicano, un po’ chissà perché, fece due dischi che in America non vendettero nulla. Un disco arrivò per caso nel Sudafrica dell’apartheid, dove si diffuse a macchia d’olio infiammando la gioventù liberal sudafricana che vi trovò l’ispirazione giusta per la ribellione al regime fascista. Straordinaria la storia della riscoperta di questo cantautore, narrata nel film Sugarman. Il sistema del copyright non ha impedito che i diritti percepiti in Sudafrica finissero nelle tasche di intermediari senza scrupoli in America. Noi compriamo i dischi di Sixto ma siamo sicuri di fargli il migliore omaggio diffondendo la sua arte.

Servizi di scrittura collaborativa e un primo progetto – #loptis

Aggiornamento 26 dicembre. Ogni tanto mi perdo qualcosa, ma cerco di rimediare. A proposito di scrittura collaborativa è necessario aggiungere qui il riferimento al post Perché è più utile correggere i compiti online… di Fabrizio. In questo post trovate anche un elenco di risorse che complementa quelle citate qui.


Clicca qui per scaricare una versione in pdf.


In questo post:

  1. una breve ricognizione degli strumenti di collaborazione che vanno per la maggiore – suddivisi in categorie che riflettono obiettivi ben distinti, anche se per certi impieghi in parte coincidono
  2. una prima proposta di collaborazione utilizzando un wiki – poi ne verranno delle altre
  3. qualche precisazione aggiuntiva su editori collaborativi e pad

Strumenti di collaborazione

  • Wiki. È un servizio web che ti consente di fare un sito, con tutti i contenuti che vuoi e sul quale si può lavorare molto facilmente in gruppo. Si possono fare siti molto articolati e dinamici, grazie anche alla possibilità di inserire una varietà di oggetti. Per esempio nel servizio Wikispace si possono inserire: lista dei contenuti del wiki, web feed (potete fare una pagina da usare come aggregatore di web feed [1]), video, quiz per gli studenti, esercizi GeoGebra, calendari, fogli di lavoro, finestre di chat, sondaggi, presentazioni di slide, mappe geografiche, frammenti codificati in HTML eccetera…
    Tocca fare un account per partecipare. Proporremo alcune attività di collaborazione in un wiki, a partire da questa.
  • Drive e similari. I documenti stile Office portati nella NuvolaCloud – dove ci si può anche collaborare. A dire il vero i confini stanno sfumando. Office di Microsoft è andato anche lui nella nuvola, e anche iWork di Apple. E poi ce ne sono altri simili, Zoho e tanti altri – il link non so quanto sia aggiornato ma a maggior ragione è impressionante… Comunque qui si tratta di “oggetti” stile office (testi, fogli di lavoro, presentazioni, magari database) tenuti e gestiti là fuori, nella nuvola, su cui si può collaborare. Tutti servizi tesi alla fidelizzazione: necessario fare l’account.
  • Dropbox e similari. Il mio hard disk portato nella Nuvola. Lo vedo come una cartella del computer o del touch-coso. I file che metti nella sottocartella Public sono dotati di un URL che puoi dare a chiunque per condividere – cliccare con il tasto destro del mouse poi Dropbox->Copy Public Link – i vostri amici possono così scaricare quei file sulle loro macchine. Dropbox dice di tenere i vostri documenti nella Nuvola in forma cifrata, però le chiavi le ha lui… Anche qui ci vuole l’account.
  • Blog. Tutti i blog possono essere gestiti da più autori, che possono così collaborare nell’offerta di informazione o formazione. Ci vuole l’account.
  • Pad. Taccuino nella nuvola con semplici possibilità di editing, fatto per scrivere testi in modo condiviso. Molto usato nelle comunità di sviluppatori software, hacker, attivisti più o meno geek (hacktivist). Immediato, comodissimo, non richiede account. Ma nessuna possibilità di controllo della visibilità, minore garanzia di persistenza dei documenti. I servizi di pad sono di solito mantenuti da gruppi motivati da principi etici. Abbiamo gia usato un pad in questo laboratorio, nel post il laboratorio nel computer e seguenti; ce ne siamo serviti per scambiarci qualche informazione sugli esperimenti con il codice. Era questo. Nell’ultima parte altri dettagli sui pad.
  • Editore collaborativo Questo me l’ha twittato ieri Paolo (blog), non lo conoscevo: si chiama Gobby. Funziona in modo simile ad un pad ma in modo privato e attraverso un canale criptato, se ci riesce. Non c’è bisogno di account ma occorre un server a cui riferirsi. È interessante il fatto di poterlo facilmente installare su un proprio server perché poi si può lavorare in gruppo ma in maniera non pubblica – appropriato per vari usi scolastici. Altra particolarità è quella di offrire il syntax highlighting, vale a dire la capacità di utilizzare i colori per evidenziare gli elementi sintattici di molti tipi di codice. Qualche altra considerazione su Gobby nell’ultima parte.
  • ULTIM’ORA: La nuvola che controlli te E questo viene da un commento scritto da Marco pochi minuti fa. Il riferimento è a WebODF: se hai un tuo sito allora puoi inserirci un pezzetto di HTML, un pezzetto di codice Javascript e poi scarichi sul medesimo server i documenti che vuoi offrire per lavorare collaborativamente. Nella pagina Getting started spiegano esattamente come. Naturalmente, la cosa è possibile se hai un sito che controlli abbastanza da poterci mettere pezzi di HTML e di Javascript – per esempio in un blog WordPress.com come questo non si può fare. In uno WordPress.org ospitato da qualche parte penso di sì. Molto bellino. Osservazione: forse avere fatto un po’ di fatica con HTML e Javascript ci serve a farsi un’idea di cosa ci sia scritto in una pagina come Getting started.

Una proposta di lavoro

Qualche tempo fa lessi un articolo che mi piacque: Expanding the zone of reflective capacity: taking separate journeys together – Espandendo la zona di capacità riflessiva: unendo percorsi diversi – correggetemi se si può tradure meglio. È apparso nel 2009 sulla rivista Networks – An Online Journal for Teacher Research.

Parla dell’esperienza di un gruppo di insegnanti, molto diversi per età, scuola e disciplina, che alla fine di un corso di aggiornamento si lasciano coinvolgere in un esperimento di pratica riflessiva. Quando l’ho letto, la prima cosa che ho pensato è che a me avrebbe fatto molto bene una cosa del genere. Ma sarei curioso di sapere cosa ne pensate voi.

È vero, c’è il problema che è in inglese, ma vediamo di creare valore dal problema. Ovviamente, chi insegna inglese l’articolo se lo può godere subito. Compensiamo quindi questo vantaggio con un contributo: perché non fare una traduzione in collaborazione? Magari usando un wiki e così imparando anche a editare in un wiki? Non è lunghissimo, se ci aiutiamo forse ce la facciamo.

Ci sarebbero altre attività da proporre – le rimandiamo ai prossimi post.

A questo punto vi rimando al materiale preparato nel wiki, con questi due link: la home page di http://loptis.wikispaces.com, dove ho inserito un po’ di istruzioni e riferimenti per l’editing, e la pagina dell’articolo da tradurre e discutere.

Mi rendo conto che la traduzione potrà andare un po’ per le lunghe, non importa, basta che progredisca. Richiameremo l’attenzione di tutti quando sarà completata, per vedere che effetto fa il contenuto dell’articolo.

In generale questo e i prossimi esperimenti con il wiki sono interessanti perché allargano gli orizzonti delle pratiche di editing.

Ero incerto su come procedere per come gestire le iscrizioni al wiki e alla fine mi sono risolto a questo:

chiunque voglia partecipare in questa o nelle prossime attività, oppure voglia farne partire una, oppure voglia solo provare ad entrare nel wiki e creare delle pagine per esercizio, lo chieda con un commento qui oppure scrivendomi un’email, ed io farò partire l’invito da Wikispace

Qualcuno noterà una sorta di contraddizione con quanto avevo scritto a proposito di fare gli account nel post Non solo luci – sì, la faccenda attiene all’opportunità di doversi sporcare le mani, pronti a trovar di meglio appena possibile…

Editori collaborativi: I “pad” e il caso di Gobby

Due parole sui pad.

Si tratta di uno strumento usato primariamente da comunità di hacker e gruppi di attivisti (per esempio del Partito Pirata) perché l’hanno trovato congeniale allo sviluppo dei loro progetti, in forme collaborative leggere, dinamiche, online, e se lo sono forgiato così perchè fa comodo loro cosi.

Non va assolutamente bene per tenerci documenti, non c’è nessuna garanzia di persistenza, anche se fino ad ora non ho mai perso niente, quando mi è capitato di usarlo. Ma sarebbe sciocco pretenderlo. Quando si usa va sempre esportato il contenuto – ma questo è vero anche con tutto il cloud. Non c’è nemmeno nessuna garanzia che qualcuno vi ciacci indebitamente: godetevi l’assenza di account ma siate consapevoli di essere all’aperto; basta salvare localmente e eventualmente ripristinare una versione precedente nella timeline – sistema che i pad offrono per controllare l’evoluzione di un documento.

Una vostra collega mi scrisse una sera disperata perché aveva coinvolto i suoi piccoli bambini in un lavoro con Piratepad, pensando che poi finisse lì. La sera tardi si accorse che i “piccoli” eran tutti a chattarci dentro. Le prese il terrore di averli sguinzagliati nel cyberspazio, terrore delle reazioni dei genitori…

Esplorai alla svelta ma senza trovar rimedi pronti: i pad non possono essere limitati. Dopo rapida consultazione m’improvvisai sabotatore, inondando il pad di messaggi deludenti – System failure… – suggerendo di comunicare il giorno dopo ai bambini che quello era sì un balocco divertente, ma che spesso si rompeva. La soluzione a questo tipo di problemi potrebbe essere quella di utilizzare il Gobby segnalato da Paolo. Dopo vediamo un attimo.

Invece i pad sono ottimi per collaborazioni focalizzate su temi specifici. Ci sono vari servizi a giro, eccone alcuni:

Nel cMOOC #ltis13 abbiamo usato molto http://piratepad.net/:

Se aprite un documento in PiratePad, prendete nota (copia-incollate) del suo indirizzo URL, è con questo che poi lo ritroverete là fuori. Potete anche crearlo “imponendo” un URL che vi piace, tipo http://pirate.pad/ e poi aggiungendo quello che volete, pippo, ilmiopad, ilpadpiuganzodelmondo ecc. Non vi affezionate troppo ai colori, riaccedendo da macchine diverse possono cambiare, servono lì per lì.

I pad non vanno confusi con i wiki, che sono strumenti adatti alla collaborazione di comunità che possono essere assai vaste, strutturabili come veri e propri siti articolati in gerarchie di pagine e ammennicoli vari. Come questo per esempio, che ho usato molto in passato – ora ci lascio qualche dispensa che talvolta suggerisco a qualche studente.

Vanno invece benissimo invece per buttarci dentro delle note su cui lavorare in piccoli gruppi, con una chat che consente la discussione estemporanea. Costano veramente zero: né $ né identità. Disponibilità ubiquitaria, puro strumento di rete: chiaro che soffrono le connessioni ballerine e i sovraccarichi di rete. Da non usare con iPad – tablet fantastico ma un po’ troppo chiuso: le grandi aziende perdono facilmente la testa e vogliono imporre i loro standard tentando di decretare la morte di altri: Apple, Microsoft, Google, Facebook… Noi qui ci esercitiamo a popolare gli interstizi, più saremo e più questi si gonfieranno. Ci piace più la libertà della comodità.

Riciclo qui due tutorial sull’impiego di Piratepad.

E infine Gobby. L’apparenza è simile ai pad ma è archittetato per essere gestito in proprio, all’interno di una rete locale per esempio. Ha una finestra per connettersi ai server che offrono i documenti, una per editare il file, una per la chat, consente di usare la sintassi del codice con i colori, consente di esportare i documenti in formato HTML – quel gradevole misto di semplicità e di roba che funziona che solo coloro che lavorano per davvero sono in grado di concepire.

Ho appena provato. Mi limito a raccontare cosa ho fatto. Non sono vere istruzioni, perché voglio solo dare l’idea che si può fare: non è terribilmente difficile ma richiede un pochino di impegno. Se poi a qualcuno interessa approfondiamo, magari anche con l’aiuto di altri che abbiano già sperimentato la stessa cosa.

Dalla pagina Download di Gobby mi sono scaricato l’editore vero e proprio, Gobby, e il software che funge da server e che si chiama infinited. Ho scelto le versioni per Linux Ubuntu, che è il sistema su cui lavoro tutto il tempo in questo periodo, e ho installato seguendo le istruzioni. L’installazione prevede che ad un certo punto si debba memorizzare una password: servirà a garantire l’accesso al server infinited solo a chi è autorizzato

Poi, su un altro computer, questo con Windows 7, ho scaricato la versione per Windows di Gobby. I due computer sono collegati alla stessa rete locale.

Quindi prima ho lanciato il server infinited sulla macchina Linux. Più precisamente si dovrebbe dire il demone infinited – demoni si chiamano quei programmi che girano in silenzio su una macchina offrendo una varietà di servizi, per esempio quello di fungere da server per certi determinati compiti. Poi ho lanciato Gobby, l’ho connesso al server, locale in questo caso (dopo mostro in un video come si fa), ho creato un documento e ci ho scritto qualcosa dentro.

Sono poi andato sul computer Windows, dove ho lanciato il suo Gobby, dicendoli di connettersi al server, che nel mio caso stava sulla macchina Linux (per chi è pratico: è bastato dare l’IP del computer. Ha funzionato subito: potevo così editare lo stesso file un po’ di qua e un po’ di la.

A me ora piacerebbe provare piazzando il server infinited su un computer esposto a internet, ma non posso fare la prova alla svelta, non ne ho uno a disposizione in questo momento. Proverò quando mi capiterà.

Invece ho potuto provare un’altra cosa, e questa la mostro con un video perché potete metterci le mani anche voi. Si tratta di installare semplicemente Gobby (c’è per Linux, Windows, Mac). Poi, dopo averlo fatto partire, farlo connettere al server gobby.0x539.de, che è offerto dagli sviluppatori di Gobby. Nella finestra di sinistra appaiono una quantità di cartelle e di file. Ci ho messo una cartella di nome loptis, e dentro un file di nome prova-editing. Apritelo e pasticciateci liberamente.

Ecco il video sull’installazione e l’impiego minimo di Gobby:


Note

  1. Molto interessante il caso di Claude che avvalendosi della possibilità di inserire web feed, ha realizzato il suo aggregatore in una pagina di Wikispace.