Software libero scoperto e raccontato da una studentessa #linf14

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In questo periodo devo leggere 466 elaborati degli  studenti di medicina. Altri 100 ne avrò a settembre. Sono numeri insani, la quantità ti ammazza ma riserva anche delle sorprese. Accade dunque che, giusto mentre stavo finendo di rimettere insieme vari tasselli sul software libero sparsi nel blog, mi imbatta nel lavoro di Francesca (curiosamente il 100-esimo che leggo) che, per la parte a tema libero, ha scelto l’argomento del software libero.

Ho pensato che la freschezza di questo racconto potesse andare bene per introdurre l’argomento. Il mio post verrà dopo. Ringrazio Francesca per avermi consentito di utilizzare il suo testo.

Software Libero e Etica Hacker

Ho scelto il tema del software libero e l’etica hacker, perché non conoscevo affatto il vero significato di queste due parole, e leggendo mi sono appassionata molto, forse perché convinzioni che avevo da molto tempo, leggendo, sono svanite.

Non avrei mai, per esempio, pensato che il termine “Software libero” del quale una vaga idea in mente l’avevo, (per vaga idea intendo dire “programma scaricabile gratuitamente e di accesso pubblico” ) potesse avere a che fare con il termine “ Hacker”, che invece vedevo come “aggettivo”, per indicare quelle persone che impropriamente si impossessavano di informazioni, definiti da molti pirati informatici. Quando ho letto che il termine Software libero era invece stato inventato dal primo grande hacker Richard Stallaman, e che aveva inventato questo termine perché negli anni Sessanta le grandi industrie di computer stavano incominciando a considerare il software come un vero e proprio prodotto industriale, anziché un qual cosa in più che si trovava all’interno del computer, ho deciso di approfondire questo argomento. Ciò che mi ha fatto capire quale era la vera importanza del software libero, sono state proprio le idee iniziali di Richard Stallman che definisce il Software libero come “un qualcosa costituito da idee” e un “modo per scrivere pensieri, un’astrazione”. Ho riflettuto a lungo su questo pensiero, e alla fine ho convenuto che l’idea che il software non dovesse essere a pagamento, era totalmente corretta. Effettivamente voleva far trasparire un’idea di “Libertà“: dare un prezzo a idee, pensieri, novità non era una cosa morale. Da qua le mie idee riguardanti gli hacker si sono subito ribaltate visto che li “percepivo” come persone amorali e senza rispetto, mentre in realtà erano gli “altri” a non avere rispetto e voler lucrare su un qualcosa di astratto.

Continuando a leggere e documentarmi mi sono resa conto che il software libero ha contribuito molto anche nelle ricerche tecnologiche poiché ogni ricercatore poteva inviare a un altro ricercatore il proprio codice software, così sicuramente anche il software si sarebbe sviluppato più rapidamente, e ciò sarebbe stato utile a tutti. Ed è stato proprio grazie a questi software liberi che Internet si è arricchita di molteplici funzionalità, utilizzabili adesso da TUTTI noi! Gli hacker, ma anche ricercatori, studenti.. potevano così collaborare tutti insieme a rendere migliore un qual cosa che poi sarebbe stata utile per una comunità, e la cosa fondamentale e brillante, a mio parere, è che tutto questo non veniva fatto a scopo di lucro, ma solo per DIFFONDERE l’informazione e arricchire ognuno di noi.

Infine ciò che realmente ha fatto cambiare la mia opinione  è stato quando ho letto del secondo più importante Hacker, Linus Torvalds, creatore del sistema operativo (che dà funzionalità di base al computer) Linux. Leggere che egli aveva progettato questo sistema operativo, adattandolo ai piccoli pc, dunque pc che possedeva la popolazione e non grossi computer posseduti solo da grandi aziende, e che inoltre aveva reso PUBBLICO e GRATUITO ciò che aveva creato è stato molto interessante. Mi ha colpita veramente molto questo spirito di “informazione per tutti” e CONDIVISIONE, ritenuto da loro più importante del guadagno, visto che ciò che creano è gratuito.

Dopo tutto questo, mi sono resa conto dell’importanza e dell’utilità di utilizzare un software libero piuttosto che un software proprietario. Innanzitutto ho compreso che comprando un software non stavo contribuendo a migliorare la società in cui viviamo, o a sollecitare l’innovazione ma stavo solo “arricchendo un paese che non era il mio, e un qualcuno che di soldi ne aveva già molti”, cosa a cui prima non avevo minimamente pensato.

Ho capito invece che scaricando un software libero, oltre al fattore economico a mio favore, dato che non devo pagarlo, contribuivo “ad elevare la felicità interna lorda ed anche il prodotto interno lordo di molti paesi, inclusi il proprio” (cit. A.F.). Questa cosa risulta per me molto educativa e di vitale importanza.

Altra cosa a cui non avevo pensato ma che ritengo importante, e esempio molto diretto e incisivo, è che se mentre sto usando un programma, ho dei problemi ad usarlo e vorrei chiedere aiuto ad un amico, ma il programma che sto usando è di tipo proprietario e il mio amico non lo ha, o lui lo compra oppure non potrà aiutarmi, sebbene lui si possa intendere di informatica; mentre se stessi usando un “ software libero” egli potrebbe, in qualche modo, cercare di aiutarmi, senza l’obbligo di spendere soldi.

Detto ciò, e essendo consapevole della mia non abilità informatica, mi sarà sicuramente utile utilizzare programmi accessibili A TUTTI.

Credo però che la mia idea sbagliata sugli hacker, se pur ignorante in materia, sia stata da me assimilata così, perché L’INFORMAZIONE nella società di oggi non è ben divulgata, ma spesso viene contraffatta, denaturata e travisata dai media.

Penso inoltre che l’idea di rete e computer per noi, in questi tempi, non sia quella che è adesso l’idea di rete per un hacker. Per loro la rete è come un tesoro, è come un libro, da cui puoi imparare cose “tecniche” , provare emozioni, ma sopratutto rendere pubblico ciò che pensi possa aiutare il prossimo. La rete viene vista come fosse un manuale ricco di nozioni utili per essere sempre aggiornati e informati.

Mi è stato difficile apprendere a pieno le totali funzioni di un software e ciò che realmente tenta di fare un hacker, ma nonostante tutto, ciò che mi è rimasto più impresso è l’idea di CONDIVISIONE DELL’INFORMAZIONE, e l’etica hacker basata sul concetto di cooperazione e condivisione del sapere, avente come legge essenziale Il diritto illimitato all’informazione.

24 thoughts on “Software libero scoperto e raccontato da una studentessa #linf14

  1. Adelaide says:

    Hacker nella mia mente accende la lampadina di “furbetto”…colui che navigando navigando riesce ad ottenere anche illecitamente ciò che vuole: e-book gratis o films in streaming. Riflettendo ormai oggi giono si paga anche l’aria che respiriamo, mentre libri o film ad esempio dovrebbero essere “Patrimonio dell’Umanità” e dovrebbero essere fruibili al maggior numero possibile di utenti al minor costo. La cultura non dovrebbe essere a pagamento. O forse semplicemente io ho vissuto la mia infanzia negli anni 80, e semplicemente si andava in biblioteca e si fotocopiava qualcosa o si duplicava una musicassetta senza troppi fronzoli. Poi è arrivata l’era del videoregistratore, per registrare i film in tv e conservarli fino alla fine dei tempi. Oggi è illegale registrare, scaricare….persino vedere in compagnia un dvd acquistato.
    Il software libero che utilizzo quotidianamente è OpenOffice almeno non spendo una fortuna in licenze annuali, e quando non trovo una funzione chiedo a qualche amica o cerco su internet qualche forum di discussioni. Basta scrivere su google cosa cerco. Vivo in un paese di 400 abitanti, ma grazie ad internet riesco a trovare una soluzione discutendo con utenti in rete anche molto distanti da me. Evviva. E discutere è gratis.

    1. Claude Almansi says:

      Beh, sì, a fidarsi della stampa e dei media, difficilmente si capisce che veramente l’hacker è cole/ui che apre una nuova via nella giungla con l’ascia. L’ho scoperto nel 2002, quando non se ne parlava tanto, in un laboratorio su “Copyleft o copyright” dov’ero andata temendo discorsi tremendamente tecnici. Invece no. Parlavano di libertà e di padronanza dell’utente sui mezzi che adopera.

      Però libero non significa per forza gratuito. Essendo un po’ lenta, mi ci sono voluti 14 anni da quel laboratorio a passare interamente al software libero: cioè a poco a poco ero giunta ad adoperare soltanto programmi liberi, ma su Mac, perché avevo sempre avuto dei Mac, sin dal 1983.

      Ma negli ultimi anni mi irritava sempre di più la roba “I” e “me” della Apple. Perciò quando l’ultimo ha iniziato a perdere colpi, ho deciso che volevo un laptop interamente libero, con sistema operativo Ubuntu. Solo che non ero sicura di saperlo installarlo bene, allora ho comperato il laptop e ho pagato qualcosa in più per l’istallazione di Ubuntu.

      1. Adelaide says:

        Ubuntu? Mai sentito….mi documentero’. Io sono dura al cambiamento, quando il mio xp si è spento definitivamente e sono passata a Windows 8 è stato un trauma. Quest’anno vorrei fare più cose possibili, ma il lavoro e i miei figli (soprattutto), mi stanno dando filo da torcere. Saper usare il computer discretamente mi ha aiutato nella piattaforma neoassunti indire, è comunque un bellissimo impegno. Spero di farcela senza ricoverarmi per stress.

        1. Claude Almansi says:

          Ubuntu è la versione di GNU-Linux più consona agli utenti non particolarmente portati sulla tecnologia.

          L’avevo scoperto nel 2003 al Vertice mondiale sulla società dell’informazione a Ginevra: le ONG sudafricane avevano fatto un villaggio in mezzo alla sala della società civile, circondato da spazzole piumini viola a mo’ di alberi jacaranda, statue divertenti di contadini e volatili – e due container: uno per un’emitente radio online, l’altro un cybercafe con vecchi computer riciclati che giravano, appunto, con Ubuntu. Nel 2003 anch’io usavo un computer con Windows XP e non ho avuto nessuna difficoltà a capire l’interfaccia di Ubuntu.

          Poi nel 2008 ho accompagnato un’amica che voleva comprare il suo primo computer al Centro Sociale Autogestito di Lugano per farle provare i computer con Ubuntu del cybercafe. Nemmeno lei ha avuto problemi, a parte la mancanza di dimestichezza con la tastiera, visto che non ne aveva mai usata una, quindi l’ho lasciata fare e sono andata a pulire le verdure per la minestra.

          Forse anche tu potresti cercare un cybercafé che usi Ubuntu nelle tue vicinanze per provare? Non ho trovato un repertorio, ma potresti chiedere sul forum di http://www.ubuntu-it.org ?

  2. Immacolata says:

    Confermo, anche per quanto riguarda le mie conoscenze, che legavo il termine “hacker” ad ambiti ben poco etici. E’ solo attraverso il percorso storico, partito dagli anni ’70, che Lei, Professore, ci ha fatto conoscere, che ho potuto riscoprire le primigenie valenze del cyberspazio.

  3. Solidea says:

    Comunque a me gli hacker hanno sempre suscitato una grande simpatia a partire da quelli cinematografici per arrivare a quei fantomatici anonimi paladini della libertà che ogni tanto bloccano qualche gigante burocratico o postindustriale. Ora che conosco l’origine del termine mi entusiasmo anche di più. Però mi spaventa che questi geni dell’informatica, nell’accezione convenzionale, possano schierarsi dalla parte dei “cattivi” e renderci vulnerabili. Questo è un terrorismo che davvero mi atterrisce perché utilizza per scopi “malvagi” l’intelletto, la creatività, lo studio, la preparazione per sferrare attacchi sul palcoscenico di quell’universo magico che resta internet, che pur avendo perso la sua purezza molto tempo fa resta, per me, ancora una sorta di Nirvana.

  4. Solidea says:

    Ora ho capito chi sono i buoni e chi sono i cattivi (si fa per dire) e che tra i giusti ci sono alcuni davvero candidi che lavorano, notte e giorno, a varie latitudini, in modo cooperativo, per noi tutti. Poi ho capito che Open Office che ho usato per tanto tempo pensando di essere molto ethic era un quasi buono…. ma dalla confusione si apre una breccia di conoscenza che porterà, prima o poi alla consapevolezza. Però ora resto, come spiegato nell’elaborato, una pavida ibrida apolide del software…..

  5. Elena says:

    La scelta della studentessa mi ha colpita molto, non tanto per il tema selezionato, ma per il fatto che detta scelta sia derivata dalla non conoscenza della questione. Penso sia importante affrontare argomenti di cui non abbiamo conoscenza, approfondire temi con i quali non dimostriamo o pensiamo di non possedere alcuna dimestichezza; questo serve ad arricchire il nostro bagaglio, ad affrontare le questioni in maniera consapevole. Anche io, probabilmente, come la studentessa avrei provato a sfidare il compito, imbattendomi in una scelta simile. Per quanto riguarda il tema nello specifico, ho sempre pensato agli hacker come persone “disoneste”, che si impossessano dei prodotti altrui, senza il permesso di farlo, impropriamente, apportando danni. E’ probabile, come dice la studentessa, che tale pensiero sia dovuto al fatto che spesso le informazioni, non essendo filtrate nella maniera giusta dal web, dai giornali, dalla televisione, vengono male interpretate dagli utenti. Digitando, ad esempio, la parola hacker all’interno del motore di ricerca Google e premendo invio, in questo momento, abbiamo tra i primi risultati visualizzati il seguente: “A rischio hacker le reti wi-fi degli aerei”. Secondo l’articolo selezionato, gli hacker si presentano come dei terroristi. Tale notizia fa ovviamente pensare che un hacker non sia una persona propriamente affidabile. Allora, viene da dire che esistono hacker “buoni” e hacker “cattivi” e che questi ultimi non hanno niente a che fare con la filosofia di Stallman: “il software vuole essere libero”. Ed è proprio qui che l’hacker gioca un ruolo importante nella comunità della “cooperazione e della condivisione del sapere”, come sottolineato dalla studentessa.

  6. lukaramazov says:

    Ho avuto modo di “conoscere” il mondo di Stallman qualche tempo fa. I media hanno spacciato per hacker quelli che in gergo chiamano cracker, lamer, pirati, ecc. perché è più facile fare semplificazioni, e forse ai tempi probabilmente c’erano anche implicazioni politiche. Credo che quello spirito e quelle idee di RS sul software libero, siano il modo migliore di fare comunità ma non solo per il software. La condivisione di idee e la distribuzione collaborativa dei “work in progress” rappresentano la più grossa minaccia a quasi tutte le aziende che campano sui brevetti e sui copyright o sulla privatizzazione di qualunque bene…e rappresentano forse anche un modo ecologico per uscire dalle crisi economiche

  7. Cinzia Paderi says:

    Anche io avevo un”immagine negativa dell’hacker. Certo che le dimensioni visive o la stampa che ci bombardano quotidianamente riescono in pieno nel loro intento. Sono veramente sconcertata!
    Cinzia Paderi

  8. Martina Palazzolo says:

    Quale percorso ha portato Francesca a questi pensieri che condivido in toto? Qualche lettura particolare? Risorsa, esperienza… non so … Non ricordo nemmeno io come ci sia arrivata io stessa. Sicuramente frequentando il #loptis e una lettura del software libero di Stalmann. Frequentando anche comunità di diffusione del software libero sebbene l’aspetto commerciale sia forte anche in questo mondo e, non so … al romanticismo iniziale forse si è fatto largo qualche dubbio … ma devo pensarci sopra ancora un attimo. Molto bello l’articolo di Francesca!
    Grazie Andreas.

    1. Andreas says:

      È molto semplice: ha fatto il corsetto da 3 crediti di informatica a medicina. Corsetto che sono costretto a spalmare su 5-600 studenti per volta. Corsetto nel quale me ne infischio di qualsiasi programma canonico ma cerco di raggiungere la mente e il cuore di chi li l’ha. Gli altri non li raggiungerei comunque e tre crediti di banalità con quiz finale di concreto produrrebbero solo uno sperpero di tasse. Amen.

  9. Pascal says:

    “Cavaliere senza macchia”

    Dobbiamo perseguire la via per diventare Supereroi digitali,
    Per diffondere nel “nuovo mondo” digitale i classici concetti di democrazia o di comunismo digitale?

    Dovremo cominciare a farci restituire tutti i prodotti della terra acqua, grano e petrolio perché anche questi sarebbero “software”.

    Ho avuto modo di provare diversi software musicali e devo dire che quelli a pagamento hanno dotazioni ricche per non parlare della stabilità. Stabilità è un termine importante per “quelli” che lavorano nel mondo digitale. Sia esso musicale o della grafica digitale.

    Romanticismo digitale???

    1. Andreas says:

      Dividere il mondo in scatole è esercizio vano, peggio, è dannoso. Non ha senso dire che il software libero è buono e il software proprietario è cattivo, e non ha senso nemmeno sostenere il contrario.

      Dipende. Il software libero eccelle quando si supera una certa massa critica, perché funziona sulla collaborazione di un gran numero di intelligenze. Linux domina il mercato dei web server. Apache (libero) domina il mercato del software di web serving. Il database MySQL è uno standard industriale. LibreOffice spopola nel mondo delle lingue che a Microsoft non conviene seguire. Linux è finito in una miriade di macchine specifiche in versione embedded, cellulari (Android), router, micropocessori di ogni tipo … ecc. insomma queste lo cose si possono leggere nel post succitato, e altre arriveranno.

      Talvolta, questi progetti di grande successo, hanno dietro delle industrie che trovano conveniente inserire nei loro piani di business un ramo open source.

      Molti software più specifici funzionano invece meglio in una logica proprietaria, perché le loro controparti libere non riescono a godere della sufficiente massa critica che quel modello di sviluppo richiede.

      1. Antonio Amendola says:

        Condivido più l’impostazione pragmatica di questo commento che non la visione “romantica” della studentessa. poi una considerazione politica ed una tecnica. io non criminalizzo il business, neanche quello delle idee. libertà a mio avviso vuol dire anche questo: decido autonomamente cosa farne delle mie idee. il secondo aspetto tecnico che mi sembra sfugga al gradevole post della studentessa è che open source non vuol dire gratuito. Scaricare liberamente un software non vuol dire diventarne proprietari e nemmeno pretendere altro “compreso nel prezzo”. se il software open source che ho scaricato fa al caso mio, senza modifiche, nessun problema, se invece ho bisogno di personalizzazioni le pago. altro modello di business, eticamente più accettabile, ma non per questo estraneo a considerazioni economiche.
        per tenere un minimo di prima nota ho scaricato un pacchetto per linux: Gnujiko. gratuito, carino, open source ma sul sito dello sviluppatore c’è in bella mostra un listino prezzi per le personalizzazioni. io lo trovo estremamente corretto.

  10. Claude Almansi says:

    La scoperta del software libero da parte di Francesca corrisponde abbastanza alla mia – salvo che sapevo già che gli hacker non sono manigoldi, ma esploratori che “hackano”, aprono con l’ascia o il machete, strade per gli altri (beh, ho insegnato lingue a lungo, perciò controllare il senso delle parole è deformazione professionale). Però avevo l’impressione che era roba da specialisti un po’ fissati che parlano un gergo da specialisti.

    Perciò nel 2002, quando la Scuola Superiore di Informatica e Gestione (1) di Bellinzona organizzò un laboratorio intitolato Software: copyright o copyleft? Il difficile equilibrio tra proprietà intellettuale e libero utilizzo della creazione., c’ero andata con grossi dubbi sulla mia capacità di capirci un tubo.

    Invece questi qua parlavano normalmente, ed erano anche spiritosi. Infatti mi ricordavano Diderot che aveva lanciato l’idea dell’Encyclopédie française hackando una Cyclopedia inglese.

    Ma forse la cosa che mi aveva più stupita era che a quel workshop non c’era nessuno dei giornalisti ticinesi che scrivevano di “società dell’informazione” e di “cybervillaggi”. Allora un pezzetto su quella giornata l’avevo scritto io, su un sito di un’iniziativa mirata a presentare in italiano i risvolti giuridici che riguardavano gli utenti degli strumenti informatici – chiedendo prima ai relatori di controllare che non ci avevo scritto castronerie, però 😀

    (1) http://www.ssig.ch/ – ora ribattezzata Scuola Specializzata Superiore di Economia

  11. franca Bartolini says:

    L’idea di base di condivisione /collaborazione/nuove possibilità in un circolo vitale di progresso libero da catene e’ bella. Hacker come cavaliere senza macchia e senza paura ?! Nuova prospettiva. In effetti si incamerano cliché si danno per scontato molte cose perché non si conoscono . Tutto non si può conoscere tutto non si può approfondire e allora si “digerisce” l’ idea comune di hacker come manigoldo mentre ora mi sembra di scorgervi un Robin Hood. Software libero! Per chi come me che ha timore a scaricare gratuitamente un antivirus figuriamoci un sistema operativo. L’ invidia per chi lo riesce a fare e’ tanta . Ma qui mi e’ piaciuta l’idea di rivoluzione fatta nelle cantine nelle scrivanie di tutto il mondo per liberarsi dalle multinazionali

    1. maupao says:

      Anche io avevo timore a scaricare programmi dalla rete, non sai mai quello che ti può capitare! Poi ho incontrato tempo fa il software libero e mi ha appassionato l’idea di condivisione che sta alla base. Ho cominciato con l’usare Open Office e poi ho provato ad installare tutto il sistema operativo. A distanza di anni non sono per niente pentito, anzi! Ho fatto grandi passi in avanti e tanti ne rimangono ancora da fare. L’ambiente del Loptis, che ho scoperto per caso nell’autunno del 2013, ha accellerato e di molto la conoscenza di questo mondo e mi ha permesso di andare in profondità, di dare ragione e parole alle mie scelte. E a distinguere la sottile ma sostanziale differenza tra software gratuito (ma non sempre libero) da software libero.

  12. gabriellalivio61 says:

    Hacker è una parola che ”a pelle” suscita paura. Si pensa a qualcosa di pericoloso, che viola la nostra privacy, viene collegata all’idea di “ladro”. Eppure tutte le volte che ho sentito notizie su violazione di sistemi di sicurezza (ultimo quella di MC Donald) non ho potuto fare a meno di pensare a che bei cervelli c’erano dietro queste operazioni. Cervelli che in genere a scuola non riconosciamo perché troppo “fuori dagli schemi”…. anime libere che in genere in classe non si trovano a loro agio…..
    Per quanto riguarda il software libero la mia conoscenza per ora è piuttosto limitata anche se nella mia pur piccola esperienza ho avuto l’opportunità di usare materiali free (per esempio musica da jamendo). C’è un mondo tutto da scoprire…….

    1. maupao says:

      Spesso si confonde free con libero. Sono due sfumature differenti che collocano i programmi sotto prospettive opposte, pur avendo lo stesso risultato. Con i programmi liberi posso fare ciò che voglio, con quelli gratuiti no. Purtroppo ci confonde la traduzione della parola free che associamo subito a gratis.

  13. Aurora Abatemattei says:

    MI ritrovo in pieno con l’idea di hacker che aveva questa studentessa, anch’io ero convinta che dietro questo termine si nascondessero delle persone con grandissime capacità informatiche da utilizzare per fini negativi, tipo entrare nei computer altrui, carpire password etc. Insomma Hacker = “delinquente”
    Ora, dopo la lettura di questo articolo, mi sono dovuta ricredere totalmente, ed è l’ennesima prova che prima di farci delle convinzioni è bene approfondire le nostre convinzioni e verificarne la veridicità.
    Quale mezzo migliore se non il web? Il web ci dà la grande opportunità di essere immediato, e di aprirci mille porte, certo sta a noi discernere tra i tantissimi link che ci escono dopo aver inserito nel motore di ricerca il termine che ci interessa; sta a noi confrontare la varie fonti e scegliere quelle con concrete fondamenta.
    Grazie mille, per quest’altra grande “illuminazione”!
    P.s. d’ora in poi concentrerò le mie esigenze sui Software Free 🙂

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