La storia che ho raccontato all’eBookFest


La settimana scorsa sono andato a Fosdinovo, all’eBookFest. Dovevo dire qualcosa intorno alla Folksonomy, sull’onda di un post di qualche tempo fa dove avevo sostenuto che l’intuizione cruciale degli autori di Google è stata riconoscere che in Internet non è necessario piazzare per forza tutto sugli scaffali prima ma è invece sufficiente lasciare crescere le connessioni da sole ed utilizzarle dopo che queste sono spontaneamente emerse. Insomma, in Internet non c’è bisogno di scaffali.

Ci ho pensato ed ho concluso che non è che gli scaffali siano proprio spariti …
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Appendice alla lettera a un Dirigente


Ho iniziato a leggere Macrowikinomics (Rebooting Business and the World) prima del lancio, previsto per il 28 settembre, perché avevo aderito alla promozione “buy-one-get-one-promotion”. Condivido molto le posizioni di Don Tapscott a Anthony D. Williams e trovo che i loro libri siano una straordinaria fonte di informazioni utili e visioni illuminanti.

In effetti, l’incipit sulla splendida storia del software open source Ushahidi, creato da Ory Okolloh, una donna africana in Africa, è intensissimo. Il progetto pensato per tracciare e individuare episodi di violenza in Kenia, funziona con software open e cellulari (in Kenia il 50% delle persone ha un cellulare). Viene oggi utilizzato in innumerevoli contesti di emergenza nel mondo ed è stata l’unica cosa che ha funzionato a Haiti.

Poche pagine dopo trovo un passo che si attaglia perfettamente alla lettera a un dirigente che ho scritto su questo blog. Poiché non sono sicuro che il senso di quella lettera possa andare molto lontano nella torbida atmosfera che ammorba il nostro microcosmo, mi illudo di rinvigorirlo traducendo quel passo, che in realtà è tratto da un articolo scritto da Christopher Hayes sul Time.

Negli ultimi dieci anni, quasi ogni istituzione fondamentale della società americana – che si tratti della General Motors, del Congresso, di Wall Street, della Major League Baseball, della Chiesa Cattolica o dei mainstream media – ha rivelato di essere corrotta, incompetente o sia corrotta che incompetente. E alla radice di questi fallimenti ci sono le persone che comandano queste istituzioni, le menti brillanti e operose che occupano i livelli di dirigenza più elevati del nostro ordine meritocratico. Si assume che queste persone sappiano assicurare che tutto funzioni armonicamente, in cambio del loro potere, del loro status e delle loro remunerazioni. Ma dopo una sequenza di scandali e catastrofi, questo implicito contratto sociale appare demolito e al suo posto emergono scetticismo di massa, preoccupazione e disillusione.

Non è che ce l’abbia con i dirigenti. Io medesimo sono uno di essi e rivolgo tranquillamente a me stesso ogni critica. Il punto fondamentale oggi è la necessità di rivedere il paradigma con il quale interpretiamo il mondo, se vogliamo avere una speranza di affrontare le sfide tremende e ultimali che la famiglia umana si trova oggi davanti su questo ormai piccolo pianeta.

Un’idea concreta di tale spostamento di paradigma è dato proprio dall’iniziativa di Ory Okolloh, che ha scommesso sulla voglia e la capacità di tanti di partecipare, ognuno nella sua misura, dalla voglia e la capacità di partecipare anche delle vittime, altrimenti soggetti passivi alla mercé della “generosità” dei potenti, che spesso va anche dissipandosi strada facendo.

Un modo di vedere il mondo dal basso anziché sempre dall’alto. Ori Okolloh ha realizzato qualcosa che ha surclassato l’azione delle agenzie governative, avide di finanziamenti miliardari e ennesimo luogo di gestione del potere. Tutto questo a costo praticamente nullo, fatte le debite proporzioni.

Quindi non siamo di fronte a questioni che riguardano solo i “grandi”. No, riguardano chiunque sia chiamato a prendersi una qualsiasi responsabilità, a qualsiasi livello. Anche qui e ora. I mezzi oggi ci sono. Usiamoli allora!

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Twitter non è un social network – Twitter è informazione


Lo afferma il co-fondatore di Twitter, Even Williams (da un tweet di Don Tapscott.

È vero. Anche se ha le caratteristiche di un social network il suo valore emerge quando lo si utilizza come un collettore di informazione.

Tutte le testate giornalistiche, da quelle internazionali, generaliste o tecniche, a quelle nazionali per giungere anche a quelle regionali, incluse le agenzie di stampa come l’Ansa, distribuiscono le notizie su un canale Twitter.

Molti personaggi che ricoprono incarichi istituzionali utilizzano un canale Twitter. Organizzazioni pubbliche e private, aziende. Top manager, esperti famosi in vari campi.

E naturalmente tanti tuoi amici, conoscenti, professionisti, e tante altre persone del cui giudizio ti fidi.

Twitter è un formidabile collettore delle informazioni che ti interessano. La significatività del flusso di informazione dipende dalla tua selezione delle fonti.

Esistono innumerevoli strumenti che arricchiscono o modulano le funzionalità di Twitter. Io sono rimasto realmente sorpreso da paper.li.

Basta fare il solito account, dichiarando e consentendo l’accesso al proprio indirizzo Twitter, per ricevere ogni 24 ore il proprio Daily, con le notizie raggruppate in sezioni tematiche impaginate come in un vero e proprio giornale.

A questo punto, per me The Andreas Formiconi Daily è il miglior quotidiano del mondo!

La stampa convenzionale già da tempo vive un declino che sembra inarrestabile e molti la danno ormai per morta. Azzardo una previsione: Twitter, che all’inizio sembrava il più effimero e inutile dei social network, sarà la colonna vertebrale della nuova stampa.

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Lettera a un Dirigente


Caro Dirigente,

ti scrivo questa lettera con affetto, perché assumo che tu ce la stia mettendo tutta per costruire un mondo migliore. Il mondo è complicato e ognuno di noi tenta la sua via ben sapendo che non avrà possibilità di conoscere l’esito della sua opera.

Sento però il bisogno di scriverti per dirti che la tua via a me sembra sbagliata. Lo so, è un’affermazione tanto drastica quanto arbitraria, perché a te sembra giusta la tua, a me la mia e siamo punto daccapo. Ma ti vedo in pericolo e quindi provo a tenderti la mano.

Non sto barando. Amministrativamente sono un dirigente anch’io perché occupo un posto di professore associato nell’università ma non sono un dirigente, di fatto. La vita reale di un uomo si compone delle sue azioni. Le mie hanno sempre luogo al più basso dei livelli, quello della base, quello delle persone per servire le quali l’istituzione che dirigi esiste.

Lo stare basso è una mia naturale inclinazione, che è andata tuttavia consolidandosi perché con il tempo, m’è sembrato sempre più chiaro che se ti avessi seguito avrei finito per perdere di vista i miei obiettivi fondamentali.

Può capitare, caro lettore, che tu sia per davvero uno dei dirigenti che ho conosciuto – questo blog è privo di qualsiasi tipo di filtro – e in tal caso è proprio a te che sto scrivendo ma, allo stesso tempo scrivo anche a tutti gli altri. Potresti essere un mio dirigente presente o passato, o un dirigente di un’altra organizzazione con la quale mi sia capitato di lavorare o che mi sia capitato di conoscere un po’ più a fondo. Potresti essere il sindaco del comune qua vicino, l’ingegnere responsabile di un qualsiasi progetto finanziato da un ente pubblico, il CEO dell’azienda “high-tech” creata appositamente per condurre tale progetto, il manager dell’emanazione italiana di una multinazionale coinvolta nel medesimo progetto, un dirigente di organizzazione pubblica, amministrativo o tecnico. Scrivo a tutti, perché non sono le differenze individuali che mi interessano qui, ma il male comune che affligge i più.

La domanda sorge spontanea: ma allora forse ci sono dirigenti che devo escludere dai destinatari di questa lettera? Direi di no, salvo poche eccezioni, di solito destinate ad avere vita breve nei loro ruoli. L’avvicendamento sarebbe una cosa naturale, il problema è che la loro permanenza nei ruoli tende ad essere molto più breve della norma.

Veniamo alla mia tesi, che si esaurisce in poche parole.
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La radiolina, l’Ipad e il Kindle

Una piccola recensione di iPad e Kindle, che uso assiduamente da un paio di mesi, con un’esortazione finale ad abbandonarsi alle più gioiose sperimentazioni …


Quando ero piccolo, oziando la domenica pomeriggio alla finestra, iniziai a vedere gli uomini che, mentre passeggiavano con la moglie vestiti a festa, tenevano all’orecchio una scatolina di plastica. Era il 1960 e nell’ambiente agreste nel quale vivevo la tecnologia era poca. L’ingresso del frigorifero in una casa era un’avvenimento e quindi cose del genere facevano effetto.

Quelle scatoline erano le prime radio portatili, le famose radioline a transistor Chi si poteva permettere una radio-giradischi a valvole, splendidi mobili che diffondevano splendidi suoni, sosteneva che quella novità era l’ennesima bischerata di un mercato impazzito e che sarebbe presto scomparsa perché la musica era praticamente inascoltabile. Ma i passeggiatori domenicali, che erano contadini e operai, non ci ascoltavano Bach o Mozart bensì la partita di calcio.

Gli “esperti”, o fortunati possessori di radio, disponevano di una sola prospettiva possibile e sfuggiva loro il fatto che alcune diverse caratteristiche di quelle radio un po’ gracchianti, potevano dar luogo a impieghi del tutto diversi.

Infatti le radioline a transistor si rivelarono l’avanguardia di una rivoluzione economico-tecnologica che fece scomparire i bellissimi apparecchi a valvole nel giro di pochi anni.

Quelle radioline che conobbi da ragazzo mi sono rimaste molto impresse. Nei frammenti di memoria le vedo emanare una luce, la luce del futuro.

Ci sono episodi che si rivelano insegnamenti profondi, a distanza di anni. Mi colpì il contrasto fra la previsione perentoria di chi possedeva le radio, e quindi probabilmente se ne sarebbe dovuto intendere, e lo svolgimento dei fatti.

Quell’episodio mi ha aiutato a capire che per cogliere il nuovo si deve tornare ragazzi, ci si deve dimenticare delle proprie abitudini, convinzioni e convenienze, affrontando la novità con lo spirito del gioco. Bisogna tornare a zero, come gli ominidi di Kubrick che guardano l’incomprensibile monolite girandogli attorno. E forse con uno spirito simile dovremmo guardare alle varie novità che la tecnologia sta sfornando.

Prendere in mano questi nuovi balocchi, usarli, inserirli nella propria esistenza e nel proprio lavoro, vedere che succede, lasciarsi venire le idee. E forse parlarne meno perché parlandone e basta si rimane negli schemi convenzionali. Il nuovo si scopre esplorando e facendo …
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L’insegnante artigiano o …

More about L'uomo artigiano
Ha scritto recentemente una studentessa, in seguito alla mia usuale richiesta di esprimere dei pensieri sul corso o su alcuni testi:

Non saprei come iniziare questo elaborato, è difficile scegliere la forma, l’impostazione quando hai la possibilità di farlo, non che la mia sia una lamentela, anzi… sono quasi emozionata visto che non capita spesso in ambito universitario o scolastico di avere la possibilità di lasciarsi andare, di essere spontanei e di non dover per forza fingere di sapere tanto di qualcosa; dico “fingere” perché, spesso ciò che mi e’ stato chiesto di fare era di parlare di un argomento specifico, di un autore, di una teoria, approfondendo l’argomento; nessuno mi ha mai chiesto cosa ne pensassi, di tale argomento, anzi, quando ho provato ad esprimere un parere i risultati sono stati pessimi.

“… nessuno mi ha mai chiesto cosa ne pensassi …”

Io penso che un’affermazione del genere riveli uno stato di degrado profondo. Un sistema di istruzione nel quale ad uno studente non viene mai chiesto cosa pensa è una follia, un controsenso. Attenzione, niente a che vedere con l’interrogazione, la quale piuttosto che alla riflessione incita alla piaggeria; capire come “la vuole sentire lei o lui” fa parte di una delle competenze principali che oggi sviluppano gli studenti, utilissima anche all’università.

Invece chiedere “cosa ne pensi” è un’altra cosa. E non bastano le parole, perché la domanda funziona solo se l’atmosfera è tale da creare un clima di fiducia: ciò che dirai non verrà usato contro di te …
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Far del mondo la classe III.b bis

noosphere_N_2
Noosfera N.2

Ye cannae chance the laws of physics, or can you? ci si domanda in un articolo apparso oggi sull’Economist.

L’articolo riferisce di un recente risultato sperimentale ottenuto da un gruppo di astrofisica della University of New South Wales in Australia, secondo il quale una fondamentale costante universale della fisica, la costante di struttura fine, potrebbe non essere affatto costante.


Questa costante determina l’intensità della forza fra particelle elettricamente cariche e quindi da essa dipende tutta la chimica che ne discende e ciò che la natura vi può o non vi può costruire sopra.

Questo risultato, ma soprattutto il tipo di domande che si stanno ponendo gli scienziati, rinforza il discorso fatto nel post Far del mondo la classe III.b intorno alla nostra percezione della realtà fisica.

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