Lettera a un Dirigente


Caro Dirigente,

ti scrivo questa lettera con affetto, perché assumo che tu ce la stia mettendo tutta per costruire un mondo migliore. Il mondo è complicato e ognuno di noi tenta la sua via ben sapendo che non avrà possibilità di conoscere l’esito della sua opera.

Sento però il bisogno di scriverti per dirti che la tua via a me sembra sbagliata. Lo so, è un’affermazione tanto drastica quanto arbitraria, perché a te sembra giusta la tua, a me la mia e siamo punto daccapo. Ma ti vedo in pericolo e quindi provo a tenderti la mano.

Non sto barando. Amministrativamente sono un dirigente anch’io perché occupo un posto di professore associato nell’università ma non sono un dirigente, di fatto. La vita reale di un uomo si compone delle sue azioni. Le mie hanno sempre luogo al più basso dei livelli, quello della base, quello delle persone per servire le quali l’istituzione che dirigi esiste.

Lo stare basso è una mia naturale inclinazione, che è andata tuttavia consolidandosi perché con il tempo, m’è sembrato sempre più chiaro che se ti avessi seguito avrei finito per perdere di vista i miei obiettivi fondamentali.

Può capitare, caro lettore, che tu sia per davvero uno dei dirigenti che ho conosciuto – questo blog è privo di qualsiasi tipo di filtro – e in tal caso è proprio a te che sto scrivendo ma, allo stesso tempo scrivo anche a tutti gli altri. Potresti essere un mio dirigente presente o passato, o un dirigente di un’altra organizzazione con la quale mi sia capitato di lavorare o che mi sia capitato di conoscere un po’ più a fondo. Potresti essere il sindaco del comune qua vicino, l’ingegnere responsabile di un qualsiasi progetto finanziato da un ente pubblico, il CEO dell’azienda “high-tech” creata appositamente per condurre tale progetto, il manager dell’emanazione italiana di una multinazionale coinvolta nel medesimo progetto, un dirigente di organizzazione pubblica, amministrativo o tecnico. Scrivo a tutti, perché non sono le differenze individuali che mi interessano qui, ma il male comune che affligge i più.

La domanda sorge spontanea: ma allora forse ci sono dirigenti che devo escludere dai destinatari di questa lettera? Direi di no, salvo poche eccezioni, di solito destinate ad avere vita breve nei loro ruoli. L’avvicendamento sarebbe una cosa naturale, il problema è che la loro permanenza nei ruoli tende ad essere molto più breve della norma.

Veniamo alla mia tesi, che si esaurisce in poche parole.

Tu lavori tutto concentrato sull’immagine dell’istituzione che dirigi e che identifichi con la tua immagine. Punto.

Così facendo commetti due gravi errori. In primo luogo dimentichi che il tuo lavoro è un servizio alla popolazione e che la buona immagine dell’istituzione è una conseguenza della qualità effettiva di questo servizio e non viceversa. Già sento le proteste ma te lo dico chiaramente: sono i fatti che parlano. La maggior parte (voglio esser prudente) dei servizi, ad iniziare da quello scolastico-universitario, funzionano marcatamente peggio dei corrispondenti servizi all’estero, che pur hanno spesso i loro problemi, ma la persone, pardon i dirigenti, ci lavorano più seriamente, in generale.

Perfettamente inutili dichiarazioni e obiezioni. Lo dicono gli indicatori internazionali, e lo dicono gli utenti che tu ti guardi bene da intervistare per davvero; semmai li intervisti per finta, utilizzando i dati se ti tornano. Ma diciamo che preferisci evitare accuratamente ogni tipo di feedback che non sia sotto il tuo controllo.

Sto facendo un discorso generale. Esistono eccezioni e isole felici. Esistono addirittura le “eccellenze” che ti piacciono tanto e che invece io trovo addirittura irritanti. Un’organizzazione deve funzionare alla perfezione alla base, in primo luogo, poi si penserà ai centri di eccellenza.

Il centro di eccellenza, inserito in una realtà farraginosa, e spesso iniqua, rappresenta una classica sindrome da paese povero. È una cosa dolorosa da dire, perché, vero è che l’Italia è una democrazia giovane con una storia che ha certamente favorito i comportamenti opportunistici, ma un passato ce l’ha perdio! E nemmeno trascurabile. Dov’è dunque finito questo passato? Difficile dire, forse ha riguardato pochi, sempre e solo élite molto ristrette. Ma al popolo è arrivato poco, prima che comparisse l’istruzione di massa. Dopo è arrivato poco lo stesso perché il sistema di istruzione ha assolto solo in misura molto parziale al compito di diffondere autonomia e consapevolezza. Giusto leggere e far di conto. Per il resto ha funzionato per chi la scuola ce l’aveva anche a casa. La tesi di Don Milani, che io ho verificato sul campo, dalla parte del figlio del dottore.

Lavorare per il servizio, realmente, rappresenta un investimento i cui frutti si vedono sul lungo periodo, ma tu hai troppa fretta. Lavorare direttamente sull’immagine ti rende molto di più sul breve periodo. Un’immagine che si rivela posticcia, poco più di una scenografia cinematografica, usa a e getta.

Ti potrei snocciolare le storie di molti “progetti” che non hanno prodotto assolutamente nulla, se non qualche convegno, qualche dibattito e qualche articolo sui quotidiani. Progetti che son serviti a “drenare” ingenti quantità di risorse ma hanno partorito topolini, quando è andata bene.

È un enorme problema italiano ma è anche un grande problema internazionale: il problema di dovere innovare in un contesto di complessità impossibile. Forse il problema più importante per le grandi aziende ad elevato tasso tecnologico, che di innovazione vivono . Studi pubblicati su giornali economici internazionali, dichiarano tassi di insuccesso insopportabili. Iniziano a fiorire esperienze interessanti, talvolta soluzioni assolutamente innovative. Sono le esperienze della Wikinomics, che ho citato tante volte in altri scritti.

Niente che ci riguardi comunque. Da noi invece si vive pochissimo di innovazione. Mi son sentito dire da alcuni manager e studiosi ai massimi livelli: “Sì l’innovazione d’accordo ma non bisogna dimenticare che siamo in Italia!”

Ecco vedi, tu sei allergico all’innovazione. Non ti va proprio di rischiare. Sei attivo ma conservatore e il sistema ti favorisce perché scambia l’attività per innovazione. Quella che produci è una modernità effimera, superficiale, che si scrosta quasi subito. Organizzi una mostra culturale e ti concentri sugli eventi inaugurativi, poi si scopre che la mostra è quasi sempre chiusa. Organizzi splendidi convegni con splendide persone che dicono splendide cose ma che rimangono lettera morta. Del resto il popolo è abituato allo show. In questo continua ad essere suddito.

Indirizzi le risorse laddove gli effetti sono più immediati e appariscenti, come per esempio in molti paesi in via di sviluppo, dove si è preferito creare una grande università moderna invece di garantire alfabetismo a tutti i bambini.

Con tutto il tuo attivismo stai contribuendo a consolidare la forma di paese moderno povero. Collabori concretamente alla nostra duratura condizione di sudditi: i paesi moderni poveri saranno presto alla mercé dei paesi moderni.

Il secondo problema è per certi versi più grave, perché il primo è un errore di valutazione mentre il secondo è ancora più tuo, è psicologico: tu confondi l’immagine dell’organizzazione con la tua immagine. Questo te lo dico davvero come a un fratello: il tuo ego ha assunto veramente proporzioni esagerate.

Prima che tu inizi a protestare ti tranquillizzo parzialmente, ricordandoti che la sproporzione fra gli stipendi dei top manager e quelli delle professionalità di rango “inferiore” ha assunto livelli grotteschi, ovunque.

Tu non fai eccezione. Magari, dalle nostre parti dove spesso alligni nel “pubblico”, godi di privilegi un po’ diversi, che sono prodotti dal ciarpame degli intrecci pubblico-privato nei quali siamo, tristemente maestri. Nemmeno Gesù, quello bello sanguigno di Dario Fo, che prendeva a calci nel culo il papa sontuosamente vestito, sarebbe capace di schiodarti dalla poltrona.

Guarda che non sei così importante, e nemmeno così bravo. Dovresti forse leggere un po’ di più per ritrovare te stesso. Che so, qualche classico ma anche qualche contemporaneo, e se proprio non ne puoi fare a meno, qualche libro che ti serva nel lavoro. Potresti leggere, per rimanere in tema, Alla ricerca della stupidità (no, il link non te lo metto, spero che tu abbia ormai imparato a fare quello che fanno i tuoi figli senza bisogno di un corso di aggiornamento che sostieni di non avere tempo di seguire … vediamo se lo trovi …), dove si spiega che il successo dei manager risiede spesso più nel non commettere errori marchiani che nel trovare soluzioni geniali. Tu non fai eccezione, chiunque tu sia. Non ti fidare troppo della tua bravura. E per leggere non intendo dare una scorsa veloce al libro, magari aiutandoti con qualche recensione e contando poi sulla tua abilità di carpire il senso per far bella figura. No, leggili per davvero i libri, dalla prima all’ultima pagina. Ti sembrerà tempo perso ma non è così, tu crescerai e il mondo si riposerà un po’ nella tua assenza.

E quando hai una certa età vattene per piacere. Non è che tu sia ormai rincoglionito ma lo sembri proprio quando ti ostini a fare il giovanotto. È tempo che tu lavori sulla saggezza, sulla ricchezza delle tue esperienze, sull’esempio nei comportamenti fondamentali, primo fra tutti quello di capire quando è giunto il momento di andartene. Fai che la tua vita sia una narrazione compiuta. Non puoi rimanere tutto il tempo ancorato al seggiolone chiedendo un altro biberon. Tu magari stai per ribattere che sei un grande uomo, che il tuo caso è diverso dagli altri, che questa tua peculiarità finisce addirittura per esserti di peso ma senti il dovere di metterla a frutto, con eroica abnegazione. Mi dirai poi che hai ottenuto una grande quantità di risultati, che hai un curriculum che fa paura.

Io mi dare una calmata se fossi in te. In primo luogo lascialo dire agli altri che sei un grande uomo, ma non quelli del tuo giro, eh non fare il solito furbacchione. Lascialo dire al mondo, ai posteri. In secondo luogo, se ti ostini a non mollare il posto perché ti sembra di essere veramente grande e insostituibile allora è segno che sei un uomo davvero piccolo, che non ha capito le cose veramente importanti. In particolare, significa che non ti fidi dei tuoi figli e quindi che hai fallito nel compito più importante di tutti: quello di contribuire alla formazione dei propri fratelli più giovani. Sei un fallito. Scusa se te lo dico così chiaramente, ma ho paura che tu non afferri il concetto, ormai. Bisogna ricorrere allo shock in questi casi per avere qualche esile speranza.

Fratelli se non figli! Ma falli crescere da soli i tuoi figli! O che sono così inetti da avere bisogno della mamma e del babbo vita natural durante? Tu ora, o mi stai mandando a quel paese o stai lasciando perdere perché stai pensando che io sia un fesso. La seconda che hai detto! Bravo: io sono un fesso, proprio così. E ti dirò che mi addolora un po’ il ricordo di essere stato così ribelle con il mio di babbi quando, timidamente mi illustrava qualche facilitazione, ed io, orgoglioso, il più delle volte gli rispondevo male dichiarando che volevo provarci da solo. Sì, fesso, ma indipendente.

I figli farebbero benissimo da soli e invece li narcotizziamo, con un doppio svantaggio: facciamo prima di tutto il loro male perché cresceranno meno e in secondo luogo contribuiamo ad un costume che ci rende ridicoli nel resto del mondo. Costumi da paese primitivo. Altro che cultura!

Caro amico, ti vedo in difficoltà, anche quando ti sembra di essere sulla cresta dell’onda. Guarda che affoghi in un attimo, è illusorio il controllo che credi di avere. Ma come potevi pensare che fosse così facile? Voglio avere la presunzione di darti qualche suggerimento.

Non ti lanciare in progetti esagerati. Lo so che fanno effetto e questo giova all’immagine ma ormai lo sanno anche i polli che i progetti di grandi dimensioni hanno un elevatissimo rischio di insuccesso. Troppo impetuosa la crescita e troppo mutevole il contesto per impostare progetti faraonici. Tu ti fidi troppo del pilota automatico. Oggigiorno occorre navigare con tutti i sensi all’erta e mano ben ferma sul timone, perché i mari son tutti tempestosi.

Se hai una grande idea – può essere che tu l’abbia, non sei uno stupido – non la spiattellare al prossimo convegno, tienla per te e che sia la tua stella polare. Imposta poi piccoli progetti, fattibili, sostenibili, e sii pronto a correggere il tiro. Accompagnati a pochi fidati partner, usi al lavoro concreto. Evita i grandi consorzi. Evita la convenienza politica e concentrati sugli obiettivi reali. Murato il primo mattone, controllalo prima di andare oltre.

Stabilisci obiettivi attinenti al servizio. Per favore non ti perdere in giri di parole. È ovvio che i tuoi proclami suonino bene. In sostanza hai fatto carriera per questo. Guardiamoci diritti negli occhi: lo sai benissimo quale possa essere la ricaduta concreta delle tue azioni. Privilegia allora quelle che hanno presumibilmente un impatto reale sul servizio, anche se pagano poco sul momento.

Ascolta. Ascolta soprattutto i tuoi collaboratori. Ascolta i tuoi collaboratori che stanno alla base. C’è sempre una base importante, sennò che cavolo stai dirigendo? Ricordati che in quella base c’è sempre del genio, dell’entusiasmo, e soprattutto ricorda che quella base gode di una delle prospettive più importanti fra quelle che ti possono servire. Le prospettive che ti sono negate proprio per la posizione che occupi. Diceva Peter Drucker, il padre del concetto di management, che un CEO dovrebbe tornare a studiare un paio di settimane all’anno e dovrebbe anche sostituire per un altro paio di settimane uno degli impiegati della sua organizzazione.

Ascolta. Ascolta ancor di più coloro ai quali l’organizzazione si rivolge: clienti, pazienti, studenti … Il feedback non è costituito dalla risonanza sui media ma dalla soddisfazione dei clienti. Ascoltali con spirito di servizio. Tu sei al servizio anche se sei il CEO.

Sii maestro. Osserva i tuoi giovani collaboratori. Sii pronto a delegare loro compiti importanti. Potrebbero avere delle idee migliori delle tue. Sii pronto a farti da parte. Nessuno può aspettarsi riconoscimento se non mostra di sapersi mettere da parte, ad un certo punto della sua vita.

Capisco come questi siano suggerimenti difficili da mettere in atto, ma il solo fatto di rifletterci può aiutare. Per il momento “hai fatto male”, come dicono gli investitori quando valutano un’azienda poco credibile. Non comprerei mai le tue azioni caro amico Dirigente.

Lo strano paese nel quale tu ed io abitiamo è a rischio. Lasciando perdere le variazioni istantanee del PIL, declamate in un sol verso. Tutti gli indicatori di crescita reale, di qualità dei servizi, di civiltà ci posizionano in fondo alle classifiche. Un paese in estinzione, sia demograficamente che culturalmente, un paese che, tanto per complicare ulteriormente le cose, è spaccato in due. Una prima metà alla quale un buon imbonitore può far credere quello che vuole. L’altra che ha identificato l’imbonitore con il diavolo, esagerando e così accecandosi. Per malefico che sia quel (ricco) diavolo rappresenta pur sempre una dose omeopatica su tutta la popolazione. Non può essere che solo da lui venga tutto il male.

In effetti, per quanto non mi fiderei di comprargli neanche un’azione da un euro, non penso che tutto il male venga da lui. No, penso invece che il male venga in buona parte da te. Sì proprio da te, inutile che strabuzzi gli occhi.

Tu hai grandi responsabilità in questo sfacelo. Eri te, grazie all’istruzione che hai ricevuto, che dovevi essere in grado di muoverti adeguatamente, di avere gli strumenti per leggere la realtà. Certo, come sempre succede, non è tutta colpa tua. Quell’istruzione non ha funzionato. Ti hanno fatto imparare cose che sono divenute desuete quando ti sei ritrovato nel mercato del lavoro e non ti hanno consentito di capire a fondo quelle importanti. Ti hanno fatto credere che sia importante controllare e vincere e ora ti trovi in una tempesta che non sai interpretare. Controllare non è sufficiente, vincere non ha nemmeno un significato utile.

Il fatto grave è che nella grande maggioranza dei casi tu la tempesta non la vedi proprio.

Non è colpa degli altri, non è colpa della destra o della sinistra, della crisi o di altro. Non è nemmeno tutta colpa tua ma certamente tu, fino ad ora, hai mostrato di essere il più somaro.

Un saluto affettuoso
Tuo Andreas

– Posted using BlogPress from my iPad

5 thoughts on “Lettera a un Dirigente

  1. alardiz ha detto:

    Da leggere e ascoltare in silenzio, senza cercare nè facili assoluzioni (impossibili), nè impietose autocondanne.
    Alcuni passaggi sono forse un po’ forti, ma necessari. Come è necessario che ciascuno cerchi le ombre prime delle luci insite nella relazione tra se stesso e proprio mestiere.

    Solo ascoltare. Solo interrogarsi, cercare di capire la ragioni delle proprie inconcludenze.
    Ma tu non vuoi che sia solo un esercizio intellettuale. Tu vuoi che cambiamo, che io cambi.

    Hai ragione, Andreas.

    E le cose devono passare dentro le menti e i cuori di chi da questo mestiere. E un commento a un post non vuol dire tirarsi fuori. Forse solo aggiungere un po’ di consapevolezza.

    Rileggerò questo post il 31 agosto. In silenzio, ma assorto.
    Grazie.

    1. Andreas ha detto:

      Oh mamma! Cosa sei andato a ripescare. Sei anni fa. Del resto il gioco che mi ero imposto è questo: senza rete di salvataggio, per essere vero. Non ricordo esattamente cosa mi indusse a scrivere questo post ma il pensiero rimane quello. Anzi, ancora di più ora, con gli incarichi, del tutto imprevisti, che mi ritrovo. Grazie per avermi ricordato questo pezzo che avevo dimenticato. Fungerà da esame severo. Per nulla garantito che lo passi.

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