Codice Forma Contenuto


Dove si intrecciano fili diversi e si acquisisce qualche molto sana abitudine. Piccoli hacker crescono. Non finisce qui …


Vi ricordate il video postato da Marvi? Ecco, riascoltatelo con molta attenzione da questo preciso punto:

http://youtu.be/5xDITZBizfY#t=0m48s

uh … preciso punto …

Ricapitoliamo:

HyperText Markup Language (HTML)
Codice per rappresentare pagine web. Definisce i vari elementi di testo: titoli di vari livelli, paragrafi, elenchi di vario tipo, elementi immagine, frammenti di codice destinati ad arricchire la pagina, quali video o altri elementi grafici particolari. Anche metadati, ovvero informazioni che descrivono la natura della pagina ma risultano invisibili. Questi sono elementi utilizzati dal browser che deve rappresentare la pagina e dai motori di ricerca; per esempio la versione di HTML con la quale è stata scritta la pagina o le parole chiave che facilitano il reperimento della pagina da parte dei motori di ricerca.
Cascading Style sheet (CSS)
Codice per definire l’apparenza grafica dei vari elementi di testo. Definisce come debbano essere rappresentati i vari elementi specificati nella pagina HTML, colore, tipo e dimensione dei caratteri, allineamento nella pagina o nelle sue sezioni e via dicendo.
Javascript
Codice per l’esecuzione di particolari operazioni che modificano l’apparenza delle pagine HTML e le rendono reattive a certe azioni dell’utente. È vero e proprio software che le pagine web portano nei computer degli utenti come un cavallo di Troia.

Potrebbe sembrare che il web sia tutto qui, in soldoni: pagine web molto belle e dinamiche. In realtà ci sono altri importanti ingredienti.

Uno di questi è la separazione fra forma e contenuto, proprio quella accennata da Michael Wesh, ed è qui che entra in gioco un altro tipo di codice, lo XML (eXtensible Markup Language). Proviamo a toccarlo con mano, prima di studiarlo sui libri.

Uno di questi è la separazione fra forma e contenuto, proprio quella accennata da Michael Wesh, ed è qui che entra in gioco un altro tipo di codice, lo XML (eXtensible Markup Language). Proviamo a toccarlo con mano, prima di studiarlo sui libri. Fate un po’ di ginnastica e stretching alle dita … alla fine, in un altro post, ci sarà anche il compito, forse 😉

Molti di voi conosceranno già Blocco note (Notepad), il piccolo editore di testo che correda tutte le versioni di Windows. Ne avevamo parlato nel post andando dove mi portano i feedback. In Windows, credo in tutte le versioni, si trova in Avvio (Start) -> Tutti i programmi -> Accessori -> Blocco note. Chi non avesse fatto il miniesercizio con il Blocco note (Notepad), descritto in quel post, lo faccia ora [1].

Il Blocco note (Notepad) è palesemente molto semplice e questo a molti potrà sembrare un fatto naturale – Che vuoi che faccia un semplice editore di testo! Niente affatto. Il mondo è pieno di sofisticatissimi editori di testo, con una miriade di strane opzioni, in tutte le salse e per tutti i sistemi. Sono gli attrezzi preferiti da professionisti, geek di varia estrazione o da chiunque mastichi con una certa frequenza qualche tipo di codice. Nei casi più estremi sono effettivamente ostici, un po’ come una macchina da corsa, scomoda e senza aiuti che perdonino gli errori del pilota, ma se la sai usare vai più forte.

In realtà gli editori di testo possono essere raffinati anche sotto il profilo grafico ma con il fine di facilitare la scrittura del codice. L’esempio più lampante, ma non certo l’unico, è la colorazione sintattica (evidenziazione sintattica, syntax highlighting), vale a dire l’uso dei colori per differenziare gli elementi di un certo tipo di codice. Una cosa semplice ma di grande utilità quando si deve rovistare in codici lunghi e complessi, ma non solo.

Roba solo per professionisti? Secondo me non proprio, magari anche per studenti dei corsi di editing multimediale … Perchè uno degli equivoci tripici è che una cosa che si chiama editing multimediale debba necessariamente essere una cosa fatta solo di link e bottoni cliccati. Niente affatto, la marcia in più invece, anche senza volere aspirare a vette stratosferiche, compare proprio quando si comincia e aggeggiare qualche codice, e qui, un vero editore di testo è proprio quello che ci vuole. Mai manipolare frammenti di codice con un word processor, sarebbe come andare a cercar funghi con il frac e il mantello, tutto il tempo andrebbe speso nel districarsi fra i rovi …

Ok, facci usare questo Blocco note e non la menare troppo lunga! – No, vorrei che provaste un altro editore, anche perché così facendo, scopriremo qualche altra cosa.

Cliccate quindi qui: Notepad++. Leggiamo insieme alcune parti di questa pagina. Prima la sezione a destra, intitolata About:

Notepad++ is a free (as in “free speech” and also as in “free beer”) source code editor and Notepad replacement that supports several languages. Running in the MS Windows environment, its use is governed by GPL License.

Fermi.

Notepad++ è un editore di codice sorgente libero (come libera espressione e anche a costo zero [2]) che funziona anche come un sostituto più potente di Notepad, in grado di riconoscere e tenere conto di diversi tipi di codici. Gira in ambiente MS Windows e il suo impiego è regolato dalla licenza GPL [3].

Se siete andati a leggere le note, vi sarete resi conto che qui si svela un nuovo mondo, che noi proviamo a conoscere semplicemente entrandoci dentro, che qui vuol dire scaricando il software e provando a usarlo. Guardate la colonna di sinistra, cliccate sul tasto Download. Si apre una nuova pagina. Guardate la parte destra, intitolata v5.9.6.2 – Current Version. Prima di procedere, leggete sotto, anzi, riporto qui la prima e l’ultima voce dell’elenco che si vede:

  • Notepad++ v5.9.6.2 Installer
  • Notepad++ v5.9.6.2 code source (source code)

La prima voce è quella su cui dovrete cliccare per scaricare il software, ma l’ultima, che ho copiato qui sopra, vedete cosa dice? source code. Quello è il codice sorgente del software che state per scaricare. Ecco se voi voleste, potreste scaricarlo e leggerlo. Magari modificarlo per introdurre qualche vostra miglioria, magari ridistribuire in rete la vostra versione, cosa che potreste fare, a patto di corredare il nuovo prodotto ancora con la licenza GPL, in modo che il processo possa evolvere ulteriormente. Questo è il modo nel quale si sviluppa il software libero.

Ora torniamo a noi. Cliccate quindi sulla prima voce, vi viene così chiesto se volete scaricare un file di nome npp.5.9.6.2.Installer.exe (Nota per chi non usa windows. Dite di sì e, una volta scaricato, cercate il file, nella cartella Download o dove siete comunque abituati a scaricare la roba da Internet, e poi eseguite quel file – perché come dice l’estensione del suo nome, .exe, si tratta di un file eseguibile. In seguito a questa operazione, vi ritroverete Notepad++ fra i vostri programmi. Lo trovate in Avvio (Start) -> Tutti i programmi -> Notepad++.

Se vi va di provarlo, per esempio caricandoci dei file che conoscete, magari qualcuno dei file HTML con i quali avete giocato qualche tempo fa, fatelo. Poi tornate qui, sennò procediamo subito, leggendo nella (copio e traduco qui sotto) pagina principale di Notepad++, sempre nella sezione a sinistra, About, in fondo, sotto alla figura che si vede:

Siete incoraggiati a tradurre Notepad++ nella vostra lingua madre, nel caso tale traduzione non fosse ancora disponibile nella pagina Binary Translations. E se l’idea vi piace, l’aiuto che darete traducendo il sito ufficiale di Notepad++ nella vostra lingua madre sarà molto apprezzato.

Seguite il secondo link (il primo contiene le istruzioni, ma guardatelo dopo, solo se volete): avete visto in quante lingue è stato tradotto? Le ho contate: 62, se non mi sono sbagliato. Ecco, il modello cooperativo del software libero, non concerne solo strettamente il software ma anche altri aspetti. Questo delle lingue è molto interessante perché con questo sistema, si hanno traduzioni in lingue minoritarie, che ad una multinazionale del software potrebbe non convenire finanziare. Invece, in un processo dal basso all’alto di questo genere, sono le comunità di utenti stessi che modulano i prodotti sulle esigenze locali.

Bene, risalite in cima alla pagina Binary translation.

Scaricate due file, quello denominato english.xml – uh … – e quello con la bandierina italiana, che qui chiamo con il suo nome italian.xml – ri-uh … Lo potete fare anche da questi due link, fatelo con il tasto destro del mouse e poi selezionate Salva destinazione con nome Save link as.

Aprite questi due file con Notepad++, esplorateli e confrontateli. Ne parleremo la prossima volta.


[1] Scrivete un file con dentro il testo “pippo” con Notepad e salvatelo con il nome pippo.txt. Poi scrivete lo stesso testo “pippo” in un word processor e salvate il file con il nome pippo.doc o pippo.odt o quello che volete, a seconda del word processor che usate. Guardando nella cartella che contiene tali file, confrontate la lunghezza. Io l’ho fatto in questo momento usando Vi (un editore di testo tipico di Unix) e OpenOffice Write: pippo.txt è venuto 6 byte e pippo.odt 8841 byte! Ebbene, in pippo.txt i byte sono 6 perché ci sono i 5 caratteri (un byte per carattere secondo la codifica ASCII) di “pippo” più un carattere finale che rappresenta la fine della riga. Invece il file pippo.odt è venuto 8841 caratteri perché i rimanenti 8835 caratteri servono per descrivere le caratteristiche grafiche del testo, anche se di fatto non le abbiamo usate.

[2] Deriva da un famoso slogan coniato da Richard Stallman, padre dell’idea di software libero ma anche padre di ampi pezzi di codice che compongono il sistema operativo Linux, proprio per questo giustamente chiamato GNU/Linux, dove GNU è il sistema di componenti scritti da Stallman negli anni 80, abbondantemente usati da Linus Torwald per costruire il nocciolo di ciò che oggi è GNU/Linux, nelle sue innumerevoli “salse”, Debian, Ubuntu, Redhat ecc. Lo slogan di Stallman era: Libero come libera espressione e non come birra gratis, intendendo con questo che l’enfasi era sul concetto di libera diffusione dei prodotti dell’ingegno e non di prodotto venduto a costo zero. La precisazione era necessaria perché in inglese la parola “free” vuole dire ambedue le cose: free beer è birra gratis.

[3] General Public Licence, è una licenza inventata da Richard Stallman, che consiste in un documento associato ad un software che regola la distribuzione del medesimo, in armonia con l’idea di libera circolazione dei prodotti dell’ingegno. In pratica la licenza GPL assicura all’utente libertà di utilizzo, copia, modifica e distribuzione. È la più diffusa licenza per il software libero. Mi rendo conto che liquidare questo concetto con una frasetta è paurosamente riduttivo, ma affrontare ora il tema delle licenze “libere” e dei diritti d’autore ci porterebbe troppo fuori strada perché il tema è vastissimo e assai intricato. Proveremo a sollevare la questione più avanti, se ce ne sarà il tempo. Preferisco toccare con mano la questione, intanto.

[Nota per chi non usa Windows] Chi non usa Windows non può evidentemente eseguire un file tipo .exe. Quindi gli utenti di Mac o di Linux NON devono scaricare quel file, bensì possono seguire il resto delle istruzioni, esplorando il sito di Notepad++, scaricare i file english.xml e italian.xml (continuate a leggere il post prima) e poi aprire tali file con un altro editore. Non mancano tuttavia ottimi editori di testo negli altri sistemi, anzi! Per gli utenti di Linux c’è gedit, quasi sicuramente disponibile nel sistema. Gli utenti Mac possono scaricare TextWrangler.

Il valore del tessuto delle relazioni


Maria Grazia ha appena pubblicato un post interessante sul tema Pratiche educative e resistenza al cambiamento, prendendo spunto da un dialogo che si è dipanato via email. Benissimo. Esorto tutti a far emergere all’aperto eventuali dialoghi che possano insorgere nei sotterranei delle comunicazioni email, appena questi possano assumere interesse generale. Sono interessanti gli spunti sulla multimedialità nella didattica, ma mi sembra ancora più interessante una visione ulteriormente allargata, nella quale si riconosca il valore fondamentale e dirompente del tessuto delle relazioni, piuttosto che di singoli elementi, testi, video o altro. La comparsa di nuove modalità espressive è senz’altro importante perché allarga potenzialmente la base dei partecipanti, ma il valore aggiunto emerge in modo sostanziale quando tutti i mezzi di espressione vengano utilizzati per comporre un tessuto sul quale le idee possano dispiegarsi più liberamente.

Riunioni online


La prossima riunione on line avrà luogo giovedì 22 alle 21.

Quella di mercoledì scorso è stata un po’ sofferta dal punto di vista organizzativo, ma questo non va intepretato come un fatto negativo, perchè due di voi, Elena e Samantha, hanno provato a fare una cosa che non avevano mai fatto e questo è quello che conta. Giovedì replicheranno ciò a cui ieri hanno potuto solo accennare, a me sembra una proposta interessante.

Nel corso della settimana, Romina ed io le assisteremo affinchè possano aprire un’aula pubblica che è risultata molto più fluida nella gestione. Per poter fare questo, occorre un account wiziq premium, quindi ho deciso di mettere a disposizione il mio account wiziq a Elena e Samantha e a chiunque le voglia emulare in seguito. Sarebbe ottimo se altri di voi tentassero questa via informale alla condivisione delle proprie esperienze didattiche, con una duplice valenza:

  1. Fare esercizio con molteplici attrezzi multimediali in ambiente online: caricare video dal proprio computer o via Youtube, o tutti e due, caricare immagini, preparare tali materiali prima; scrivere e disegnare sulla lavagna, prima o al volo; gestire la classe con tutti i problemi che abbiamo visto che possono emergere, sviluppare l’attitudine a parlare, seguendo la chat e cogliendone gli spunti, stimolando e facilitando l’interlocuzione dei partecipanti. Eccetera.
  2. Esperienza di cooperazione in un’operazione di mutuo aggiornamento professionale (dimostrato essere un punto di forza in uno degli ultimi rapporti McKinsey.

Ho confezionato il seguente video che mostra come far partire una sessione pubblica mediante la “mia” aula, ovvero l’aula che si può aprire con il mio account Wiziq. Chi vorrà condurre una riunione non avrà altro che da chiedermi le “chiavi”.

La classe che ho creato facendo questo video, è prenotata per domani sera alle 18. Elena e Samantha possono già fare una prova con questa classe, oltre a crearne delle altre, sempre di prova.

In ultimo, ho cambiato il nome del mio account da Andreas Formiconi a Blogoclasse IUL 2011.

Alla ricerca in rete … compito?


Molto bene. Riprendo in mano il piccolo semplice elenco di criteri per giudicare i siti web che avevo scritto ieri, perché avete aggiunto degli elementi importanti.

In primo luogo grazie a Alessandra, che oltre ad aggiungere delle precisazioni interessanti e pertinenti, mi ha rammentato quello che era il primo o il secondo punto nella mia lista che avevo in mente e che mi ero dimenticato di aggiungere! Rimedio subito quindi.

E poi grazie anche a Maurizio che introduce un’altra prospettiva, quella dello storico, ottimo! Il commento di Maurizio mi ha consentito di rendermi conto che non ero stato sufficientemente chiaro in un punto importante: la necessità di scendere dentro alle fonti citate. Nel mio intendimento questo fatto io l’avevo scritto ma mi rendo conto di averlo fatto in modo troppo implicito, condensato in quel – Uffa che fatica però! – Rimedio anche a questo e introduco i numeri nell’elenco, passando dal codice <ul> … </ul> al codice <ol> … </ol>, vale a dire dalla Unordered List alla Ordered List – non perdiamo di vista l’editing 😉

Mantengo uno stile semplice, da poter usare con tutti, anche con i più giovani. Sì è vero, si trovano tanti consigli in rete, anche molto buoni, s’intende, ma sviluppiamo qui i nostri, con la nostra mente, poggiando sulle nostre esperienze e pensando ai nostri bambini. Quindi vi invito a sforzarvi di migliorare questi criteri oppure, se vi sembra che vadano bene così, allora ditelo. O dite su cosa non siete d’accordo. Ma pensateci bene, quasi quasi lo considererei un compito, che io faccio insieme a voi.

Finisco in un sito web e leggo … sarà vero quello che leggo?

  1. In primo luogo non ne potrò mai essere sicuro, nemmeno se me lo dice il prof che è vero, o la mamma o il babbo. Se mi viene in mente un’altra verifica bisogna che la provi e non accontentarmi. Se non me ne vengono in mente più, allora forse è abbastanza vero, ma forse …
  2. Quando è stata scritta la pagina che stiamo leggendo? Non si capisce? Gran butto segno. Anche le altre pagine del sito sono prive di riferimenti temporali, cioè non si capisce quando sono state scritte? Ancora peggio.
  3. L’autore è riconoscibile? C’è scritto il suo nome? Se metto il suo nome in Google, che succede? Non viene nulla? Non è un buon segno. Vengono molte voci? È un buon segno. È citato da altri articoli? È un buon segno. È un professore di qualche università, un giornalista, insomma uno che opera per un’organizzazione di qualche tipo? È un buon segno, sì, ma sempre un segno in più, non la certezza.
  4. Se nel testo ci sono scritte delle fonti, che io posso raggiungere subito, o comunque facilmente – non nell’irraggiungibile giornale parrocchiale di una paesino della Nuova Zelanda – allora questo è un buon segno. Le fonti hanno un autore? No? Non è un buon segno. Sì? È un buon segno … valgono gli stessi discorsi fatti per l’autore principale, cioè per ogni fonte raggiungibile nel web si deve tornare al punto 3 e fare le stesse cose – Uffa che fatica però! – Eh ragazzi, inseguire la verità è un affar serio!
  5. Trovo due pagine sullo stesso argomento, una in inglese e una in italiano. Mi dispiace amici, ma quella in inglese è probabilmente meglio. È frutto di un mondo molto più ricco semplicemente perché più grande. Nella mia personale esperienza questo è un criterio assai valido, mai in assoluto, naturalmente, e fatte salve eccezioni che certamente ci sono … mostro esempi.
  6. Sobrietà, semplicità. Non scritte urlate, esagerate, troppo grosse, troppo colorate. Pagine sobrie, semplici nel testo e nella grafica, sono un buon segno, non sicuro ma molto buono.
  7. Linguaggio accademico, gergo strano, molte parole difficili. Pessimo segno, specialmente in pagine destinate alla lettura web, ma non solo. Gli scritti di valore non hanno bisogno di complicazioni linguistiche. L’autore di valore non ha paura di parlare troppo semplicemente, anzi. Io diffiderei di quello che usa molti paroloni.

Alla ricerca


Ho appena letto il ricco commento di Monica. Bello. Ne traggo qualche spunto.

Credo che sia chiaro che io amo e uso moltissimo i libri. Eppure non ho mai saputo usare né le librerie né i musei, a meno che non mi rechi in uno di quei luoghi con un’idea precisa in mente: un libro da chiedere, un tipo di libro da cercare, un’opera, o al massimo alcune opere da vedere. In altri modi per me è semplicemente troppo. Potrei dire, parafrasando:

Quando entro in una libreria devo affrontare tre forme di carico cognitivo riguardanti:

  • l’eccesso di titoli palesemente inutili che mi confondono e mi disturbano e mi fanno passare la voglia di rimanerci, anche perché mi viene in mente che in Italia si pubblicano 60000 (sessantamila) nuovi titoli l’anno e allora come disse un mio anziano e saggio collega – Mi vengono i piedi pesanti e mi si svuota la testa …
  • le tecniche commerciali di offerta della libreria che mi disturbano oltremodo.
  • Le strategie di risposta disponibili, del tutto insoddisfacenti, libri chiusi che non si possono sfogliare, del tipo compra o vattene; l’impossibilità di stare tranquilli a sfogliare un libro che potrebbe anche accompagnarmi tutta la vita ma potrei anche volerlo gettare dopo una mezz’ora; se c’è gente perché siamo sotto le feste, la folla turbinante alla greppia che mi indispone.

Questo influisce in modo negativo sui miei processi sia attentivi che di elaborazione sensoriale (eufemisticamente parlando), facendo si che focalizzi la mia attenzione solo su una parte dell’informazione (nei momenti migliori).

Monica, prendilo come uno scherzo, che utilizzo per approfondire 🙂

E beninteso, auspico che le librerie non scompaiano mai; voglio solo dire che la quantità è quantità ovunque, nello spazio e nel cyberspazio, e che per affrontarla bisogna avere un buon disegno in mente.

E insisto, facendo di nuovo un passo indietro e tornando a quello scritto di ieri. Recupero uno degli esempi che avevo in mente e poi lasciato perdere, a proposito dell’affidabilità delle fonti. Con grande facilità tutti concordiamo sul fatto che le fonti debbano essere affidabili. Insisto, la questione non è banale e non ha niente a che vedere con Internet.

Sono sicuro che molti di voi hanno preso qualche medicamento omeopatico. Se per caso nessuno di voi ne avesse preso, non importa, in ogni caso l’omeopatia rappresenta un business colossale, in farmaci, pratiche mediche, letteratura. Quindi c’è gente che ci crede.

Sono sicuro che tutti voi siete fermamente convinti del valore del paradigma fondamentale della conoscenza scientifica, così come si è dipanato dall’epoca di Galileo ad oggi. Paradigma che ha nel cuore quell’idea di verità debole di cui abbiamo ragionato nel post precedente. Poi quel paradigma è esso stesso variato non poco nel secolo scorso, ma nessuno mette in dubbio l’insostituibilità dell’esperimento, quale strumento fondamentale dell’indagine scientifica. Semmai si è ridiscusso sull’interpretazione dei risultati e sul ruolo dello sperimentatore-osservatore, inevitabilmente anche perturbatore dell’esperimento stesso. Ma nessuno nega il valore del metodo sperimentale.

Orbene, l’omeopatia è priva di supporto sperimentale. Andate a cercare nella letteratura scientifica biomedica ufficiale [NOTA] in PubMed (potete imparare ad usarla seguendo il mio minicorso per studenti di medicina, se vi pungesse vaghezza) e non troverete uno straccio di conferma. Domandatene a qualunque ricercatore che la ricerca la faccia per davvero e vi riderà in faccia.

Allora, supponiamo che voi facciate una ricerca e troviate un sito di omeopatia – non provo nemmeno, sono più che sicuro che ve ne siano in giro e anche di ottimi. Ma come la mettiamo con l’affidabilità delle informazioni in questo caso?

Se siete assolutamente fedeli al paradigma scientifico, dovete giudicare inaffidabile qualsiasi sito che riporti risultati positivi di pratiche omeopatiche.

Se siete convinti che quella certa pratica descritta in quel sito web, o in quel libro, abbia valore, allora vuol dire che la vostra fiducia nella letteratura scientifica, riconosciuta universalmente quale la più autorevole delle fonti scientifiche, non è poi così ferrea. O l’uno o l’altro.

O tutte e due. Come? Rinunciando alle idee di verità, affidabilità, autorevolezza, quali assoluti. Lo spirito credo che potrebbe essere quello di Don Milani che si ingegnava di aiutare i ragazzi a capire da soli il fondo di un giornale. Di sicuramente vero, di sicuramente affidabile, di sicuramente autorevole non c’è nulla. La guardia non va mai abbassata.

Provo a buttar giù qualche criterio pratico, in maniera semplice, che la possa capire chiunque, da somministrare ai più giovani con il proprio esempio e con la discussione su casi pratici, non da offrire come prontuario …

Finisco in un sito web e leggo … sarà vero quello che leggo?

  • In primo luogo non ne potrò mai essere sicuro, nemmeno se me lo dice il prof che è vero, o la mamma o il babbo. Se mi viene in mente un’altra verifica bisogna che la provi e non accontentarmi. Se non me ne vengono in mente più, allora forse è abbastanza vero, ma forse …
  • L’autore è riconoscibile? C’è scritto il suo nome? Se metto il suo nome in Google, che succede? Non viene nulla? Non è un buon segno. Vengono molte voci? È un buon segno. È citato da altri articoli? È un buon segno. È un professore di qualche università, un giornalista, insomma uno che opera per un’organizzazione di qualche tipo? È un buon segno, sì, ma sempre un segno in più, non la certezza.
  • Se nel testo ci sono scritte delle fonti, che io posso raggiungere subito, o comunque facilmente – non nell’irraggiungibile giornale parrocchiale di una paesino della Nuova Zelanda – allora questo è un buon segno. Le fonti hanno un autore? No? Non è un buon segno. Sì? È un buon segno … valgono gli stessi discorsi fatti per l’autore principale. Uffa che fatica però? Eh ragazzi, inseguire la verità è un affar serio!
  • Trovo due pagine sullo stesso argomento, una in inglese e una in italiano. Mi dispiace amici, ma quella in inglese è probabilmente meglio. È frutto di un mondo molto più ricco semplicemente perché più grande. Nella mia personale esperienza questo è un criterio assai valido, mai in assoluto, naturalmente, e fatte salve eccezioni che certamente ci sono … mostro esempi …
  • Sobrietà. Pagine sobrie, nel testo e nella grafica, sono un buon segno, non sicuro ma molto buono.
  • Linguaggio accademico o gergo esclusivo. Pessimo segno, specialmente in pagine destinate alla lettura web, ma non solo. Gli scritti di valore non hanno bisogno di complicazioni linguistiche. L’autore di valore non ha paura di parlare troppo semplicemente, anzi. Io diffiderei di quello che usa molti paroloni.

E voi, avete da aggiungere qualcosa a questo piccolo elenco? Da togliere? Da cambiare?


[NOTA] Per mantenere nitido il discorso, ho semplificato dando per scontato che la letteratura scientifica sia affidabile. Da ciò che ho scritto nei post precedenti è evidente che anche questo è solo parzialmente vero, anzi sempre meno vero. In un articolo scientifico di qualche anno fa, Publish and be wrong, gli autori hanno verificato che di una cinquantina di risultati di grande rilevo pubblicati sulle più importanti riviste e largamente accreditati nel mondo scientifico, un terzo sono stati contraddetti nel giro di pochi anni.

Alla ricerca della verità


Dove, turbati dalla frequente e comprensibile emersione dell’ansia sull’affidabilità delle fonti in Internet, ci troviamo a riflettere su cosa voglia dire autorevole, affidabile e infine, ohinoi, vero. Editing Multimediale? ma come si fa a editare, a lavorare in un mondo che ci incute timore e ci rende insicuri! Non possiamo non soffermarci su un tema così importante. E gnacche ai compiti …


Prendo le mosse da uno dei vostri commenti, precisamente da questo di Alessandra:


A proposito di informazioni affidabili andando “alla ricerca della verità”, trovo che uno dei problemi più rilevanti in questo campo lo offra il fenomeno della deissi. Una delle prime cose che mi chiedo quando devo utilizzare un’informazione è se è sufficientemente aggiornata…

Parto da qui per via del fatto interessante che io non sapevo il significato della parola deissi. Sono un fautore della ricchezza e del carattere rivoluzionario del cyberspazio ma sono al tempo stesso sommerso di libri e di ausili tradizionali per la scrittura, cosciente della mia ignoranza. Ecco allora, in questa foto, frettolosamente ammucchiati i dizionari e le grammatiche che di solito si trovano sparpagliati nel mio studio. Acciuffo quindi il Devoto-Oli per cercare Deissi: … deiscènza, deismo, deista, deità, de iure … non c’è! Provo quindi il Dizionario Etimologico Italiano (Battisti-Alessio): …deiscere, deismo, deità, de iure, délabré … niente! Vado in Google, in 0.19 secondi mi ritrovo in Wikipedia: Eccola! Mi potrò fidare?! Leggo, il testo mi pare buono. In fondo ci sono le fonti:

  • Voce nel vocabolario Treccani
  • Parti delle fonti da cui è ricavata l’etimologia sono dedotte anche da un vocabolario Zingarelli
  • Voce nel dizionario etimologico redatto da Pianigiani presente nel web
  • Voce nel vocabolario Treccani
  • Ricavato dal vocabolario zingarelli

Mi posso fidare? Penso di sì. Peccato che io sia in possesso, evidentemente, dei testi sbagliati, o diciamo insufficienti. Ma siamo sicuri che non possa magari accadere l’inverso? Ecco, per esempio, da donne e uomini come Pietro, portatori di una cultura che per me è fondamentale, ho spesso udito parole ormai sconosciute ma che sono sopravvissute nel parlato di questa gente, i cui pochi superstiti, allignano in luoghi defilati, completamente ignorati dal vuoto frastuono del mondo. Ebbene, io amo molto il Devoto-Oli perché me le fa trovare tutte, queste curiose parole. Mi fece Pietro un giorno – Andrea, vedi se tu scoscendi codeste frasche, prima di tirare innanzi – Intuii ma la sera andai a vedere: scoscéndere2. Tr. Fendere o spaccare violentemente: Fronda che trono scoscende (Dante). Bene, diamo questo verso in pasto a Google, 0.21 secondi:

Già eran li occhi miei rifissi al volto
della mia donna, e l’animo con essi,
e da ogni altro intento s’era tolto.
E quella non ridea; ma – S’io ridessi, –
mi cominciò – tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener fessi;
ché la bellezza mia, che per le scale
dell’etterno palazzo piú s’accende,
com’hai veduto, quanto piú si sale,
se non si temperasse, tanto splende,
che ‘l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende.

La verità. L’affidabilità. La completezza. Dove tutto questo? Sapete cosa? Mi tengo il De voto-Oli, e anche Wikipedia. E poi anche il mio giudizio, perché a dire il vero, la spiegazione trovata in Wikipedia m’era tornata subito poiché dava completamente senso alla frase di Alessandra …

come fare a sapere che una cosa è attendibileil problema dell’autorevolezza e dell’affidabilità delle fonti … Facciamo un passo indietro, lasciando stare Internet.

Autorevole. Perché invocare l’autorevolezza? Forse, in un certo senso, per semplificarsi la vita. Ci si può fidare di un’informazione proveniente da una fonte autorevole, e prendersi la briga di verificarla è superfluo. L’autorevolezza della fonte fa risparmiare lavoro, a volte pensiero. E potersi fidare? Verificare? Cosa vuol dire? Vuol dire ritenere che le informazioni possano essere vere o false. Vuol dire credere nell’esistenza del vero, della verità. E con questo siamo finiti in un terreno scivolosissimo, sul quale i filosofi moderni e contemporanei tutto sono all’infuori che concordi. E in quelle arene speciali, il concetto di verità non se la passa per niente bene, a ragione dico io, ma questa è solo un’opinione personale. Ben lungi dall’essere un padrone grave e severo, la verità è un servitore docile e ubbidiente … conoscere, non può avere a che fare esclusivamente, e neppure principalmente, con la determinazione di ciò che è vero … – di rasoiate del genere potrei riempire un singolo post, anche solamente attingendo a Vedere e costruire il mondo, di Nelson Goodman (Laterza, 2008). Senza voler prender un partito o l’altro, se pensatori eminenti si stanno ancora interrogando su un tema del genere, la questione dell’affidabilità delle fonti in Internet è quasi un problema risibile, in confronto.

L’ho presa troppo ariosa? Torniamo sul concreto, sui fatti quotidiani per esempio, dei quali la stampa ci riempie la testa ogni giorno. Cosa c’è di più adatto se non i crudi fatti della cronaca, gli accadimenti tali e quali? Ebbene, ma dov’è la verità fra i diecimila che avrebbero riempito una certa piazza secondo gli uni e i centomila secondo gli altri? Dov’è la verità fra le opinioni diametralmente opposte che qualsiasi rassegna stampa ci sciorina sui fatti del giorno precedente? Qual è il giornale più autorevole? Forse quello che ciascuno di noi preferisce, ma se così è, non si tratta di una ricerca di verità bensì una ricerca di conforto, una verifica di appartenenza, tutta un’altra cosa rispetto alla verità. E a complicar le cose, aggiungo che se è vero che i fatti son fatti è altrettanto vero che i padroni son padroni e per raccontare bene i fatti bisogna esser liberi e non all’ombra di qualcuno o qualcosa. E non è per nulla una novità o una degenerazione dei tempi moderni, questa, se già Balzac aveva dubbi di questo genere, descrivendo la spregiudicata carriera giornalistica di Lucien de Rubempré, nel suo Illusioni perdute.

Siamo forse scesi troppo terra terra, con le cronache? Allora saliamo un po’, parliamo di cose serie, parliamo di economia. Che c’è di più importante dell’economia oggi? Le sorti del mondo dipendono dai grandi giochi economici, dai grandi teorici dell’economia, dai premi Nobel, dai grandi statisti, dai grandi manager, dai grandi manovratori, manifesti e occulti, chissà come saranno questi ultimi … Ma voi, da chi ve la fareste raccontare la situazione attuale, potendo scegliere uno fra tutti questi autorevolissimi personaggi? A chi di loro affidereste a cuor leggero qualche vostro piccolo sudato risparmio? Di chi vi fidereste? Mi sovviene in questo preciso momento un libro che lessi qualche anno fa, Alla ricerca della stupidità scritto da un manager di successo della Information Technology, Merril R. Chapman (Mondandori, 2004). Un manager e consulente ai massimi livelli dell’industria informatica degli anni 80-90, che traccia un quadro impietoso di numerosi e incredibili fallimenti collezionati dai più famosi manager dell’high tech, il settore trainante dell’economia. In sostanza, la tesi del libro è la seguente: il panorama industriale e economico odierno è talmente complesso che il buon manager non si giudica dal maggior numero di successi bensì dal minor numero di errori.

Ma allora, esisterà pure una parte di mondo dove la verità c’è e si vede? Sarà pur appoggiato su qualcosa questo nostro mondo? Vi saranno pur delle fondamenta? Ah, forse eravamo partiti dalla parte sbagliata. Perché non averci pensato prima? Ma è la scienza il regno della verità! La scienza e la sua ancella la tecnologia! Perbacco, per far funzionare una macchina si deve costruir sul solido, chi lo negherebbe? Ci deve essere un substrato di verità sotto alla fabbricazione di uno di questi straordinari tablet, che ci manca poco che facciano anche il caffè! E signori, 42 anni fa l’uomo è sbarcato sulla luna, queste non sono barzellette. La tecnologia è scienza applicata e la scienza è la cattedrale della verità.

Ah attenzione! Qui occorre andar cauti, rallentare, quasi fermarsi, per non prendere una sonora cantonata. Fermiamoci un poco, in questa meravigliosa cattedrale. Fermiamoci a osservarne un qualche particolare, non importa quale, perché il cemento che la tiene insieme è tutto il solito. Sì, è tutto il solito ma non è la verità, così come la si intende comunemente. La verità in positivo, scolpita, indeformabile, tetragona agli insulti delle contingenze. La verità che con il suo involucro impermeabile custodisce i contenuti, sì proprio quelli, proprio quelli che versiamo in gran copia nelle testoline dei nostri cuccioli.

Della vuotezza della nozione di contenuto puro disquisisce Nelson Goodman. Come? E quell’involucro impermeabile allora? Cosa protegge? Nulla. Assolutamente nulla. Ha ragione Goodman, perché lo scienziato, quello vero, non cerca mai quella verità assoluta che ci sembra così consolante. Non la cerca mai perché sa benissimo che non esiste. Con questo la sua ricerca, pur faticosissima, porta spesso a clamorosi successi, i successi che il progresso moderno documenta oggi in una miriade di modi e in una grande varietà di campi. Ma la sua ricerca non è di una verità in positivo bensì di una verità in negativo. Un po’ come l’idea di Michelangelo …

Si come per levar, donna, si pone
in pietra alpestra e dura
una viva figura,
che là più cresce u’ la pietra scema;

(Michelangelo Gedichte, Insel Verlag, 1992)

E che leva lo scienziato? Gli errori. O meglio, le ipotesi sbagliate e, in generale, tutti gli errori possibili immaginabili. Un mare di errori. Mi disse un anziano scienziato di fama internazionale, a proposito del suo lavoro – Mah, a essere sincero, di idee veramente azzeccate ne avrò avute due, forse tre.” La verità, alla quale lo scienziato sempre anela ma che non raggiunge mai, è una verità in negativo, è ciò che rimane al netto di tutti i pensieri e i tentativi che non si sono accordati alle risposte della natura, unico giudice del suo operato. Una nuova teoria non sconfessa mai quella precedente, che ha funzionato in innumerevoli esperimenti, bensì la modula, la varia in maniera che la nuova verità emerga al netto degli ultimi errori. Magari questi ultimi errori sono piccini, visibili solo con strumenti di precisione mirabile, e può anche essere che tale nuova verità, disegnata da una nuova e più complessa teoria, risulti poi indistinguibile dalla verità precedente, disegnata dalla vecchia teoria, ma ancora perfettamente valida per numerose applicazioni. Questo vale per esempio nel caso dei viaggi sulla luna, o del lancio dei satelliti, che possono essere calcolati con la teoria della gravitazione di Newton, senza aver bisogno di ricorrere a quella più ampia, che spiega altri fenomeni, la teoria della relatività generale di Einstein. La teoria di Einstein non ha negato la teoria di Newton, non ha dimostrato che quest’ultima era sbagliata.

Smentita la teoria di Einstein suonavano i titoli di alcuni giornali, in occasione di quell’esperimento sulle proprietà dei neutrini, del quale il nostro Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (non l’attuale) lasciò intendere ai cittadini che tali neutrini avevano viaggiato in un tunnel fra Ginevra e il Gran Sasso! Si diceva l’autorevolezza … Ma non dobbiamo infierire dove è sin troppo facile farlo. Piuttosto, riflettiamo un attimo, dopo avere adeguatamente metabolizzato quest’idea debole e delicata di verità, e quindi se vogliamo ancor più bella e desiderabile, per provare a soddisfare una curiosità inevitabile: ci sarà un punto, un fronte, una regione dove questa preziosa e fragile entità, sostenibile solo con amorose cure, perfonde il resto del mondo, inevitabilmente, il mondo delle cose di tutti i giorni, il mondo delle persone, dei popoli, delle industrie, il mondo economico. Il mondo dove non è facile immaginare la libera circolazione dei frutti di tale verità. Sì certo, esiste una regione del genere, ed è quella della letteratura scientifica, quella ufficiale, quella dove si pubblicano solo articoli che rispondono a requisiti minimi di rigore, completezza di descrizione, qualità della descrizione, originalità, significatività e riproducibilità dei risultati. Una letteratura dove per pubblicare un lavoro occorre sottoporlo al processo di revisione fra pari, di peer-reviewing. Le riviste scientifiche serie, prima di pubblicare un articolo, lo inviano ad almeno due revisori esperti nella materia i quali, rimanendo anonimi, esprimono un parere tecnico sulla validità del lavoro proposto. L’editore della rivista, in base a questi pareri, decide se pubblicare senz’altro il lavoro (questo sulle riviste importanti accade piuttosto raramente), se subordinare la pubblicazione alla scrittura di una seconda revisione con tutta una serie di variazioni proposte dai revisori o se rifiutare tout court il lavoro. Si tratta di un processo spesso lungo e defatigante; non è raro che dalla prima spedizione di un articolo alla pubblicazione abbiano luogo più revisioni e che occorrano molti mesi od anche più di un anno.

Purtroppo, malgrado questo meccanismo, apparentemente ineccepibile, i frutti di quella verità debole che dicevamo prima, non circolano per niente bene. Per farsene un’idea, riporto qui un brano preso da un post di una serie che ho scritto per gli studenti di medicina sul tema della letteratura scientifica biomedica.

Vediamo ora due importanti problemi che affliggono la ricerca biomedica. Il primo dipende dal volume della letteratura e dal ritmo con cui questa va crescendo. Il problema è che volume e velocità di crescita mettono in crisi il processo di peer reviewing. Finisce che i revisori son costretti a fare il loro lavoro troppo velocemente. Per fare una buona revisione occorre tempo e avere il polso della situazione. Io ho iniziato a rifiutare di fare revisioni ogni volta che mi sono allontanato da una certa disciplina, cosciente che non avrei più avuto il tempo di seguire il corso di quella specifica letteratura. I revisori sono a loro volta ricercatori e sono quindi anche loro sottoposti ad una elevatissima competitività che concede loro poco tempo. Nel giudicare un lavoro si tende quindi a privilegiare fattori che da soli non sarebbero sufficienti a valutare adeguatamente un lavoro, quali il prestigio già acquisito dagli autori, dei quali si tende a fidarsi di più. Inoltre, maggiore è il tuo medesimo prestigio è più facile sarà che ti vengano richieste revisioni. Non ce la farai a seguirle tutte ma non potrai rifiutare, perché non ti conviene. Succede che appalti le revisioni a membri del tuo staff, ma questi saranno più giovani e quindi più timorosi di dire sciocchezze: meglio tendere a valutare positivamente il lavoro del gruppo famoso, di caratura internazionale, piuttosto che quello di un giovane autore emergente. Ne consegue una grave minaccia per la creatività e per l’emergenza di soluzioni realmente innovative, a favore di filoni che rappresentano il mainstream. Ecco che così un sistema nato per creare la massima selezione del nuovo finisce con il deprimerlo. Questa è una delle contraddizioni tipiche del mondo ipercomplesso.

Prevengo subito l’obiezione banale: ah ma allora tu sei contro il sistema tradizionale di produzione della letteratura scientifica. No, assolutamente, ma i problemi quando compaiono vanno riconosciuti e affrontati.

L’altro grande problema, che affligge in modo particolare la ricerca biomedica, è quello del conflitto di interessi. La situazione sin qui descritta è quella classica nella quale il maggiore artefice della ricerca scientifica è stato il mondo accademico delle università e degli istituti di ricerca. Con il passare degli anni sono aumentate moltissimo le interazioni con il mondo industriale che impiega le tecnologie derivate dalla conoscenza scientifica. Generalmente questo tipo di interazioni è visto come un bene in quanto le sperimentazioni moderne sono sempre più onerose per i finanziamenti pubblici e quindi un apporto economico da parte delle industrie non poteva non costituire un elemento di grande interesse. È qui tuttavia che nasce il problema del conflitto di interessi. La partecipazione industriale – segnatamente di case farmaceutiche in questo contesto – è giunta a costituire la parte del leone nel finanziamento della sperimentazione clinica. Poiché il risultato di una ricerca può avere conseguenze massicce sugli esiti di vendita di un farmaco o su di una certa prassi clinica, emerge il problema dell’effettiva indipendenza dei ricercatori dalle organizzazioni che finanziano le loro ricerche. In effetti non si può non porre il problema di quanto un’industria farmacologica sia disposta a finanziare una costosa sperimentazione clinica i cui risultati possano influire in modo pesantemente negativo sulla vendita di un proprio prodotto.

La verità è quindi delicatissima e laddove il grande pubblico, anche degli operatori del settore, tenta di accedervi, questa è diluita, contaminata, talvolta irrimediabilmente inquinata. Eppure si va avanti, sì, senza dubbio, ma in maniera molto molto complicata, con sprechi enormi, con un procedere che è molto più un faticosissimo e tortuoso arrancare.

E in tutto questo discorso, per ora, di internet non s’è visto nemmeno l’ombra.

Alla ricerca della risposta giusta


Avevo iniziato a scrivere un post intitolato Alla ricerca della verità ma poi mi sono imbattuto in una quantità di curiosità e mi sono perso. Per stasera mi limito ad un’assai più modesta ricerca della risposta giusta, con una piccola selezione di alcune delle cose che ho trovato o ritrovato …

Devo montare un pannello solare su di una superficie piana. Se il pannello è largo L , quanto dovrà valere l’altezza h affinché l’angolo di inclinazione risulti essere uguale a \alpha ? Come tutti sappiamo, la risposta è

h = L \times \sin{\alpha}

Supponiamo che L = 50 cm e che \alpha = 27^{\circ} , ovvero \alpha = 27 \times \pi/180 , espresso in radianti. Quanto vale h ?

Ci vogliono le tavole della funzione seno? Noo, oggi ci sono le calcolatrici, ci vuole la calcolatrice … Noo, oggi c’è Google! Aprite Google e scrivete 50*sin(27*pi/180)

Ecco il risultato: 22.699525 cm, ovvero arrotondando ragionevolmente 22.7 cm.

Qualcuno ha reminiscenze troppo lontane di una cosa che si chiama funzione seno? Scriva sin(x) in Google, oppure sin(x),cos(x), o sin(x),cos(x),tan(x), ci si può anche baloccare con il mouse…

Ma quante cose “sa” Google? Per quanto riguarda la calcolatrice eccole qua

Riguardo alla capacità di fare grafici, qualche informazione in più qui, ma allora vale la pena esplorare Wolfram, anzi, aspettate, provate direttamente questo link – guardando il codice che ho scritto:

http://www.wolframalpha.com/input/?i=sin(x)

e guardate che cosa non vi viene detto … e poi provate questo

http://www.wolframalpha.com/input/?i=sin(x)cos(x)

Provate a chiedere a Wolfram anche altre cose, qualsiasi cosa attinente alla matematica

Supponiamo ora che quel pannello io lo voglia comprare in Internet e che ne abbia trovato uno al caso mio ma che sia prezzato in dollari: me lo mandano a casa per 150$. Quanti € sarebbero oggi? Vado in Google e ci scrivo 150 usd in euro … 111.898545 € …

L’altro giorno raccontavo che non ricordando dove si trovava un verso della Commedia, Google mi aveva fornito immediatamente la risposta alla domanda divina commedia immilla, in 0.18 secondi per la precisione.

E proprio in quella nota menzionavo il timore assai diffuso di trovare informazioni affidabili. Negli esempi soprastanti abbiamo ottenuto riposte giuste, del resto queste sono facilmente verificabili in altro modo, no? Le prime volte si verifica, poi si inizia a fidarsi, poi, quando la domanda è un po’ diversa si verifica di nuovo, e così via …

La pedagogia della lumaca


Ho ricevuto il consenso a “bucare” la ning-parete che avvolge La scuola Che Funziona. Era una risposta scontata, considerato lo spirito di Gianni Marconato e dei tanti membri che animano questo network, ma questo non significa che la domanda non debba esser posta. Molti scambiano il Cyberspazio per il luogo dell’arbitrio, ma questa potrebbe essere solo la pessima immagine della loro natura interiore, perché il cyberspazio sarà ciò che noi siamo, e ciò che ognuno di noi può fare sin da ora, è iniettare rispetto e correttezza in questo straordinario mondo, come facciamo nel mondo fisico.

Allora, come prima cosa oggi, copio pari pari il messaggio introduttivo al gruppo La Pedagogia della Lumaca,  così come postato da Gianfranco Zavalloni all’atto della creazione gruppo, non dimenticando tuttavia di citare anche il sito web La Pedagogia della Lumaca – Per una scuola lenta e non violenta.


Alcuni anni fa, con alcuni insegnanti, allievi della Scuola di Barbiana, dirigenti scolastici, operatori comunali, genitori…abbiamo lanciato un appello per un cambiamento dal basso della scuola. Credo sia ancora di estrema attualità. Lo rilancio qui, come occasione di confronto e di discussione. (Gianfranco Zavalloni)

“Chi ascolta dimentica,
chi vede ricorda,
chi fa impara”

Lettera alla scuola

Diciamolo. Uno dei nodi fondamentali da sciogliere della scuola italiana è la situazione che vivono i ragazzi che la frequentano dagli 11 ai 14 anni. E’ la stagione della loro maturazione. Germina il loro corpo. Si avverte la fame di relazioni interpersonali profonde e autentiche. L’amicizia diventa la questione capitale. Si scopre la sessualità. Si vivono i primi conflitti forti con i genitori.
Il gruppo dei pari diventa il vero punto di riferimento. In tale contesto, l’attuale scuola media italiana (o secondaria di 1° grado), anello logoro e tagliente, mostra tutta la sua inadeguatezza. I contenuti restano prioritari, diventando perfino la ragion d’essere di ogni “prova di verifica”.

Prima di conoscere i ragazzi, si prevedono batterie di “prove di ingresso”. Gli insegnanti spesso – loro malgrado – finiscono per ridurre la loro funzione a quella di informatori. È così che la logica dei contenuti si trasforma, facilmente, nella somministrazione di nozioni e di test di valutazione, specialmente ai ragazzi segnalati dalle certificazioni.

Quale logica? Mentre i ragazzi continuano a nuotare nel mare del non-senso, la centralità dei programmi fa capolino ad ogni proposta riformatrice. La scuola media appare fondata sulla frattura fra lezioni e vita reale. I ragazzi non comprendono quale sia l’incidenza – e, dunque, l’importanza – della formazione scolastica per il loro futuro!

La centralità del ragazzo necessita di percorsi rallentati e, soprattutto, di uno spazio ben più ampio da conferire all’ambito affettivo-relazionale. Non è un caso che il cosiddetto ‘bullismo’ cresca a vista d’occhio e faccia seguaci principalmente nella fascia d’età della prima adolescenza e vada a colpire i più deboli.

Non abbiamo dedicato un punto esclusivo per gli alunni disabili, i giovani stranieri, i portatori di culture e religioni diverse, perché, dal punto di vista dell’inclusività, auspichiamo che tali alunni siano considerati una risorsa e parte attiva del processo educativo, il quale non può essere delegato alla sola insegnante di sostegno.

I primi firmatari
Edoardo Martinelli (allievo della Scuola di Barbiana) Gianfranco Zavalloni (dirigente scolastico – Sogliano al Rubicone) Eugenio Scardaccione (dirigente scolastico – Bari) Mario Lodi (maestro – Drizzona) Renato Ciabatti (Comune di Prato) Antonio Avitabile (Comune di Prato) Vincenzo Altomare (insegnante – Cosenza) Mimma Visone (insegnante – Napoli) Adele Corradi (Scuola di Barbiana) Maria Miceli (dirigente scolastico – Lamezia Terme) Romolo Perrotta (Università Cosenza) Fiamma Bellandi (Comune Prato) Franco De Santo (insegnante – Cosenza) Lella Giornelli (Rivista Paesaggi Educativi – Cesenatico) Daniela Mammini (dirigente scolastico – Prato) Stefania Vannucchi (Centro territoriale Handicap – Prato) mons. Giovanni Catti (Università della Pace – Bologna) Aldo Bozzolini (allievo della Scuola di Barbiana) Nanni Banchi (Centro Documentazione sulla Scuola di Barbiana – Vicchio) Nevio Santini (allievo della Scuola di Barbiana) Paola Zilianti (Comune di Prato) Gianni Cerasoli (maestro elementare – Forlì), Massimo Nutini (Comune di Prato) Brunetto Salvarani (Direttore Rivista CEM Mondialità) Angela Dogliotti Marasso (docente del Centro Sereno Regis di Torino) Biagia Cobianchi (docente – Argenta di Ferrara) Lorena Montesi (docente di Urbino) Silvia Sera (docente Scuola media Gambettola) Linda Corradi (redazione del sito www.tecnologieducative.it) Marta Falcioni (Supervisore Università di Urbino) Chiara Michelini (dirigente scolastico Università di Urbino) Daniele Novara (Centro Psico Pedagogico per la Pace – Piacenza) Raffaello Saffioti (docente di filosofia -Palmi) Gianpaolo Petrucci (docente-Bari anche a nome del GEP/Gruppo Educhiamoci alla pace) Rosaria Ammaturo (docente -Bari) Anna Tomasicchio (docente-Bari) Daniele Novara (Direttore Centro Psicopedagogico per la Pace – Piacenza) Pasquale Iannamorelli (responsabile rivista QUALEVITA-Sulmona) Bruno Iannamorelli (docente – Sulmona) Anna Sarno (docente – Sulmona) Collegio Docenti Istituto Comprensivo “Gandhi” di Prato) Giancarlo Garoia (insegnante – Forlì) Paola Paolucci (insegnante – Gambettola), Rosanna Lotti – PRATO, Alessandro Cigni – SassariDaniela Boschetti – Flped, Orietta Ciammetti – Roma, Amedeo Olivieri insegnante di Cattolica ( Rn), Carlo Salvadori (Sovigliana-Vinci Fi) dottore in materie pedagogiche Fiped
Chiara Coro (Insegnante – Cologno Monzese), Cecilia Muscatella

IL MANIFESTO

CAMBIARE LA SCUOLA DAVVERO SI PUÒ

1. LA SCUOLA È IL LUOGO PER IMPARARE AD APPRENDERE, A PENSARE CON LA PROPRIA TESTA, A ESSERE RESPONSABILI.
Educare ad essere cittadini sovrani e non sudditi.

2. A SCUOLA, COME NELLA VITA, NON POSSIAMO DISGIUNGERE L’APPRENDERE DAL FARE. SI IMPARA CON IL CERVELLO, CON LE MANI, CON TUTTI I SENSI E CON IL CUORE.
In ogni scuola sono fondamentali i laboratori della manualità da svolgere anche all’aperto. Il laboratorio non è il luogo “extracurricolare” dove “si fa e si apprende altro dai saperi e dai programmi”.

3. LA SCUOLA È IL LUOGO IN CUI SI APPRENDE INSIEME, NON “DA SOLI”.
È importante “perdere tempo” perché una classe indistinta diventi un “gruppo-comunità”. Ci vogliono mesi per formare il gruppo, discutendo e raccordandosi sulle finalità, sulla necessità di regole condivise, sulle metodologie e le tecniche da utilizzare insieme.

4. PER CREARE BUONE RELAZIONI È FONDAMENTALE ESSERE UN PICCOLO GRUPPO. POCHE FIGURE DI DOCENTI DI RIFERIMENTO PER CLASSE, AIUTEREBBERO L’ORGANIZZAZIONE SCOLASTICA.
Le metodologie innovative possono essere praticate solo con un numero ridotto di ragazzi, dai 15 ai 20 per classe, e di insegnanti di riferimento. Se per diminuire il numero fosse necessario formare gruppi variegati di ragazzi o le cosiddette pluriclassi, lo si faccia perché è, oltretutto, una grande opportunità per sviluppare la cooperazione e il mutuo sostegno.

5. GLI INSEGNANTI NON SONO DEI TUTTOLOGI, MA DEVONO SAPERE “DOVE STA DI CASA LA CULTURA”.
I libri di testo non sono gli unici sussidi didattici, possono essere sostituiti dagli incontri diretti con la vita e le persone e poi da una buona biblioteca di classe, vocabolari, atlanti, giornale, stazione multimediale, accesso a internet, collegamento satellitare, supporti di memorie esterne, videoproiettore digitale e analogico, che complessivamente riducono di una buona percentuale le spese a carico delle famiglie.

6. I SAPERI NON SONO UN BAGAGLIO DA TRAVASARE, MA VANNO COSTRUITI INSIEME. LA CONOSCENZA NON VA DEPOSITATA O ETICHETTATA, MA VA RIELABORATA CRITICAMENTE PER DIVENTARE STRUMENTO DI FORMAZIONE E NON SOLO DI INFORMAZIONE.
I saperi minimi di base, quelli essenziali e utili alla vita, non possono essere spezzettati e inseriti in programmi rigidi definiti nei minimi dettagli. È importante lavorare sui nuclei fondamentali e sull’apprendere per schemi logici. La formazione è questione di coscientizzazione, di maturazione attraverso la riflessione critica e di elaborazione di mappe concettuali, dove le discipline si contaminano reciprocamente.

7. L’EDUCAZIONE, COME L’APPRENDIMENTO, È UN PROCESSO DINAMICO CHE PARTENDO DAL MOTIVO OCCASIONALE, OSSIA DALLA REALTÀ, CONDUCE ALLA CONOSCENZA.
Tale percorso, “l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio”, come definito da don Lorenzo Milani, va compiuto tenendo conto dei saperi, delle abilità e delle competenze indispensabili all’allievo della scuola di base per comprendere, ad esempio, l’articolo di fondo del giornale, come avrebbe “verificato” la Scuola di Barbiana.

8. LE ORE CHE SI TRASCORRONO A SCUOLA DEVONO AVERE CARATTERE UNITARIO.
A ben poco servono la rigida suddivisione delle discipline in unità didattiche o di apprendimento, a seconda delle riforme, nonché i ritmi di apprendimento scanditi da orari cronologici fissi. Ma… per chi suona la campanella?

9. SBAGLIANDO SI IMPARA. PER PROVA, PER ERRORE E PER GIOCO.
È così che la scuola, lungi dall’essere l’anticamera di una azienda, potrà diventare il luogo della lentezza, del “non assillo”, funzionale all’apprendimento creativo e al gioco. A scuola si va anche per divertirsi nel senso etimologico della parola, ossia “scantonare e fare cose sempre diverse”.

10. SI CAPISCE BENE COS’È UNA SCUOLA QUANDO LA VIVIAMO COME SE FOSSE IL LUOGO DOVE SI ENTRA COMPETITIVI, AGGRESSIVI, RAZZISTI E, DOPO AVER LAVORATO E STUDIATO INSIEME PER BISOGNI COMUNI, SI ESCE RISPETTOSI DEGLI ALTRI, AMICI, TOLLERANTI.
La scuola è un concentrato di esperienze, una “grande avventura” che può essere vissuta come se fosse: un viaggio, un libro da scrivere insieme, uno spettacolo teatrale, un orto da coltivare, un sogno da colorare….

Cesena 08 dicembre 2006

 

Lumache e gazzelle


Bello davvero il commento di Deborah, dal quale estraggo …

… c’è chi nasce lumaca e chi gazzella! Io sono nata lumaca e mi va bene così. Conosco tante gazzelle che vorrebbero far diventare tutti gazzelle e tante lumache che si disperano perchè vorrebbero rincorrere le gazzelle. Io ho passato anni a rimuginare su questo. Viviamo in una società del tutto-presto-fatto. Il povero Hillman si starà rivoltando nella tomba… L’unicità delle persone viene spesso calpestata e fatta a pezzi per rincorrere lo “status ideale” tanto sbandierato da questa società. Anche il silenzio, quel sano silenzio, a volte viene interpretato come un “non sapere”. In realtà è proprio dal silenzio che, spesso, scaturiscono tante sorprese, idee e novità.

Sentivo il bisogno di rifletterci, perché Deborah ha scritto cose che condivido totalmente, ma c’è un punto che vorrei approfondire un poco. Quando dice … c’è chi nasce lumaca e chi gazzella! …, in parte è sicuramente vero ma non solo. È una faccenda complessa: se ripenso a tutti, i tanti “inizi” che ciascuno di noi ha vissuto, gli inizi delle varie scuole, delle esperienze di lavoro, delle appartenenze a certe comunità, nella mia memoria c’è solo il modo “lumaca”. Ovvero se cerco di trasporre la visione offerta da Deborah sulla mia esperienza, ricordo solo di avere vissuto da lumaca. Poi, succede che da un certo punto in poi, per il semplice fatto che lungo molti anni ti sei occupato abbastanza costantemente di certe cose, ecco che scopri di essere visto come “gazzella”!

Ma non è vero, tu continui a sentirti lumaca, perché la ripida via della conoscenza, lungo la quale sei sempre all’inizio, può essere percorsa solo con il passo della lumaca, e con una congrua, ampia dose di silenzio, sì. A me la storia di Gengè, che ho riletto questa estate, mi ha fatto un’impressione enorme, perché se ti senti lumaca, e questo ha per te un grande valore, magari è il valore della tua vita, il riflesso di te gazzella è una cosa che ti può disturbare molto. Uscir di senno? Magari non proprio però …

Ora, venendo al nostro (per)corso, il mio tentativo di introdurvi una certa dose di caos, di dar corso a quante divagazioni possibili, può esser letto proprio così: indurre le persone ad esser lumache, perché per trovare la propria via nel caos, non si può correre, specialmente non dietro ad un burattino – il sottoscritto, nella fattispecie – ma bisogna procedere piano, osservare e ascoltare molto, e muovere i propri passi tenendo dietro più all’intuito che al ragionamento, almeno un po’.

Vedete bene che la “parti tecniche” che io vi offro, sono frammentate, disperse fra altri discorsi e anche meta-discorsi, cioè discorsi su ciò che stiamo facendo e come lo stiamo facendo. Questo è un modo, certamente sempre estremamente imperfetto, di rallentare e di offrire spunti molteplici, affinché ognuno possa approfondire quelli che gli sono più congegnali e utili per il proprio lavoro e la propria vita.

Sono perfettamente cosciente che tali pillole tecniche possono risultare troppo banali e noiose per taluni ma assai indigeste per altri. Questa diversità non la possiamo annullare. Io cerco, goffamente, di dare nel mezzo, più o meno. Invito tuttavia chi è più esperto a dare mano a chi lo è meno. Tanto per rimanere sul concreto, trovo assai pregevole l’opera di Gaetano e di Claude. Di grande pregio.

E mi piaciuto veramente tanto l’ultimo post di Serena, dove la scoperta del nuovo si è immediatamente tradotta in nuovi tentativi di scoperta. E non è un caso che Serena sia ora così sciolta, per così dire, perché è reduce da un MOOC (Massive Open Online Course), simile ad altri che anch’io ho frequentato come studente, un paio d’anni fa. Sono esperienze nelle quali si impara a muoversi autonomamente trovando la propria via in un contesto complesso, e i risultati si vedono.

Qualche altro balocco con il codice


Colgo l’occasione fornita da un commento di Serena con un link che apparentemente non funziona, per familiarizzare ancora un po’, in senso generale, con il codice.

Leggendo il codice che compone l’indirizzo URL messo da Serena nel suo commento, posso fare un’ipotesi che documento con un piccolo esperimento, approfittando del fatto che sia il blog di Serena che il mio sono in WordPress. Ho creato la bozza di un nuovo post, che ho intitolato post di prova, nel quale ho scritto poche parole, poi ho chiesto di vederne l’anteprima. Così facendo, wordpress apre una nuova pagina per mostrarmi l’anteprima, e l’indirizzo di tale pagina risulta essere

che ha esattamente la stessa struttura del link postato da Serena:

Da questo deduco che probabilmente Serena ha linkato un post che invece le è rimasto in bozza. Ci penserà lei a indagare e, se vorrà, a farci sapere, ma non è tanto questo il punto. Ci interessa invece scoprire che quelle strane stringhe di caratteri (si chiamano proprio così in gergo) hanno un senso non così oscuro.

Proviamo ad evidenziare:

http://un.certo.url/?p=XXXX&preview=true

Ecco che emerge una struttura: un indirizzo URL, seguito da un carattere ?, poi dal nome di una variabile posta uguale ad un certo valore, seguita a sua volta dal carattere &, e poi ancora dal nome di un’altra variabile posta uguale ad un altro valore

Gioco: provate a mettere nel browser l’indirizzo

Domanda:

Ovviamente le dichiarazioni di voto sono più che gradite 🙂