La chiusura è un disvalore

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Questo post contiene precise indicazioni per gli studenti della classe di editing multimediale #edmu14 ma il contenuto è valido per tutti, in particolare le note che riguardano la partecipazione alle comunità online.


 

La prima edizione delle Wikinomics è apparsa nel 2007. In quel libro Don Tapscott e Anthony D. Williams enunciarono i principi della Wikinomics:

  1. Being open – Avere mentalità aperta
  2. Peering – Valorizzare la collaborazione fra pari
  3. Sharing – Condividere
  4. Acting Globally – Agire con mentalità globale

Tapscott e Williams enunciarono questi principi sulla base di una serie di fenomeni di collaborazione di massa che sono stati resi possibili dalla diffusione capillare di Internet nel mondo. Non sono tuttavia una novità assoluta questi principi. Si potevano già scorgere degli indizi nell’organizational learning di Argyris e Schön (anni ’70) e nella learning organization di Peter Senge (anni ’90) ma anche nelle parole di tanti altri autori, per esempio quelle di Richard Sennet nell’Uomo artigiano, a proposito delle comunità di software libero.

Non solo, ai principi della Wikinomics ne aggiungerei un quinto :

  1. Acting Ethically – Inquadrare l’azione in un solido contesto etico; cogliere i risvolti etici insiti nell’impiego di qualsiasi strumento.

I primi quattro principi hanno natura tecnica ma i formidabili problemi del mondo contemporaneo non possono essere risolti in una prospettiva meramente tecnica. Occorre pensare all’umano, alla qualità della vita e non solo alla quantità dei consumi o dei proventi, al numero di clienti o al numero di studenti. L’abuso di questa visione ha prodotto e produce innumerevoli disastri. Una visione distorta da mono-pensiero macroeconomico, dimentica che la Qualità deriva dalla cura ossessiva per i dettagli e che la Qualità è qualità dell’umano a tutto tondo, in tutta la sua complessità, materiale e non. Il quinto principio è ovviamente ancora più importante nel contesto educativo ma non se ne vedono quasi tracce, se non in forme didascaliche o comunque estremamente superficiali.

Nella vita di tutti i giorni arriva poco di tutto questo. Come se un maleficio le avesse condannate a un ritardo comunicativo di mezzo secolo, le istituzioni guardano il mondo come le stelle, che non vediamo come sono ma come furono, con cronico incolmabile ritardo.

L’ho presa larga quanto necessario e sinteticamente quanto basta (spero non troppo), per definire adeguatamente il contesto nel quale riconoscere che il corso di editing multimediale non va abbastanza bene.

Che nessuno si crucci. A livello individuale va bene, come nelle scorse edizioni dei corsi di editing multimediale e laboratorio informatico: una metà circa di persone che fanno un buon lavoro, alcune eccellente; nell’altra metà presenze più sporadiche, qualche fantasma. Ciò che manca è la dimensione corale. La ragione è precisa e riguarda il sottoscritto. Per alcuni motivi sui quali ora non mi dilungo, quest’anno ho dovuto fare qualche concessione ad uno schema po’ più convenzionale, da un lato rinunciando a creare quella che chiamavamo blogoclasse, sorta di comunità di pratica online, dall’altro cercando di utilizzare un po’ di più la piattaforma istituzionale. Non è stato un buon affare: l’informazione non circola, il totale eguaglia meramente la somma delle parti. Non è che manchi comunicazione, solo che questa è ridotta alla forma canonica scolastica, di tipo a stella, con l’insegnante al centro. Intendiamoci, ciò che sta accadendo va benissimo ai fini dei parametri di qualità previsti istituzionalmente [1], tuttavia non va bene ai fini della qualità che mi prefiggo di raggiungere – forse non riuscendovi mai, ma questa volta meno delle altre.

Tentiamo allora di dare una sterzata, abbiamo ancora un mese e può valerne la pena. Consideriamo due aspetti: in primo luogo “allarghiamo” la piattaforma, poi discutiamo il modo corretto di prendere parte a una comunità online, concentrandoci su come porre utilmente le domande .

La piattaforma

Fortunatamente abbiamo la nostra tutor, Lucia, che con certosina pazienza organizza in piattaforma le tracce delle attività. Un lavoro benemerito che deve continuare, perché il regolamento didattico prevede che in piattaforma qualcosa rimanga – del sottoscritto non ci sarebbe da fidarsi.

In passato ho usato molto varie piattaforme didattiche, soprattutto Atutor e Moodle. Le ho configurate e usate per vari anni, con centinaia di studenti. Poi ho smesso, non trovandovi un valore aggiunto che ragionevolmente compensasse i troppi limiti che impongono. Quello che si può realizzare con queste piattaforme si può realizzare anche con una varietà di strumenti che sono disponibili nell’ecosistema di Internet e con un vasto armamentario di software liberamente disponibile, soprattutto per un insegnante che impieghi proficuamente un sistema Unix (Linux), come il sottoscritto. Anzi, lavorando “all’aperto” si hanno formidabili vantaggi che le piattaforme, in quanto chiuse invece negano: si allarga la partecipazione ad altre persone e altre fasce di utenza che possono facilmente apportare idee e stimoli, si trovano collaborazioni insperate, si attua una sorta di marketing intrinseco – un marketing non vociato ma fattuale, basato sulla qualità effettiva: non ti prometto ma ti mostro, e ti aggreghi solo se trovi che noi ti si possa dare qualcosa di utile.

Non se ne abbiano i valorosi amici – se leggono queste righe – che alla nostra piattaforma lavorano con competenza e puntualità. Il problema sta nella natura dello strumento che è inadeguato per una didattica che guardi al futuro. Si tratta di strumenti concepiti per esser chiusi e tendenzialmente organizzati in una struttura gerarchica dominata da categorie prefissate, spesso banali e quindi inutili: stanze, cartelle, sottocartelle ecc. Nello specifico, partendo dal login, può capitare di dover cliccare 8 volte prima di raggiungere l’elaborato di uno studente, annidato nella sua specifica categoria – un workflow insensato. Ripeto, non è questione di criticare chi ci sta lavorando ma di constatare che si tratta di strumenti datati che impediscono una sperimentazione di sufficiente respiro.

Propongo quindi quanto segue. Continuiamo a deporre le tracce delle attività, così come state facendo, con la solerte cura di Lucia. Facciamolo però in parallelo anche in un ambiente aperto, specificamente in un wiki, uno di quelli più utilizzati a fini formativi in tutto il mondo. I vantaggi rilevanti sono due: i vostri lavori diventano accessibili a tutta l’Internet e in secondo luogo sono molto più facilmente raggiungibili da chi, come il sottoscritto, può avere necessità di doverli revisionare reiterate volte. Con un ulteriore valore aggiunto: voi fate ulteriore pratica di editing in un wiki e questo è un ottimo ingrediente per un corso di editing multimediale.

In questo link trovate la pagina, comprese istruzioni di vario tipo per editarla. Vi arriverà presto un invito a partecipare al wiki. Ognuno dovrà intervenire sul proprio spazio. Se si tratta di un file ODT (o altro) caricandolo e ponendovi un link, se si tratta di un video in rete facendone l’embedding. All’inizio ho fatto due esempi, caricando l’ultimo lavoro di Flavia (che ho scaricato dalla piattaforma) e linkando il video sottotitolato da Sandra. Ci potete mettere tutto quello che volete nel vostro spazio. Alcuni di voi mi avevano chiesto se potevano proporre dei tutorial che avevano già fatto in passato: certamente sì. Ancora: alcuni di voi hanno un blog dove scrivono contributi, esercizi e riflessioni sulle attività che stiamo facendo: ottimo, continuate così, vi chiedo solo di mettere nella pagina wiki dei link ai post che andate scrivendo.

Per intervenire in un documento a più mani su un wiki occorrono attenzione, riflessione, pazienza. La risposta dell’editor del wiki può essere lenta. Ci possono essere dei motivi. Può essere che ci stiano lavorando altre persone, in questo caso la risposta è forzatamente lenta perché il sistema deve proteggersi per mantenere l’integrità dei dati – riprovate in un altro momento. Oppure potrebbe essere la vostra connessione ad essere lenta in quel momento, capita – anche in questo caso riprovate più tardi. In ogni caso, non sovraccaricate la vostra macchina: non tenete contemporaneamente dieci applicazioni aperte e magari anche il browser aperto su dieci siti. Tutto questo è un ottimo esercizio per imparare a usare correttamente la Macchina.

Come porre le domande

Questa sezione in realtà attiene al modo corretto di collaborare in una comunità online – discutere su come porre le domande insegna molto a riguardo. Estrapolo queste note dalle abitudini del mondo hacker. È un mondo duro, spiccatamente meritocratico, caratterizzato da una particolare e robusta etica, un culto ossessivo per la competenza e per la ricerca della soluzione intelligente. Non valgono i ruoli ma cosa sai fare e come lo offri. Lo stile di quanto segue può apparire un po’ ruvido. Un effetto voluto, proprio per dare un’idea di come funziona quel mondo ma anche perché queste regole sono molto sane.

Prima di porre la domanda

Qui siamo già in medias res, ma proprio in pieno: prima di domandare datti da fare! Niente irrita l’hacker –  sottoscritto incluso – come la domanda posta per avere una scorciatoia a buon mercato. L’hacker – sottoscritto incluso – aborre la furbizia.

  • Prima di chiedere studia bene il problema e sperimenta.
  • Se hai ricevuto delle spiegazioni, accertati di averle lette veramente bene prima di chiedere.
  • Se hai a disposizione un manuale, un help di qualche tipo, una lista di FAQ (Frequently Asked Questions), vai a leggere quel materiale. Esiste un acronimo famoso: RTFM (Read The Fucking Manual – leggi quel c…. di manuale) [2]
  • Se hai un amico che forse ne sa qualcosa chiedi a lui prima.
  • Cerca in rete – Google, Duckduckgo o altro motore di ricerca [3]. Usa una combinazione di parole chiave sintetica ma che contenga i concetti chiave del tuo problema.

Ponendo la domanda

Non usare l’email per farmi una domanda, a meno che non tu non abbia delle motivazioni private importanti [4]. Spieghiamo bene. Io rispondo a tutte le email, se non lo faccio o lo faccio in ritardo è per qualche grave impedimento o per errore. Se mi trovo a rispondere in ritardo o in seguito a un richiamo cerco di scusarmi, con chiunque – naturalmente può capitare di omettere o di sbagliare ma la regola è questa. Il fatto che una grande quantità di persone della mia generazione – e di quelle vicine – magari “di rango”, tratti le email come uno strumento da usare con sciatteria e arroganza è solo manifestazione di maleducazione e grave ignoranza delle regole elementari di un importante strumento di comunicazione.

Detto questo, se siamo nell’ambito di una comunità online – ma non solo – scrivere un’email per un problema tecnico vuol dire comunicare male, per i seguenti motivi:

  • il tuo problema vengo a saperlo solo io (insegnante) e invece potrebbe interessare altri che si trovino in condizioni analoghe
  • potrebbe rispondere qualcun altro prima e meglio di me – ci guadagniamo tutti
  • la riposta (mia o di altri) viene letta da tutti, anche quelli che magari hanno lo stesso problema
  • rinforzare lo schema di comunicazione a stella – l’insegnante al centro – è inefficiente – si allunga la coda di email da evadere e si rallenta il lavoro che l’insegnante può svolgere a beneficio di tutti

Fuori dai denti: ricevere un’email con una domanda che poteva essere posta alla comunità è irritante.

Quando fai una domanda esponi compiutamente e minuziosamente il contesto. Il tempo di chi si impegna a rispondere a molti è prezioso perché è una risorsa scarsa. Quando le domande sono molte ci si deve adattare rapidamente a contesti molto diversi, se questi sono addirittura nebulosi il compito diviene frustrante e le probabilità di rispondere utilmente crollano. Se  esponi diligentemente il contesto, mostrerai che ti stai impegnando seriamente, mi invoglierai a darti una mano e, nel contesto del corso, migliorerai sicuramente la valutazione che dovrò dare al tuo lavoro.

Le domande falle sotto forma di commenti a questo blog. Piazzale nel post che ti sembra più pertinente. Non temere che vada perso: anche se il post è stato pubblicato molto tempo fa, i commenti li vedo tutti, li leggo tutti e a tutti dedico una risposta, salvo errori. In questa maniera tutti vedono domande e risposte, il tempo va a maggior frutto, la conoscenza circola, potrebbe iniziarsi a vedere un qualche effetto di comunità. A titolo di esempio cito la domanda che aveva fatto Sandra a proposito dell’esercizio sulla compressione dei file.

Leggi cosa fanno gli altri, quali problemi hanno, cosa hanno risolto, cosa sanno già fare. Certo, è necessario che tutto ciò sia visibile. Ecco perché è necessario migliorare l’esposizione dell’attività di ciascuno di noi. In parte mediante i commenti a questo blog, in parte attraverso la pagina wiki che abbiamo appena istituito.

Se sai già qualcosa offrilo agli altri. Specialmente se ti accorgi che qualcun altro ne ha bisogno. Esempi: i blog di Flavia, Roberta e Lisia – ditemi se dimentico qualche altro blog, in tal caso aggiornerò subito queste righe. I blog sono un ottimo veicolo di comunicazione. Flavia, Roberta, Lisia e altri se lo portano in eredità dal laboratorio di due anni fa. A causa dell’impostazione che ho dovuto dare a questo corso, e anche a causa dei tempi contratti del semestre (ohimè) non c’è stato tempo di ridar vita alla pratica del blog e di ripassare le tecniche per seguire le fonti in Internet e i web feed (chi vuole le trova qui). Comunque, chi non ha un blog o un altro spazio personale dove pubblicare le proprie cose, può utilizzare la pagina wiki, che deve servire anche a questo.

Conclusione

La chiusura è un disvalore.


[1] A dire il vero se si va a leggere il D.M. 47 del 30/1/2013, accessibile nell’apposita pagina del MIUR e scaricabile anche in formato PDF, in materia Autovalutazione, Accreditamento Iniziale e Periodico delle Sedi e dei Corsi di Studio e Valutazione Periodica, con particolare riferimento ai Requisiti di Assicurazione della Qualità (Allegato C) per l’accreditamento periodico dei corsi di studio a distanza, si scoprono fatti molto interessanti, ma su questo torneremo in un altra occasione.

[2] Nelle comunità hacker non vige la maleducazione, anzi. È molto apprezzata la cortesia ma si è molto aggressivi con chi vuol risposte facili senza porre il proprio contributo alla comprensione dei problemi.

[3] Chi vuole sapere la differenza fra Google e Duckduckgo può andare a leggere questo post.

[4] Per esempio in passato mi è capitato il caso di una persona che faceva l’arbitro di calcio e doveva evitare l’esposizione in rete a causa della persecuzione da parte di tifosi incivili. Oppure quello in cui si doveva mantenere l’anonimato in rete per via del lavoro critico svolto da un famigliare.

PirateBox – circoli hacker – stampa 3D – circoli makers -riflessioni di uno studente – #loptis

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Ricevuto il primo lotto di 15 router TP-LINK TL-MR3020 da consegnare piratizzati agli arditi aspiranti sperimentatori, prima di continuare con tutto il resto, ivi compreso l’ordine di altri 15 router, mi accingo a provare l’installazione su un paio di essi – vedi mai che Murphy ci voglia mettere la coda…

Ce l’ha messa: le scatoline non si lasciano trasformare, né di diritto né di rovescio. Calma. È l’ora di rammentarsi delle raccomandazioni di un famoso hacker – ve lo farò conoscere – in merito al modo corretto di porre domande:

Prenditi tempo. Non aspettarti di risolvere un problema complicato con una ricerca di pochi secondi in Google. Leggi e cerca di capire le FAQ, siediti tranquillamente, rilassati e dedica del tempo a riflettere sul problema prima di interpellare gli esperti. Credimi, loro saranno in grado di capire dalle tue domande quanto ti sei impegnato nella lettura e nella riflessione, e ti aiuteranno più volentieri se sei preparato. Non sparare subito il tuo intero arsenale di domande solo perché la tua prima ricerca non ha dato nessun risultato (o troppi risultati).

Mi sono allora documentato intorno al problema…

Questo post è stato scritto con software libero e energia solare

Qualche parola per spiegare come mai sono improvvisamente sparito dal blog, dopo averlo curato quotidinamente, anche più volte al giorno, specialmente durante gli ultimi tre o quattro mesi.

Negli ultimi anni ho esplorato la nuvola insieme ai miei studenti. È importante rendersi conto dei cambiamenti. Se ti cresce un’enormità accanto, non puoi far finta di niente. La nuvola è una realtà pervasiva e globale, planetaria. L’impatto su tutti gli aspetti della società è dirompente. E se ti capita di insegnare informatica, non ha senso ignorare la nuvola, occorre conoscerla.

Continua a leggere …

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