Come rischiare la vita salvò una tesi — storia di un ricercatore birbone

Sono entrato all’università di Firenze nel ’74, come studente, e ne esco oggi. Inevitabile pensare all’inizio. La fisica mi piaceva e anche la fisica nucleare ma non la vita che vedevo fare ai miei professori. Anche perché pensavo di non essere abbastanza bravo per spendere la vita in un laboratorio, distante anni luce dalla vita delle persone fuori dell’università. Volevo sentirmi utile, in modo più diretto, ma ero molto confuso. Finché verso ventun anni scoprii che c’era una cosa che si chiama medicina nucleare. Dopo essermi informato un po’ pensai che in un ospedale avevo forse più possibilità di fare qualcosa che servisse a qualcuno.

Andai a chiedere la tesi. Mi proposero di progettare un apparecchio che serviva a misurare la quantità di sostanza radioattiva presente in un corpo contaminato: contatore della radioattività del corpo intero si chiamava, whole body counter (WBC) in gergo. L’idea era che poi l’officina meccanica e l’officina elettronica dell’istituto avrebbero realizzato l’apparecchio e io, a quel punto, avrei dovuto effettuare la valutazione delle prestazioni dell’apparecchio. Un buon progetto per una tesi sperimentale. Ero ancora al terzo anno (a quei tempi il corso durava quattro anni), il tempo c’era.

In teoria, perché in realtà il WBC non appariva. I tecnici delle officine parevano in altre faccende affaccendati e io mi ritrovavo solo un progetto sulla carta, peraltro abbastanza vago, in assenza di interlocutori. Ero in un vicolo cieco, abbastanza stufo e sempre più confuso. Mi capitò l’occasione di fare un viaggio in America. Partii mollando tutto e facendo infuriare il mio relatore.

Infatuato dalla lettura di Kerouac, attraversai il continente col Greyhound e una volta finito l’abbonamento per studenti, mi misi a fare l’autostop.

Due autostoppisti italiani sono rimasti coinvolti in un grave incidente dove un pickup guidato da un pregiudicato, R.S., evaso il giorno precedente dal Northern Nevada Correctional Center è uscito di strada ad alta velocità. Malgrado il fatto che il pickup, risultato rubato, abbia capottato più volte uscendo di strada, i tre occupanti se la sono cavata con ferite superficiali. Durante le operazioni di soccorso R.S., che si trovava alla guida, è fuggito scavalcando la recinzione dell’autostrada per raggiungere Bravo Farms, dove ha rubato un altro veicolo. Al termine di un rocambolesco inseguimento il soggetto è stato catturato e condotto presso la stazione di polizia di Sacramento.

Fresno Bee, gennaio 1978

Noi due, gli ingenui autostoppisti italiani, finimmo all’ospedale, dove fummo raccolti dal padre di un’amica che avevo conosciuto qualche anno prima. Paul e Françoise vivevano a Fresno e furono deliziosi. Ci rimisero in sesto facendoci partecipare alla vita della città. Paul insegnava francese alla California State University e delle volte mi portava con se. Lui faceva lezione e io vagavo nel campus. Scoprii così che le biblioteche dei campus americani sono dei luoghi meravigliosi per uno studente italiano del 1978. A quei tempi non c’era internet e la ricerca bibliografica comportava anche un considerevole impegno fisico. Spesso occorreva recarsi in altri istituti, anche in altre città. La biblioteca della CSU era sterminata ed era completamente accessibile! Potevo aggirarmi fra gli scaffali liberamente, prendere un libro e mettermi a leggere. Uno sballo. Quell’abbondanza mi incoraggiò a cercare qualcosa di utile per la mia tesi. Come cercare un ago nel pagliaio però, anzi peggio perchè non sapevo nemmeno come fosse fatto l’ago. Ma ebbi fortuna perché mi imbattei nel nome di un metodo di calcolo, sviluppato fra gli anni ’60 e ’70, che avevo solo sentito nominare ma del quale nessuno a Firenze aveva saputo dare dettagli, a parte una descrizione generica. Si trattava del metodo Montecarlo e consisteva nell’impiegare algoritmi in grado di generare numeri casuali — i cosiddetti numeri pseudocasuali. Con questi si potevano simulare le distribuzioni statistiche che governano innumerevoli fenomeni. Mi misi a leggere il libro e mi resi conto che con quel metodo avrei potuto fare una simulazione del fantomatico apparecchio, senza dover dipendere da altri. C’era un piccolo particolare: avrei dovuto usare un computer ma io sapevo a malapena cosa fosse un bit — gli studenti di fisica negli anni ’70 usavano il regolo calcolatore, il mondo digitale era riservato agli specialisti. Inoltre i computer erano una risorsa rara e assai costosa, alla portata di un dipartimento universitario, non certo di privati. Ci avrei pensato dopo, intanto era necessario ottenere una copia del libro e questo mi pareva già un grosso problema. Invece fu incredibilmente facile; malgrado il mio inglese, praticamente inesistente, fu semplice fotocopiare tutto il libro per pochi dollari. Bella l’America! — discorso che svilupperò in un’altra occasione.

A febbraio ero di nuovo a Firenze, con qualche cicatrice in più e un libro pazzesco che mi dava i superpoteri. Mi mancava però il potere di manovrare un computer. Lo studio del libro mi aveva consentito di afferrare alcuni aspetti fondamentali dei metodi di elaborazione digitale ma mi mancavano i dettagli. Per fortuna mi ero fatto la fama di essere un discreto risolutore di problemi e c’erano persone che, passando di lì, ne approfittavano per fermarsi nella mia stanza per chiedere magari una formula al volo. Per esempio una volta capitò un simpatico medico, che poi seppi essere un andrologo, con in mano un grappolo di ovetti gialli di varia dimensione. I miei amici, medici nucleari un po’ più grandi, l’avevano portato da me perché lui aveva il problema di conoscere il volume degli ovetti del… “pallometro”, dicevano loro. Sì perché quello era un metodo analogico usato dagli andrologi per valutare a tasto la dimensione dei testicoli! Il medico ebbe la sua formula al volo e io incrementai ulteriormente la fiducia di cui godevo, che non era scontata per un laureando, un po’ squinternato per giunta.

Fiducia della quale mi sono fortemente approfittato. D’altronde questa faccenda la volevo assolutamente chiudere, il mercato del lavoro attendeva là fuori. Trovai così un modo per accedere all’armadio grigio, quello che non apriva mai nessuno e che appariva quindi ancora più inaccessibile. Era l’armadio che conteneva i manuali dei preziosi computer HP1000, macchine da svariate centinaia di migliaia di euro che funzionavano in ambienti protetti, accessibili solo ai tecnici della manutenzione.  Tipi che si aggiravano in quelle stanze asettiche con fare sacerdotale e camici bianchi, inaccessibili essi si occupavano di macchine inaccessibili. A meno che non si disponesse dei manuali… che io divorai. Imparai così l’architettura dei computer e i linguaggi per manovrarli. E infine iniziai a infilarci dentro il mio software. Una cosa che si faceva a furia di scrivere istruzioni su schermi bianchi e neri. Mouse e interfacce grafiche erano ancora fantascienza.

Imparare l’architettura del computer era inevitabile a causa delle prestazioni limitate dei computer. Per noi erano supercomputer e a me pareva di essere alla Nasa ma erano computer che non arrivavano ancora ad eseguire un milione di istruzioni al secondo mentre i processori degli smartphone odierni ne masticano svariati miliardi al secondo. La velocità era un fattore critico perché occorreva simulare l’emissione di fotoni da parte del materiale contaminante dentro al corpo di una sorta di manichino virtuale, la direzione di emissione, le deflessioni da parte dei tessuti del corpo ecc. Perché i calcoli fossero affidabili accorreva accumulare un enorme numero di storie del genere. Per estrarre efficientemente i numeri casuali bisognava ricorrere a trucchi inerenti alla manipolazione dei bit che rappresentavano i numeri in gioco. Imparare l’architettura del computer era così inevitabile. Ma non bastava. Il processo era così lungo da richiedere giornate di lavoro. Come fare, considerato che quelle macchine dovevano soprattutto svolgere il lavoro di routine di acquisizione e elaborazione delle scintigrafie? Trasformando il giorno nella notte. Qui tornò utile la fiducia conquistata a furia di risolvere problemi. Fiducia che mi consentiva di entrare e uscire dall’istituto a tutte le ore. La sera dopo cena installavo il mio software su tutti i computer dell’istituto, uno il più potente, nella stanza delle elaborazioni, dove i medici facevano i referti, e quattro nelle stanze delle acquisizioni, dove si facevano gli esami dei pazienti, e facevo partire le simulazioni su tutte le macchine. La mattina, all’alba, raccoglievo e riunivo tutti risultati, rimettendo tutto in ordine. Disponevo così di un computer parallelo ante litteram — su un vero computer parallelo, al Cineca, ci ho lavorato negli anni ’90 ma questa è un’altra storia. Come essere al luna park avendo trovato il sistema di giocare gratis! Ma anche una birbonata. Pochi sapevano cosa stessi facendo e pochissimi erano in grado di rendersi conto che mi stavo anche prendendo dei rischi. Ma quei pochissimi mi dettero fiducia: sono loro assai grato. E forse i tempi erano diversi (belli!). Sarebbe possibile una cosa simile oggi? Forse no.

Tutto questo mi consentì di creare una sorta di uomo digitale virtuale, nel quale potevo simulare la presenza di radioattività e il conseguente conteggio radioattivo del contatore che non c’era ma era così solo immaginato. La tesi diventò teorica, quel WBC non vide mai la luce ma io mi ci laureai lo stesso a dicembre del ’78, come desideravo.

È così che sono entrato all’università, in modo decisamente non lineare, per così dire, “uscendo dalla scatola” (thinking out of the box) e, devo ammettere, con qualche birbonata, a fin di bene ma innegabilmente birbonata. Ed è onesto dire che non ho mai smesso. Molto tempo dopo ho scoperto che proprio in quegli anni iniziavano ad operare i primi hacker, dall’altra parte dell’oceano.Quelli che smontavano a rimontavano il sistema di controllo di un impianto di modellismo ferroviario presso il MIT, oltre ai software dei supercomputer — il termine hacking è nato lì. E che negli stessi anni, lottando per terminare la tesi, io agivo con le stesse modalità. Incosapevolmente condividevo la stessa psicologia di quei ricercatori di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. Chissà, l’atmosfera sociale o qualcosa del genere. Il fatto è che in realtà non ho mai smesso — Stai attento alle fughe in avanti, Formiconi — mi disse un collega anziano. Invece quasi solo di fughe ho vissuto. Se dovessi, al Giudizio Universale, dichiarare la mia natura dichiarerei quella di hacker, non di professore, ma questo lo racconterò meglio in altre puntate.

1 commento su “Come rischiare la vita salvò una tesi — storia di un ricercatore birbone”

  1. Già, le fughe in avanti… Ricordo che da laureando in Psicologia quasi litigai con un docente di statistica che si era prestato ad aiutarmi per delle equazioni per me inaccessibili. Il motivo? Avevo deciso di usare il range di attendibilità della correlazione tra due campioni come indicatore di affidabilità della risposta di un sistema esperto: livello di certezza lo chiamavo, e lui si è incazzato perché non era quella la sua funzione… Alla fine ho dovuto arrangiarmi

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