La chiusura è un disvalore

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Questo post contiene precise indicazioni per gli studenti della classe di editing multimediale #edmu14 ma il contenuto è valido per tutti, in particolare le note che riguardano la partecipazione alle comunità online.


 

La prima edizione delle Wikinomics è apparsa nel 2007. In quel libro Don Tapscott e Anthony D. Williams enunciarono i principi della Wikinomics:

  1. Being open – Avere mentalità aperta
  2. Peering – Valorizzare la collaborazione fra pari
  3. Sharing – Condividere
  4. Acting Globally – Agire con mentalità globale

Tapscott e Williams enunciarono questi principi sulla base di una serie di fenomeni di collaborazione di massa che sono stati resi possibili dalla diffusione capillare di Internet nel mondo. Non sono tuttavia una novità assoluta questi principi. Si potevano già scorgere degli indizi nell’organizational learning di Argyris e Schön (anni ’70) e nella learning organization di Peter Senge (anni ’90) ma anche nelle parole di tanti altri autori, per esempio quelle di Richard Sennet nell’Uomo artigiano, a proposito delle comunità di software libero.

Non solo, ai principi della Wikinomics ne aggiungerei un quinto :

  1. Acting Ethically – Inquadrare l’azione in un solido contesto etico; cogliere i risvolti etici insiti nell’impiego di qualsiasi strumento.

I primi quattro principi hanno natura tecnica ma i formidabili problemi del mondo contemporaneo non possono essere risolti in una prospettiva meramente tecnica. Occorre pensare all’umano, alla qualità della vita e non solo alla quantità dei consumi o dei proventi, al numero di clienti o al numero di studenti. L’abuso di questa visione ha prodotto e produce innumerevoli disastri. Una visione distorta da mono-pensiero macroeconomico, dimentica che la Qualità deriva dalla cura ossessiva per i dettagli e che la Qualità è qualità dell’umano a tutto tondo, in tutta la sua complessità, materiale e non. Il quinto principio è ovviamente ancora più importante nel contesto educativo ma non se ne vedono quasi tracce, se non in forme didascaliche o comunque estremamente superficiali.

Nella vita di tutti i giorni arriva poco di tutto questo. Come se un maleficio le avesse condannate a un ritardo comunicativo di mezzo secolo, le istituzioni guardano il mondo come le stelle, che non vediamo come sono ma come furono, con cronico incolmabile ritardo.

L’ho presa larga quanto necessario e sinteticamente quanto basta (spero non troppo), per definire adeguatamente il contesto nel quale riconoscere che il corso di editing multimediale non va abbastanza bene.

Che nessuno si crucci. A livello individuale va bene, come nelle scorse edizioni dei corsi di editing multimediale e laboratorio informatico: una metà circa di persone che fanno un buon lavoro, alcune eccellente; nell’altra metà presenze più sporadiche, qualche fantasma. Ciò che manca è la dimensione corale. La ragione è precisa e riguarda il sottoscritto. Per alcuni motivi sui quali ora non mi dilungo, quest’anno ho dovuto fare qualche concessione ad uno schema po’ più convenzionale, da un lato rinunciando a creare quella che chiamavamo blogoclasse, sorta di comunità di pratica online, dall’altro cercando di utilizzare un po’ di più la piattaforma istituzionale. Non è stato un buon affare: l’informazione non circola, il totale eguaglia meramente la somma delle parti. Non è che manchi comunicazione, solo che questa è ridotta alla forma canonica scolastica, di tipo a stella, con l’insegnante al centro. Intendiamoci, ciò che sta accadendo va benissimo ai fini dei parametri di qualità previsti istituzionalmente [1], tuttavia non va bene ai fini della qualità che mi prefiggo di raggiungere – forse non riuscendovi mai, ma questa volta meno delle altre.

Tentiamo allora di dare una sterzata, abbiamo ancora un mese e può valerne la pena. Consideriamo due aspetti: in primo luogo “allarghiamo” la piattaforma, poi discutiamo il modo corretto di prendere parte a una comunità online, concentrandoci su come porre utilmente le domande .

La piattaforma

Fortunatamente abbiamo la nostra tutor, Lucia, che con certosina pazienza organizza in piattaforma le tracce delle attività. Un lavoro benemerito che deve continuare, perché il regolamento didattico prevede che in piattaforma qualcosa rimanga – del sottoscritto non ci sarebbe da fidarsi.

In passato ho usato molto varie piattaforme didattiche, soprattutto Atutor e Moodle. Le ho configurate e usate per vari anni, con centinaia di studenti. Poi ho smesso, non trovandovi un valore aggiunto che ragionevolmente compensasse i troppi limiti che impongono. Quello che si può realizzare con queste piattaforme si può realizzare anche con una varietà di strumenti che sono disponibili nell’ecosistema di Internet e con un vasto armamentario di software liberamente disponibile, soprattutto per un insegnante che impieghi proficuamente un sistema Unix (Linux), come il sottoscritto. Anzi, lavorando “all’aperto” si hanno formidabili vantaggi che le piattaforme, in quanto chiuse invece negano: si allarga la partecipazione ad altre persone e altre fasce di utenza che possono facilmente apportare idee e stimoli, si trovano collaborazioni insperate, si attua una sorta di marketing intrinseco – un marketing non vociato ma fattuale, basato sulla qualità effettiva: non ti prometto ma ti mostro, e ti aggreghi solo se trovi che noi ti si possa dare qualcosa di utile.

Non se ne abbiano i valorosi amici – se leggono queste righe – che alla nostra piattaforma lavorano con competenza e puntualità. Il problema sta nella natura dello strumento che è inadeguato per una didattica che guardi al futuro. Si tratta di strumenti concepiti per esser chiusi e tendenzialmente organizzati in una struttura gerarchica dominata da categorie prefissate, spesso banali e quindi inutili: stanze, cartelle, sottocartelle ecc. Nello specifico, partendo dal login, può capitare di dover cliccare 8 volte prima di raggiungere l’elaborato di uno studente, annidato nella sua specifica categoria – un workflow insensato. Ripeto, non è questione di criticare chi ci sta lavorando ma di constatare che si tratta di strumenti datati che impediscono una sperimentazione di sufficiente respiro.

Propongo quindi quanto segue. Continuiamo a deporre le tracce delle attività, così come state facendo, con la solerte cura di Lucia. Facciamolo però in parallelo anche in un ambiente aperto, specificamente in un wiki, uno di quelli più utilizzati a fini formativi in tutto il mondo. I vantaggi rilevanti sono due: i vostri lavori diventano accessibili a tutta l’Internet e in secondo luogo sono molto più facilmente raggiungibili da chi, come il sottoscritto, può avere necessità di doverli revisionare reiterate volte. Con un ulteriore valore aggiunto: voi fate ulteriore pratica di editing in un wiki e questo è un ottimo ingrediente per un corso di editing multimediale.

In questo link trovate la pagina, comprese istruzioni di vario tipo per editarla. Vi arriverà presto un invito a partecipare al wiki. Ognuno dovrà intervenire sul proprio spazio. Se si tratta di un file ODT (o altro) caricandolo e ponendovi un link, se si tratta di un video in rete facendone l’embedding. All’inizio ho fatto due esempi, caricando l’ultimo lavoro di Flavia (che ho scaricato dalla piattaforma) e linkando il video sottotitolato da Sandra. Ci potete mettere tutto quello che volete nel vostro spazio. Alcuni di voi mi avevano chiesto se potevano proporre dei tutorial che avevano già fatto in passato: certamente sì. Ancora: alcuni di voi hanno un blog dove scrivono contributi, esercizi e riflessioni sulle attività che stiamo facendo: ottimo, continuate così, vi chiedo solo di mettere nella pagina wiki dei link ai post che andate scrivendo.

Per intervenire in un documento a più mani su un wiki occorrono attenzione, riflessione, pazienza. La risposta dell’editor del wiki può essere lenta. Ci possono essere dei motivi. Può essere che ci stiano lavorando altre persone, in questo caso la risposta è forzatamente lenta perché il sistema deve proteggersi per mantenere l’integrità dei dati – riprovate in un altro momento. Oppure potrebbe essere la vostra connessione ad essere lenta in quel momento, capita – anche in questo caso riprovate più tardi. In ogni caso, non sovraccaricate la vostra macchina: non tenete contemporaneamente dieci applicazioni aperte e magari anche il browser aperto su dieci siti. Tutto questo è un ottimo esercizio per imparare a usare correttamente la Macchina.

Come porre le domande

Questa sezione in realtà attiene al modo corretto di collaborare in una comunità online – discutere su come porre le domande insegna molto a riguardo. Estrapolo queste note dalle abitudini del mondo hacker. È un mondo duro, spiccatamente meritocratico, caratterizzato da una particolare e robusta etica, un culto ossessivo per la competenza e per la ricerca della soluzione intelligente. Non valgono i ruoli ma cosa sai fare e come lo offri. Lo stile di quanto segue può apparire un po’ ruvido. Un effetto voluto, proprio per dare un’idea di come funziona quel mondo ma anche perché queste regole sono molto sane.

Prima di porre la domanda

Qui siamo già in medias res, ma proprio in pieno: prima di domandare datti da fare! Niente irrita l’hacker –  sottoscritto incluso – come la domanda posta per avere una scorciatoia a buon mercato. L’hacker – sottoscritto incluso – aborre la furbizia.

  • Prima di chiedere studia bene il problema e sperimenta.
  • Se hai ricevuto delle spiegazioni, accertati di averle lette veramente bene prima di chiedere.
  • Se hai a disposizione un manuale, un help di qualche tipo, una lista di FAQ (Frequently Asked Questions), vai a leggere quel materiale. Esiste un acronimo famoso: RTFM (Read The Fucking Manual – leggi quel c…. di manuale) [2]
  • Se hai un amico che forse ne sa qualcosa chiedi a lui prima.
  • Cerca in rete – Google, Duckduckgo o altro motore di ricerca [3]. Usa una combinazione di parole chiave sintetica ma che contenga i concetti chiave del tuo problema.

Ponendo la domanda

Non usare l’email per farmi una domanda, a meno che non tu non abbia delle motivazioni private importanti [4]. Spieghiamo bene. Io rispondo a tutte le email, se non lo faccio o lo faccio in ritardo è per qualche grave impedimento o per errore. Se mi trovo a rispondere in ritardo o in seguito a un richiamo cerco di scusarmi, con chiunque – naturalmente può capitare di omettere o di sbagliare ma la regola è questa. Il fatto che una grande quantità di persone della mia generazione – e di quelle vicine – magari “di rango”, tratti le email come uno strumento da usare con sciatteria e arroganza è solo manifestazione di maleducazione e grave ignoranza delle regole elementari di un importante strumento di comunicazione.

Detto questo, se siamo nell’ambito di una comunità online – ma non solo – scrivere un’email per un problema tecnico vuol dire comunicare male, per i seguenti motivi:

  • il tuo problema vengo a saperlo solo io (insegnante) e invece potrebbe interessare altri che si trovino in condizioni analoghe
  • potrebbe rispondere qualcun altro prima e meglio di me – ci guadagniamo tutti
  • la riposta (mia o di altri) viene letta da tutti, anche quelli che magari hanno lo stesso problema
  • rinforzare lo schema di comunicazione a stella – l’insegnante al centro – è inefficiente – si allunga la coda di email da evadere e si rallenta il lavoro che l’insegnante può svolgere a beneficio di tutti

Fuori dai denti: ricevere un’email con una domanda che poteva essere posta alla comunità è irritante.

Quando fai una domanda esponi compiutamente e minuziosamente il contesto. Il tempo di chi si impegna a rispondere a molti è prezioso perché è una risorsa scarsa. Quando le domande sono molte ci si deve adattare rapidamente a contesti molto diversi, se questi sono addirittura nebulosi il compito diviene frustrante e le probabilità di rispondere utilmente crollano. Se  esponi diligentemente il contesto, mostrerai che ti stai impegnando seriamente, mi invoglierai a darti una mano e, nel contesto del corso, migliorerai sicuramente la valutazione che dovrò dare al tuo lavoro.

Le domande falle sotto forma di commenti a questo blog. Piazzale nel post che ti sembra più pertinente. Non temere che vada perso: anche se il post è stato pubblicato molto tempo fa, i commenti li vedo tutti, li leggo tutti e a tutti dedico una risposta, salvo errori. In questa maniera tutti vedono domande e risposte, il tempo va a maggior frutto, la conoscenza circola, potrebbe iniziarsi a vedere un qualche effetto di comunità. A titolo di esempio cito la domanda che aveva fatto Sandra a proposito dell’esercizio sulla compressione dei file.

Leggi cosa fanno gli altri, quali problemi hanno, cosa hanno risolto, cosa sanno già fare. Certo, è necessario che tutto ciò sia visibile. Ecco perché è necessario migliorare l’esposizione dell’attività di ciascuno di noi. In parte mediante i commenti a questo blog, in parte attraverso la pagina wiki che abbiamo appena istituito.

Se sai già qualcosa offrilo agli altri. Specialmente se ti accorgi che qualcun altro ne ha bisogno. Esempi: i blog di Flavia, Roberta e Lisia – ditemi se dimentico qualche altro blog, in tal caso aggiornerò subito queste righe. I blog sono un ottimo veicolo di comunicazione. Flavia, Roberta, Lisia e altri se lo portano in eredità dal laboratorio di due anni fa. A causa dell’impostazione che ho dovuto dare a questo corso, e anche a causa dei tempi contratti del semestre (ohimè) non c’è stato tempo di ridar vita alla pratica del blog e di ripassare le tecniche per seguire le fonti in Internet e i web feed (chi vuole le trova qui). Comunque, chi non ha un blog o un altro spazio personale dove pubblicare le proprie cose, può utilizzare la pagina wiki, che deve servire anche a questo.

Conclusione

La chiusura è un disvalore.


[1] A dire il vero se si va a leggere il D.M. 47 del 30/1/2013, accessibile nell’apposita pagina del MIUR e scaricabile anche in formato PDF, in materia Autovalutazione, Accreditamento Iniziale e Periodico delle Sedi e dei Corsi di Studio e Valutazione Periodica, con particolare riferimento ai Requisiti di Assicurazione della Qualità (Allegato C) per l’accreditamento periodico dei corsi di studio a distanza, si scoprono fatti molto interessanti, ma su questo torneremo in un altra occasione.

[2] Nelle comunità hacker non vige la maleducazione, anzi. È molto apprezzata la cortesia ma si è molto aggressivi con chi vuol risposte facili senza porre il proprio contributo alla comprensione dei problemi.

[3] Chi vuole sapere la differenza fra Google e Duckduckgo può andare a leggere questo post.

[4] Per esempio in passato mi è capitato il caso di una persona che faceva l’arbitro di calcio e doveva evitare l’esposizione in rete a causa della persecuzione da parte di tifosi incivili. Oppure quello in cui si doveva mantenere l’anonimato in rete per via del lavoro critico svolto da un famigliare.

47 thoughts on “La chiusura è un disvalore

  1. Lisa ha detto:

    E’ buffo leggere questo post e questi commenti con nove mesi di distanza e capire come cert contenuti siano senz aspazio e senza tempo…il temp passa e le riflessioni sui vaori della condivisione sono sempre attuali. Purtroppo tutti i post che sto leggendo da stamani riconducono ad un unico problema: il progresso tecnologico non è supportato da un’educazione civile da non far coincidere con quella che le indicazioni nazionali per la scuola propinano come “educazione alla cittadinanza”. In questo ultimo caso ci si limita a predicare il rispetto per la legge che, intendiamoci, non è certo da demonizzare ma quando si fa coincidere con sudditanza nei confronti della legislatura c’è il rischio di promuovere una deresponasbilizzazione e un atteggiamento di passiva presenza. Altra cosa è incoraggiare un pensiero critico e divergente che possa mettere in discussione ciò che viene proosto/imposto e allora sappia essere protagonista anche di vere rivoluzioni. Il percorso che linf12 ha fatto in questi due anni hanno fatto in modo che ciascuno di noi si senta oggi libero di contribuire secondo i propri tempi, i propri modi e le proprie esigenze certi di vivere in assenza di giudizio. Non parlo del riconoscimento e della necessità di una valutazione ma di un giudizio che frena, che limita, che impedisce la libera partecipazione, di quell’atteggiamento che promuove o nega un atteggiamento di fiducia nei confronti dell’altro e dell’altra. Ogni qualvolta leggo un post di Andreas e i successivi commenti i pensieri intasano la mente e fremono per uscire senza tener conto di cronologie e gerarchie e questo può originare commenti “fuori tema” ma sono certa che capirete il mio intervento e che ciascuno potrà prenderne quello che ritiene più utile…buon fine anno (visto che siamo ormai ad ottobre)!!! Io continuo il mio giro tra i post…

  2. Flavia ha detto:

    Da un po’ di giorni il mio aggregatore Bloglines non funziona più! Mi piacerebbe sapere se la cosa succede anche ad altri che lo utilizzano per cercare di capire cosa fare.
    Grazie

  3. silviamorini ha detto:

    UN DUBBIO
    Quando preparo un abstract, non so mai se scrivere internet o Internet.
    Ho cercato su vari siti, ho trovato risposte discordanti. Una è questa:

    I nomi dei programmi sono nomi propri, quelli dei documenti sono nomi comuni. Diremo, nel primo caso, Word o Photoshop (in corsivo), nel secondo caso documento in formato pdf o doc (in tondo).
    La parola Internet sarà scritta in maiuscolo perché va considerata come nome composto che ha una forte parentela con le sigle.

    Maria Gulino

    M. G. si interessa attivamente di Letteratura, Musica e Religione. Esperta di editing, collabora con varie riviste culturali, tra cui http://www.scriptamanent.net e Rnotes.

    (direfarescrivere, anno II, n. 6, luglio 2006)

    e pensare che io ho sempre scritto internet con la lettera minuscola….
    E voi?

    1. Andreas ha detto:

      Anch’io scrivo Internet. Mi pare che prevalga la versione con la maiuscola. Vedo anche che in questa discussione sul genere di Internet che è apparsa nel sito dell’Accademia della Crusca, la si considera un nome proprio.

      Per quanto riguarda i nomi dei documenti invece, io tendo ad usare il maiuscolo su tutte le lettere perché molto spesso si tratta di acronimi: Portable Document Format, Joint Photographic (Experts) Group, Moving Picture Experts Group Layer-3 Audio ecc.

      Ho anche un motivo didattico per quest’ultima scelta: voglio che le persone diventino maggiormente consapevoli di quello che usano. Questi nomi dei vari tipi di file, sono di fatto le estensioni dei nomi dei file, ed è bene essere consapevoli del tipo di contenuto di un file. Il maiuscolo mi aiuta ad enfatizzare questo concetto.

      1. Claude Almansi ha detto:

        Ma l’internet non è un programma, è un mezzo di comunicazione, come la ferrovia, l’autostrada, il fax, il telex, il telefono: quindi lo scrivo sempre con la minuscola, e con l’articolo: in barba alla Crusca e alla signora Gulino citata da Silvia.

        Comunque, una signora che sbatte la maiuscola a nomi comuni solo perché sono quelli dei suoi interessi – “… Letteratura, Musica e Religione…” – secondo me non fa fede. Vedi il pezzo sull’abuso delle maiuscole di Manlio Cammarata:

        …Quando non è all’inizio di un periodo, la maiuscola dovrebbe avere il senso di alzarsi in piedi quando entra una persona di riguardo. Di conseguenza l’abuso delle maiuscole rende l’idea di una specie di “ola” da stadio, che a una certa età si rivela faticosa. …

        Per il web invece uso la minuscola in italiano e in francese, perché nelle lingue straniere si usa solo nel senso di www, ma in inglese metto la maiuscola, perché altrimenti si potrebbe far confusione con altri tipi di web (trame / tele…).

        Invece concordo con te, Andreas, sugli acronimi in maiuscole dei tipi di file; e per assimilazione, anche per i tipi di file che non sono acronimi: un file DOC o TXT.

        Che belle queste discussioni su dettagli – sarebbero piaciute al grammatico francese Vaugelas, che avrebbe detto morendo: “Je m’en vais ou je m’en vas, car l’un ou l’autre se dit ou se disent.”

  4. fedepintus ha detto:

    Ciao a tutti.
    Ieri sera, finalmente, si è riattivata la piattaforma IUL.
    Durante lo stand by sono circolate email con diverse considerazioni e proposte, tra cui quella di mettere a disposizione gli mp3 delle lezioni.
    Ho fatto un esperimento con la prima lezione di storia della filosofia: ho registrato la lezione con Audacity e lo caricata in dropbox, dopodiché ho postato il link sul mio blog a questo indirizzo:
    https://effepintus.wordpress.com/audiolezioni-iul/
    Si tratta di un esperimento, pertanto attendo suggerimenti per eventuali miglioramenti.
    Nei prossimi giorni cercherò di creare e caricare gli mp3 delle altre lezioni. Se qualcuno ci vuol provare, nella medesima paginapotete scaricare un semplice tutorial per imparare a convertire le lezioni con Audacity.
    Buon divertimento

    1. Andreas ha detto:

      Grazie!
      Questo è veramente un ottimo lavoro. Lo riprendo e lo integro nel post che sto giusto scrivendo a conclusione delle attività audio.
      Ricorda di porre questi link anche nel tuo spazio all’interno del wiki.

  5. bellipaola ha detto:

    Buon anno a tutti!Grazie per il contributo e le chiarificazioni sulla modalità di lavoro. Ho dato una sbirciatina al wiki e questo ha dato un primo contributo alla sterzata…mi ha ravvivata…in effetti ci si sente più “vicini” e partecipi del percorso…non so se riesco a comunicare il mio pensiero…comunque provo ad inserire i miei lavori. Sto perdendo la testa con GIMP2…ma forse perché mi sono messa in testa di far un fotomontaggio che non ho ben capito neanche se è possibile…comunque sto provando…è il bello del gioco…giusto!
    grazie
    Paola

  6. Alessandro ha detto:

    Anni , secoli , periodi storici , ere finiscono e hanno inizio …a volte arbitrariamente a volte naturalmente … portando con loro qualcosa del vecchio e qualche germe che si sviluppa in nicchie ecologiche …le avanguardie….è il divenire … ! Buon Anno al vecchio e Buon Anno al nuovo !!! Magari assieme nel confronto troveranno i loro limiti e svilupperanno le loro potenzialità ! Concordo pienamente sui principi esposti nel post anche se, come per i citati mooc , le buone intenzioni a volte si scontrano con limiti di ogni genere e natura e non portano ai risultati attesi , Comunque mai smettere di cercare o di mettersi in gioco. Personalmente ho trovato stimolante l’attività proposta e la sua guida … non so quanto io al converso possa essere stato stimolante …ma riconosco i miei limiti e non cerco alibi . Qundi proverò con il wiki che da anni non “frequento” , CUS

  7. silviamorini ha detto:

    Buon anno a tutti!
    E’ vero che la chiusura è un disvalore ma, come new entry, posso dire che non penso che questo gruppo corra questo rischio. La modalità di organizzazione ( possibilità di accedere alle cartelle degli altri e mettere in comune proprie attività, possibilità di intervenire quando l’aula è aperta, possibilità di postare comments) e la partecipazione collaborativa dei colleghi, mi ha dato una impressione di apertura. Ho verificato anche di persona la disponibilità all’aiuto reciproco. Ho impiegato un po’ di tempo per capire questa modalità di interazione, ma ciò soprattutto per mancanza di esperienza nell’accesso e nella partecipazione ai blog. Certo, se personalmente facessimo più esperimenti e svolgessimo più attività avremmo più materiale da scambiare, domande da porre e suggerimenti da dare, ma a volte ci facciamo prendere da impegni e scadenze scolastiche e quindi la nostra partecipazione è ridotta. In un’ottica di condivisione l’idea di un wiki mi sembra ottima, cercherò di portare il mio modesto contributo.
    Silvia

        1. Lisia ha detto:

          La primavera è ancora lontana, ma l’immagine mi piace lo stesso…torno a combattere la mia personalissima battaglia contro Tinkercad.

          A domani

  8. luciab ha detto:

    Bello, bellissimo questo “discorso presidenziale” di fine anno! Pieno di contenuti importantissimi. Il lavoro di diffusione di questi principi è lungo, faticoso, circondato dalle più strenue resistenze e tragicamente buffe miopie, ma bisogna andare avanti per preparare nuove generazioni aperte (appunto), collaborative, con un forte senso di comunità. Etica del vivere insieme, dunque. Pensando in grande e curando il piccolo.
    Sento questo messaggio in modo molto profondo.
    Tanti auguri con molto molto affetto, caro prof

  9. Claude Almansi ha detto:

    Buon anno e grazie per i proficui spunti di riflessione a tutti!

    Anch’io sono felicissima dell’apertura di EDMU14 sul wiki pubblico. Non solo perché come cyberturista, non posso accedere alla piattaforma ufficiale chiusa: i cyberturisti, secondo me, devono essere grati di ciò che viene loro offerti e basta. Però era da un po’ di tempo che mi chiedevo come, per i partecipanti legittimamente registrati e per te, Andreas, questa soluzione semi-chiusa era vissuta. Un po’ come essere seduti tra due sedie di altezze diverse, no? Poi ti vengono i crampi nel resto della schiena.

    E adesso ho potuto leggere l’interessante testo di Flavia sul suo uso di Gimp in classe, scaricabile dalla pagina Wiki, con illustrazioni funzionali. E mi rallegro di leggere anche gli altri che vi metterete.

    Condivido anche quanto scrive Lisia di #linf12. Sarà una sigla, però sta per un’esperienza stupenda in sé, e anche per il suo effetto a cascata che ho potuto notare osservando la vostra prima attività sul podcast audio.

    Quanto alla chiusura di tanti “MOOC” attuali rilevata da Costantino e Andreas: è un’assurdità visto che la prima O sta per Open, Aperto. Vedi MOOCs are closed platforms… and probably doomed (I MOOC sono piattaforme chiuse … e sono probabilmente condannati) di David Lemire, 24 dicembre 2014, compresi i commenti.

    Vedi anche il tentativo di Paul-Olivier Dehaene dell’Università di Zurigo di usare la piattaforma chiusissima di Coursera per farne capire gli effetti perversi agli iscritti … e di farli uscire dalla piattaforma, nascondendone i forum di discussione. Il tentativo è parzialmente fallito nel senso che gli iscritti, benché un’azione del genere fosse stata preannunciata da Dehaene, sono andati a lagnarsi presso Coursera e l’università di Zurigo, anziché riflettere. Però George Siemens ha rilanciato la discussione sulle problematiche sollevate da Dehaene con il suo post Congrats to Paul-Olivier Dehaye: MassiveTeaching (9 luglio 2014).

    Caso particolare degli effetti perversi di questa chiusura: l’internazionalizzazione dei “MOOC” di Coursera, ma sarebbe troppo lungo per questo commento descriverne i problemi (sto facendo alcuni post in inglese taggati coursera in merito).

    1. Andreas ha detto:

      Crampi alla schiena, sì, poi mal di testa…

      Ecco una traduzione del post di David Lemire. Si riferisce al contesto nordamericano ma secondo me i concetti base valgono egualmente per noi. Se c’è da migliorare la traduzione intervenite senza pietà…

      I MOOC sono piattaforme chiuse… e probabilmente destinate al fallimento

      Da tutte le parti ci sono università che lanciano MOOC (Massive open online courses). Coloro che non lo fanno “non sono al passo con i tempi”.

      Non vi fate ingannare da quello che dicono gli esperti di MOOC. Non si rendono conto di ciò che stanno facendo.

      Iniziamo dal fatto che non capiscono nemmeno cosa sia un MOOC, o di quello che dovrebbe essere. I MOOC dovrebbero essere piattaforme aperte. C’è scritto nel nome. I MOOC originari di Downes erano infatti aperti. Invece i MOOC che di fatto vengono pubblicati dalle università sono piattaforme chiuse, secondo la definizione di Wikipedia:

      Una piattaforma chiusa è un sistema software dove il gestore detiene il controllo delle applicazioni, dei contenuti e dei media, e restringe l’accesso libero a applicazioni e contenuti che non siano approvati. In contrasto con le piattaforme aperte, nelle quali gli utenti hanno libero accesso a applicazioni, contenuti e altre risorse.

      Il significato della parola “aperto” è stato stravolto al di là del ragionevole ma facciamo chiarezza: Facebook non è una piattaforma aperta. È pubblica, certo, nel senso che chiunque può aggregarsi… ma è una piattaforma chiusa. Il contenuto è sotto chiave. Se i motori di ricerca non possono indicizzare i contenuti, allora è chiusa. Semplice. Se il vostro corso prevede che i prossimi studenti si debbano “registrare” per accedere ai contenuti, allora non è un corso aperto. Può essere che sia un corso online, può essere addirittura di massa, ma non è aperto.

      Non c’è niente di male con le piattaforme chiuse. I filosofi greci ci campavano con le lezioni a pagamento. Ma la maggior parte delle attuali univeristà sono molto aperte, al contrario. È del tutto probabile che io mi possa presentare in una classe della maggior parte dei college in Nord America per frequentare le lezioni, liberamente. Non devo dare un’email e una password. Se in classe c’è posto, mi ci posso intrufolare. Nessuno ci farà caso. Com’è possibile? Ci siamo resi conto che è dura vendere lezioni. Ai tempi dei greci era differente perché il materiale scritto era limitato… ma noi viviamo in un’epoca nella quale Amazon ti recapita a casa un testo su qualsiasi argomento entro 48 ore. In questa situazione è molto meglio vendere diplomi e lauree. A differenza delle lezioni, questi ultimi hanno un valore economico tangibile per gli studenti.

      Quello che i college non fanno è di guadagnare sui contenuti. Nel presente stato delle cose, potete tranquillamente ordinare tutti i testi che vi servono in Amazon. Potete partecipare a gruppi di discussione su tali testi. Vi potete intrufolare nelle lezioni o trovarne a volontà online. I contenuti dei corsi hanno semplicemente poco valore.

      Non mi credete? Fate questo esperimento. Prendete un corso a frequenza facoltativa, nel quale se gli studenti superano l’esame ricevono i crediti ma devono pagare 20$ per ogni ora di lezione che decidono di frequentare. Sapete cosa succederà? Oltre all’insegnante non si presenterà nessuno. Come faccio a saperlo? Perché una volta che si sono iscritti, la maggior parte degli studenti non si presentano mai in classe, a meno che la frequenza non sia obbligatoria. E perché uno dovrebbe pensare che nel caso di lezioni online preregistrate dovrebbe essere diverso?

      Probabilmente è più difficile campare vendendo lezioni che facendo il giornalista, e oggi è quasi impossiile vivere facendo solo il giornalista. Il volume di ottimo materiale liberamente disponibile è semplicemente troppo grande.

      Le università che cercano di mettere i contenuti sotto chiave – figuriamoci i MOOC – mostrano di avere le idee confuse del loro business.

      1. Claude Almansi ha detto:

        Grazie per la traduzione, Andreas.

        A proposito di “…In questa situazione è molto meglio vendere diplomi e lauree. A differenza delle lezioni, questi ultimi hanno un valore economico tangibile per gli studenti. …”
        Era vero per il certificato #loptis13 riconosciuto dalla IUL che valeva come credito. Invece non sembra tanto per i “certificati verificati” di Coursera, per i quali gli impetranti devono accettare di consentire ad essa di registrare il loro modo di battere sulla tastiera e di sorvegliarli tramite webcam. Ci sono diverse professioni dove questa disponibilità a barattare dati personali per un diploma potrebbe non essere gradita.

        Volevo anche ringraziare Sandra per i sottotitoli italiani al tutorial su Thingiverse. Per caso, sto corrispondendo con una giovane infermiera filipina che è da poco coordinatrice per la traduzione in filipino dei sottotitoli Coursera: una vera miniera di idee e di iniziative. E adesso ha deciso di imparare l’italiano. Prima mi ha chiesto un parere sulle grammatiche online, poi le avevo anche suggerito di utilizzare le trascrizioni interattive generate da sottotitoli, per esercitarsi a ripetere quel che viene detto nel video.

        Da qui, Sandra, la copia “metadata: geo” dei tuoi sottotitoli, dove ho cercato di lievemente aumentare le pause tra sottotitoli in vista di quell’esercizio – e la pista inglese, se le sfugge qualche parola mentre ripete. Spero tu sia d’accordo?

  10. soudaz ha detto:

    Io penso che certe idee sono rivoluzionarie se le si paragona alla scuola come viene intesa da tanti miei colleghi che pensano sempre a chiudersi e a chiudere classe, allievi, genitori in ambienti divisi.
    Penso che sia bella la strada tracciata da Andreas; avendo esperienza di qualche altro MOOC vedo che la chiusura all’interno del gruppo, della lezione, della verifica per avanzare sta proliferando più velocemente di quanto pensassi.
    Forse questa la ragione per cui dopo un po’ smetto di seguirli.

    Grazie, ciao, complimenti e buon 2015

  11. Flavia ha detto:

    La trovo un’ottima idea quella del wiki con i nostri “cassetti” personali che compongono il comò (nostalgia dei barattoli della marmellata 🙂 )
    Sicuramente è un modo per tener traccia dei vari interventi, indispensabile per chi non usa un aggregatore di feed RSS.
    Nell’attesa dell’invito a partecipare al wiki auguro a tutti i naviganti e non: – BUON ANNO NUOVO.

    1. Lisia ha detto:

      Carissimo professore, carissimi colleghi,

      oggi è una strana giornata, c’è un po’ di tristezza che serpeggia nell’aria, la mia aria, e si insinua nelle relazioni senza fare danni eclatanti, ma lasciando solchi difficili da colmare.

      Ho letto il post, due volte, mi è sembrato di leggere tra le righe una certa amarezza, lei professore scrive che la partecipazione esercitata al corso non corrisponde agli standard qualitativi che si prefigge, evidenzia la mancanza della dimensione corale e il lasciarsi trascinare un po’ pigramente dal flusso delle azioni di alcuni di noi più attivi di altri.

      Certo le sue osservazioni non sono rimproveri diretti a “tizio” o “caio”, mi è sembrato di intravedere che il rimprovero, ammesso che di ciò si possa parlare, lei lo voglia indirizzare solo a se stesso. È vero che la chiusura è un disvalore, molte delle sue osservazioni sono fortemente condivisibili, ma quanto è difficile costruire ed alimentare proficuamente la dimensione corale, straordinaria dimensione in cui il turbinio di idee e scoperte, diventano elementi di conoscenza per tutti. Lei professore con il suo modo di fare, di accogliere, di affrontare le problematiche che ognuno di noi esprime, lei ci riesce benissimo!

      Noi del corso oggi ci riconosciamo nella dimensione identitaria che abbiamo siglato #linf12, qual è il valore che ci appartiene? Mi permetto di dire che si tratta proprio del valore dell’apertura, ma anche della condivisione e dell’aiuto reciproco e per quanto mi riguarda anche il valore dell’imparare dall’altro, sì carissimo professore perché per imparare dagli altri bisogna saperlo fare è un’abilità che si costruisce, ritengo questa una delle forme più alte di apertura.
      Tutto ciò noi lo abbiamo imparato ad esercitare in questo luogo, dall’orto del laboratorio di informatica di due anni fa oggi spuntano delle belle piante, piante che hanno imparato tanto in termini di cose da fare, ma anche in termini comportamentali, nella consapevolezza di dover essere soggetti attivi e attenti.
      Noi oggi, o meglio io per lo meno, sono davvero un’altra persona rispetto alla Lisia di due anni fa davanti al pc, e, con questo mi scuso se mi permetto di interpretare anche il pensiero di molti colleghi, ma professore tutto questo le sembra poco? A me no e l’idea del Wiki è un ulteriore elemento di incontro, una vera e propria opportunità che ci offre, alla quale noi tutti risponderemo spero con sollecitudine.

      Buon anno professore, la saluto con affetto.
      Buon anno a linf12.
      Lisia

      1. Andreas ha detto:

        Grazie Lisia,

        è interessante come ad una sigla apparentemente fredda, come “linf12”, possa essere associato un simile carico affettivo. Spero che faccia riflettere molti… 🙂

        Tanti auguri!
        Andreas

      1. maupao ha detto:

        È il minimo per dei contenuti che spiegano così bene il valore della condivisione e dell’importanza della diffusione delle conoscenze. È una cultura che dobbiamo rafforzare e acquisire e ci vuole tempo, pazienza e riflessioni come le tue.

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