La scuola che cambia

Stavo per lasciare in bozza questo post perché ne volevo scrivere un altro entro stasera. Stavo per salvarlo dopo avere incollato il link ad un’affermazione di David Wiley che ha fatto un po’ il giro del mondo e che riporto più giù, quando dando un’occhiata alla posta trovo un’email di Nicola, uno studente di infermieristica, che mi segnala un articolo su Repubblica dove si cita proprio quell’affermazione di Wiley!

Allora lo riacciuffo e lo finisco. Del resto non è che voglia aggiungere molto, per ora, ma solo mettere insieme alcuni riferimenti che mi sono capitati tutti insieme sul tema di cosa sta per accadere alla scuola.

L’affermazione di Wiley, che per inciso è stato mio professore in un corso online sulla Open Education nell’autunno 2007,  è la seguente

If universities can’t find the will to innovate and adapt to changes in the world around them (what’s happening in the economy, affordability, the impacts of technology and openness, etc.)… universities will be irrelevant by 2020.

L’articolo segnalato da Nicola spiega bene il pensiero di Wiley quindi io non spendo ulteriori parole. Del resto chi bazzica questo blog e la blogoclasse di quest’anno sa che di parole in proposito ne ho già spese tante.

Voglio però segnalare un post di Letizia (studentessa IUL) dal quale estraggo il brano dove si riportano alcuni riferimenti interessanti attinenti a questo tema:

Man mano che passa il tempo la frontiera dei futurologi della scuola si sposta in avanti. Tuttoscuola in un convegno del novembre 2004 (Genova, Fiera ABCD), aveva cercato di immaginare la scuola futura ad una ragionevole distanza di anni, ponendo un interrogativo: “2015: fine della scuola?” e prefigurando una possibile evoluzione in direzione dell’homeschooling, di forme di apprendimento individuale realizzate in tutto o in parte al di fuori dell’istituzione scuola tradizionale.

Più o meno allo stesso periodo appartiene uno studio dell’OCSE sugli scenari evolutivi dei sistemi educativi nel 2020. Si ipotizzavano tre scenari, tutti in diversa misura fortemente innovativi – si potrebbe dire post-istituzionali – e tutti fortemente condizionati dallo sviluppo delle nuove tecnologie.
Nella stessa ottica si sono posti ora, a distanza di cinque anni, il convegno dell’ADi svoltosi a Bologna il 27-28 febbraio 2009 (“Da Socrate a Google”) e quello promosso a Torino la scorsa settimana [a fine marzo] (“Un giorno di scuola nel 2020”), organizzato dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo.

In comune i due convegni hanno avuto la regia di Norberto Bottani, alcuni relatori di fama internazionale e un notevole successo di pubblico (oltre 500 partecipanti in entrambi i casi). Ciò che è emerso in questi convegni è la conferma del perdurante ritardo dell’Italia per quanto riguarda la diffusione e l’utilizzo delle nuove tecnologie sia a livello scolastico sia a livello familiare (esclusi i telefoni cellulari, peraltro da noi vietati in classe).Ma il cambiamento, come hanno spiegato i diversi relatori, è inarrestabile e irreversibile, e gli insegnanti di oggi, compresi i molti che saranno ancora in servizio nel 2020, devono prepararsi all’idea di operare in nuovi contesti (luoghi fisici diversi dalla classe) e con modalità didattiche e attrezzature molto più mirate all’apprendimento individuale, anche in forme e con tempi diversificati, resi possibili dall’imponente sviluppo delle tecnologie dell’informazione.

Infine vorrei segnalare la descrizione di un esperimento di Michael Wesch, uno che ci prova davvero.

Algoritmi e protocolli (Assignment 5 e 7)

La distinzione che Lorenzo ha fatto fra algoritmi e protocolli è ottima. L’algoritmo è un concetto eminentemente tecnico che sta di casa in mondi come quelli della progettazione software, del software scientifico, della matematica applicata, della fisica, dell’ingegneria.

L’algoritmo medico è qualcosa di rigido, schematico, organizzato secondo una struttura “se… allora”, e che conduce ad un risultato. Il protocollo è invece un insieme di linee guida per decisioni mediche nell’ambito della diagnosi e del trattamento del paziente, continuamente riviste e aggiornate sulla base delle più recenti evidenze in materia di trattamenti, dei test diagnostici, delle pratiche più efficaci (es. stime del rapporto rischi/benefici etc.). In definitiva, il protocollo è qualcosa di più ampio ed elastico rispetto all’algoritmo.

Quando scoprii che esiste una raccolta di algoritmi per la medicina, fra l’altro così ricco di esempi, fui sorpreso anche se poi, ripensandoci, sono tantissime le circostanze dove possa essere necessario fare qualche calcolo o frugare in qualche tabella in medicina.

Tuttavia, il fatto che esista una tale messe di algoritmi non deve dare l’impressione che la medicina stia diventando una “scienza esatta” perché sarebbe un grave errore. La complessità della materia e il nostro grado di ignoranza sono tali dall’essere lontanissimi da poter ritenere di affrontare i problemi medici con spirito ingegneristico (e anche in quel campo spesso c’è da esser prudenti) e certamente saremmo in grave errore ritendendo di poter un giorno raggiungere una conoscenza meccanicistica e deterministica di tutti gli aspetti dell’organismo umano e delle sue patologie.

In questo senso la distinzione di Lorenzo è molto importante e si ricollega brillantemente all’assignment 5 sulla letteratura medica.

Assignment 5 bis: Risorse bibliografiche

Leggendo i vostri contributi relativi all’assignment 5 (ricerche con PubMed) mi pare che in molti casi ci sia un atteggiamento del tipo: “Oh, vediamo come funziona questo motore di ricerca …”

Forse mi sbaglio ma, poiché la questione è molto importante per chiunque si dedichi a qualsiasi tipo di professione nell’ambito medico, richiamo la vostra attenzione sull’articolo che avevo indicato nelle pagine wiki e che riporto qui per esteso. Va studiato.

Quando dico qualsiasi professione intendo anche il medico di famiglia perché oggi la conoscenza medica, come tutte le altre forme di conoscenza, è in tumultuoso sviluppo e il medico ha il dovere di non omettere niente. Si veda in proposito il concetto di Evidence Based Medicine nell’articolo qui sotto.


Le risorse bibliografiche

La letteratura scientifica

I fondamenti essenziali della conoscenza scientifica, introdotti con chiarezza da Galileo Galilei, implicano l’uso di un linguaggio non ambiguo per descrivere i fatti della natura e di uno strumento per porre domande alla natura.

Il linguaggio usato per descrivere i sistemi e i fenomeni naturali deve essere universale al fine di garantire la trasmissibilità della conoscenza al riparo da qualsiasi valutazione soggettiva. Il linguaggio idoneo è quello matematico. Purtroppo la scuola non insegna la matematica in modo che le persone la percepiscano come un linguaggio ma questo è un problema che, seppur di grandissima importanza, esula da queste considerazioni. La concezione della matematica come linguaggio consente di applicarla con correttezza, di comprendere quando il contesto non consente di utilizzarla utilmente, di evitare di utilizzarla per dare una falsa impressione di scientificità. Andate a leggere le considerazioni sul valore del contesto in proposito.

Noi descriviamo il mondo mediante delle spiegazioni che chiamiamo teorie. Appena concepite, le teorie possono essere tutte vere o false. Il buon ricercatore è spregiudicato nel pensiero e privo di pregiudizi. L’unico mezzo che ha a disposizione per giudicare della verità delle teorie è l’esperimento ma attenzione:

Il risultato positivo di un esperimento non dimostra la verità di una teoria bensì la conferma solamente

Le due cose sono molto diverse. Chi non capisce questo fatto stia ben lontano dalla ricerca ma forse anche dalla professione del medico e anche da tutte le attività che pongono l’uomo di fronte agli enigmi della natura. Per capire bene questo concetto bisogna chiarire che

  1. basta un solo esperimento negativo per mandare a gambe all’aria qualsiasi teoria, anche la più affascinante, la più geniale, anche la teoria che ha garantito il maggior numero di successi;
  2. ogni esperimento positivo aggiunge una conferma della teoria ma non la dimostra e non la dimostrerà mai.

Il ricercatore di valore è sempre pronto a rivedere la propria visione se il contesto lo impone. A dire il vero, il fatto è molto più generale, anche l’uomo di valore è sempre pronto a rivedere la propria visione se il contesto lo impone.

Il mondo è tuttavia complesso e pieno di trabocchetti. Come occorre giudizio per impiegare correttamente il linguaggio matematico, occorre giudizio nella formulazione e esecuzione degli esperimenti. In altre parole, le domande devono essere poste in maniera corretta alla natura. Spesso non è affatto semplice.

Tecnicamente, si usa dire che l’esperimento deve essere condotto in condizioni controllate di modo che chiunque altro lo possa ripetere. Vi sono tuttavia contesti nei quali è difficile eseguire correttamente un esperimento, data l’intrinseca complessità della materia. La sperimentazione in ambito clinico è un esempio di questo tipo. Sperimentazione clinica è la traduzione del termine “clinical trial” secondo la voce ripresa dal “Dizionario Enciclopedico Zanichelli di Scienze Mediche e Biologiche e di Biotecnologie” che riporto qui:

Studio clinico controllato in cui i risultati ottenuti in uno o piu’ gruppi di individui sottoposti a trattamento vengono confrontati con quelli di un gruppo di controllo o gruppo placebo, e in cui i soggetti sottoposti ad osservazione sono ignari del gruppo di cui fanno parte.

È molto difficile realizzare ed interpretare correttamente esperimenti di questo tipo. La cosiddetta letteratura scientifica ha costituito sino ad ora lo strumento principale di accreditamento dei risultati scientifici. Occorre porre la massima enfasi sul ruolo di tale letteratura in un epoca nella quale la grande facilità di accesso ad enormi quantità di informazioni può confondere le idee. Oggi è sufficiente porre un quesito qualsiasi in un motore di ricerca per avere a disposizione articoli di ogni genere. È tuttavia importante distinguere fra articoli apparsi nella letteratura scientifica vera e propria e altri tipi di scritti. Cosa distingue un articolo del genere? Il processo di revisione fra pari, ossia di “peer-review”. Le riviste cosiddette peer-reviewed, prima di pubblicare un articolo, lo inviano ad almeno due revisori esperti nella materia i quali, rimanendo anonimi, esprimono un parere tecnico sulla validità del lavoro proposto. L’editore della rivista, in base a questi pareri, decide se pubblicare senz’altro il lavoro (sulle riviste serie accade raramente), se subordinare la pubblicazione alla scrittura di una seconda versione con tutta una serie di variazioni proposte dai revisori o se rifiutare il lavoro. Si tratta di un processo spesso lungo e defatigante; non è raro che dalla prima spedizione di un articolo alla pubblicazione abbiano luogo più revisioni e che tutto questo processo richieda molti mesi od anche più di un anno.

Il processo di peer-review costituisce una delle principali garanzie della serietà di un lavoro ma non è certo perfetto. Il valore reale del lavoro scientifico emerge solo con la quantità delle verifiche e delle conseguenze che si confermano nel tempo. Non prendete gli articoli scientifici per oro colato. Sono state pubblicate anche bufale colossali su riviste molto serie. Nonostante la letteratura scientifica giochi un ruolo fondamentale nella diffusione e trasmissione della conoscenza scientifica, oggi presenta alcuni grossi problemi che è necessario conoscere.

Il conflitto di interessi

La situazione sin qui descritta è quella classica nella quale il maggiore artefice della ricerca scentifica è stato il mondo accademico delle università e degli istituti di ricerca. Con il passare degli anni sono aumentate moltissimo le interazioni con il mondo delle aziende che impiegano le tecnologie derivate dalla conoscienza scientifica. Generalmente questo tipo di interazioni è visto come un bene in quanto le sperimentazioni oggi sono sempre più costose per i finanziamenti pubblici e quindi un apporto economico da parte delle industrie non poteva non costituire un elemento di grande interesse. È qui tuttavia che nasce il grande problema del conflitto di interessi. La partecipazione industriale (segnatamente di case farmaceutiche, in questo contesto) gioca oggi un ruolo fondamentale nel finanziamento della sperimentazione clinica. Poiché il risultato di una ricerca può avere conseguenze massiccie sugli esiti di vendita di un farmaco o su di una certa prassi clinica, emerge il problema dell’effettiva indipendenza dei ricercatori dalle organizzazioni che finanziano le loro ricerche. In effetti non si può non porre il problema di quanto un’industria farmacologica sia disposta a finanziare una costosa sperimentazione clinica i cui risultati, se pubblicati, possano influire in modo pesantemente negativo sulla vendita di un proprio prodotto.

La necessità di pubblicare

Le pubblicazioni nella letteratura scientifica sono il prodotto fondamentale dei ricercatori, i quali vincono concorsi e adiscono a fondi di ricerca pubblici e privati nella misura in cui pubblicano. Una cosa abbastanza ovvia e sicuramente corretta ma con il progressivo scivolamento verso il mercato della ricerca, questa medaglia sta presentando un notevole rovescio: ogni pretesto è buono per pubblicare un lavoro in più. È una questione di sopravvivenza che si è esasperata da quando anche le risorse per reclutare nuovi ricercatori devono essere reperite dai ricercatori strutturati a suon di pubblicazioni.

Esiste senza dubbio un aspetto positivo perché la competizione dovrebbe stimolare l’attività e scoraggiare coloro che tendono a sedersi. Si creano tuttavia meccanismi abnormi che fanno proliferare la letteratura scientifica al di là del necessario che è una cosa molto dannosa: non solo esiste oggi il problema oggettivo del volume di letteratura causato dalle dimensioni dello scibile e dal suo ritmo di espansione ma ora abbiamo anche il problema di dover navigare in una quantità di articoli che non aggiungono nulla se non rumore che confonde e fa perdere tempo.

Anche la qualità della letteratura tende a scadere: la stragrande maggioranza delle pubblicazioni descrivono esperimenti coronati da successo o sono scritti in modo da enfatizzare il successo. Una cosa poco credibile e che riduce di molto il credito scientifico degli articoli. Quest’ultimo è un aspetto ulteriormente amplificato dalle questioni discusse prima a proposito del conflitto di interessi. Sfortunatamente è un fenomeno che affligge in notevole misura la letteratura scientifica medica.

C’è poi da menzionare la proliferazione degli autori. Sono relativamente rare le circostanze nelle quali una persona sola può firmare un articolo, oggi da soli si combina poco e, in certi settori, è semplicemente impossibile.  Per esempio nella fisica delle particelle elementari, dove gli esperimenti sono condotti da team internazionali sui grandi acceleratori, gli articoli possono avere centinaia di autori. Anche in campo medico non si scherza. Non raramente, il meccanismo con il quale si include un autore non ha molto a che vedere con il suo reale contributo al lavoro. Si assiste talvolta ad una sorta di meccanismo di scambio dove gruppi più o meno collaboranti si firmano a vicenda i lavori: un metodo semplice per incrementare con poca fatica il proprio curriculum scientifico.

La proliferazione delle conoscenze

Oggi la conoscenza cresce ad un ritmo spaventoso. È stato stimato che ogni due anni raddoppia la quantità prodotta di nuova informazione tecnica (interessante in proposito il video Did you know? http://www.youtube.com/?v=xHWTLA8WecI). In ogni campo di ricerca i nuovi risultati si susseguono ad un ritmo frenetico. Il processo di peer-review è lento, ci sono articoli che vengono pubblicati un anno dopo la prima proposta. In moltissimi settori un anno è un tempo nel quale possono accadere moltissime cose e un articolo può essere obsoleto prima ancora che esso possa essere letto. Il ritmo di produzione di conoscenza e il numero sterminato di attori rende i ricercatori sempre più impazienti inducendoli a pubblicizzare subito i propri risultati: nel corso della gestazione del proprio articolo un altro ricercatore potrebbe pubblicizzare gli stessi risultati in qualche altra parte del mondo.

In ampi strati del mondo della ricerca è invalso l’uso di pubblicare in Internet i risultati prima che questi siano stati accettati da una rivista convenzionale. Sta anche crescendo il numero delle riviste che consentono di prepubblicare i testi in forma pre-review e che consentono l’accesso ai testi anche dopo che questi hanno superato il processo di peer-review. È nato così e sta crescendo rapidamente il mondo delle riviste  Open Access.

Esiste anche un altro problema derivato dalla quantità e dalla velocità della produzione scientifica. Gli esperti di tutto il mondo ai quali vengono chieste le revisioni dei nuovi lavori in attesa di pubblicazione, i “pari” appunto, vengono scelti dalle redazioni delle riviste in base al loro prestigio scientifico. Succede che i leader dei grandi gruppi di ricerca devono affrontare un grande numero di richieste di revisione, talvolta così grande da indurli a cooptare i propri collaboratori più giovani nel processo di revisione assegnando a ciascuno di loro una parte dei lavori in base alle competenze specifiche. Queste sono tutte persone molto indaffarate e necessariamente sono costretti a revisionare i lavori in tempi brevi quando invece per fare una revisione seria può occorrere molto tempo. Succede che inevitabilmente, nella fretta, si tenda a privilegiare i lavori proposti dai gruppi di ricerca più importanti e sui filoni di ricerca altrettanto popolari. Il lavoro degli outsider rischia notevolmente di essere penalizzato. Si rischia cioè di penalizzare una caratteristica fondamentale del progresso scientifico: la serendipity, vale a dire le scoperte avvenute per caso. Questo è un effetto deteriore che rischia di soffocare l’innovazione invece di favorirla. Le persone che hanno svolto il lavoro di revisore ad un certo livello conoscono bene il problema.

Per questi motivi oggi c’è anche chi sostiene che, meglio di un processo di peer-reviewing con il quale si affida la revisione a due o tre esperti sarebbe un processo di selezione di massa basato sui principi di social networking. In questo modo funziona il sistema di diffusione di informazioni di scienza, tecnologia e informatica Digg (vedi la descrizione in Wikipedia) nel quale la qualità degli articoli è sancita dai lettori con un sistema di votazione.

La vastità della produzione scientifica, è un problema particolarmente sentito nel mondo medico perché si vorrebbe che un dottore di fronte al problema di un paziente fosse un grado di utilizzare il massimo della conoscenza prodotta dal mondo sino a quel momento. È per questo motivo che è nata la Evidence Based Medicine, un movimento culturale che cerca di favorire la diffusione dei risultati della letteratura scientifica medica e delle evidenze scientifiche, con l’obiettivo di impiegare in modo coscienzioso le migliori evidenze cliniche disponibili per prender le decisioni necessarie alla cura dei pazienti ed alla organizzazione dei servizi sanitari.

Sempre a causa della mole dei risultati è nato il concetto di lavoro di meta-analisi, cioè di lavoro che analizza e fonde insieme i risultati di tanti altri lavori al fine di massimizzare l’impatto di questa imponente mole sperimentale sparpagliata nel mondo. Una organizzazione non profit che sta svolgendo un’attività importante a riguardo è la Cochrane collaboration.

Conclusioni

Concludiamo questa rapida escursione sul mondo della letteratura scientifica con le seguenti affermazioni.

  • Classicamente, la qualità della letteratura scientifica propriamente detta è garantita da un processo di revisione fra pari (peer-review) che sfrutta le competenze di personaggi dalla credibilità scientifica comprovata.
  • Il sistema di peer-reviewing, pur rimanendo ancora il meccanismo fondamentale, sta iniziando a soffrire a causa della vastità, della dinamicità ed dei costi della produzione scientifica.
  • Il processo di peer-reviewing oggi non fornisce una garanzia assoluta. La quota di lavori inutilmente ripetitivi, sbagliati o con dati artefatti è tutt’altro che trascurabile.
  • Stanno apparendo forme più dinamiche di pubblicazione e diffusione della letteratura scientifica, che potrebbero anche basarsi su processi di selezione di tipo social networking.
  • Le informazioni scientifiche si trovano anche liberamente disponibili in rete ma in questo caso deve essere chiaro che non vi è nessuna forma di garanzia sulla loro veridicità. Occorre rendersi conto del contesto in cui queste sono offerte. Dall’analisi dei siti in cui sono presentate un lettore attento può capire molte cose sulla credibilità dell’ambiente da cui provengono.

Ultimissima conclusione: qualsiasi cosa si legga occorre senso critico, mai prendere niente per oro colato, certamente nei testi reperiti nel pubblico dominio ma nemmeno nella letteratura scientifica classica.

Le risorse bibliografiche della letteratura scientifica

Abbiamo visto che la letteratura scentifica medica soffre di un certo numero di problemi, tuttavia offre anche un vantaggio: tutti i lavori scientifici di interesse medico che sono stati sottoposti a processo di peer-review sono riuniti in un insieme di database nei quali è possibile fare liberamente qualsiasi ricerca mediante un ottimo servizio di ricerca di voci bibliografiche: PubMed, offerto dalla U.S.National Library of Medicine.

È fondamentale che tutti gli studenti si abituino ad utilizzare questo strumento di ricerca. Potete utilizzare uno dei tanti ausili disponibili:

  • il più completo è certamente l’aiuto di PubMed o uno dei suoi tutorial
  • il più veloce è il corso, periodicamente ripetuto, organizzato dalla Biblioteca Biomedica
  • il più digeribile è forse un ottimo tutorial (pdf) scritto da Renato Fianco, della Biblioteca della Sezione di Psichiatria e Psicologia Clinica dell’Università di Verona
  • c’è anche un tutorial (entrate nella pagina come Guest) scritto da me ma soffre ormai degli anni ed io preferisco il precedente
  • anche i consigli di una studentessa dell’anno scorso sono buoni.

Leggete bene una o alcune delle precedenti risorse e poi giocate con PubMed divertendovi a porvi quesiti di ogni sorta.

Assignment 7 (IUL): sessione online

Perché non farne un esercizio 😉 ?

Come ho scritto nel daily, purtroppo io non posso partecipare alle sessioni online del prossimo venerdì 24 maggio.

Vi invito tuttavia a riunirvi senza di me. Ci vogliono due volontari, uno per le 18 e uno per le 21, che facciano le mie veci.

Chi gestisce la sessione, se vuole, può farsi un account in WiZiQ e quindi lanciare una sua classe invitando gli altri. Alternativamente mi può scrivere un’email per avere le “chiavi” della classe.

Credo che le cose da discutere possano essere diverse.

  • Brainstorming sulla data di un incontro conviviale, a Roma presumo. Ricordo le allettanti offerte gastronomiche calabresi ma credo che la posizione baricentrica sia conveniente per venire incontro a tutti coloro che vogliono partecipare. Per quanto riguarda la data io sono disponibile a partire da sabato 9 maggio. Ricordo anche che Letizia ha iniziato una discussione in proposito sul forum.
  • Discutere la progressione dei lavori per la pubbblicazione su Form@are. Maria Grazia ha inviato un aggiornamento per email a tutti pochi minuti fa, attenti che lei non scherza … 😀
  • Ho creato la pagina wiki Tracce del percorso di Editing Multimediale dove ognuno di voi dovrebbe raccogliere le proprie tracce che, se non dimentico qualcosa, sono
    1. I vostri post ed i reciproci commenti
    2. La pagina dei contenuti emergenti
    3. Le risorse didattiche che avete trovato in giro
    4. I lavori multimediali che avete presentato
    5. eventuali commenti che avete scritto nel mio blog e in quelli degli studenti delle altre classi

    Non intendo che recuperiate tutto questo materiale (avete scritto più di 1300 contributi in meno di due mesi solamente fra i post e i commenti nei vostri blog …)  ma che inseriate in un testo quello che volete, scremando gli elementi che vi sembrano significativi. I contributi possono susseguirsi nell’ordine con il quale li inserite, ho tracciato un banale layout nella pagina. La finalità è quella di dare alla IUL un percezione corretta di quello che è successo, tenendo conto del punto di vista di tutti. Non mi chiedete quanto deve essere lungo, l’importante è che il vostro messaggio sia chiaro, ognuno impieghi la sua forma preferita.
    Non c’è fretta per questo, per ora il lavoro per Form@re ha la priorità.

Il valore del dubbio

Ecco, Irene commentando scrive

… temo (ma spero) che andando avanti in questa esperienza risulterò contradditoria rispetto all’inizio …

e poi chiude il suo interessante post amplificato in una pagina wiki

Continui a darci l’opportunità di capire.

A me basta darvi l’opportunità di dubitare, di dubitare di ciò che sembra certo, di alzare la testa per guardarsi intorno, di provare a domandarsi se in ciò che a tanti sembra così ovviamente futile o ostile non possa in realtà celarsi qualcosa di buono.

La conseguenza principale di quella che ho chiamato scolarizzazione è credere che esista il “modo giusto”, che esista il manuale, che esista colui che sa come si deve fare, che non possano esistere altre categorie all’infuori di quelle che si sono studiate o quelle di cui tutti parlano, che vivere sia come guidare: tenere la destra e rispettare i cartelli stradali.

La vita non è così. Non lo è in particolare quella del medico, quella dell’insegnante, quella dello scienziato. Di fronte alle decisioni importanti, malgrado tutte le possibili competenze acquisite, il manuale non ci sarà mai ma ci sarà solo l’ignoto.

Non è un problema di competenze. Ovviamente le competenze servono ma il loro possesso costituisce il problema minore. La mia critica alla scolarizzazione non concerne la ovvia necessità di acquisire delle competenze bensì la mancanza di occasioni per formare l’uomo.

Un grande medico (insegnante, scienziato, …) è tale in virtù di molto più che il mero possesso di competenze. È una persona in grado di ascoltare tutti i possibili segni quando si trova di fronte all’ignoto, è una persona che dubita per abitudine, è una persona sempre capace di fare un passo indietro di fronte ad un segno imprevisto.

In realtà quando uno studente reagisce come sta facendo Irene, e ce ne sono molti, per così dire frenando la propria corsa e, pur continuando nella stessa direzione, alzando la testa, guardandosi intorno, soffermandosi, facendo magari un passo indietro per poi ripartire, ebbene a quel punto il mio compito è finito.

Non mi importa che lo studente mi dica se ho ragione o meno e non ho la presunzione di rivelare alcunché, a me interessa che dia un segno di essere capace di fermarsi, dubitare, fare un passo indietro perché se rivela anche una sola volta questa capacità allora potrà divenire un buon medico o insegnante o scienziato, forse.

Oggi non volevo scrivere niente

Sì, oggi non volevo scrivere niente perché volevo perdermi tutto il giorno fra le Hidden Connections di Fritjof Capra, un modo per prolungare i tre giorni offline che mi ero regalato per Pasqua.

Ma la rete è viva e travolge, è bastato un attimo, un’occhiatina e inciampo in un post di Gianni Marconato, Antonio Saccoccio e la crisi dell’apprendimento. Non mi resta che leggere, un po’ perché da qualche tempo Gianni è entrato prepotentemente nel mio “PLE” e un po’ perché quest’anno ho passato notevole tempo a ossessionare la gente con le magagne della “scolarizzazione” e il tema mi stuzzica alquanto.

E così vengo a conoscenza dell’esistenza di Antonio Saccoccio, insegnante net-futurista e del suo blog Liberi dalla Forma, dal quale riprende

…. Il problema è che la scuola stava entrando in crisi anche prima della rivoluzione neotecnologica (anzi, per me l’insegnamento non è mai stato di buon livello). I nuovi media non hanno fatto altro che accelerare la crisi. Ora certe metodologie davvero sono inaccettabili agli occhi di chiunque abbia un minimo di senso critico.

a proposito

… di crisi della scuola, di insegnamento che non è mai stato di buon livello, di metodologie didattiche inaccettabili.

Come allora non rammentarmi del post di Enrico, studente nel mio corso di Editing Multimediale presso la IUL, che era perplesso riguardo alla seguente citazione tratta da un testo che sta studiando …

“E se l’educazione è in crisi, questo è dovuto, in parte, anche alle frequenza dei nonluoghi nell’esperienza giovanile. “Lo spazio che il giovane abita è in gran parte costituito da nonluoghi, uno spazio che non gli offre alcuna identità e non gli pone particolare richieste situazionali ma solo prescrizioni astratte e impersonali, che non sono in grado di connetterlo ad uno spazio oggettivo e lo lasciano in balia della sua soggettività e di quelle a lui prossime”

… e di come avevo condiviso le sue perplessità sostenendo che

  1. L’educazione è sempre stata carente in quanto grossolana approssimazione di quello che dovrebbe essere un percorso formativo reale. La mia formazione è stata pessima se esco dal metro della mera istruzione, peraltro carente, rigida, spesso fine a se stessa. La formazione dei nostri padri, fra cui mio padre (laureato nel 53), ottimo medico, mi è sempre sembrata del tutto carente, estremamente parziale. Una mera semplificazione burocratica basata su di una concezione della conoscenza banalizzata. Oggi l’educazione appare ancora più carente perché l’evoluzione della società si è fatta impetuosa.
  2. I “luoghi” li abbiamo scippati noi ai nostri ragazzi ben prima che si rendessero loro accessibili i non luoghi. I luoghi son tali quando sono vissuti in autonomia come è capitato alla mia generazione in parte e del tutto per le precedenti, quando, dopo la scuola, fatti un po’ di compiti (una quantità sensata) si andava fuori a ruzzare con gli altri. La vita dei nostri figli che noi gestiamo è priva di luoghi: il tennis dove si “lavora sul rovescio”, la chitarra per il prossimo saggio, la preparazione per il torneo di calcio, lo studio di danza che costringe ad alimentarsi come un professionista e via dicendo non sono luoghi … i luoghi propri gli abbiamo eliminati noi adulti con la nostra mania di rendere competitivi i nostri figli!

Connessioni nascoste che si svelano.

Torno da Fritjof.

Assignment 7: algoritmi per la medicina

Segnalo agli studenti della Facoltà di Medicina Medal.org, un sito web dedicato agli algoritmi medici.

Un algoritmo medico è qualsiasi procedura di calcolo, formula matematica o tavola che possa essere utile in un contesto medico. Tanto per fare un esempio banale, una delle varie formule per il calcolo del peso “ideale” in funzione di altezza, sesso, età e magari altri parametri.

Il sito Medal.org raccoglie più di 10000 algoritmi suddivisi in 45 categorie. Per ogni algoritmo è riportata una scheda tecnica con riferimenti bibliografici ad articoli della letteratura scientifica. In fondo alla scheda c’è anche un link a PubMed per verficare le fonti ed eventualmente ampliare le ricerche. Il sito fornisce per ogni algoritmo un foglio di lavoro che si può scaricare e utilizzare nel proprio computer.

Se nel corso dei vostri studi verrete a conoscenza di qualche formula o metodo di calcolo, potrete utilizzare questa risorsa per vedere di che si tratta.

Potrebbe essere una buona occasione per “giocare” un po’ con i fogli di lavoro su argomenti che vi potrebbero servire.

Il sito funziona correttamente con browser IE4.1+, Netscape 7.1+.

In questo momento non dispongo di tali software ma questo non è un problema, siete voi che dovete giocarci.

Non è obbligatorio che scriviate per forza qualcosa sull’argomento. Piuttosto, se qualcuno di voi prova ad utilizzare qualcuno di questi algoritmi, scriva un post spiegando agli altri  cosa ha fatto, se ha avuto problemi e come eventualmente li ha risolti.

Assignment 6: riflettiamo sul copyright

L’enorme facilità con la quale oggi è possibile produrre e diffondere contenuti di ogni tipo in internet, unitamente ad una progressiva deriva in senso restrittivo delle leggi sui diritti d’autore, ha indotto un dibattito internazionale di vastissime proporzioni su tutte le questioni inerenti al copyright.

Poiché le questioni si capiscono meglio quando sono calate in un contesto reale, prendo spunto da due considerazioni pertinenti ai corsi che state seguendo.

  1. Per gli studenti di medicina e delle lauree triennali sanitarie tutti gli anni si ripresenta lo stesso problema. Un professore fa lezione mostrando del materiale didattico, molto spesso si tratta di immagini tratte da libri. Alla fine della lezione gli studenti chiedono se possono avere le immagini sulle quali il professore ha parlato e riguardo le quali hanno preso appunti. Il professore nicchia e alla fine le immagini non vengono date per il timore di infrangere la legge sui diritti d’autore.
  2. Gli studenti della IUL sono insegnanti di scuola primaria e secondaria. È del tutto naturale e certamente auspicabile che convolgano il loro scolari nella produzione di elaborati multimediali pertinenti ad esperienze vissute nell’ambito delle attività didattiche. Nell’insegnamento di Editing Multimediale che stiamo percorrendo insieme sono emerse splendide testimonianze a riguardo. È altrettanto evidente che in molti casi si ponga la questione dell’osservanza delle disposizioni sui diritti d’autore relativi a frammenti di opere, musiche, immagini, sequenze video, brani, che può capitare di includere in un prodotto multimediale.

Le leggi sui diritti d’autore, in tutti i paesi, sono tese a favorire la creatività e la diffusione dei prodotti dell’ingegno proteggendo i proventi che gli autori ricavano dalla diffusione delle loro opere e consentendo così loro di vivere con ciò che creano.

Negli ultimi decenni tuttavia si è assistito ad una interpretazione progressivamente più restrittiva sull’impiego di opere protette da copyright. È sorto così il problema opposto per cui i nuovi autori hanno difficoltà a creare le loro opere perché devono pagare diritti troppo onerosi agli autori delle opere che ad essi può capitare di utilizzare per le creare le proprie.

Si tratta di un problema assolutamente generale perché gli uomini non creano dal nulla bensì creano per accrescimento del creato che ciascuno di essi trova.

È ormai idea condivisa da tutti coloro che si occupano di questa materia che la regolamentazione sul copyright si debba basare su di un equilibrio delicato fra protezione delle opere e facilità di riuso delle opere presistenti.

La questione è quindi ricondotta a stabilire quale sia la linea di demarcazione ottimale in questo compromesso.

Vi propongo la lettura di un fumetto (pdf) che due professori di legge e un artista della Duke University hanno scritto con l’intento di offrire una presentazione della questione con un linguaggio meno ostico di quello usuale. Se qualcuno di voi fosse allergico ai fumetti allora vada a leggersi la postfazione che si trova a pagina 67.

Naturalmente, il fumetto fa riferimento alla legislazione statunitense la quale contempla lo strumento del fair use con il quale si possono utilizzare liberamente opere coperte da copyright per scopi inerenti la critica, la didattica o la ricerca.


In Italia la faccenda è regolata dall’articolo 70 della Legge n. 633 del 22 aprile 1941 sul diritto d’autore, successivamente modificata con l’articolo 2 della Legge n. 2 del 9 gennaio 2008 con la quale si integra il summenzionato articolo 70 mediante il comma 1-bis:

Art. 70

1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.

1-bis. È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma.

2. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento, il quale fissa la modalità per la determinazione dell’equo compenso.

3. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta.

Naturalmente, è emersa subito la questione di cosa intenda esattamente il legislatore con l’espressione di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate (il grassetto nella citazione è mio).

Un’interpretazione pare che possa consistere nel fatto che i file mp3 per le musiche e gif e jpg pe le immagini sono intrinsecamente degenerate poiché comportano tecniche di compressione non conservative, vale a dire tecniche che comprimono i dati gettando via una parte dell’informazione originale.

Non vi è comunque certezza su questo e stiamo ancora aspettando che venga emanato il regolamento attuativo.

Sono invece sicuro che nel determinare gli equilibri delicati delle normative sia fondamentale il contributo della popolazione sotto forma di una pressione onesta e leale ispirata a valori universali.

Questo è certamente il caso di qualunque insegnante che con la sua pratica indica la via da seguire avendo come obiettivo primario l’apprendimento dei suoi studenti, che è poi il più importante investimento che una società possa fare.

Mettere un corso online

Nell’ambito delle mie attività – diciamo – istituzionali mi è stato chiesto di scrivere un breve testo su cosa significhi “mettere un corso online”. Poiché il tema può rientrare fra le considerazioni sulla “scuola che vorrei” lo riporto qui di seguito.

Prima però preciso che sono il primo a sostenere che la scuola che vorrei non passa necessariamente dalla forma online. Ribadisco che internet facilita semplicemente una serie di interventi che sarebbe stato possibile realizzare con strumenti convenzionali.


Il panorama

Per mettere un corso universitario online è inevitabile essere disposti ad affrontare un mutamento delle consuetudini ed è quindi inevitabile prevedere un costo aggiuntivo in termini di impegno personale e, in misura minore, di oneri finanziari. L’operazione può essere finalizzata ad obiettivi diversi implicando impegni molto differenziati sia sul piano quantitativo che sul piano qualitativo. Vale a dire che, per affrontare la transizione, non è solo questione di lavorare di più per un certo periodo di tempo ma può essere necessario affrontare un cambio di mentalità che può essere anche radicale e profondo; ovviamente questa è la parte più difficile del lavoro.

Distinguiamo tre diversi obiettivi in ordine di difficoltà crescente nel senso che andando dal primo al terzo aumenta il peso del cambiamento di prospettiva rispetto al mero impegno temporale aggiuntivo.

  1. Trasferimento delle “dispense” in un sito web che sia accessibile solo previa autorizzazione da parte del docente. In sostanza si tratta di una semplice operazione che concerne il trasferimento dei contenuti su di un altro medium e che lascia sostanzialmente inalterata la struttura degli insegnamenti universitari così come sono concepiti nella grande maggioranza dei casi. L’impegno preminente è costituito dal tempo occorrente per il trasferimento dei contenuti. Al docente è richiesta solo una minima “compliance” per l’adozione e l’impiego del medium diverso.
  2. Trasferimento delle “dispense” in un sito web che sia liberamente accessibile. Tecnicamente si tratta dello stesso processo descritto per il primo obiettivo ma la prospettiva è molto diversa. Il docente deve accettare l’idea che i suoi materiali didattici siano consultabili da chiunque in tutto il mondo. Perseguendo questo obiettivo si aderisce implicitamente al progetto delle Open Educational Resources (OER). In un numero crescente di atenei nel mondo si sta lavorando per la definizione e lo sviluppo di modelli per la libera diffusione del materiale didattico. La prima e più importante iniziativa è stata quella del MIT che nel 1999 si pose il problema dell’opportunità di porre tutti i suoi corsi online, nel 2000 decise che ne valeva la pena e nel 2002 aveva realizzato la prima versione dimostrativa con 50 corsi. Attualmente l’offerta OER del MIT consta di 1800 corsi in 33 discipline accademiche. In una mia pagina web sono elencati alcuni dei principali riferimenti ad iniziative ufficiali ma l’elenco pecca certamente per difetto poiché la tendenza è impetuosa e inarrestabile e il 12 marzo scorso negli Stati Uniti è stata introdotta una proposta di legge sullo sviluppo delle OER (Bill H.R. 1464). Le OER sono pensate in un’ampia varietà di forme ma noi qui ci riferiamo semplicemente ai contenuti liberamente disponibili in rete.
  3. Creazione di una comunità in rete. È in atto ovunque un vivo dibattito su quanto la formazione istituzionale sia in grado di rispondere alle necessità reali della società e stiamo assistendo ad una fioritura di iniziative ed esperimenti volti all’applicazione di metodi di insegnamento che stravolgono il paradigma tradizionale basato su lezioni frontali ed esami. Si tratta di metodi che possono essere molto diversi fra loro in dipendenza del contesto, per dirla brevemente e semplificando molto, in dipendenza dell’età degli studenti, degli obiettivi formativi e delle discipline d’insegnamento. Essi hanno tuttavia in comune il fatto di porre l’enfasi sull’apprendimento autonomo, sull’educazione alla cooperazione, sul problem solving e ridurre invece l’enfasi sulla mera trasmissione di contenti. Potremmo dire che si tratta di tentativi di attuazione del pensiero costruttivistico e, forse, connettivistico, pensiero che sino ad ora è largamente ignorato in quasi tutti gli aspetti della formazione. Un esempio è costituito dagli insegnamenti di informatica nei Corsi di Laurea della Facoltà di Medicina, di Tecnologie di Comunicazione online nel Corso di Laurea in Teorie della Comunicazione e di Editing Multimediale presso la Italian University Line (sono disponibili una sintesi in inglese, pdf,  e una versione estesa in italiano). Un’esperienza maturata lavorando con circa 5000 studenti nell’arco di otto anni.

Un punto di partenza

Per una proposta realistica penso che ci si debba limitare al primo obiettivo.

In queste brevi note faccio una proposta concreta seguita da alcuni commenti sulle obiezioni che mi vengono usualmente rivolte.

L’obiettivo è quindi quello di mettere online i contenuti utilizzando un sito web il cui accesso sia subordinato al possesso di un nome di login ed una password.

Preciso subito che con il termine contenuti intendo delle dispense redatte dal docente e non una presentazione, cioè un insieme di diapositive powerpoint.

Ebbene, il medium più idoneo per offrire, mantenere e migliorare dei contenuti è quello costituito da un wiki. Il wiki non è altro che un sito web che può essere redatto ed aggiornato da più autori.

La chiave del successo dei wiki sta nel fatto che è estremamente facile creare contenuti e che non è necessaria alcuna competenza particolare per farlo. A dire il vero questa è la chiave per capire il successo di tutti i fenomeni connessi in qualche maniera con il mondo del social networking. Un successo bastato sostanzialmente su di un processo di disintermediazione che ha consentito a larghissime fasce di popolazione di accedere a svariate forme di espressione e comunicazione.

I wiki hanno trovato innumerevoli applicazioni in ogni forma di organizzazione quali aziende, scuole e università. I wiki dedicati alla formazione, i cosiddetti “educational wikis”, si contano oggi in termini di milioni.

Un wiki può essere creato in pochi secondi su uno degli appositi servizi web. Imparare a inserire contenuti è questione di pochi minuti. La libertà di creare pagine collegate fra loro in vario modo è pressocché totale.

È molto facile fare in modo che gli studenti che si desidera accedano al sistema debbano richiedere un’autorizzazione, dopodiché potranno accedere con il proprio nome di login e password.

I wiki mantengono la storia dettagliata delle modifiche ed è sempre possibile tornare ad una delle versioni precedenti. Questa è una caratteristica molto utile quando vi siano diverse persone autorizzate a redigere ed aggiornare le pagine.

Si può sempre fare un backup completo di tutto il contenuto di un wiki.

I web service più famosi offrono wiki completamente funzionali a costo zero. Con una spesa dell’ordine di decine o poche centinaia di euro l’anno si possono avere funzionalità che possono tornare utili per un wiki molto grande e per disporre di un controllo completo sugli account degli studenti.

Elenco qui di seguito alcune delle obiezioni tipiche.

  1. Non ho le competenze necessarie per fare un sito web. Credo che questo sia un alibi insostenibile. Il successo dei wiki, dei blog e di tanti strumenti di social network deriva in buona parte dalla grande facilità d’uso. Se vi fossero problemi di competenze non si sarebbe potuto verificare il coinvolgimento di centinaia di milioni di persone nell’arco di un decennio.
  2. Non ho tempo. Ricordo di avere studiato, fra il 1974 e il 1978, su dispense manoscritte e disegnate che potevano essere composte da svariate centinaia di pagine. Credo che sia normale per un professore trovare il tempo per lavorare sul materiale didattico per i suoi studenti. C’è poi da considerare che per certi tipi di lavori è possibile coinvolgere gli studenti. Il coinvolgimento degli studenti per lo sviluppo e l’aggiornamento del materiale didattico è un ottimo modo per bilanciare una pratica didattica che è esageratamente orientata verso lo studio teorico. I wiki sono perfetti per questo tipo di attività. I miei studenti nel corso del tempo hanno fatto un gran lavoro nella redazione delle dispense del mio wiki.
  3. I miei contenuti contengono parti di autori terzi che sono coperte da copyright. Negli Stati Uniti la legislazione sul copyright prevede il principio del fair use con il quale si consente l’impiego senza autorizzazione da parte dell’autore di un’opera altrimenti protetta da copyright nei casi in cui questo comporti la promozione “del progresso della scienza e delle arti utili”. Un caso tipico è proprio quello di un professore che utilizzi un’opera per l’insegnamento ai suoi studenti. In Europa e in particolare in Italia esistono strumenti legislativi analoghi ma in un primo momento sono stati applicati in modo molto più restrittivo. Per quanto riguarda la nostra legislazione si tratta dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, ove si dispone che il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera. Con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 è stata introdotta l’espressione di comunicazione al pubblico, per cui il diritto non è esercitabile solo per i vecchi mass media, ma anche per i nuovi come da ultimo il web. Pare quindi che l’articolo 70 della Legge sul diritto d’autore vada interpretato in senso molto simile al fair use statunitense e quindi non si vede perché un professore non possa avvalersene nel proprio insegnamento.
  4. Perché devo usare un web service invece di un server di ateneo? I web service sono gestiti da aziende che vivono di tali attività e dispongono di infrastrutture e competenze che sono allo stato dell’arte e con livelli di affidabilità con i quali il servizio tecnico di un ateneo italiano, spesso gestito in condizioni asfittiche e sub-ottimali, non potrebbe mai competere. Le aziende che gestiscono i web service hanno infatti la necessità di garantire il servizio a milioni di utenti. Da quando mi sono affidato completamente ai web service ho cessato di avere problemi tecnici.
  5. Se ogni docente si costruisce il proprio sito viene meno l’omogeneità nell’offerta dei contenuti. Uno dei messaggi che si ricevono oggi dai grandi fenomeni del web è che le persone sono interessate a ciò che può risolvere loro un problema e non alla forma con la quale le informazioni vengono presentate loro. Il web pullula di pagine bellissime e formalmente ineccepibili che sono assolutamente inutili; nel linguaggio del web questo significa che non le usa nessuno. La maggior parte degli strumenti di grande successo si presentano in maniera spesso molto semplice se non dimessa ma offrono semplicemente qualcosa che serve molto a tante persone. Dobbiamo inoltre tener conto che le attuali generazioni di studenti hanno una grande dimestichezza con il web e sono completamente indifferenti alla presunta ufficialità di ciò che viene loro offerto. Se invece durante la prima lezione apprendono che in un certo sito web si trova ciò che serve concretamente per l’insegnamento si può essere certi che lo useranno. Credo che la qualità si faccia con i fatti e non con la cura dell’immagine.

Assignment 5: Risorse bibliografiche

Un tempo la conoscenza era mantenuta in luoghi determinati, era accessibile con modalità determinate e in tempi determinati. La conoscenza era gestibile in un regime di scarsità e quindi costava.

Oggi la conoscenza è diventata liquida: risiede in rete dove è sempre accessibile a chiunque a costi pressocché nulli.

Sono innumerevoli le risorse disponibili per qualsiasi professione e quindi anche per le professioni attinenti alla medicina.

Fra tali risorse vi sono sia quelle pertinenti alle risorse ufficiali del mondo scientifico cone quelle libere.

I confini fra le due forme si vanno facendo meno marcati e più articolati.Cito in proposito An Open Letter to the U.S. Congress Signed by 33 Nobel Prize Winners (pdf):

For scientists working at the cutting edge of knowledge, it is essential that they have unhindered access to the world’s scientific literature.  Increasingly, scientists and researchers at all but the most well-financed universities are finding it difficult to pay the escalating costs of subscriptions to the journals that provide their life blood.  A major result of the NIH public access initiative is that increasing amounts of scientific knowledge are being made freely available to those who need to use it and through the internet the dissemination of that knowledge is now facile.

The clientele for this knowledge are not just an esoteric group of university scientists and researchers who are pushing forward the frontiers of knowledge. Increasingly, high school students preparing for their science fairs need access to this material so that they too can feel the thrill of research.  Teachers preparing courses also need access to the most up-to-date science to augment the inevitably out-of-date textbooks.  Most importantly, the lay public wants to know about research findings that may be pertinent to their own health diagnoses and treatment modalities.

The scientific literature is our communal heritage.  It has been assembled by the painstaking work of hundreds of thousands of research scientists and the results are essential to the pursuit of science.  The research breakthroughs that can lead to new treatments for disease, to better diagnostics or to innovative industrial applications depend completely on access not just to specialized literature, but rather to the complete published literature.  A small finding in one field combined with a second finding in some completely unrelated field often triggers that “Eureka” moment that leads to a groundbreaking scientific advance.  Public access makes this possible.

Uno degli obiettivi di questo corso è che voi siate coscienti dell’esistenza di tali risorse e che siate autonomi nell’utilizzarle. Iniziamo da quelle ufficiali, focalizzando in particolare l’attenzione sul motore di ricerca PubMed, uno strumento fondamentale per chiunque si occupi di medicina, a qualsiasi titolo.

Non vi lamentate per il fatto che è in inglese altrimenti io riparto con le filippiche sui danni da scolarizzazione 😉

  1. Studiate il capitolo sulle risorse bibliografiche mediche. In fondo trovate i riferimenti a vari tutorial per utilizzare il motore di ricerca PubMed.
  2. Giocate con PubMed. Ponetevi dei quesiti. Non è necessario avere preparazione medica, si possono ricercare anche cose abbastanza generiche. Provate a vedere se riuscite a trovare quello che volete.
  3. Descrivete in un post sul vostro blog una di queste ricerche fatte per gioco.