La scuola che cambia

Stavo per lasciare in bozza questo post perché ne volevo scrivere un altro entro stasera. Stavo per salvarlo dopo avere incollato il link ad un’affermazione di David Wiley che ha fatto un po’ il giro del mondo e che riporto più giù, quando dando un’occhiata alla posta trovo un’email di Nicola, uno studente di infermieristica, che mi segnala un articolo su Repubblica dove si cita proprio quell’affermazione di Wiley!

Allora lo riacciuffo e lo finisco. Del resto non è che voglia aggiungere molto, per ora, ma solo mettere insieme alcuni riferimenti che mi sono capitati tutti insieme sul tema di cosa sta per accadere alla scuola.

L’affermazione di Wiley, che per inciso è stato mio professore in un corso online sulla Open Education nell’autunno 2007,  è la seguente

If universities can’t find the will to innovate and adapt to changes in the world around them (what’s happening in the economy, affordability, the impacts of technology and openness, etc.)… universities will be irrelevant by 2020.

L’articolo segnalato da Nicola spiega bene il pensiero di Wiley quindi io non spendo ulteriori parole. Del resto chi bazzica questo blog e la blogoclasse di quest’anno sa che di parole in proposito ne ho già spese tante.

Voglio però segnalare un post di Letizia (studentessa IUL) dal quale estraggo il brano dove si riportano alcuni riferimenti interessanti attinenti a questo tema:

Man mano che passa il tempo la frontiera dei futurologi della scuola si sposta in avanti. Tuttoscuola in un convegno del novembre 2004 (Genova, Fiera ABCD), aveva cercato di immaginare la scuola futura ad una ragionevole distanza di anni, ponendo un interrogativo: “2015: fine della scuola?” e prefigurando una possibile evoluzione in direzione dell’homeschooling, di forme di apprendimento individuale realizzate in tutto o in parte al di fuori dell’istituzione scuola tradizionale.

Più o meno allo stesso periodo appartiene uno studio dell’OCSE sugli scenari evolutivi dei sistemi educativi nel 2020. Si ipotizzavano tre scenari, tutti in diversa misura fortemente innovativi – si potrebbe dire post-istituzionali – e tutti fortemente condizionati dallo sviluppo delle nuove tecnologie.
Nella stessa ottica si sono posti ora, a distanza di cinque anni, il convegno dell’ADi svoltosi a Bologna il 27-28 febbraio 2009 (“Da Socrate a Google”) e quello promosso a Torino la scorsa settimana [a fine marzo] (“Un giorno di scuola nel 2020”), organizzato dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo.

In comune i due convegni hanno avuto la regia di Norberto Bottani, alcuni relatori di fama internazionale e un notevole successo di pubblico (oltre 500 partecipanti in entrambi i casi). Ciò che è emerso in questi convegni è la conferma del perdurante ritardo dell’Italia per quanto riguarda la diffusione e l’utilizzo delle nuove tecnologie sia a livello scolastico sia a livello familiare (esclusi i telefoni cellulari, peraltro da noi vietati in classe).Ma il cambiamento, come hanno spiegato i diversi relatori, è inarrestabile e irreversibile, e gli insegnanti di oggi, compresi i molti che saranno ancora in servizio nel 2020, devono prepararsi all’idea di operare in nuovi contesti (luoghi fisici diversi dalla classe) e con modalità didattiche e attrezzature molto più mirate all’apprendimento individuale, anche in forme e con tempi diversificati, resi possibili dall’imponente sviluppo delle tecnologie dell’informazione.

Infine vorrei segnalare la descrizione di un esperimento di Michael Wesch, uno che ci prova davvero.

5 thoughts on “La scuola che cambia

  1. Eleonora says:

    Personalmente non credo che dire che le tecnologie possano cambiare la scuola e l’università significhi eliminare il rapporto umano fra allievi e insegnanti, non vedo il legame.
    Sono stata al convegno di torino sulla scuola del 2020 e Bottani ha cercato piu’ volte di provocare l’uditorio (utilizzando il caso del computer nel muro nei villaggi indiani) dicendo che con le tecnologie si “potrebbe” fare a meno degli insegnanti, ma nessuno ha raccolto questa provocazione.
    Sono stata anche delusa da quel convegno, che nella presentazione parlava di recenti studi sull’apprendimento ma poi di fatto si e’ parlato soprattutto (quasi esclusivamente) dell’impatto delle tecnologie. Secondo me la questione e’ piu’ ampia e il cambiamento che servirebbe, e’ in minima parte risolvibile con i computer.

  2. Pingback: Daily
  3. Marina says:

    Volevo segnalare due articoli molto interessanti, pubblicati in questi ultimi giorni sull’home page della piattaforma indire (www.indire.it ): il primo riguarda una sperimentazione di cambiamento dell’assetto organizzativo e didattico in una scuola pilota di Boston (l’esperienza di Lilla Fredrick) e l’altro(con il computer è più colorato) curato da Elena Mosa (tutor del corso di formazione “Metodi di ricerca in ambienti multimediali” della IUL che ho avuto la fortuna di conoscere nel primo semestre di quest’anno) in cui si sottolinea l’importanza di cambiare le modalità di comunicazione nella scuola d’oggi grazie al Web 2.0 che anch’io sto cominciando ad approfondire e utilizzare grazie anche al corso con Andreas (but I’m still a tortoise instead of a hare) . Volevo aggiungere un ultima considerazione al post di Manuel. Anch’io considero il rapporto umano insostituibile per la formazione: insegno inglese ormai da trent’anni a bambini dai sei agli undici anni con un approccio ludico- comunicativo ma considero le opportunità che il web mi offre uno strumento per rendere questo mio rapporto con loro ancora più profondo e più vicino a quello che è il loro mondo di costruire e condividere la conoscenza.

  4. iamarf says:

    Nessuno toglie e toglierà il confronto umano con professori e compagni di corso, confronto che nella nostra facoltà è comunque estremamente limitato e povero, peraltro. Magari ci fosse.

    Il fatto è che non basterà, non basta. La Evidence Based Medicine, la produzione di meta-letteratura tipo la Cochrane collaboration, la proliferazione di corsi online, il fatto che le più prestigiose università mettano i propri corsi online rappresenta proprio questo: lo sforzo di aprirsi al mondo esterno perché la conoscenza è troppo ampia, troppo complicata e troppo rapidamente crescente perché un singolo corso di studi possa dare tutto ciò che serve.

    La questione non è del tipo:

    … l’università sarebbe bene che si adeguasse …

    bensì

    … le università che non si adegueranno periranno e quelle che si adegueranno diventeranno un’altra cosa …

  5. Manuel (medicina) says:

    Desidero dire la mia riguardo all’articolo in questione. Ammesso che l’università debba adeguarsi ai nuovi metodi di studio e apprendimento, qualora questi risultino essere più efficaci,liberi ed aperti ad un numero maggiore di persone; trovo che sia non del tutto completo sostituire il classico modello di università con uno in cui gli studenti trovano tutto ciò che hanno bisogno in rete (come sostenuto nell’articolo di wiley). Soprattutto in una facoltà come la nostra, penso sia ancora necessario un confronto umano con le altre persone ed in particolar modo con colleghi e pazienti. Non mi pare un buon metodo quello di far esercizio pratico in un mondo virtuale (second life), si rischia infatti di perdere la concezione che il malato è prima di tutto un UOMO, con la spiacevole conseguenza di desensibilizzare ancora di più la figura del medico.

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