Mettere un corso online

Nell’ambito delle mie attività – diciamo – istituzionali mi è stato chiesto di scrivere un breve testo su cosa significhi “mettere un corso online”. Poiché il tema può rientrare fra le considerazioni sulla “scuola che vorrei” lo riporto qui di seguito.

Prima però preciso che sono il primo a sostenere che la scuola che vorrei non passa necessariamente dalla forma online. Ribadisco che internet facilita semplicemente una serie di interventi che sarebbe stato possibile realizzare con strumenti convenzionali.


Il panorama

Per mettere un corso universitario online è inevitabile essere disposti ad affrontare un mutamento delle consuetudini ed è quindi inevitabile prevedere un costo aggiuntivo in termini di impegno personale e, in misura minore, di oneri finanziari. L’operazione può essere finalizzata ad obiettivi diversi implicando impegni molto differenziati sia sul piano quantitativo che sul piano qualitativo. Vale a dire che, per affrontare la transizione, non è solo questione di lavorare di più per un certo periodo di tempo ma può essere necessario affrontare un cambio di mentalità che può essere anche radicale e profondo; ovviamente questa è la parte più difficile del lavoro.

Distinguiamo tre diversi obiettivi in ordine di difficoltà crescente nel senso che andando dal primo al terzo aumenta il peso del cambiamento di prospettiva rispetto al mero impegno temporale aggiuntivo.

  1. Trasferimento delle “dispense” in un sito web che sia accessibile solo previa autorizzazione da parte del docente. In sostanza si tratta di una semplice operazione che concerne il trasferimento dei contenuti su di un altro medium e che lascia sostanzialmente inalterata la struttura degli insegnamenti universitari così come sono concepiti nella grande maggioranza dei casi. L’impegno preminente è costituito dal tempo occorrente per il trasferimento dei contenuti. Al docente è richiesta solo una minima “compliance” per l’adozione e l’impiego del medium diverso.
  2. Trasferimento delle “dispense” in un sito web che sia liberamente accessibile. Tecnicamente si tratta dello stesso processo descritto per il primo obiettivo ma la prospettiva è molto diversa. Il docente deve accettare l’idea che i suoi materiali didattici siano consultabili da chiunque in tutto il mondo. Perseguendo questo obiettivo si aderisce implicitamente al progetto delle Open Educational Resources (OER). In un numero crescente di atenei nel mondo si sta lavorando per la definizione e lo sviluppo di modelli per la libera diffusione del materiale didattico. La prima e più importante iniziativa è stata quella del MIT che nel 1999 si pose il problema dell’opportunità di porre tutti i suoi corsi online, nel 2000 decise che ne valeva la pena e nel 2002 aveva realizzato la prima versione dimostrativa con 50 corsi. Attualmente l’offerta OER del MIT consta di 1800 corsi in 33 discipline accademiche. In una mia pagina web sono elencati alcuni dei principali riferimenti ad iniziative ufficiali ma l’elenco pecca certamente per difetto poiché la tendenza è impetuosa e inarrestabile e il 12 marzo scorso negli Stati Uniti è stata introdotta una proposta di legge sullo sviluppo delle OER (Bill H.R. 1464). Le OER sono pensate in un’ampia varietà di forme ma noi qui ci riferiamo semplicemente ai contenuti liberamente disponibili in rete.
  3. Creazione di una comunità in rete. È in atto ovunque un vivo dibattito su quanto la formazione istituzionale sia in grado di rispondere alle necessità reali della società e stiamo assistendo ad una fioritura di iniziative ed esperimenti volti all’applicazione di metodi di insegnamento che stravolgono il paradigma tradizionale basato su lezioni frontali ed esami. Si tratta di metodi che possono essere molto diversi fra loro in dipendenza del contesto, per dirla brevemente e semplificando molto, in dipendenza dell’età degli studenti, degli obiettivi formativi e delle discipline d’insegnamento. Essi hanno tuttavia in comune il fatto di porre l’enfasi sull’apprendimento autonomo, sull’educazione alla cooperazione, sul problem solving e ridurre invece l’enfasi sulla mera trasmissione di contenti. Potremmo dire che si tratta di tentativi di attuazione del pensiero costruttivistico e, forse, connettivistico, pensiero che sino ad ora è largamente ignorato in quasi tutti gli aspetti della formazione. Un esempio è costituito dagli insegnamenti di informatica nei Corsi di Laurea della Facoltà di Medicina, di Tecnologie di Comunicazione online nel Corso di Laurea in Teorie della Comunicazione e di Editing Multimediale presso la Italian University Line (sono disponibili una sintesi in inglese, pdf,  e una versione estesa in italiano). Un’esperienza maturata lavorando con circa 5000 studenti nell’arco di otto anni.

Un punto di partenza

Per una proposta realistica penso che ci si debba limitare al primo obiettivo.

In queste brevi note faccio una proposta concreta seguita da alcuni commenti sulle obiezioni che mi vengono usualmente rivolte.

L’obiettivo è quindi quello di mettere online i contenuti utilizzando un sito web il cui accesso sia subordinato al possesso di un nome di login ed una password.

Preciso subito che con il termine contenuti intendo delle dispense redatte dal docente e non una presentazione, cioè un insieme di diapositive powerpoint.

Ebbene, il medium più idoneo per offrire, mantenere e migliorare dei contenuti è quello costituito da un wiki. Il wiki non è altro che un sito web che può essere redatto ed aggiornato da più autori.

La chiave del successo dei wiki sta nel fatto che è estremamente facile creare contenuti e che non è necessaria alcuna competenza particolare per farlo. A dire il vero questa è la chiave per capire il successo di tutti i fenomeni connessi in qualche maniera con il mondo del social networking. Un successo bastato sostanzialmente su di un processo di disintermediazione che ha consentito a larghissime fasce di popolazione di accedere a svariate forme di espressione e comunicazione.

I wiki hanno trovato innumerevoli applicazioni in ogni forma di organizzazione quali aziende, scuole e università. I wiki dedicati alla formazione, i cosiddetti “educational wikis”, si contano oggi in termini di milioni.

Un wiki può essere creato in pochi secondi su uno degli appositi servizi web. Imparare a inserire contenuti è questione di pochi minuti. La libertà di creare pagine collegate fra loro in vario modo è pressocché totale.

È molto facile fare in modo che gli studenti che si desidera accedano al sistema debbano richiedere un’autorizzazione, dopodiché potranno accedere con il proprio nome di login e password.

I wiki mantengono la storia dettagliata delle modifiche ed è sempre possibile tornare ad una delle versioni precedenti. Questa è una caratteristica molto utile quando vi siano diverse persone autorizzate a redigere ed aggiornare le pagine.

Si può sempre fare un backup completo di tutto il contenuto di un wiki.

I web service più famosi offrono wiki completamente funzionali a costo zero. Con una spesa dell’ordine di decine o poche centinaia di euro l’anno si possono avere funzionalità che possono tornare utili per un wiki molto grande e per disporre di un controllo completo sugli account degli studenti.

Elenco qui di seguito alcune delle obiezioni tipiche.

  1. Non ho le competenze necessarie per fare un sito web. Credo che questo sia un alibi insostenibile. Il successo dei wiki, dei blog e di tanti strumenti di social network deriva in buona parte dalla grande facilità d’uso. Se vi fossero problemi di competenze non si sarebbe potuto verificare il coinvolgimento di centinaia di milioni di persone nell’arco di un decennio.
  2. Non ho tempo. Ricordo di avere studiato, fra il 1974 e il 1978, su dispense manoscritte e disegnate che potevano essere composte da svariate centinaia di pagine. Credo che sia normale per un professore trovare il tempo per lavorare sul materiale didattico per i suoi studenti. C’è poi da considerare che per certi tipi di lavori è possibile coinvolgere gli studenti. Il coinvolgimento degli studenti per lo sviluppo e l’aggiornamento del materiale didattico è un ottimo modo per bilanciare una pratica didattica che è esageratamente orientata verso lo studio teorico. I wiki sono perfetti per questo tipo di attività. I miei studenti nel corso del tempo hanno fatto un gran lavoro nella redazione delle dispense del mio wiki.
  3. I miei contenuti contengono parti di autori terzi che sono coperte da copyright. Negli Stati Uniti la legislazione sul copyright prevede il principio del fair use con il quale si consente l’impiego senza autorizzazione da parte dell’autore di un’opera altrimenti protetta da copyright nei casi in cui questo comporti la promozione “del progresso della scienza e delle arti utili”. Un caso tipico è proprio quello di un professore che utilizzi un’opera per l’insegnamento ai suoi studenti. In Europa e in particolare in Italia esistono strumenti legislativi analoghi ma in un primo momento sono stati applicati in modo molto più restrittivo. Per quanto riguarda la nostra legislazione si tratta dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, ove si dispone che il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera. Con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 è stata introdotta l’espressione di comunicazione al pubblico, per cui il diritto non è esercitabile solo per i vecchi mass media, ma anche per i nuovi come da ultimo il web. Pare quindi che l’articolo 70 della Legge sul diritto d’autore vada interpretato in senso molto simile al fair use statunitense e quindi non si vede perché un professore non possa avvalersene nel proprio insegnamento.
  4. Perché devo usare un web service invece di un server di ateneo? I web service sono gestiti da aziende che vivono di tali attività e dispongono di infrastrutture e competenze che sono allo stato dell’arte e con livelli di affidabilità con i quali il servizio tecnico di un ateneo italiano, spesso gestito in condizioni asfittiche e sub-ottimali, non potrebbe mai competere. Le aziende che gestiscono i web service hanno infatti la necessità di garantire il servizio a milioni di utenti. Da quando mi sono affidato completamente ai web service ho cessato di avere problemi tecnici.
  5. Se ogni docente si costruisce il proprio sito viene meno l’omogeneità nell’offerta dei contenuti. Uno dei messaggi che si ricevono oggi dai grandi fenomeni del web è che le persone sono interessate a ciò che può risolvere loro un problema e non alla forma con la quale le informazioni vengono presentate loro. Il web pullula di pagine bellissime e formalmente ineccepibili che sono assolutamente inutili; nel linguaggio del web questo significa che non le usa nessuno. La maggior parte degli strumenti di grande successo si presentano in maniera spesso molto semplice se non dimessa ma offrono semplicemente qualcosa che serve molto a tante persone. Dobbiamo inoltre tener conto che le attuali generazioni di studenti hanno una grande dimestichezza con il web e sono completamente indifferenti alla presunta ufficialità di ciò che viene loro offerto. Se invece durante la prima lezione apprendono che in un certo sito web si trova ciò che serve concretamente per l’insegnamento si può essere certi che lo useranno. Credo che la qualità si faccia con i fatti e non con la cura dell’immagine.

6 thoughts on “Mettere un corso online

  1. Irene ha detto:

    La discussione si fa molto più grande di me, me ne accorgo, e più che gli studenti, chiaramente ben disposti alla possibilità di un corso online in questi termini, la cosa riguarda i professori.

    Le loro obiezioni sono spesso inaccettabili, ma da un lato li capisco. O meglio vedo mio padre ad esempio. Mi sono accorta che è più difficile di quanto lei possa immaginare entrare in questo mondo, mettersi alla prova, perchè spesso anche cose davvero scontate in realtà non lo sono. Però, se faccio riferimento a mio padre (che prima ad esempio aveva anche difficoltà a mandare un’ email) devo dire che ho sempre notato in lui la voglia di apprendere da noi figli, di capire “come si usa internet”.

    Insomma, basterebbe un atteggiamento di apertura, anche in totale assenza di competenze.
    Ma intanto, molti prof non ci sono per nulla abituati, hanno sempre organizzato il loro lavoro in un determinato modo, è sempre filato tutto liscio e perchè mettere altra carne a cuocere? Questa poi sarebbe una cosa in più, che toglie tempo, anche perchè poi c’è da comprenderlo!E così…
    Dopo anni di insegnamento, si è disimparato ad imparare, mi sa. E sottolineo anni, tempo,perchè anche l’età media di questa nostra Italia e della classe lavorativa in genere gioca un brutto tiro. Una certa età significa essere nati, cresciuti, aver studiato in “un’epoca” che davvero sembra un’epoca a sè, dato che i cambiamenti si sono avuti praticamente in un ventennio. Quindi età= altra epoca = altre abitudini =altra mentalità =limitazione a metodi tradizionali.

    Non ne avvertono l’esigenza, ma intanto fanno un torto anche a noi studenti, diretti interessati.
    Perciò, forse dobbiamo attivarci un pò anche noi, far avvertire la necessità, mentre voi prof peritissimi si spera diventiate per loro l’esempio e l’amico a cui chiedere e non degli “spauracchi” che parlano un linguaggio incomprensibile (…e sentirsi un pò “ignoranti” per prof tutti tronfi e pieni di sè, immagino sia davvero un’ umiliazione!=) )

  2. iamarf ha detto:

    Nel nostro paese prevale una visione burocratica delle attività e ci manca completamente il pragmatismo nordico.

    Conseguentemente le inziative istituzionali appaiono quasi sempre scollegate dalle necessità reali. Le cose avvengono con una lentezza esasperante e regolarmente fuori tempo che oggi vuol dire non essere competitivi con gli altri paesi e nemmeno partner efficaci.

    Inziative che iniziano sei mesi dopo rispetto al momento che il buon senso suggerirebbe, strumenti che quando arrivano ad essere operativi, spesso parzialmente, sono già superati … purtroppo rappresentano la norma in quasi (ci metto il quasi per prudenza …) tutte le organizzazioni pubbliche e non solo.

    È un problema che riguarda anche gli paesi e concerne la difficoltà che tutte le organizzazioni stanno incontrando nel navigare in mari così tempestosi. Ma sarebbe un errore trasformare questa constatazione in una giustificazione perché siamo veramente molto indietro e se non ci svegliamo lasceremo una eredità pesantissima ai nostri figli.

  3. Anonimo ha detto:

    A proposito di corsi online, vorrei lanciare una provocazione che però può servire a far riflettere. Mi trovo a far parte del comitato tecnico scientifico per la formazione dei docenti neoimmessi in ruolo, i quali devono formarsi attraverso una modalità blended sulla piattaforma FOR (PUNTOEDU). Abbiamo avuto ieri il primo incontro con gli e-tutor che si occuperanno della formazione di questi docenti. La prima pietra che voglio lanciare riguarda il fatto che mi pare poco produttivo (per non dire poco serio) che la formazione in piattaforma inizi nel mese di aprile anzichè nel mese di ottobre ad inizio anno (come dovrebbe essere per una formazione autentica). Seconda provocazione riguarda il fatto che navigando nelle varie aree di FOR (difficoltà tecniche permettendo) si ritrovano dei documenti e delle proposte di attività che erano già presenti, nell’ambiente online, parecchie edizioni fa. Forse è il caso di rifletterci un po’ su, forse questo la dice lunga su quanto consideriamo centrale della formazione (soprattutto di chi sarà l’insegnante del domani) …

    Danilo

  4. iamarf ha detto:

    Sottolineo i tempi dell’avventura del MIT:

    1) 1999 posizione del problema
    2) 2000 decisione
    3) 2002 presentazione prototipo (50 corsi!)
    4) 2009 a regime con 1800 corsi in 33 discipline.

  5. iamarf ha detto:

    E ti dirò di più. Sarà ben difficile che un apprezzabile numero di professori accetti di porsi il primo obiettivo in tempi ragionevolmente brevi. Primo obiettivo che è decisamente minimale consistendo semplicemente nella trasposizione di materiale esistente in una forma che oggi la gente è abituata a consultare.

  6. Flavia Di Maio ha detto:

    Il fatto che tu Andreas parli di proposta realistica e ti fermi al primo obiettivo, la dice lunga su com’è messa l’università italiana, certo siamo molto lontani da ciò cha fa il MIT.
    Al di la del fatto (certo) che una buona scuola prescinde dall’utilizzo o meno delle tecnologie, è anche certo che la realtà digitale in cui i nostri figli e noi tutti siamo immersi non può essere ignorata.
    Quindi una buona scuola deve essere una comunità di pratiche, in presenza e anche on line.
    Noi della IUL stiamo vivendo l’esperienza inedita della
    blogoclasse, dove si scambiano contenuti, idee, esperienze, e anche sul wiki si è creato uno scambio notevole di informazioni preziose per tutti. Credo che questi siano due esempi concreti di scuola come comunità di pratiche.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...