Intervista 23

Tralascio le circostanze, sostanzialmente fortuite, che mi hanno portato ad essere intervistato da Stefano Balassone nel programma “RESTI TRA NOI” su RED tv (canale 890 di Sky).

Lascio anche perdere una serie di integrazioni e commenti che “a caldo” mi sembrava opportuno aggiungere all’intervista. Mi raccontava infatti Balassone che preferisce fare le interviste in diretta anziché in differita perché succede spesso che le persone intervistate chiedano di apportare delle correzioni a posteriori ma così si perde la natura di queste interviste che consiste, io credo, nel cogliere una sorta di instantanea della persona e di quello che in quella circostanza vuole trasmettere.

Non ne viene fuori un prodotto rifinito ma un qualcosa di più vicino a quello che si avrebbe da una conversazione occasionale con una persona incontrata per strada, un qualcosa che include entusiasmi, esitazioni, umori, accenti, alti e bassi, l’uomo così com’è insomma.

Ecco, se questo è vero allora mi piace e devo ammettere che rappresenta un uso del mezzo televisivo al quale non avevo pensato, essendo abbastanza imprigionato in quello che è forse il luogo comune della televisione solo di artifici composta, o quasi.

La cosa funziona bene anche perché Balassone si diverte moltissimo a fare queste interviste che prendono così vita grazie alla sua genuina curiosità. E siccome si diverte ne fa tante, al ritmo di tre interviste al giorno, tre faccia a faccia di mezz’ora ciascuno preceduti da un brevissimo accordo sul tema principale ma dove poi la conversazione fluisce liberamente.

Ancora più interessante è il caleidoscopio di anime che vien fuori da questa quantità di persone, 180 sino ad ora, che forse descrive un’altra Italia, ben diversa da quella che appare dalla mainstream information. Un’Italia, fatta di gente che immagina, crea, si dà da fare per perseguire obiettivi nei quali crede e che non necessariamente si riducono a denaro, potere, visibilità.

Forse un’Italia che è quella che mantiene in piedi il paese per davvero, malgrado tutto, e che Gianni Marconato ha descritto in un post recente sulla scuola che non funziona e quella che funziona, certamente meglio di quanto potrei fare io.

L’operazione di Balassone è resa credibile dal fatto che le interviste coinvolgono persone che svolgono le attività più diverse, scrittori, poeti, commercianti, artigiani, webbisti, politici, giornalisti, persone che hanno fatto qualcosa di eccezionale ma anche persone che apparentemente non hanno fatto qualcosa di particolarmente notevole, perché ogni persona può offrire una prospettiva eccezionale sul mondo.

Ebbene, come è naturale offro qui sotto il collegamento alla mia intervista ma soprattutto vi invito a frugare nell’archivo di “RESTI TRA NOI” perché ne vale la pena. Ho saputo che l’archivio è in via di perfezionamento nel senso che i link delle interviste vengono via via dotati da un abstract e, immagino, da tag (parole chiave) adatte a facilitare la ricerca. Questo è un tipico caso dove sarebbe interessante visualizzare la nuvola dei tag per visualizzare e perlustrare l’universo offerto dalle interviste, come forse anche un sistema di rilevazione del gradimento delle interviste da parte dei visitatori.

Assignment … non numerato: saper ascoltare … 55

Ieri sono andato a vedere A serious man, l’ultimo film dei fratelli Coen.

È pericoloso e molto frequente attribuire ad altri, a cause esterne, organizzazioni, cattiva sorte o addirittura a maledizioni, casi avversi che sono forse invece dovuti alla propria incapacità di ascoltare e quindi mutare prospettiva. Questo mi pare che dicesse il film, in sintesi.

Una enorme parte degli innumerevoli problemi che affliggono le società più ricche ed anche gli individui che le compongono, derivano da una crescente incapacità di ascoltare. Anche molti problemi apparentemente tecnici, istituzionali, meramente organizzativi derivano da una carenza culturale che riassumerei sinteticamente e molto semplicemente in “carenza di ascolto”.

È bene tenere presente che la pratica dell’ascolto, a tutti i livelli, non è solo di fatto fuori moda ma è anche ritenuta antieconomica, almeno nel breve periodo.

Quando si ascolta non si fa e questo oggi non piace. Quando si ascolta non si accumula prodotto, non si muove nulla, non ci si muove. La pratica dell’ascolto non si misura, non è quantificabile e quindi all’homo economicus non serve.

Si assiste così al risultato perverso per cui coloro i quali, in quanto caricati di responsabilità pubbliche, dovrebbero avere particolari attitudini all’ascolto, si rivelano sistematicamente i più incapaci.

Salvo eccezioni, i politici non capiscono “la base”, i vescovi non capiscono le greggi, i manager non capiscono il mercato, gli insegnanti non capiscono i loro studenti. La base e le greggi si assottigliano riducendosi a club di fedeli, i manager sono sempre più perseguitati dall’imprevedibilità delle disruptive technologies, gli studenti, obbligati allo studio, sviluppano meccanismi di difesa che sono l’esatto opposto di quello che la pedagogia insegna, tutti disimparano l’ascolto, tutti competono.

A scuola si studia ma non si ascolta, a scuola si “fa lezione” o si “interroga”. Non c’è tempo per ascoltare e, mancando l’ascolto, tutto quello studio, anche se condotto con risultati scolastici brillanti, risulta in larga parte sterile.

All’università si ascolta ancora meno. Lo si vede anche da come sono gestiti gli spazi fisici o addirittura da come vengon progettate le strutture nuove, magari rutilanti di marmi e guarnite di strutture tecnologiche, ma in realtà nuove solo nell’odore del nuovo, nel lucido del nuovo, nel non vissuto del nuovo. Nuovo che abbaglia e euforizza sempre un po’ ma già manifestamente effimero.

E il retrogusto è quello delle televisioni a colori nelle baraccopoli del sottoproletariato di tante metropoli, il retrogusto è quello del “pacco”. Scartato il pacco viene fuori il pensiero fermo, statico, quindi in realtà il non pensiero. Un non pensiero con il quale non è stato pensato che la formazione è intrisa di dialogo e di confronto fra pari e fra non pari. Un non pensiero anche provinciale che impedisce di andare a vedere come sono fatte le università che funzionano in giro per il mondo, prima di metter mano alle proprie, quasi sempre per finta.

Nella nostra università non è previsto che la gente ci viva dentro, ci studi, ci conversi, ci si possa rilassare, oziare, connettere con il mondo esterno ivi comprese altre università, seguire lezioni in Internet di altri insegnanti, accedere ad altre risorse didattiche, alle Open Educational Resources. Non è previsto, in generale ascoltare, che non vuol dire stare a lezione e nemmeno interrogare. Nessuno ascolta nessuno. Tutti competono con tutti. Studenti e professori. Improduttivamente, sia gli uni che gli altri.

Sono quasi sicuro che una maggior parte dei docenti ritengano considerazioni del genere una perdita di tempo, se non pericolose. Anche la valutazione da parte degli studenti è ritenuta da tanti una perdita di tempo, se non un pratica pericolosa.

E alfine anche gli studenti ritengono l’ascolto una perdita di tempo e finiscono con l’essere interessati solo a ciò che produce crediti nel più breve tempo possibile, strategia ormai generalizzata e malamente cammuffata con il desiderio di imparare “ciò che realmente serve nel lavoro”. L’ascolto non è praticamente mai incluso in “ciò che serve realmente nel lavoro”.

Nei percorsi di formazione (in realtà non sono di formazione bensì di semplice istruzione), stipati di tutto “ciò che serve realmente nel lavoro” in una dissennata e angosciante crescita di informazioni, è difficilissimo inserire proposte che affianchino l’ascolto allo studio, pur con tutta la buona volontà, perché gli studenti hanno in larga maggioranza la sensazione di perdere tempo.

Incidentalmente, vorrei far notare che ascolto non significa solo ascolto del prossimo, preoccupazione per il prossimo, concernimento per una categoria di persone ma significa anche ascolto del mondo, delle cose, attitudine a capire come stanno le cose e soprattutto le relazioni fra esse, attitudine all’ascolto di linguaggi non proposizionali ma non per questo meno portatori di significati.

Alla fin fine, la carenza di esercizio all’ascolto, trasforma anche lo studio medesimo da pratica di conoscenza in mero apprendimento di istruzioni, istruzioni per l’uso di una realtà oggettiva, trasmissibili per mero passaggio di descrizioni.

Eppure le teorie dell’apprendimento si vanno spostando sempre più sul fabbricar mondi, ognuno il suo, sospeso mediante connessioni di ogni genere a innumerevoli mondi da altri fabbricati, in assenza di un mondo oggettivo e riconoscibile che funga da sistema di riferimento assoluto. E i filosofi su tutto questo vanno arrovellandosi su quale sia infine il concetto di verità visto e considerato anche che la scienza, che doveva rappresentare la via maestra per la conoscenza del mondo quale esso si immaginava che fosse, macchina fatta di macchine, ci ha ormai abituati, ormai da un secolo, a convivere con descrizioni apparentemente assurde e assolutamente contrastanti fra loro ma tutte perfettamente funzionanti.

Mai come ora, la famiglia umana, si è trovata a misurarsi in modo così impari con la complessità del mondo, proprio in virtù di quelli strumenti che dovevano servire a riconoscerne i mattoni e l’ordine e che pur son serviti a migliorare così tanto la condizione materiale dell’uomo; mai come ora è stato così necessario fermarsi e cercare di recuperare il valore dell’ascolto, capacità innata in tutti gli esseri viventi non soffocati da un eccesso di raziocinio, ivi compresi i bambini.

Mai come ora, nelle attività di cura dell’uomo, ove cura della salute, ove della formazione, è stato così necessario recuperare il valore dell’ascolto.

Qualcosa si muove ma siamo ben lontani da dove potremmo essere. Un esempio positivo è l’ascolto che è stato dato ad uno studente, Fausto, che aveva proposto una proiezione commemorativa della versione integrale della Last Lecture tenuta a Pittsburgh presso la Carnegie Mellon University il 18 settembre 2007 dal professor Randy Paush, che sapeva del tempo che aveva da vivere, terminato il 25 luglio 2008. Di questo ascolto va dato atto a Rosa Valanzano, attuale presidente del corso di laurea di medicina a Firenze. Il fatto è stato rilanciato proprio da Fausto mediante un opportuno post nel blog di CIN@MED.

Al di là della toccante vicenda umana e del valore del discorso di Randy Paush che merita certamente ascolto, vorrei mettere in luce l’evento inusitato dove una facoltà raccoglie e realizza l’intuizione di uno studente. Ecco, un evento del genere non dovrebbe essere inusitato ma dovrebbe essere una pratica costante. Una pratica volta non soltanto a raccogliere intuizioni e suggerimenti ma anche a valorizzare tante attività collaterali e di supporto alla didattica che molti studenti sono disposti a fare, sempre che venga concesso loro lo spazio ed il riconoscimento.

Se gli studenti percepiscono, come avviene di norma, che tutto ciò che esula dalla routine di studio e esami vale poco o niente e che in particolare a poco valgono spirito d’iniziativa, fantasia e pensiero laterale, quando saranno “formati” propagheranno lo stesso messaggio e, inerentemente, la stessa scarsa attitudine all’ascolto. Fatto quest’ultimo particolarmente grave per persone che si sono prefisse di dedicarsi ad una professione di cura.

La malattia del “non ascolto” tuttavia è generalizzata, è il frutto di un malcostume e di una formazione carente che si manifesta come una vera e propria patologia della società e della quale uno dei sintomi più evidenti è la distanza delle istituzioni dai cittadini. Questa percezione di distanza fra istituzioni e individui è un sintomo molto pericoloso in presenza del quale non si può pensare di costruire una società sana e competitiva, dove lo sforzo di chiunque sia apprezzato e valorizzato a prescindere dalla propria identità, dove chi lavora sia contento di farlo perché ne percepisce il valore per la comunità, dove le forme di lavoro precario comportino sicure forme di capitalizzazione per l’inserimento nel mondo  del lavoro.


P.S.

E l’assignment in cosa consiste? Non lo so di preciso. Dovevo scrivere un’altra cosa e invece ho scritto questa. So tuttavia che il tema è rilevante per tutti i mestieri che fanno o andranno fare gli studenti di questa blogoclasse, professioni sanitarie, insegnanti, operatori della formazione. Vedete un po’ voi … l’assignment potrebbe essere: pensateci, e se ne vale la pena scrivete qualcosa …

Tu non sei qualcosa, tu sei. È una questione di rispetto 23

veneziabarcamp (1)Il mio caro amico maialinporcello in un commento al post precedente mi chiedeva com’era andata al BarCamp di VeneziaCamp. Rispondo brevemente, poi però colgo l’occasione per approfondire un pochino una questione che mi ha sempre turbato parecchio.

È andata molto meglio della maggior parte dei tanti convegni ed eventi ai quali ho partecipato in passato. Ho conosciuto persone che fanno cose interessanti e mi è piaciuta l’atmosfera informale.

veneziabarcamp2

C’è tuttavia una cosa che non mi è piaciuta: il cartellino (badge) che ci si deve appuntare da qualche parte per essere riconosciuti, come accade in tutti gli altri convegni. Questa volta sul cartellino c’era scritto BLOGGER. Si tratta certamente di un dettaglio marginale rispetto al valore dell’evento in sé e non mi sono certo irretito solo perché mi hanno dato questo cartellino ma la riflessione che ne emerge non è affatto marginale.

Io non sono un blogger, anche se in certi periodi scrivo molto sul blog, commento molto quelli degli altri, ne seguo svariate centinaia, talvolta esorto le persone a trarre vantaggi dall’impiego di un blog e scrivo articoli su “come stare online”.

Semplicemente, impiego il blog in alcuni aspetti della mia attività quando questo si rivela utile per gli obiettivi che mi sono prefissato.

Io non sono un professore, anche se insegno all’università.

Semplicemente, svolgo le funzioni di professore nei precisi momenti nei quali faccio cose utili (forse) per gli studenti che mi vengono affidati in alcune precise circostanze. Quando esco da un istituto e passeggio per la città oppure a casa, dopo avere risposto alle email degli studenti, giro in Internet per i fatti miei, allora non sono un professore ma sono uno dei tanti.

Io non sono un fisico, anche se ho conseguito una laurea in fisica, ho insegnato fisica per un po’ e ho scritto degli articoli di fisica.

Semplicemente, sono uno che in alcune circostanze tende a vedere il mondo in modo conforme ad un paradigma di conoscenza che nella nostra epoca è unanimemente condiviso per costruire quella conoscenza del mondo che chiamiamo fisica.

Io non sono un matematico, io non sono un informatico e via e via …

Io non sono intelligente, anche se mi sono laureato, ho ricoperto un ruolo di ricercatore e poi di professore, ho accumulato un curriculum, ho risolto alcuni problemi o capisco qualche lingua o altro ancora.

Semplicemente, sembro intelligente ad alcune precise persone e in alcune precise circostanze. Ad altre persone ed in altre circostanze sembro del tutto stupido. Per esempio, quando non capisco le questioni di politica universitaria e magari mi chiamano per votare in una certa adunanza e per un certo fine e poi voto all’incontrario perché non ho capito la questione, ebbene allora sembro decisamente stupido.

Io non sono buono, non sono cattivo, non sono pigro, non sono attivo e via e via …

santoro (1)

Don Santoro ascolta la testimonianza dell'unico prete presente ...

Domenica scorsa sono stato all’ultima messa celebrata da Don Alessandro Santoro, l’ultima prima di essere confinato nel limbo affinché si ravveda e impari a non dare più scandalo, per ordine del vescovo Betori. Una delle tante storie – queste sì effettivamente scandalose – di piccoli grandi uomini che si scontrano con il potere.

Don Santoro, fra tante altre cose, ha richiamato l’attenzione sull’abuso frequente dell’aggettivazione [o predicato nominale] – buono, cattivo, intelligente, stupido, volenteroso, pigro, sincero, bugiardo, nero, bianco, ateo, credente, dotto, ignorante … – e ha ricordato che invece ci dovremmo sempre riferire alle persone con il loro nome e basta.  Ogni persona ha la sua storia, unica al mondo, la sua particolare combinazione di sensibilità e di attitudini, le sue particolari ed uniche potenzialità. L’attribuzione di un’etichetta ad una persona equivale all’imposizione di un limite che impedisce di conoscerla, equivale a ridurre le possibilità di comunicarle e di comprenderla.

Lo stesso concetto è stato evidenziato molto chiaramente da Massimo Papini, professore di neuropsichiatria infantile, nella discussione che è seguita alla proiezione de “Il grande cocomero” nell’ambito di CIN@MED, dove ci si riferiva in particolare alla relazione fra il medico ed i suoi piccoli pazienti e i loro genitori.

La questione che si pone, quando in una relazione di cura si ignorano le etichette e ci si avvicina alla persona, è quella del pericolo di un eccessivo coinvolgimento emotivo che può per esempio minare l’azione professionale e dar luogo a fraintendimenti.

In questa strana e ipocritamente ovattata società la parola pericolo fa paura. Sembra che tutto debba esser fatto senza correre rischi. Eppure ci sono tante attività nelle quali il rischio è evidente e inevitabile. Volare, navigare, abbattere un albero, montare un ponteggio, costruire un tetto sono tutte attività pericolose. Si possono prendere cautele ed evitare di fare sciocchezze ma non si può eliminare il pericolo. Ci si assume un rischio inerente ad un’azione perché ci si aspetta che questa rechi un beneficio, ci si aspetta che ne valga la pena.

E in mestieri come quello del medico o dell’educatore, non vale forse la pena di correre qualche rischio per conoscere meglio la persona da curare o da educare al fine di compiere azioni utili anziché dannose?

Fra le migliaia di studenti che ho conosciuto ce ne sono tanti che hanno fatto esperienze di studio all’estero oppure che sono stranieri e sono venuti a studiare in Italia. Io amo parlare con i miei studenti e in questi casi, se le circostanze lo consentono, chiedo loro di raccontarmi le loro impressioni sul confronto fra i diversi sistemi di istruzione. Fra le tante considerazioni particolari vi è un elemento ricorrente: la mancanza di rispetto che in Italia si ha per l’allievo.

Altrove, in generale, gli studenti vengono ascoltati e le loro impressioni contano nella valutazione della qualità degli insegnamenti, con conseguenze concrete. Il fatto che, per esempio, un professore non si presenti ad una lezione è un fatto grave e va giustificato. I rapporti sono molto più informali e esorbitano facilmente dall’ambito rigido della lezione frontale. Si fa tanta più pratica e tanta meno teoria e questo facilita ulteriormente la personalizzazione delle relazioni.

Qui uno studente è un membro dell’insieme degli studenti e basta. Raramente diventa una persona. Il professore è difficilmente accessibile, non ama essere messo in discussione, tende a sottovalutare le valutazioni degli studenti.

Studenti e professori son ben schermati dietro alle rispettive etichette.

La formalità delle relazioni inter-categoria e l’informalità di quelle intra-categoria creano un banale e ipocrita concetto di rispetto che congela le relazioni personali importanti e crea mostruosità sociali. Tante scuole e università italiane, se pensate come soggetti in un mondo dove

  • le organizzazioni operano in un contesto estremamente competitivo e dinamico
  • l’utente è universalmente posto al centro
  • la conoscenza è perseguibile in una grande varietà di modi anche nuovi e diversi
  • l’autorevolezza non è più solo amministrata ma è anche e forse soprattutto continuamente rinegoziata,

ebbene, tante delle nostre scuole e università sono delle mostruosità burocratiche, scarsamente produttive e gestite in modi arcaici.

More about CittadinanzadigitaleGli studiosi di tecnologie per l’insegnamento sostengono che affinché queste possano essere adoperate con successo è necessario valorizzare la centralità dell’utente. Un buon esempio per esempio è questa relazione di Mario Rotta, recentemente apparsa anche nella pubblicazione Cittadinanzadigitale (Edizioni Junior, 2009) curata da Luisanna Fiorini.

È vero purché non si pensi che la centralità dell’utente sia una questione che concerne solo l’impiego di nuove tecnologie e in particolare che sia un effetto magico di quest’ultime. Le nuove tecnologie applicate alla formazione, così come la scuola e l’università nelle loro forme più convenzionali possono funzionare in modo adeguato rispetto alle necessità della società se si rimette lo studente al centro, sì, ma partendo dal rispetto per la sua persona, al di là di ogni sua apparenza e appartenenza.

È prima di tutto una questione di rispetto.

P.S.

Può essere interessante vedere questo video di Ken Robinson


Risposta ad un amico su massa e individui 16

Un mio caro amico (ex studente) commentando il post Il mio primo sociogramma, chiede:

… poi voglio fare una domanda veloce schietta e banale: te arf iamarf arfs dici spesso che la massa è ganza e che bisogna star attenti alle dinamiche che emergono dall’interazione fra persone più che alle persone stesse ecc. ecc., come la storia di quei prof che dovrebbero star più attenti alle dinamiche della comunità-classe che alle singole persone

e tuttavia a me mi interessano anche – se non altrettanto – le singole persone.

quindi voglio chiedere: che valore hanno per te le singole persone che compongono l’insieme?

Le persone singole hanno per me interesse primario.

Nella classe tradizionale la persone singole vengono isolate le une dalle altre da un metodo che è sostanzialmente militare: tutti sincronizzati e ceffate a chi comunica trasversalmente.

Io sostengo che la classe avrebbe anche la possibilità di essere apprezzata e coltivata come essere vivente a se stante perché è così che funzionano gli esseri umani.

In particolare le donne che hanno sempre fatto “rete” più facilmente degli uomini. Il senso della comunità è un fattore di civiltà e di crescita per i singoli membri.

Io credo che fare maggiore attenzione alla comunità che può svilupparsi in una classe finisca col beneficiare assai i singoli, il cui benessere e la cui crescita ci deve interessare sopra a tutto il resto.

In principio la tecnologia non c’entra nulla con tutto questo. Mi sono state narrate storie di insegnanti che hanno applicato queste idee trent’anni fa. Mosche bianche.

La tecnologia può aiutare e basta.

P.S. A me capita di dire che la massa è ganza ma su larga scala, al livello dei milioni e anche centinaia di milioni di persone che finiscono per rappresentare un terreno sul quale possono germogliare cose straordinarie. Nell’ambito di classi scolastiche parlo di comunità e non di massa. È una cosa diversa. In comune ci può essere il fatto di imparare a riconoscere la vita quando e dove essa appare. E per rispondere anche al tuo P.P.S. l’interesse per le dinamiche emergenti nasce proprio dalla stupore di vedere emergere processi vitali su substrati considerati solitamente passivi. Mi ha aiutato molto Fritjof Capra.

Lo so che le scuole non si possono chiudere … 2

Lo so che in pratica le scuole non si possono chiudere, come invece auspicava Giovanni Papini, ma se si crede in ciò che la scuola dovrebbe dare bisogna comunque avere il coraggio e l’onestà di vedere la realtà delle cose, come per esempio fa Gianni Marconato in questo post sulle nuove regole per diventare insegnanti.

Chiudiamo le scuole 7

È un pezzo che ho in animo di riportare questo pamphlet di Giovanni Papini. Fino ad ora però ho desistito perché non sopporto le mode e tutta questa emergenza di riferimenti al futurismo mi fa uggia. Non metto in dubbio che tanti di questi riferimenti siano appropriati ma in qualche caso mi sembra proprio che si tratti di echi casuali.

Sta di fatto che questo testo mi piace molto e rispecchia esattamente quello che penso della scuola. Siccome mi è appena capitato di rileggerlo rompo gli indugi e lo ripropongo qui.

Fu pubblicato da Vallecchi Editore a Firenze nel 1919 ma ora è quasi irreperibile. È disponibile invece presso

Libera Cultura, Libera Conoscenza

in formato libero con licenza Creative Commons

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Università e pecore Reply

Maria Grazia ha scritto un post dove, prendendo le mosse da un brano di Don Milani, si parla del successo della scuola finlandese, dell’analfabetismo in Italia e delle “sofisticate” strategie attuate dal nostro Ministro dell’Istruzione per colmare il divario. Non ho altro da dire, leggete il post di Maria Grazia.

La scuola che cambia 5

Stavo per lasciare in bozza questo post perché ne volevo scrivere un altro entro stasera. Stavo per salvarlo dopo avere incollato il link ad un’affermazione di David Wiley che ha fatto un po’ il giro del mondo e che riporto più giù, quando dando un’occhiata alla posta trovo un’email di Nicola, uno studente di infermieristica, che mi segnala un articolo su Repubblica dove si cita proprio quell’affermazione di Wiley!

Allora lo riacciuffo e lo finisco. Del resto non è che voglia aggiungere molto, per ora, ma solo mettere insieme alcuni riferimenti che mi sono capitati tutti insieme sul tema di cosa sta per accadere alla scuola.

L’affermazione di Wiley, che per inciso è stato mio professore in un corso online sulla Open Education nell’autunno 2007,  è la seguente

If universities can’t find the will to innovate and adapt to changes in the world around them (what’s happening in the economy, affordability, the impacts of technology and openness, etc.)… universities will be irrelevant by 2020.

L’articolo segnalato da Nicola spiega bene il pensiero di Wiley quindi io non spendo ulteriori parole. Del resto chi bazzica questo blog e la blogoclasse di quest’anno sa che di parole in proposito ne ho già spese tante.

Voglio però segnalare un post di Letizia (studentessa IUL) dal quale estraggo il brano dove si riportano alcuni riferimenti interessanti attinenti a questo tema:

Man mano che passa il tempo la frontiera dei futurologi della scuola si sposta in avanti. Tuttoscuola in un convegno del novembre 2004 (Genova, Fiera ABCD), aveva cercato di immaginare la scuola futura ad una ragionevole distanza di anni, ponendo un interrogativo: “2015: fine della scuola?” e prefigurando una possibile evoluzione in direzione dell’homeschooling, di forme di apprendimento individuale realizzate in tutto o in parte al di fuori dell’istituzione scuola tradizionale.

Più o meno allo stesso periodo appartiene uno studio dell’OCSE sugli scenari evolutivi dei sistemi educativi nel 2020. Si ipotizzavano tre scenari, tutti in diversa misura fortemente innovativi – si potrebbe dire post-istituzionali – e tutti fortemente condizionati dallo sviluppo delle nuove tecnologie.
Nella stessa ottica si sono posti ora, a distanza di cinque anni, il convegno dell’ADi svoltosi a Bologna il 27-28 febbraio 2009 (“Da Socrate a Google”) e quello promosso a Torino la scorsa settimana [a fine marzo] (“Un giorno di scuola nel 2020″), organizzato dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo.

In comune i due convegni hanno avuto la regia di Norberto Bottani, alcuni relatori di fama internazionale e un notevole successo di pubblico (oltre 500 partecipanti in entrambi i casi). Ciò che è emerso in questi convegni è la conferma del perdurante ritardo dell’Italia per quanto riguarda la diffusione e l’utilizzo delle nuove tecnologie sia a livello scolastico sia a livello familiare (esclusi i telefoni cellulari, peraltro da noi vietati in classe).Ma il cambiamento, come hanno spiegato i diversi relatori, è inarrestabile e irreversibile, e gli insegnanti di oggi, compresi i molti che saranno ancora in servizio nel 2020, devono prepararsi all’idea di operare in nuovi contesti (luoghi fisici diversi dalla classe) e con modalità didattiche e attrezzature molto più mirate all’apprendimento individuale, anche in forme e con tempi diversificati, resi possibili dall’imponente sviluppo delle tecnologie dell’informazione.

Infine vorrei segnalare la descrizione di un esperimento di Michael Wesch, uno che ci prova davvero.

La scuola che vorrei … 40

A quella notevole quota di “resistenza” che trovo nella blogoclasse dedico un bellissimo post di una studentessa IUL (ricordo che si tratta di un corso di laurea per formatori e operatori della formazione, quindi quasi tutte persone con un’esperienza di vari anni di lavoro nelle scuole).

Mi sorprende la resistenza al mio atteggiamento critico verso quella che ho chiamato “scolarizzazione” perché è di entità non trascurabile, anche se ben contrappesata da atteggiamenti più “aperti”, e perché proviene da persone molto giovani, più o meno ventenni.

Mi sorprende in modo del tutto complementare la reazione concorde degli studenti IUL, non più ventenni e con molta esperienza di insegnamento. Quasi mi trovo io a rincorrerli laddove credevo di essere solo o quasi!

A me il post di Maria Lucia, Albert Einstein diceva “che apprendere significa sperimentare. Il resto è solo informazione” piace tantissimo perché risponde ad una critica che a me capita di fare tante volte alla scuola:

ma se c’è evidenza che la scuola italiana (eccetto quella elementare) sia così indietro rispetto a tante altre nel mondo perché non andiamo a vedere che fanno quelli più bravi di noi?

Ecco, è proprio quello che ha fatto Maria Lucia:

Da una breve ricerca, traggo alcune informazioni circa l’organizzazione della scuola in Finlandia, nazione i cui ragazzi, secondo i dati dello studio Pisa (Programme for international study assessment), condotto su 400mila 15enni di 57 Paesi, sono i meglio preparati in lingua, matematica e scienze. Quali sono i segreti della scuola finlandese?
La scuola è l’investimento prioritario del Paese: ben l’11% del bilancio finlandese è destinato alle scuole. Non esistono tasse scolastiche; gli studenti usufruiscono gratuitamente del materiale scolastico, dei pasti e dell’assistenza sanitaria a scuola.
I bambini vanno quasi tutti all’asilo nido e poi alla scuola materna dello stesso distretto, il che consente grande omogeneità educativa: fin dalla prima infanzia si coltivano autoriflessione, senso di responsabilità, empatia e collaborazione considerate qualità ideali per l’apprendimento.
La scuola inizia a sette anni compiuti e per il 99,7% dei bambini (immigrati e rom compresi) termina nove anni dopo, “nessuno escluso”, come dice la legge istitutiva della scuola.
Tutte le scuole hanno un team di insegnanti, di docenti di supporto per chi è in difficoltà di apprendimento e psicologi, che attivano speciali osservatori per il benessere dei ragazzi.
In classe, fino ai 13 anni, niente voti, (si usano le faccine “smile” e si pratica l’autovalutazione) per far studiare lo studente con la sola ed unica spinta del desiderio di apprendere e non con il timore del voto come deterrente; le interrogazioni non hanno nulla a che fare con giudizi punitivi o selezioni.
La pedagogia finlandese parte dalla convinzione che tutti i bambini possano imparare a leggere, scrivere, fare di conto e parlare tre lingue come imparano a correre e parlare, senza umiliazioni.
Si impara facendo. Un fare che è sperimentare l’apprendimento con i 44 sistemi sensoriali. Si rifugge dal nozionismo e molta parte del lavoro è data dal lavorare insieme ai ragazzi.

Leggo poi che il sistema didattico finlandese è frutto di una oculata riforma del sistema educativo, avvenuta negli anni Novanta, e di una cultura della trasparenza e della responsabilità che caratterizza il popolo nordico.
La riforma si è realizzata in tre fasi:

  1. progetti di lancio di servizi nel campo della ricerca, educazione e aggiornamento, anche in supporto alle biblioteche pubbliche
  2. attenzione ai contenuti e alle modalità di utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica, nei processi lavorativi e nel tempo libero,

per garantire, entro il 2004, uguali opportunità a tutti i cittadini nello studio e nello sviluppo della loro cultura, usando in modo estensivo le risorse informative e i servizi educativi, secondo un modello di alta qualità di insegnare e di fare ricerca basato sulla connessione in rete creazione di un modello sostenibile, applicabile in qualsiasi altro Paese, in cui la tecnologia e i servizi devono essere volti al benessere diffuso.