Intervista

Tralascio le circostanze, sostanzialmente fortuite, che mi hanno portato ad essere intervistato da Stefano Balassone nel programma “RESTI TRA NOI” su RED tv (canale 890 di Sky).

Lascio anche perdere una serie di integrazioni e commenti che “a caldo” mi sembrava opportuno aggiungere all’intervista. Mi raccontava infatti Balassone che preferisce fare le interviste in diretta anziché in differita perché succede spesso che le persone intervistate chiedano di apportare delle correzioni a posteriori ma così si perde la natura di queste interviste che consiste, io credo, nel cogliere una sorta di instantanea della persona e di quello che in quella circostanza vuole trasmettere.

Non ne viene fuori un prodotto rifinito ma un qualcosa di più vicino a quello che si avrebbe da una conversazione occasionale con una persona incontrata per strada, un qualcosa che include entusiasmi, esitazioni, umori, accenti, alti e bassi, l’uomo così com’è insomma.

Ecco, se questo è vero allora mi piace e devo ammettere che rappresenta un uso del mezzo televisivo al quale non avevo pensato, essendo abbastanza imprigionato in quello che è forse il luogo comune della televisione solo di artifici composta, o quasi.

La cosa funziona bene anche perché Balassone si diverte moltissimo a fare queste interviste che prendono così vita grazie alla sua genuina curiosità. E siccome si diverte ne fa tante, al ritmo di tre interviste al giorno, tre faccia a faccia di mezz’ora ciascuno preceduti da un brevissimo accordo sul tema principale ma dove poi la conversazione fluisce liberamente.

Ancora più interessante è il caleidoscopio di anime che vien fuori da questa quantità di persone, 180 sino ad ora, che forse descrive un’altra Italia, ben diversa da quella che appare dalla mainstream information. Un’Italia, fatta di gente che immagina, crea, si dà da fare per perseguire obiettivi nei quali crede e che non necessariamente si riducono a denaro, potere, visibilità.

Forse un’Italia che è quella che mantiene in piedi il paese per davvero, malgrado tutto, e che Gianni Marconato ha descritto in un post recente sulla scuola che non funziona e quella che funziona, certamente meglio di quanto potrei fare io.

L’operazione di Balassone è resa credibile dal fatto che le interviste coinvolgono persone che svolgono le attività più diverse, scrittori, poeti, commercianti, artigiani, webbisti, politici, giornalisti, persone che hanno fatto qualcosa di eccezionale ma anche persone che apparentemente non hanno fatto qualcosa di particolarmente notevole, perché ogni persona può offrire una prospettiva eccezionale sul mondo.

Ebbene, come è naturale offro qui sotto il collegamento alla mia intervista ma soprattutto vi invito a frugare nell’archivo di “RESTI TRA NOI” perché ne vale la pena. Ho saputo che l’archivio è in via di perfezionamento nel senso che i link delle interviste vengono via via dotati da un abstract e, immagino, da tag (parole chiave) adatte a facilitare la ricerca. Questo è un tipico caso dove sarebbe interessante visualizzare la nuvola dei tag per visualizzare e perlustrare l’universo offerto dalle interviste, come forse anche un sistema di rilevazione del gradimento delle interviste da parte dei visitatori.

23 thoughts on “Intervista

  1. martina ha detto:

    un’intervista fresca e dinamica come il suo modo di impostare la didattica, emerge come ormai il sistema scolastico vada avanti per inerzia, lasciandosi trasportare da meccanismi preimpostati che consentono soltanto un apprendimento di superficie: lo studente studia le nozioni spiegate dal prof che poi provvederà con la verifica; certo lo studente SA, impara e si forma ma il SAPER FARE è troppo spesso lasciato in secondo piano. é noto a tutti quanto l’atto pratico sia molto più stimolante e istruttivo del teorico (pur sempre fondamentale); purtroppo è proprio questo che manca: lo stimolo a “sporcarsi le mani” a curiosare e ficcare il naso, io per prima il più delle volte mi trovo in difficoltà pur riconoscendo il problema. Trovo perfetta la metafora di Balassone sullo studente che per il momento sa nuotare ma la scuola (il professore in questo caso) deve farlo diventare (o provare per lo meno) un marinaio!!!

  2. Pasquale Ruperto ha detto:

    Caro Andreas,
    non è per piaggeria , ma credo davvero che il tuo modo di interpretare il processo di insegnamento-apprendimento, sia molto, ma molto innovativo, e in tendenza con la nuova realtà tecnologica che viviamo. Avrei voluto tanto, conoscere un prof.durante la mia prima esperienza universitaria giovanile ; un giorno che dovevo sostenere un esame, ero iscritto in Giurisprudenza, per risparmiare, viaggiavo dalla Calabria a Messina, ed ero costretto ad alzarmi prestissimo, quel giorno ero particolarmente stanco, il prof, mi disse solo perchè non ho risposto ad un argomento che lui aveva trattato su una dispensa che io non conoscevo nemmeno, in quanto non frequentavo. Quindi altro che mettere al centro l’uomo, in quel caso un adolescente: quella cosa mi ferì tanto che lasciai l’università. Aveva provocato in me una disistima che mi ha bloccato per molto tempo. Con te, con questo progetto della Iul ho trovato tantissima passione,e voglia di andare avanti, e la cosa bella che adesso facendo il mestiere di educatore , tendo essenzialemente a curare questo aspetto, cioè far nascere dal proprio interno quella consapevolezza interiore ,così come lei dice la convinzione , che l’uomo se saputo guidare è davvero una macchina di apprendimento.

  3. antonella ha detto:

    Caro prof,
    ero molto curiosa di ascoltare la sua intervista e sono rimasta positivamente colpita dalle sue parole, è proprio vero che l’uomo è una straordinaria macchina per apprendere e grazie alla cooperazione può prendere spazio il nuovo. Essendo iscritta alla IUL ho avuto la possibilità di avere nuovi input utili per il mio lavoro e di sperimentare cose nuove.
    Come insegnante cerco sempre di incuriosire e motivare i miei alunni, anche se non è sempre facile, e concordo pienamente con lei quando afferma che l’insegnate deve affiancare gli studenti e spingerli ad essere autonomi.
    Ci vorrebbero più insegnanti che vogliano dare un avvenire alla gioventù !

  4. Giovanna ha detto:

    Alcune riflessioni sull’intervista :
    “costruire un avvenire per la gioventù” la scuola tradizionale non riesce a preparare i giovani in modo adeguato per il mondo del lavoro. C’è il tirocinio ma è breve e frammentato che non permette di entrare nel vivo del mondo del lavoro.
    Nel modello didattico attuato il professore non entra nell’aula, cerca i suoi studenti nel mondo, nella realtà in cui vivono, si avvicina a loro cogliendo i bisogni, propone attività che permettono l’acquisizione di competenze reali perchè il pc non si studia, si usa. Le attività sono strettamente innervate di stimoli continui e diversi su molteplici tematiche che sanno far emergere la dimensione umana. Dalla rete emerge il senso dell’umano, non solo la competenza tecnica.
    Il professore monitora le attività degli studenti per valutare, ma anche per sollecitare in modo molto discreto l’intervento di chi rimane assente per un pò. Riesce sempre a trovare le parole per valorizzare gli interventi o per smussare eventuali tensioni che possono verificarsi perchè la comunicazione in chat è carente di alcune sue caratteristiche costitutive e si può cadere facilmente in fraintendimenti.
    In questo modello l’uomo è rimesso al centro, e funziona quando gli studenti si appassionano e sono motivati, da soli intraprendono nuove strade verso la conoscenza, il docente propone, stimola, accompagna e …. aspetta. Non ci sono forzature, lo studente prosegue nel suo percorso con i suoi tempi e i suoi ritmi e non è … solo.
    Penso che il modello sia sicuramente trasferibile, anzi secondo me dovrebbe essere implementato per quanto riguarda il mondo della scuola e la formazione dei docenti in modo da riuscire a diminuire un pò lo scollamento con la società.

  5. Lucia ha detto:

    Cosa dire, prof!!! Sentir parlare lei con tanto rispetto per i suoi studenti è davvero l’esempio più dignitoso che spetta ad un educatore! Condivido la sua posizione nei confronti della didattica e ammiro la sua scelta di stare dalla parte di chi ha bisogno di imparare seguendo percorsi stimolanti, coivolgenti, ricchi, interessanti, utili…educativi.
    Certo…ha ragione, oggi c’è un divario davvero marcato e profondo tra ciò che propongono le istituzioni educative (in cui si parla sempre di innovazione sperimentazione e riforma, ma non capisco rispetto a cosa) e l’interesse e l’utilizzo della rete da parte di insegnanti e studenti. Così, una proposta formativa come la sua, innovativa e potenziale collante di tale divario, rischia di sembrare folle o inopportuna…Intanto noi siamo qui, e siamo una buona parte…fortunati, direi!

  6. simonardi ha detto:

    Questo modello didattico proposto da Andreas, l’ho dichiarato fin dall’inizio, mi entusiasma, perché ritengo giusto che per apprendere nuove modalità comunicative quali il blog non basta leggerne definizioni e descrizioni ma bisogna praticare “l’oggetto di studio” e anche perché mi ha consentito di instaurare un rapporto diretto con il professore (anche se non ama essere definito così !). Un rapporto che in questi due anni è un po’ mancato, vuoi per la mediazione dei tutor che hanno sempre fatto da tramite e vuoi anche per lo scarso interesse dei prof a volerlo stabilire. Questo rapporto diretto mi ha fatto capire che un’altra via è possibile, il dialogo tra docente e discente (sono sicura che anche questa definizione non piace ad Andreas!) è possibile, i ruoli non devono mai occultare la persona che deve invece avere sempre un ruolo centrale.

    La mia riflessione non vuole soffermarsi sulla validità in generale del blog e della blogclasse come strumento didattico, perché la considero quasi scontata e sono sicura che avrà un incremento nel prossimo futuro, ma sulla trasferibilità di tale modello.
    Riflettendo sulla nostra comune esperienza mi chiedo se può essere facilmente trasferibile con lo stesso grado di gradimento senza un prof in grado di esercitare un certo appeal sui suoi studenti. Noi siamo tutti concordi nell’affermare la validità dell’esperienza ( lo desumo dai commenti ) ma potremmo dire la stessa cosa senza la presenza di Andreas? Sostituito da un professore qualsiasi il modello didattico avrebbe la stessa efficacia? La risposta che io mi do è no, quindi per me questo modello include anche un professore carismatico altrimenti non credo possa funzionare. Il problema però è proprio il carisma.
    Questa considerazione mi fa scaturire altre domande del tipo: sostituendo un prof carismatico positivo con autentici interessi di ricerca e con valori socialmente condivisibili, con un professore carismatico negativo che abilmente promuove disvalori, posizioni di parte, ideologie, questo strumento didattico cosa potrebbe diventare?
    Di certo sarebbe altra cosa, quali scenari aprirebbe nel campo educativo?
    Mi fermo qui perché non vorrei che la condivisione di questa mia riflessione possa essere interpretata come un segno di sfiducia nei confronti dell’innovazione, anche perché io sono la prima a sostenerla.

  7. stefano balassone ha detto:

    dice learner68…”sono pronta a percorrere sentieri sconosciuti: si arriva a destinazione stanchi nel fisico, ma FELICI e rigenerati nell’animo (Aristotele, a conclusione del primo libro dell’Etica Nicomachea, parla del fine ultimo dell’uomo: il conseguimento della felicità verso cui l’uomo è naturalmente proteso)”.

    per quell’Aristotele la felicità coincide con il comportamento virtuoso, cioé razionale (che non vuol dire ragionevole). Noi, dubitando della razionalità e ignorando cosa sia virtù, procediamo a tentoni a caccia d’anime ottenendo, se non la virtù, la meraviglia.

  8. learner68 ha detto:

    @ Stefano Balassone
    WOW….che piacere leggere il suo post.
    Innanzi tutto complimenti per aver Lei, per primo, percorso sentieri alternativi alla comunicazione con l’utilizzo dei media.

    Dice: “…probabilmente ce n’è di Formiconi in giro, ma bisogna cercarli, uscendo dai sentieri battuti…”.

    Meraviglioso, io sto indossando le scarpe grosse e sono pronta a percorrere sentieri sconosciuti: si arriva a destinazione stanchi nel fisico, ma FELICI e rigenerati nell’animo (Aristotele, a conclusione del primo libro dell’Etica Nicomachea, parla del fine ultimo dell’uomo: il conseguimento della felicità verso cui l’uomo è naturalmente proteso).

    Proviamo a cercare i “Formiconi” di cui Lei parla? E’ bello trovarli sul ns. cammino!!

    Grazie ancora

  9. alessandra ha detto:

    Complimenti……..con professori come lei, sempre più innovativa la IUL!!!!
    Nell’intervista, Balassone lo incita a parlare più rapidamente, lo sollecita, ma tante affermazioni importanti si evincono: il suo amore per educare, educare e conoscere l’uomo macchina perfetta;
    gli interrogativi che pone a lei stesso;
    il valore che lei dà alla collaborazione, (io lo sto sperimentando in questo nuovo ambiente di apprendimemto IUL);
    l’insegnamento che deve essere supportato dall’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa.
    In ultimo, non meno importante è il punto quando afferma che il suo modo di fare formazione riscontra un gradimento elevato, dopo averla conosciuta…non ne dubitavo!

  10. stefano balassone ha detto:

    Venendo da altri media, mi sto inoltrando solo da poco nella rete, spinto dalla circostanza di lavorare per un canale come REDTV che nasce anfibio, fra satellite e desk top e tale resterà comunque, anche se dovesse passare alle platee più ampie del digitale terrestre.
    Lo specifico del fare televisione anfibia sta, se capisco, nell’essere più interessanti che impressionanti. Ma senza i blog sarebbe uno sforzo privo di riscontri significativi.
    Dopo le feste proveremo a moltiplicare l’esperienza fatta con Andreas. Non è un impegno banale, perché probabilmente ce n’è di Formiconi in giro, ma bisogna cercarli, uscendo dai sentieri battuti.
    A proposito, ogni segnalazione o autosegnalazione è gradita

  11. francesca ha detto:

    @iamarf

    La curiosità muove il progresso….. è un pò di inettitudine politica non può fare altro che bene se porta a risultati soddisfacenti….

    L’esperienza a cui lei ha partecipato ci è stata di grande aiuto per comprendere quanto sia importante il lavoro che lei svolge all’interno dell’Università…
    Bisogna stare a passo con i tempi e riuscire a sfruttare la tecnologia facendo si che essa ci aiuti e non ci abbatta o spaventi….

  12. iamarf ha detto:

    @learner68

    Ti puoi tranquillizzare per quanto concerne l’atteggiamento di Balassone.

    Credo che le interviste implichino una relazione di fiducia: l’intervistatore confida nel fatto che tu abbia da dire qualcosa, tu confidi nel fatto che l’intervistatore abbia un obiettivo generale condivisibile. Un gioco a incastro, sostanzialmente, che se funziona bene si risolve in un dialogo, credo.

    Per me è stato esattamente come quando sono andato a farmi un’operazione alle vene di una gamba, qualche anno fa, ed è precisamente questa circostanza che si è affacciata alla mia disordinata memoria nell’istante in cui sono entrato nello studio.

    Tu entri lì perché ti fidi, in un caso che il chirurgo ti risolva un problema, e enll’altro che l’intervistatore tiri fuori da te qualcosa di buono per un fine che condividi. La situazione è la stessa: trovi una equipe di persone che lavorano in modo coordinato facendo funzionare una macchina complessa e tu ci entri dentro sperando che tutto vada bene.

    Essendomi così figurato lo scenario, mi sono trovato bene e non ho sofferto delle richieste di chiarimento o dei suggerimenti. Poiché l’obiettivo ultimo è sempre trasmettere qualcosa a chi vede o ascolta è necessario confidare nella professionalità del conduttore che si suppone conosca il target e il mezzo di comunicazione.

    Ovviamente mi fanno piacere i meriti che mi attribuisci ma me li sono dovuti studiare! Una delle cose più interessanti della relazioni di insegnamento è vedere come ti tornano indietro nuovamente ricomposte ed arricchite le idee che cerchi di sostanziare. Se riuscirò ad avvicinarmi anche solo un po’ alla figura ideale che descrivi nei tuoi sei punti allora sono già molto contento.

    No, non conosco il libro di Edda Ducci che hai citato. L’ho senz’altro messo fra i prossimi che devo leggere. Grazie.

    @Ilaria

    … e penso che in quasi tutto ciò che oggi si chiama “istruzione” si faccia un uso largamente sub-ottimale dello straordinario potere di apprendimento della mente; sono veramente convinto che ci troviamo nella preistoria della formazione …

    @maestra nella rete

    … anche questo penso: mi sembra sempre più evidente che la democrazia, sempre unica utopia possibile, sia molto difficilmente attuabile, pur in una pallida approssimazione, con lo strumento del voto, in una società dove poteri forti e ragioni economiche fanno la parte del leone; invece, articolando l’utopia, credo che proprio da Internet potrebbe emergere qualcosa che possa migliorare l’approssimazione

    Ecco, sì

    … non tanto dalla somma delle singole competenze, ma dal fatto di mettersi in gioco, di entrare in una dialettica con gli altri che porta a correggersi, a correggere, a sostenere tesi, a cercare mediazioni.

    che è quello che succede quando, dopo tutti questi benedetti studi, ci si cimenta nel lavoro, qualsiasi lavoro, dove, oggi forse ancor più di prima, si chiede a chiunque di saper lavorare in modo collegiale

    potrei dire che in tutti i miei studi canonici sino alla laurea, ivi compresi gli insegnamenti della famiglia, non una parola fu spesa sul valore della cooperazione, quando poi, la cosa più importante da apprendere dopo, fra tante altre, è stata proprio la capacità di lavorare con altri e appoggiarsi al lavoro degli altri, una capacità che mi è costato molta fatica apprendere e mi sento ben lontano da dove vorrei essere …

    La collaborazione “mediata” dal computer (diciamo in generale dalla rete) è uno degli aspetti più motivanti anche della mia esperienza universitaria. Non ho mai imparato così tanto e approfondito così tanto come in questi ultimi dieci anni.

    Poi dici

    Non so dire se ciò sia dovuto al fatto di entrare in relazione con persone estremamente motivate, ma se la rete serve anche a fare questa selezione, benvenga!

    La possibilità di entrare così facilmente in contatto con persone che si sono poi rivelate tanto preziose quanto altrimenti irraggiungibili è una delle cose più straordinarie. Tanti, tantissimi, hanno paura della inevitabile banalità, volgarità o bricconeria che la massa, così accessibile in Internet, inevitabilmente rigurgita. Io non vedo il problema. Non è forse così il mondo intero? E non ci muoviamo già nel mondo intero scegliendo il percorso e selezionando gli stimoli? E perché non dovremmo fare lo stesso con ciò che ci offre Internet, cogliendo il buono che è così facile da trovare e scartando quello che non ci sembra buono che è altrettanto facile da ignorare?

    A volte mi sembra che chi ha tanta paura di Internet abbia in realtà paura del mondo, anche di quello fisico …

    Intervistato intervistatore? Rientra nel discorso sul dialogo che ho fatto prima e credo che Balassone sia davvero bravo a creare il dialogo in queste interviste.

    “Io so tutto quello che i miei studenti fanno”

    Oh sì, mi capita di dirlo ma non mi piace. Non fa una buona impressione, di prim’acchito. Poi, all’atto pratico le persone si rendono conto che l’impostazione del corso (il concetto, non la tecnica) non consente un impiego sgradevole di questo “potere”. Descrivi proprio bene a cosa serve il potere di seguire le attività degli studenti. Bisogna anche dire che è simmetrico: utilizzando in modo del tutto trasparente il mio blog, facebook, twitter e altri network, addirittura il mio calendario, per tutto quello che faccio, gli studenti mi possono controllare quanto vogliono!

    @pardi63

    Sì, la separazione fra, da un lato quel popolo, sparpagliato ma probabilmente non piccolo, di persone che ci credono e ci provano, e dall’altro ciò che è istituzione scolastica (in generale) è angosciante. Vado tuttavia scoprendo una serie di tentativi ed esperienze volte a coagulare l’azione di tanti valorosi volenterosi. L’ultima e più interessante è il network La scuola che funziona al quale mi sono iscritto ma per ora mi rammarico di non partecipare come vorrei, per ora …

    La faccenda della quantità è una nota dolente in questo momento: da un lato porta diversità, e quindi ricchezza della quale ho ampiamente beneficiato sino ad ora, dall’altro mi impedisce di fare esperimenti per approfondire i metodi, cosa della quale sento decisamente il bisogno a questo punto. Per concentrarmi su alcune realtà specifiche sto anche pensando di lasciare l’università, fra le varie opzioni.

    @Francesca

    Più che coraggio direi incoscienza che deriva da un misto di curiosità e di “inettitudine politica”, mi sento molto vicino a Bertoldo … 🙂

    @Renata

    Ho conosciuto diversi bravi ragazzi che sostengono di avere perso tempo a scuola, e quanto più sono sensibili, poco inclini al compromesso opportunistico, idealisti, fantasiosi, tanto più soffrono. Alcuni addirittura scoppiano.

    Ma come ho detto prima, penso che non siano pochi gli insegnanti che si danno molto da fare e spesso con ottimi risultati, nel particolare. Credo tuttavia che molti di questi buoni risultati vadano dispersi nelle costrizioni temporali e nelle ossessioni quantificatorie, necessarie in un apparato essenzialmente burocratico. Si privilegia il numero degli argomenti rispetto alla reale interiorizzazione dei medesimi. Si misurano “minuziosamente” le prestazioni: “No so se sei da 26 o da 27”. Si quantifica il lavoro dello studente in crediti che non sono mai stati quello che dovevano essere ma sono solo un’altra unità di misura per il numero di ore di lezione. Gli spazi architettonici sono concepiti per lezioni frontali e esami, nessuna forma di aggregazione. I “laboratori informatici” son più chiusi di quanto non sia un’aula convenzionale, che magari un bravo insegnante può trasformare in uno spazio apertissimo con la sola parola e un po’ di ispirazione. L’amministrazione della vita corrente degli istituti parte invece dall’assunto che la popolazione studentesca, se non controllata e protetta, ruba gli strumenti, imbratta, si dà alla pornografia non appena trova una postazione internet.

    È difficile operare in un ambiente simile …

  13. iamarf ha detto:

    Pongo qui anche il link al commento che Renata (IUL) ha fatto sul suo blog.

    Trovo molto utile raccogliere in una discussione la varietà dei punti di vista.

    Non raramente penso alla scrittura dei post come ad un meccanismo per scoprire le più varie prospettive dove finisce che forse imparo più io di coloro che leggono i miei post in veste di studenti …

  14. Francesca ha detto:

    Buongiorno Professore.
    Sono stata veramente molto colpita dall’intervista che ha avuto il “coraggio” di rilasciare in questo programma per svariati motivi, due dei più importanti ritengo essere:
    1- permette ad un gruppo di persone molto vasto ( il popolo che segue tale canale) di conoscere quale sia il suo grande lavoro all’interno delle varie Facoltà nelle quali insegna, dando loro uno spunto per poter riflettere su quanto sarrebbe importante sapere coadiuvare l’insgnamento, non solo in termini universitari, con l’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa.
    2- ci ha permesso di venire a conoscenza di un programma decisamente interessante e ricco di interviste costruttive.

    Mi è piaciuto molto l’affermazione che lei ha fatto all’inizio della trasmissione in cui dice che ad un certo punto è passato ” dalla ricerca sui bit alla ricerca sugli uomini”
    perchè in fondo lei ha solo fatto un passo in avanti, l’uomo è una macchina, una macchina complessa e ricca di sfaccettature, il cui studio è estremamente importante ai fini dell’esistenza, di una migliore esistenza…
    proprio come lei dice… ad un certo punto bisogna domandarsi ” Ma questo uomo, questa gente, di cosa veramente ha bisogno??”
    le cose corrono…. il mondo corre veloce…. noi dobbiamo stare al passo con esso e non pemettere alla conoscenza, alla cultura, agli ideali… di morire

    Complimenti vivissimi…

  15. pardi63 ha detto:

    Da quando sono diventata studente IUL ho avuto anch’io la percezione che la scuola italiana stia viaggiando su due binari paralleli: uno ancorato nel “tempo” e quindi chiuso, l’altro proiettato nello “spazio” aperto delle conoscenze, delle sfide intelligenti e creative. Il caleidoscopio di anime che sostiene intellettualmente ed operativamente questo nostro, martoriato paese è quello a cui credo di più e a cui tendo per reperirne modelli.
    Inoltre se si recuperasse una maggiore naturalezza e autenticità nell’uso dei massmedia (TV) risulterebbero i contenuti molto più credibili e con loro chi li fornisce. Ma dato che la visibilità conta più della sostanza si può farne a meno e votarsi a mezzi alternativi.

    Caro Andeas auspico che di studenti ne possa avere in quantità sempre maggiore (non so cosa ne pensa lei! ) perchè è d’insegnati come lei che si ha bisogno. :-))

  16. maestra nella rete ha detto:

    Interessante l’intervista! Evidenzio alcune cose che mi hanno colpito.
    – L’intervistatore le chiede delle ricadute del suo lavoro; una la sperimento ed è quella di essere entrata in un mondo che vivevo e vivo con diffidenza, ma che è o sarà il mondo dei miei studenti e dei miei figli: quello della comunicazione globale, della massa che esprime le proprie idee e commenta quelle degli altri, che produce e condivide conoscenza, che scambia e crea informazione. Che possa questo mondo diventare lo spazio di espressione della democrazia? Ai posteri l’ardua sentenza (ma la tecnologia corre così veloce che i posteri già vivono).
    – Si sottolinea il valore della collaborazione rispetto alla competizione. La competizione è finalizzata al predominio del migliore sugli altri; la collaborazione mira a ottenere da ciascuno il massimo. Sono anni che sperimento con soddisfazione nelle mie classi attività basate sul metodo cooperativo; soprattutto nei compiti più difficili è evidente il valore aggiunto del gruppo (se opportunamente motivato); valore aggiunto dato non tanto dalla somma delle singole competenze, ma dal fatto di mettersi in gioco, di entrare in una dialettica con gli altri che porta a correggersi, a correggere, a sostenere tesi, a cercare mediazioni. Come studentessa IUL sto sperimentando e apprezzando la collaborazione “mediata” dal computer: è uno degli aspetti più motivanti dell’intera esperienza universitaria. Non so dire se ciò sia dovuto al fatto di entrare in relazione con persone estremamente motivate, ma se la rete serve anche a fare questa selezione, benvenga! (ci vuole molta motivazione per attaccarsi a un pc dopo giornate di lavoro e di impegni per discutere di didattica, apprendimento, crearsi un blog e altro ancora).
    -Prof! si è reso conto che è diventato l’intervistatore dell’intervistatore? Ad un certo punto il giornalista si è lasciato andare a uno sfogo sullo stato della tv italiana che era chiaramente un suo vissuto personale, con lei che annuiva lasciandolo parlare. Che abbia davvero le doti maieutiche di cui parla Barbara?
    – Aiuto!!! Ha detto “Io so tutto quello che i miei studenti fanno”. Da un lato il sogno di ogni insegnante, dall’altro una riproposizione del “Grande fratello” di orwelliana memoria. SCHERZO! ovviamente lei con l’ausilio della tecnologia e tanta voglia di mettersi in gioco da parte dei suoi studenti sta realizzando il sogno di ogni insegnante: sapere cosa fanno gli studenti per tarare gli interventi, per sostenere e sorreggere, per spronare all’approfondimento, per valutare con cognizione di causa. Tra l’altro utilizzando la metodologia del “Learning by doing”, importante in ogni disciplina, ma essenziale in quelle che le sono state affidate.
    PS Di solito sono molto riflessiva nello scrivere, ma voglio fare ciò che suggerisce Balassone: lasciare un po’ di spontaneità e non tornare sulle mie righe perchè altrimenti cambierei parecchio anche a distanza di pochi minuti.

  17. learner68 ha detto:

    Chiedo scusa a Stefano Balassone per aver storpiato, involontariamente, il suo cognome.
    Ho seguito alcune altre interviste del programma RESTI TRA NOI e ritengo che sia un interessante NUOVO modo di fare televisione. Complimenti!!

  18. Ilaria ha detto:

    Salve prof,
    complimenti!!! E’ stata una bella intervista dove mi sembra si sia instaurato un buon feeling con Balassone !
    Mi e’ piaciuto quando ha detto che l’uomo e’ una strepitosa macchina per apprendere… in effetti io non avrei mai immaginato di ritrovarmi qui a costruire il blog e a divertirmi nel farlo
    grazie mille

  19. learner68 ha detto:

    Andreas (ho deciso di tralasciare il Prof.),
    vedere/ascoltare la tua intervista ha fatto emergere in me molte considerazioni, alcune di tipo formale, altre di tipo contenutistico.
    Premetto che, dopo 24 min. e 24 sec. di attenzione (la durata del video) anche questa volta sento un forte bisogno di inserire un commento, che è quello di condividere e comunicare, e lo sento di getto, senza formalità nè categorie da rispettare (non pensare però che vi sia una tendenza alla “sviolinata”: la fortuna di scegliere un percorso universitario in età matura e con in mano una professione aiuta a vedere l’approccio con il proprio docente in modo meno dipendente dal prodotto, ma più interessato al processo).

    Inizialmente ho percepito, durante lo scorrimento del video, una sensazione di fastidio nei confronti di Stefano Baldassone, che non permetteva a te di terminare di esprimere dei sentimenti (non dei semplici concetti). Comprendo i ritmi televisivi, ma se Baldassone fosse stato più in una posizione di ascolto (a proposito dell’ascolto) che di interlocuzione avrebbe potuto maggiormente godere del potere di fascinazione che è proprio della tua persona.

    Ho avuto inoltre, ascoltandoti, la percezione di essere di fronte ad un “Socrate contemporaneo”:
    – colui che educa (da e-ducere= condurre fuori = liberare),
    – colui che usa quindi l’arte maieutica (cerca di far conoscere sè stessi, conosce la potenza della parola, educa ovunque e a chiunque),
    – colui che pone domande e non dà soluzioni,
    – il tafàno che punge il pigro cavallo, che non ha coscienza di sè, per svegliarlo e renderlo consapevole,
    – colui che si approccia all’uomo in potenza (colui che è capace di cogliere il “diverso” da sè senza perdere l’identità) e non all’uomo ricevente (modellato da fuori),
    – colui che aiuta l’altro a diventare quel singolo che soltanto lui può essere, colui che deve esserci e non esserci, essere presente e attivo senza segnare il prodotto dell’azione.

    Dici che il tuo modo di fare formazione riscontra un gradimento elevato: come non potrebbe!!
    Dici che scopo principale è rimettere l’uomo al centro: credo che tu non abbia piena consapevolezza della naturalità con cui lo fai.
    Fai riferimento a qualcuno che disse: quando si va a scuola non si fa un viaggio nello spazio, ma nel tempo: quasi ovunque un tempo passato e pieno di ragnatele; con te un tempo futuro, un luogo in cui si impara facendo, per contagio, per serendipity.

    Comunicare questo nuovo modo di fare “scuola” alla Gelmini? Ditemi dove devo firmare!!!

    Mi riprometto di leggere i libri che ci consigli durante le chat e mi permetto di suggerirti anch’io una lettura. Questo libro l’ho incontrato nel mio percorso di studio ed ha lasciato in me una traccia profonda. Probabilmente lo conoscerai e, se dovessi averlo già letto, potrebbe essere un argomento di ulteriore condivisione: “Approdi dell’umano. Il dialogare minore” di Edda Ducci edito a Anicia.

    Ultima considerazione che faccio: è un piacere essermi trovata sul tuo stesso cammino.

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