La scuola che cambia

Stavo per lasciare in bozza questo post perché ne volevo scrivere un altro entro stasera. Stavo per salvarlo dopo avere incollato il link ad un’affermazione di David Wiley che ha fatto un po’ il giro del mondo e che riporto più giù, quando dando un’occhiata alla posta trovo un’email di Nicola, uno studente di infermieristica, che mi segnala un articolo su Repubblica dove si cita proprio quell’affermazione di Wiley!

Allora lo riacciuffo e lo finisco. Del resto non è che voglia aggiungere molto, per ora, ma solo mettere insieme alcuni riferimenti che mi sono capitati tutti insieme sul tema di cosa sta per accadere alla scuola.

L’affermazione di Wiley, che per inciso è stato mio professore in un corso online sulla Open Education nell’autunno 2007,  è la seguente

If universities can’t find the will to innovate and adapt to changes in the world around them (what’s happening in the economy, affordability, the impacts of technology and openness, etc.)… universities will be irrelevant by 2020.

L’articolo segnalato da Nicola spiega bene il pensiero di Wiley quindi io non spendo ulteriori parole. Del resto chi bazzica questo blog e la blogoclasse di quest’anno sa che di parole in proposito ne ho già spese tante.

Voglio però segnalare un post di Letizia (studentessa IUL) dal quale estraggo il brano dove si riportano alcuni riferimenti interessanti attinenti a questo tema:

Man mano che passa il tempo la frontiera dei futurologi della scuola si sposta in avanti. Tuttoscuola in un convegno del novembre 2004 (Genova, Fiera ABCD), aveva cercato di immaginare la scuola futura ad una ragionevole distanza di anni, ponendo un interrogativo: “2015: fine della scuola?” e prefigurando una possibile evoluzione in direzione dell’homeschooling, di forme di apprendimento individuale realizzate in tutto o in parte al di fuori dell’istituzione scuola tradizionale.

Più o meno allo stesso periodo appartiene uno studio dell’OCSE sugli scenari evolutivi dei sistemi educativi nel 2020. Si ipotizzavano tre scenari, tutti in diversa misura fortemente innovativi – si potrebbe dire post-istituzionali – e tutti fortemente condizionati dallo sviluppo delle nuove tecnologie.
Nella stessa ottica si sono posti ora, a distanza di cinque anni, il convegno dell’ADi svoltosi a Bologna il 27-28 febbraio 2009 (“Da Socrate a Google”) e quello promosso a Torino la scorsa settimana [a fine marzo] (“Un giorno di scuola nel 2020”), organizzato dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo.

In comune i due convegni hanno avuto la regia di Norberto Bottani, alcuni relatori di fama internazionale e un notevole successo di pubblico (oltre 500 partecipanti in entrambi i casi). Ciò che è emerso in questi convegni è la conferma del perdurante ritardo dell’Italia per quanto riguarda la diffusione e l’utilizzo delle nuove tecnologie sia a livello scolastico sia a livello familiare (esclusi i telefoni cellulari, peraltro da noi vietati in classe).Ma il cambiamento, come hanno spiegato i diversi relatori, è inarrestabile e irreversibile, e gli insegnanti di oggi, compresi i molti che saranno ancora in servizio nel 2020, devono prepararsi all’idea di operare in nuovi contesti (luoghi fisici diversi dalla classe) e con modalità didattiche e attrezzature molto più mirate all’apprendimento individuale, anche in forme e con tempi diversificati, resi possibili dall’imponente sviluppo delle tecnologie dell’informazione.

Infine vorrei segnalare la descrizione di un esperimento di Michael Wesch, uno che ci prova davvero.

La scuola che vorrei …

A quella notevole quota di “resistenza” che trovo nella blogoclasse dedico un bellissimo post di una studentessa IUL (ricordo che si tratta di un corso di laurea per formatori e operatori della formazione, quindi quasi tutte persone con un’esperienza di vari anni di lavoro nelle scuole).

Mi sorprende la resistenza al mio atteggiamento critico verso quella che ho chiamato “scolarizzazione” perché è di entità non trascurabile, anche se ben contrappesata da atteggiamenti più “aperti”, e perché proviene da persone molto giovani, più o meno ventenni.

Mi sorprende in modo del tutto complementare la reazione concorde degli studenti IUL, non più ventenni e con molta esperienza di insegnamento. Quasi mi trovo io a rincorrerli laddove credevo di essere solo o quasi!

A me il post di Maria Lucia, Albert Einstein diceva “che apprendere significa sperimentare. Il resto è solo informazione” piace tantissimo perché risponde ad una critica che a me capita di fare tante volte alla scuola:

ma se c’è evidenza che la scuola italiana (eccetto quella elementare) sia così indietro rispetto a tante altre nel mondo perché non andiamo a vedere che fanno quelli più bravi di noi?

Ecco, è proprio quello che ha fatto Maria Lucia:

Da una breve ricerca, traggo alcune informazioni circa l’organizzazione della scuola in Finlandia, nazione i cui ragazzi, secondo i dati dello studio Pisa (Programme for international study assessment), condotto su 400mila 15enni di 57 Paesi, sono i meglio preparati in lingua, matematica e scienze. Quali sono i segreti della scuola finlandese?
La scuola è l’investimento prioritario del Paese: ben l’11% del bilancio finlandese è destinato alle scuole. Non esistono tasse scolastiche; gli studenti usufruiscono gratuitamente del materiale scolastico, dei pasti e dell’assistenza sanitaria a scuola.
I bambini vanno quasi tutti all’asilo nido e poi alla scuola materna dello stesso distretto, il che consente grande omogeneità educativa: fin dalla prima infanzia si coltivano autoriflessione, senso di responsabilità, empatia e collaborazione considerate qualità ideali per l’apprendimento.
La scuola inizia a sette anni compiuti e per il 99,7% dei bambini (immigrati e rom compresi) termina nove anni dopo, “nessuno escluso”, come dice la legge istitutiva della scuola.
Tutte le scuole hanno un team di insegnanti, di docenti di supporto per chi è in difficoltà di apprendimento e psicologi, che attivano speciali osservatori per il benessere dei ragazzi.
In classe, fino ai 13 anni, niente voti, (si usano le faccine “smile” e si pratica l’autovalutazione) per far studiare lo studente con la sola ed unica spinta del desiderio di apprendere e non con il timore del voto come deterrente; le interrogazioni non hanno nulla a che fare con giudizi punitivi o selezioni.
La pedagogia finlandese parte dalla convinzione che tutti i bambini possano imparare a leggere, scrivere, fare di conto e parlare tre lingue come imparano a correre e parlare, senza umiliazioni.
Si impara facendo. Un fare che è sperimentare l’apprendimento con i 44 sistemi sensoriali. Si rifugge dal nozionismo e molta parte del lavoro è data dal lavorare insieme ai ragazzi.

Leggo poi che il sistema didattico finlandese è frutto di una oculata riforma del sistema educativo, avvenuta negli anni Novanta, e di una cultura della trasparenza e della responsabilità che caratterizza il popolo nordico.
La riforma si è realizzata in tre fasi:

  1. progetti di lancio di servizi nel campo della ricerca, educazione e aggiornamento, anche in supporto alle biblioteche pubbliche
  2. attenzione ai contenuti e alle modalità di utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica, nei processi lavorativi e nel tempo libero,

per garantire, entro il 2004, uguali opportunità a tutti i cittadini nello studio e nello sviluppo della loro cultura, usando in modo estensivo le risorse informative e i servizi educativi, secondo un modello di alta qualità di insegnare e di fare ricerca basato sulla connessione in rete creazione di un modello sostenibile, applicabile in qualsiasi altro Paese, in cui la tecnologia e i servizi devono essere volti al benessere diffuso.

Il pacco

Spero di sbagliarmi. Sarei veramente felice di sbagliarmi. È una splendida pratica quella di riconoscere i propri errori.

Credo tuttavia che sia un pacco. Il classico pacco all’italiana. Lo so che era di origine napoletana ma quello oramai fa parte del folclore di una vecchia Italia e su quel folclore si sarebbe potuto costruire un percorso sano perché sui piccoli errori di percorso ci si forma. Invece è andata in un altro modo. Ora abbiamo il pacco all’italiana, il pacco assurto a metodo di una modernità posticcia tanto lustra all’esterno quanto abborracciata, anacronistica e furbesca all’interno.

Devo dire che, rivedendolo per bene, il video appare pure goffo, con quel

… soft ware e hard ware …

dove sembra che il narratore abbia pronunciato queste parole per la prima volta invita sua …

Sul sito, si legge che

InnovaScuola è una piattaforma collaborativa di nuova generazione (nell’ottica web 2.0), che intende mettere a disposizione delle scuole di ogni ordine e grado e di tutto il territorio nazionale le opportunità offerte dalle ICT.

Che vuol dire nell’ottica web 2.0? Il web 2.0 è tale quando è aperto e non contenuto in qualcosa. L’unica obiezione valida a FB secondo me è proprio questa: voler contenere il web 2.0 nella piattaforma.

Dice il video

L’innovazione entra nelle scuole italiane

No, le scuole, italiane in particolare ma non solo, non hanno la possibilità di accogliere questo tipo di innovazione. Questo non significa che non esistano delle esperienze splendide ma quando queste esistono sono sempre dovute all’idealismo ed alla buona volontà di qualche individuo.

L’innovazione associata al web 2.0 può entrare nelle scuole solo se queste cessano di esistere nella loro forma attuale. Vale a dire che prima devono essere abbattute le pareti e poi l’innovazione potrà perfondere ciò che quelle pareti chiudevano e dividevano. Oppure, la scuola per rinnovarsi adeguatamente dovrebbe evaporare nel mondo .

Il portale … punto di incontro tra didattica e tecnologia …

Nessuno oggi può pretendere di trovarsi in un crocevia strategico. La novità oggi è la rete e nessuna rete ha punti strategici, per definizione. Le reti, sono pervasive, aperte, ridondanti e prive di punti critici.

E in effetti il mondo pullula di esperienze, tutte là fuori. Concludo accatastando riferimenti presi quasi a caso.

C’è un blog intitolato International Edubloggers Directory che raccoglie i link di blog dedicati alla formazione. Ora ne elenca 638 e quando ho aggiunto questo blog in novembre scorso erano 393.

Ci sono blog  dedicati alla raccolta di esperienze di blogging in classe come per esempio questo. I riferimenti sono innumerevoli, questo è un esempio.

Si trovano commenti su come fare il sito di una scuola mediante un blog. Qui si trovano dei consigli e qui c’è un esempio.  Ho trovato questi riferimenti quando un amico mi chiese informazioni in proposito perché nella sua scuola era stato proposto di far fare il sito ad un’azienda ma costava troppo …

Ci sono molte esperienze interessanti sull’impiego di strumenti di microblogging come Twitter. Questo mi è piaciuto particolarmente.

O i tanti tanti modi con i quali si possono usare i Google Docs, o altri strumenti condivisi, per esempio questo sull’impiego dei form.

C’è da perdersi ma è facile rendersi conto che le esperienze più interessanti sono tutte all’aperto.

Coltivare le connessioni

Ho trasformato la trilogia di post Coltivare le connessioni in un pamphlet dove ho incluso anche i commenti fatti dagli studenti ed altri “contaminatori”.


Sospensione didattica

Ricordo l’opportunità di sospendere le attività didattiche per partecipare alle manifestazioni relative alla Legge 133.

Non è questione di destra o sinistra.

È questione di un’impressionante superficialità e scarsa lungimiranza in settori come quelli della scuola, dell’istruzione, della ricerca scientifica, che in molti altri paesi vengono considerati di importanza strategica per il futuro della società della conoscenza.

Un paese incapace di scelte strategiche. Un paese che naviga a vista. Un paese destinato a rincorrrere gli eventi. Questo è il paese che stiamo consegnando ai giovani.

Il valore del contesto, compito 5 facoltativo?

Sì, avevo già scritto un post del genere qualche tempo fa, uno di quelli che ho piazzato fra i frammenti perché mi si era un po’ sbrodolato. Tuttavia non posso fare a meno di riprendere l’argomento perché ho letto un post molto affine di Lee LeFever, l’autore, insieme a Sachi LeFever, dei video didattici di The Common Crafts Show, alcuni dei quali ho posto nella pagina dei contenuti dedicata al social netoworking. Grazie a Jacopo abbiamo una traduzione in italiano di questo post.

Facendo riferimento ad un paio di episodi del proprio passato scolastico, Lee LeFever lamenta come a scuola si tenda a trascurare il contesto:

Looking back, context is what I always missed in education.

Questa posizione collima perfettamente con quella che io sostengo a proposito dell’insegnamento della matematica nel mio post sul valore del contesto, che per l’occasione ho rispolverato un po’.

Poi Le Fever spiega come l’idea dei loro video didattici sia nata proprio dal ricordo delle esperienze scolastiche poco felici e dalla constatazione che molte delle spiegazioni che si trovano nel Web sono scolastiche: spiegano il come ma non il perché, ignorano il contesto.

Inizialmente volevo solo cogliere il nesso fra il post di Lee LeFever ed il mio per riproporre un tema che mi sta a cuore al lettore generico. Poi ho pensato che mi piacerebbe conoscere l’opinione degli studenti i quali, per la maggior parte, sono proprio appena usciti dalle scuole superiori!

Quindi, cari studenti, vi invito senz’altro a leggere ambedue i post, Talkin’ Bout My Education e Formule, il valore del contesto. Per inciso, la matematica oggi fa capolino in molti aspetti della medicina moderna quindi qualche riflessione in proposito può giovare. Poi, se qualcuno ha delle opinioni in proposito sarei curioso di leggerle come al solito sui vostri blog e in poche parole …

One Laptop Per Child e neuroni specchio

Il Salone de’ Dugento in Palazzo Vecchio a Firenze ha ospitato due bei eventi. Ieri, la presentazione del computer portatile XO immaginato pensando al problema del digital divide, con la partecipazione di Nicholas Negroponte, l’ideatore del progetto One Laptop Per Child. L’undici gennaio scorso, nell’ambito della prima conferenza Luigi Amaducci, la lezione sul sistema dei neuroni specchio fatta da Giacomo Rizzolatti, il ricercatore italiano che ha scoperto questo importante sistema.
Le attività di OLPC Italia prendono le mosse da Firenze con l’intento

di creare un modello pilota di cooperazione decentralizzata intercittadina, city-to-city, supportato da un network di partner pubblici e privati che sostengono azioni ed iniziative create ad hoc per i paesi in via di sviluppo. La cooperazione a livello locale porta ad un sistema di solidarietà civica che oltrepassa le barriere burocratiche create dai Governi centrali.

L’iniziativa presentata ieri si chiama Give 1 Get 1:

Ciascun studente italiano che acquisterà un laptop, donerà un altro laptop ad un suo coetaneo di un’altra città del Sud del mondo.

Il progetto OLPC rappresenta una bellissima iniziativa che purtroppo è a rischio elevatissimo. L’Economist nel numero del 25 novembre 2004, in un articolo intitolato Managing complexity, rivelava che secondo lo Standish Group, un’azienda di consulenza in progetti di Information Technology, ha stimato che il 30% di tutti i progetti software abortiscono, la metà sfondano il budget previsto, il 60% sono considerati un fallimento da parte delle organizzazioni che li hanno iniziati e il 90% disattendono la scadenza prevista.

Il progetto OLPC è molto complesso e concerne gli aiuti ai paesi in via di sviluppo, una cosa che si rivela sempre difficilissima da realizzare, per di più in un settore, quello della formazione, che spesso rappresenta una delle ultime preoccupazioni dei governi e che è di per se estremamente poco incline all’innovazione. Le dichiarazioni d’intenti servono a poco: l’interesse dei governi in termini reali si misura dagli stanziamenti e nelle scuole di tutto il mondo, con qualche differenza, prevale di gran lunga un modello di insegnamento che ben poco ha a che vedere con il pensiero di Seymour Papert cui il progetto OLPC si ispira.

Una bambina ieri ha centrato il problema, come ha ricordato l’amico Antonio Fini:

Scusa, ma COME possiamo usarlo questo computer, a scuola?

Nicholas Negroponte sostiene che XO è molto più di un computer portatile, è un progetto educativo. Il software non è organizzato per applicazioni bensì per attività in una maniera che i bambini trovano naturale comprendere. Il progetto si ispira ai fondamenti costruttivistici ed è fondato sull’esperienza di Logo, un’applicazione sviluppata negli anni settanta da Seymour Papert per l’apprendimento della matematica basato sull’attività personale sulla creatività spontanea.

Logo era una bellissima applicazione che, incidentalmente ho potuto apprezzare insieme ad un mio figlio che allora frequentava le medie: consentiva ad un bambino di imparare con grande rapidità molti elementi basilari della matematica; non solo, in poco tempo si ritrovava a padroneggiare gli elementi fondamentali della programmazione. Tuttavia, l’impatto di Logo nella scuola è stato limitatissimo. Del resto cosa ci si poteva aspettare da qualche floppy disk distribuito in modo casuale nelle scuole e impiegato in attività e tempi marginali? Logo poteva funzionare solo nell’ambito di un metodo completamente diverso dove l’insegnante doveva giocare un ruolo fondamentale imperniato sullo stimolo e sul suggerimento. Invece Logo è stato solo una curiosità fra le tante capitata magari in qualche ora di applicazioni tecniche.

Lo strumento può essere stato pensato in modo costruttivista quanto si vuole ma è completamente inutile se viene calato nella realtà scolastica convenzionale.

Probabilmente il laptop XO è più facile da usare di Logo (peraltro Logo è contenuto nell XO) e i bambini sono già molto più vicini al computer ma questo non sarà sufficiente se non vi sarà un cospicuo impegno degli insegnanti a ripensare i propri metodi e se nel novero delle attività scolastiche non verrano creati spazi e tempi adeguati.

Anche il successo dell’iniziativa Give 1 Get 1 è legata al ruolo delle scuole. Give 1 Get 1 avrà un senso se diverrà qualcosa del tipo Give 1000000 Get 1000000 ma sarà difficile che questo possa avverarsi senza un massiccio impegno da parte del mondo scolastico. Difficile essere ottimisti visti i trascorsi.

Eppure il pensiero che la scuola debba rinnovarsi profondamente è vasto nel mondo e sostenuto da personalità di grande rilievo. In ultimo come non pensare alla scoperta di Giacomo Rizzolati e dei suoi collaboratori della funzione che svolgono i neuroni specchio. Sta emergendo l’evidenza che l’apprendimento cognitivo sia una funzione secondaria, tardiva e superiore dell nostro cervello e che questo sia fatto per imparare principalmente in modo imitativo.

Sarebbe veramente importante che si trovasse il coraggio di metter mano in modo coraggioso e sostanziale ad una revisione dei metodi applicati nelle scuole ma non è sempre e solo colpa degli altri, delle istituzioni. I cambiamenti globali partono da un cambiamento reale degli individui. Tutti possiamo iniziare, nella vita quotidiana.

Per ora contentiamoci del nesso bello e suggestivo fra questi due eventi di qualità che hanno avuto luogo nel Salone de’ Dugento. Grazie a chi li ha organizzati.

Formule, il valore del contesto …

Recentemente Andrea scriveva

Spesso ci siamo detti “Ma perché uno così non ci insegna anche la fisica?”…

Per almeno due buoni motivi:

  1. Non me la ricordo 😀 certo, potrei rimediare ripassando ma ci vuole tempo (vedi punto successivo)
  2. Non ho tempo 😀 sono già abbastanza spalmato in modo informatico su 500-600 studenti l’anno, se aggiungessi la fisica non ci rimarrebbe più niente ..

Tuttavia, un paio di post recenti che mi sono piaciuti (uno di una studentessa ed uno di un’amica in LTEver) mi inducono a fare delle considerazioni sulle formule, le formule matematiche che si usano tanto anche nella fisica. È un argomento al quale sono sensibilizzato dalla convinzione che il linguaggio matematico sia pressocché ignorato dalle scuole. Parlando con tanti giovani, i figli e tanti tanti studenti, mi sono persuaso che non giunga loro quasi niente del pensiero matematico e del linguaggio matematico.

Non è questione di quanto si lavora a scuola o da quale scuola si proviene. Si lavora anche troppo a scuola, in particolare si fanno troppe lezioni a casa, troppe perché si lavora male. Tanti esercizi fatti per ottenere un risultato mediocre: una grossa quantità di mediocrità non compensa una piccola quantità di qualità. Il voto, a cui la maggior parte dei genitori è così attenta misura poco e nulla in questo senso. Anche il tipo di scuola influisce poco. Vi sono classi di liceo scientifico dove la matematica si insegna peggio che in classi di liceo classico. Differenze inessenziali quelle fra le scuole, la differenza la fanno i singoli insegnanti. Un solo insegnante che affronta il suo impegno con passione, amore e curiosità fa miracoli nel cuore e nella mente di un giovane, anche se gli capita di insegnare in una scuola professionale serale. Un insegnante di ruolo in un liceo classico blasonato può distruggere l’interesse per la matematica nella maggior parte dei suoi allievi, a prescindere dal fatto che vengano poi promossi o bocciati (si dice sempre così?), questione inessenziale questa rispetto alla prima.

Non ho certo la pretesa di rimediare alcunché con queste note ma solo di suggerire un atteggiamento più cosciente e arioso nell’affrontare un testo corredato di formule matematiche. Il tema mi preme molto, mi ha preso la mano, si è allungato troppo e l’ho quindi spostato fra gli articoli: Formule, il valore del contesto ….

Torno a scuola!

Ebbene sì, ho avuto un’opportunità di tornare a scuola e l’ho colta.

Si tratta di un corso online sulla Open Education. L’argomento del corso, Open Education, consiste in offerte formative di qualsiasi tipo o livello distribuite liberamente in rete. Il corso è accessibile per chiunque e viene gestito mediante blog e wiki.

Chi mi conosce o chi ha letto qualcosa delle mie pagine web o del mio blog probabilmente penserà che io stia andando incontro a seri problemi cognitivi, considerate le opinioni che ho sulla maggior parte delle scuole che conosco.

Certo, non si può escludere che stia rincretinendo, tuttavia posso addurre delle giustificazioni.

  1. È proprio la pessima opinione su tutte le scuole che ho frequentato a rendermi estremamente curioso su forme di insegnamento alternative. Umano sperare …
  2. Credo moltissimo nei valori della condivisione e della partecipazione e si legge molto delle virtù dei blog e dei wiki. È inevitabile essere incuriositi da un corso nel quale il blog rappresenta il veicolo di comunicazione primario.
  3. Credo moltissimo nei valori della condivisione e della partecipazione e il fenomeno del software open source ne costituisce un’espressione concreta entusiasmante. Con l’open source, chi produce software lo rende disponibile in rete perché altri lo possano utilizzare ed eventualmente anche modificare. Il corso in questione verte sulla “Open Education” con la quale si offre istruzione liberamente in rete: una forma di istruzione che rinforza il libero accesso alla conoscenza. La conoscenza non rientra forse fra le risorse fondamentali per la vita dell’uomo quali l’aria o l’acqua? Come si fa a non andare a vedere di che si tratta?
  4. Insegno informatica. Impossibile non tentare di aggiornarsi su ciò che offre la information technology.
  5. Avrò molto lavoro questo autunno e sarà quindi difficile che riesca ad essere un buon studente. Non lo sono stato quasi mai del resto. Bene. Un’ottima occasione per calarsi nei panni di uno studente in difficoltà, credo che possa fare molto bene ad un professore.

Arrancherò per via del poco tempo a disposizione, arrancherò perché so poco l’inglese, arrancherò perché a scuola ho sempre arrancato. Non importa. Anche se prenderò brutti voti, anche se boccerò, semmai in questo corso si può bocciare, avrò avuto la possibilità di mettere il naso in qualcosa che mi interessa e che potrebbe migliorare ciò che sto cercando di fare.

Processi decisionali e scuola

Leggendo l’anima del cervello, di Elkhonon Goldberg, UTET 2004, troviamo che i problemi si distinguono in quelli che richiedono di trovare una soluzione (VDM: Veridical Decision Making) e quelli che si risolvono in base a criteri soggettivi (ADM: Adaptive Decision Making). Con i primi si cerca la verità, con i secondi si soddisfa qualcosa che è in noi allorché ci troviamo in determinate condizioni. Se le condizioni cambiano potremmo anche decidere diversamente.

Ebbene, la scuola addestra primariamente gli studenti alla soluzione di problemi VDM. Nella vita si affrontano invece principalmente problemi ADM.

L’autore sostiene che, come gli studiosi di scienze neurocognitive hanno largamente ignorato lo studio dei processi decisionali ADM, anche gli educatori hanno ignorato questo tipo di processo e che tutto il sistema educativo del mondo occidentale è basato sul sistema decisionale (VDM) deterministico che ammette una sola soluzione. Invece le strategie decisionali adattative centrate sull’attore non vengono insegnate ma sono acquisite dagli individui in un processo di sperimentazione personale basato su tentativi ed errori .

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