PirateBox: un pezzetto di Internet che viene con te – #loptis

Riepiloghiamo i fatti. Il 1 Marzo Roberto Marcolin si iscrive al #loptis inviandomi questo messaggio:

Ne approfitto per segnalarti, se già  non la conosci, la PirateBox/LibraryBox: si tratta di un dispositivo mobile per la condivisione di contenuti digitali, ha due principali “difetti” che forse potrebbero interessarti: funziona con software open source e con hardware a basso costo 😉

Prendo nota, sicuro di ritornarci sopra, prima o poi. Il 5 maggio Roberto mi riscrive:

… nei prossimi giorni installerò nel bar della mia scuola una Bibliobox /PirateBox, si tratta di un dispositivo mobile che permette la condivisione di contenuti digitali attraverso qualsiasi dispositivo dotato di wifi ( portatile, smartphone, tablet, ereader). In due parole è costituito da un router wifi portatile e da una chiavetta usb su cui è montato un sistema operativo open source (OpenWrt, una delle tante distribuzioni Linux).
In parallelo volevo fare un piccolo esperimento di social bookmarking per raccogliere altre risorse digitali libere ( ad es.distribuite con licenze Creative Commons). Mi chiedevo se questo esperimento poteva interessare anche ai partecipanti al LOPTIS, la pagina in cui si possono inserire link a risorse digitali libere è questa:

https://bibliobox.wikispaces.com/Costruiamo+insieme+la+BiblioBox

Se qualcuno vuole sapere a cosa serve, come funziona e come si autocostruisce una BiblioBox/PirateBox può dare un’occhiata qui:
http://readlists.com/dbaa55af/
oppure può seguire l’account Twitter di 23cose in biblioteca: https://twitter.com/23cose

 

Prometto di diffondere, ma mi perdo nella modellazione 3D – l’uomo è debole, e piccolo. Diffondo ora.

Il 1 di giugno rieccoti Roberto:

…alle 15 [del 10 giugno] ho uno scrutinio, ma quanto dura l’incontro? Volevo portare una PirateBox/Bibliobox perché mi sembra potrebbe inserirsi bene nel progetto di laboratorio didattico itinerante

Ha perfettamente ragione. Il cervello si attiva, alla terza botta. Mi precipito in Amazon – antipatico ma insostituibile nelle emergenze: il 6 giugno, in serata, mi arriva il router portatile Tp-Link MR3020 – 37.98 € spedizione compresa. Altro non serve, se si è un minimo abituati a smanettare in Linux. Seguo le istruzioni dei pirati buoni, aggeggio, provo. Piano piano scopri cosa può rappresentare l’oggetto per te.

Roberto ci racconta della BiblioBox, che è una delle possibilità, molto interessante peraltro: un sistema wireless locale, sconnesso da Internet, al quale chiunque può accedere con un suo apparecchio, per scaricare documenti di ogni tipo messi a disposizione da una biblioteca.

Io mi rendo conto che per me può significare un’altra cosa: un sistema che mi consente di portare in giro il pezzetto di Internet che mi interessa mostrare. Non è poco per uno che si è messo intesta di andare per scuole a mostrar robe: qui c’è il wireless ma la password la sa solo il “responsabile” il quale è in ferie, là lo spazio è magnifico ma mai nessuno ha pensato a connetterlo alla rete in qualsivoglia modo, più in là ancora c’è una magnifica connessione Ethernet ma il cavo è corto per la sistemazione che mi serve, di qua è tutto perfetto ma oggi non c’è banda… e via dicendo.

Forse ho risolto il problema. Attacco alla corrente la scatolina 7x7x2 cm, con la pennina attaccata, zeppa di contenuti, e navigo a schioppo fra ciò che mi serve. Non solo: se volessi mostrare qualcosa attraverso un secondo computer – mi capita – non mi devo preoccupare di aggiornare il materiale in tutte e due le macchine, o affidarmi a qualche “nuvola” in Internet, con tutte le vaghezze del caso: accedo alla solita PirateBox. Non solo: chiunque abbia un computer, o un tablet o uno smartphone, può scaricare i contenuti. Non solo: se vuole può caricare nel sistema un suo contenuto, offrendolo così al laboratorio. Non solo: gli astanti possono comunicare in chat fra loro.

Ho appena finito di sistemarla. Appare così:

piratebox
Clicca l’immagine per leggere..

Detto questo, ora bisogna vederla all’opera sul pezzo. Quindi, chi parteciperà all’incontro di Paderno d’Adda è invitato a portarsi il proprio marchingegno e a provare il funzionamento della PirateBox. Non dovrà fare altro che attivare il wireless sul computer, tablet o smartphone che sia, poi il browser internet dovrebbe aprire automaticamente questa pagina. In ogni caso l’indirizzo sarà

http://piratebox.lan/

Poi racconteremo come sarà andata.

Il laboratorio itinerante da Marsciano a Paderno d’Adda – #loptis

Un post telegrafico per…

  • dire agli amici di Marsciano che la traccia delle risorse utilizzate nell’incontro del 29 maggio arriverà – ci vuole tempo a cuocere tutta questa carne ma la cuoceremo tutta…
  • esprimere gratitudine a Roberto Marcolin per averci fatto conoscere la BiblioBox  (derivata da PirateBox) perché si attaglia perfettamente allo spirito del laboratorio – per ora è solo intuizione, ma potrebbe divenirne un componente essenziale
  • dire che venerdì è arrivato il router portatile che serve a fare una PirateBox e che stiamo aggeggiando per usarla a Paderno d’Adda nel prossimo incontro del 10 giugno
  • osservare che questo episodio è un magnifico esempio di feedback anticipato!
  • promettere che tutto quello che andiamo imparando verrà riversato qui… 🙂

Domani a Marsciano con l’universo delle cose di bit – #loptis

Domani il laboratorio itinerante di #loptis andrà al I Circolo di Marsciano.

Laboratorio: non saremo lì a dirci che si potrebbero fare delle cose ma le faremo – il discorso scaturirà dalle azioni – l’immaginazione farà il resto.

Stamperemo qualcosa in 3D. Mostreremo la LIM fatta con il telecomando Wiimote che useremo sia con il sistema operativo WiildOs che con Ubuntu. Useremo accessori stampati con la stampante stessa. Per esempio il sistema di trasporto della stampante:sistema-trasporto-stampante-3d sistema-trasporto-3

Oppure il supporto del Wiimote:

wiimote-support-6

 

Supporto il cui modello è stato condiviso nell’universo delle cose di bit:

wiimote-support
Clicca l’immagine per vederla nell’universo delle cose di bit

Poi, se ci sarà rimasto il tempo, proveremo a dire perché.

Primi risultati sulla proposta di software libero nella classe di medicina – #loptis

È stupefacente che il software libero si diffonda nell’uso comune così lentamente. Non costa niente, offre moltissime applicazioni che sono più stabili, più scalabili, più adattabili, offre addirittura un intero sistema operativo in una molteplicità di sapori – Linux e derivati – apre una prospettiva di grande valore etico in un settore strategicamente cruciale, sia dal punto di vista economico che culturale. Ma l’ignoranza domina.

E non stiamo parlando di una novità. L’idea di software libero è nata più di vent’anni fa. Aziende del calibro di IBM hanno saputo integrarsi con il fenomeno più di dieci anni fa. Decine di milioni di smartphone hanno un cuore basato su Linux.

L’ignoranza domina, dimostrazione eclatante del torpore in cui versano scuola e università – mera istruzione, cultura poca, di quella vera, che attiene alla lettura e all’interpretazione del mondo quale esso diviene.

La diffusione di software e hardware libero rientra certamente fra gli obiettivi principali di questo laboratorio, in tutte le sue sfaccettature. Cogliamo quindi l’occasione per riportare alcuni primi risultati dell’impegno didattico nel corso di base di informatica al I anno di medicina a Firenze del corrente anno accademico – un piccolo insegnamento di 3 crediti universitari.

Per poter fare l’esame, gli studenti devono produrre alcuni elaborati. Per redigere i testi scritti devono scaricare e usare Libreoffice.
L’elaborato più importante che gli studenti devono produrre è quello su un argomento da scegliere a piacere fra quelli offerti nell’indice ragionato di questo laboratorio.

Gli studenti sono 378. In 107 hanno già inviato i loro elaborati. Di questi, 22 hanno scelto di occuparsi della questione del software libero, il 20% quindi. Due hanno realizzato un videotutorial per mostrare come hanno installato Ubuntu sul loro computer. Uno ha resuscitato un vecchio computer, ritenuto ormai inutilizzabile, installandovi Linux, uno ha addirittura imparato a usare la posta elettronica crittografata, utilizzando GPG e il client email Thunderbird integrabile nel browser Firefox. Risultati come questi sono resi possibili dal fatto che alcune lezioni frontali sono state trasformate in laboratori, dove gli studenti possono lavorare con il docente a progetti specifici – è così che Tommaso ha imparato a usare la posta crittografata.

Nel complesso ci pare un buon risultato, ma dobbiamo fare meglio.

Concludo con i due tutorial realizzati dagli studenti.

Il primo è di Beatrice, che scrive:

… io ho sostituito totalmente il sistema operativo poiché Windows mi creava non pochi problemi nell’ultimo periodo e temevo di dover addirittura sostituire il PC. Seguendo la sua lezione su “software libero” ho pensato che provare Linux poteva essere una soluzione! Adesso ho quindi solo Ubuntu e mi trovo molto bene, il forum [di Ubuntu] è stato davvero indispensabile e sono molto disponibili per qualsiasi problema. L’audio è risultato rumoroso a causa del microfono incorporato nel PC e per i tagli che ho apportato nell’editing.

(17 dicembre 2015: ho tolto il link al video perché l’autrice lo ha cancellato)

Il secondo è di Matteo, che chiosa così il suo elaborato con il quale ha presentato il video:

Tuttavia appena risolto l’intoppo ho iniziato il montaggio del video che pubblicherò su “Youtube” spacciandolo per una guida all’ installazione di Ubuntu sulla propria piattaforma Microsoft, ma è più il racconto della MIA esperienza con l’ installazione di tale software. Spero di esser riuscito nel mio intento e di aver fatto un lavoro “passabile”, chiedo anticipatamente scusa per la scarsa precisione e dovizia di particolari con cui ho eseguito il montaggio, ma è una delle prime volte che faccio un tale lavoro, inoltre chiedo scusa se ho sbagliato o ho confuso qualche termine”tecnico”. Ho cercato di informarmi il più possibile ma non credo di essere riuscito a mascherare più di tanto il mio essere un autodidatta.

Questi sono i contributi che ci piacciono, quelli di coloro che ci provano.

Il laboratorio itinerante – #loptis

Approfittiamo della segnalazione di qualche cambio di programma per dire due parole su come stia evolvendo il laboratorio itinerante – il lato reale di #loptis.

Non una lezione, non una “presentazione”, ma un laboratorio che si materializza adattandosi all’ambiente –  classe scolastica di ordine vario, classe universitaria, collegio docenti o altro. Tre gli elementi fissi:

  1. una LIM, realizzata con Wimoote, sistema operativo WiildOs e schermo di fortuna, per dimostrare e mostrare
  2. una stampante 3D che stampa qualcosa
  3. un brogliaccio pieno di link in piratepad, per esplorare quello che ci interessa

Il brogliaccio è in continua evoluzione ma mantiene per ora una struttura in tre parti:

  1. ispirazioni varie: letteratura, management, scienza, scienze sociali
  2. software libero
  3. hardware libero

Parole chiave: minoranze, disintermediazione, etica, spending review, felicità interna lorda, glocalizzazione, software libero, Linux, WiildOs, hardware libero, Arduino, collaborazione, cooperazione, giovani fabbricatori di mondo, giovani fabbricatori di mondo italiani, pratica, pratica, pratica, teoria, pratica, pratica, pratica, teoria, pratica

Attrezzature necessarie: nessuna, portiamo tutto noi: due computer, stampante 3D, Wiimote, cavalletti, schermi di fortuna, stampante 3D, connettori, cavi, ciabatte, internet di fortuna, piano B anti-Murphy e sorprese varie. Se poi qualcosa è disponibile in loco, meglio, ma non necessario.

Il laboratorio ambisce a comunicare attraverso la parola, l’azione e la dimostrazione, ma anche attraverso l’ascolto: una domanda o un qualsiasi feedback possono farci cambiare direzione in qualsiasi momento. Il laboratorio itinerante è in realtà una forma di ascolto che serve a capire chi c’è veramente nel laboratorio virtuale #loptis. Per questo gli stiamo dedicando molto tempo e molto studio. Il video seguente ne è una dimostrazione.

Kentstrapper è un’azienda famigliare fiorentina. Due giovani fratelli, Lorenzo e Luciano, partendo dal progetto open source di stampa 3D RepRap realizzano stampanti open con particolare attenzione alla formazione. Li ringraziamo anche per la collaborazione a questo laboratorio (non di rado rispondono anche la domenica).

Due parole sull’autore del brano “Sugar man” che accompagna il video, Sixto Rodriguez, un grande cantautore e poeta che non ha avuto problemi a condurre un’operosa vita di lavoratore qualunque, una volta espressa la sua arte. Fu scoperto negli anni 70 che cantava dando di spalle al pubblico nei locali infimi dei bassifondi di Detroit. Fu considerato subito un artista che non avrebbe avuto niente da invidiare da gente del calibro di Bob Dylan. Ma Sixto Rodriguez ha vissuto con le spalle voltate al sistema, incurante delle sirene del successo, moderato nei costumi, colto, tenace lavoratore, operaio. Un po’ forse per questo atteggiamento, un po’ forse perché era messicano, un po’ chissà perché, fece due dischi che in America non vendettero nulla. Un disco arrivò per caso nel Sudafrica dell’apartheid, dove si diffuse a macchia d’olio infiammando la gioventù liberal sudafricana che vi trovò l’ispirazione giusta per la ribellione al regime fascista. Straordinaria la storia della riscoperta di questo cantautore, narrata nel film Sugarman. Il sistema del copyright non ha impedito che i diritti percepiti in Sudafrica finissero nelle tasche di intermediari senza scrupoli in America. Noi compriamo i dischi di Sixto ma siamo sicuri di fargli il migliore omaggio diffondendo la sua arte.

Libertà è partecipazione – #loptis

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Agli studenti di medicina chiediamo, fra altre cose, di scrivere un tema su un argomento che possono scegliere dopo avere frugato nell’indice ragionato di questo laboratorio. È sempre sorprendente la ricchezza delle prospettive e delle suggestioni che tornano indietro – non raramente, tornano assai utili qui. Questa è la volta della testimonianza di Martina, che interpreta perfettamente gli obiettivi del laboratorio #loptis.

È molto facile parlare di tecnologie a persone che sono già propense ad usarle. Assai più difficile è rivolgersi a coloro che, per tanti motivi, le sentono invece estranee. È proprio qui che entrano in gioco il registro narrativo e l’approccio libero di questo laboratorio – niente a che vedere con manuali tecnici e “patenti” varie.

I post utilizzati da Martina sono quelli raggruppati nella sezione Software libero dell’indice ragionato che trascrivo qui di seguito:

Il titolo di questo post – Libertà e partecipazione – è quello scelto da Martina per il suo tema, che viene qui di seguito.


Riflessioni sui post Software libero

Nel cominciare a scrivere questo elaborato a proposito dell’etica hacker e del software libero, devo confessare una sorta di diffidenza che da sempre in me si accompagna ai contatti col mondo digitale.

Ho sempre attribuito questo sentimento a una scarsissima padronanza di tali mezzi, giustificata in modo probabilmente troppo benevolo con la scusa che “non tutti i campi del sapere ci possono appassionare”.

Nel leggere gli articoli del blog Laboratorio Online Permanente di Tecnologie Internet per la Scuola – #loptis per la preparazione di questo esame, mi sono resa conto di cosa ai miei occhi costituiva la differenza tra ambiti come la letteratura e le arti in generale dall’informatica: se infatti in queste ultime gli spazi per esprimere me stessa e per entrare in sintonia con il frutto dell’altrui creatività mi sembravano evidenti, proprio non riuscivo a coglierli nell’informatica per come mi era stata presentata fino ad adesso.

Abituata infatti ad usufruire del computer nei suoi aspetti più banali e superficiali, l’informatica mi appariva come un mondo di spazi precostituiti ed estremamente poco modificabili ed esplorabili da coloro che percepivo solo come utenti.

È dunque solo con questo recente contatto con l’etica hacker della condivisione del sapere che comincio a rendermi conto delle enormi potenzialità racchiuse in questo universo.

Probabilmente il fatto di essere nata in un’epoca in cui tutto è profitto, rende difficile individuare l’appropriazione indebita di beni comuni in tutti i suoi aspetti. Se infatti risulta abbastanza evidente, o quanto meno a tutti comprensibile, che beni come l’acqua, l’aria, i beni del territorio debbano essere proprietà comune, la questione diventa già più discutibile quando si comincia a parlare di proprietà intellettuali e di conseguenza anche del mondo digitale.

Diceva Jean-Jacques Rousseau: Il primo che, avendo recintato un terreno, osò dire: “questo mi appartiene”, e trovò uomini abbastanza ingenui per credergli, quegli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, assassini, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili “guardatevi dall’ascoltare quest’impostore; siete perduti, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra di nessuno.

Ebbene applicare quest’ottica anche al campo dell’informatica mi permette di capire l’importanza di una terra di tutti e di nessuno quale è il software libero. Essendo basato sulla condivisione, tale metodo consente un prodigioso sviluppo in cui ogni nuovo apporto è la base per nuove espansioni. Se è vero che siamo nani sulle spalle di giganti, risulta automatico come la condivisione di saperi ci liberi e ci permetta di innalzarci tutti insieme.

Per questo, oltre che per l’immensa fonte di guadagno che attualmente rappresenta, questo mondo virtuale è imbrigliato dalle multinazionali e da un pensare comune che criminalizza chi non si presta a questi giochi di mercato.

Non è un caso che la figura dell’hacker sia per l’opinione comune non molto diversa da quella del piccolo delinquente, quando in realtà si tratta di una persona che ha in somma considerazione l’atto creativo, che detesta tutto ciò che intralcia l’accesso all’informazione, diffida di tutto ciò che è burocrazia, di tutto ciò che è potere sovrastante, istituzionale o privato che sia, diffida in generale di ogni tipo di intermediazione, crede fermamente nella libera circolazione delle idee che ritiene una risorsa primaria, come l’aria e l’acqua, si interroga sul senso delle cose, sulla possibilità di migliorarle e ha un assoluto bisogno della libertà di provare a migliorarle. L’hacker possiede un’etica profonda ed è profondamente onesto.

Perché profondamente onesto è volere un progresso orizzontale, di cui tutti possano beneficiare, indipendentemente dai mezzi economici e dal contesto sociale; profondamente onesto è non fare delle proprie capacità un mezzo per elevarsi al di sopra degli altri ma metterle al servizio di una comunità di cui dunque ci si ritiene parte integrante.

A mio avviso è dal concetto di comunità che si deve ripartire oggi e in quest’ottica credo che d’ora in poi guarderò al mondo digitale con un po’ meno di timore e con un po’ più di curiosità.

L’interesse per il mezzo dunque, perché in esso si rispecchia anche il fine, mi porterà, spero, a trasferire quella coerenza che cerco di osservare nelle scelte quotidiane (stile di vita, acquisti, consumi) anche nell’utilizzo degli strumenti informatici, conscia dell’interconnessione tra tutti gli aspetti della nostra vita.

Microsoft Corporations e Apple Inc. mettono in atto forse forme più subdole di sfruttamento rispetto a McDonald’s con i suoi hamburgers e dobbiamo armarci di conoscenze per poterci difendere e non essere complici.

La compressione non conservativa di Michelangelo – #loptis

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Questo è un complemento al post Elaborazione di immagini – tre fatti che fanno la differenza dove riprendiamo un esempio fatto qualche giorno fa nella classe di medicina per dare un’idea intuitiva della compressione non conservativa.

Ricapitolando brevemente, i metodi di compressione possono essere conservativi e non. I formati ZIP, GIF e PNG comprimono i dati in maniera rigorosamente conservativa mentre JPEG, MP3 e MP4 impiegano anche una componente di compressione non conservativa. Rammentiamo anche che ZIP serve a archiviare in forma compressa qualsiasi cosa – testi, dati, software ecc. – GIF, PNG e JPEG sono sistemi di codifica di immagini, MP3 e MP4 codificano informazioni audio e video rispettivamente.

Con i metodi conservativi si comprimono i dati sfruttando eventuali ripetizioni in essi – la decompressione in questo caso fornisce una copia perfetta dei dati originali e il fattore di compressione dipende dalla loro natura: se sono presenti molte ripetizioni allora la compressione è più efficace.

È facile comprendere come la ripetizione dei dati possa essere sfruttata ai fini della compressione. Facciamo un esempio banale. Supponiamo di avere un file di testo contenente solo una sequenza ininterrotta di caratteri “A”  e supponiamo che questi siano 1 milione. Poiché ogni carattere viene codificato in un byte, il file risulterà lungo 1 milione di byte. Ora, applichiamo una compressione “fai da te” dove assumiamo che, quando una lettera dell’alfabeto è immediatamente seguita da un numero, allora la lettera deve essere ripetuta quel preciso numero di volte, ad esempio: “A5” significa “AAAAA”. Ecco, applicando una codifica del genere, il nostro file (demenziale), una volta compresso in questo modo, conterrebbe solo il testo “A1000000”. In questo esempio la compressione sarebbe vigorosa: da 1 milione di byte saremmo scesi agli 8 byte che servono a codificare la sequenza di caratteri “A100000”! Naturalmente, questo esempio è lontano dagli schemi che vengono applicati dai sistemi di compressione conservativa reali, che sono ben più sofisticati, ma serve perfettamente per capire il concetto. Serve anche a capire come il fattore di compressione possa dipendere molto dalla natura dei dati: applicando il suddetto metodo a un testo reale lungo 1 milione di byte, probabilmente otterremmo una compressione molto ridotta, di poco inferiore a 1 milione di byte.

I metodi non conservativi invece comprimono i dati eliminando parte dell’informazione, tout court. L’idea si basa sul fatto che probabilmente non tutta l’informazione presente verrà utilizzata effettivamente. È un’idea che si può applicare ai suoni e alle immagini e sfrutta i limiti percettivi e cognitivi di chi ascolta i suoni o guarda le immagini. Non si tratta banalmente di sbarazzarsi di alcune parti delle immagini o alcune sezioni di un brano musicale – questo sarebbe davvero poco soddisfacente – ma di aspetti che si suppone i fruitori di quelle informazioni non percepiscano.

Confronto fra il volto dell'Ignudo di sinistra sopra la Sibilla Eritrea, nella Cappella Sistina e il volto della Madonna nel Tondo Doni, ambedue dipinti da Michelangelo Buonarroti.
Clicca l’immagine…

Il volto di sinistra è quello di uno dei due Ignudi che sovrastano la Sibilla Eritrea nella Cappella Sistina. Quello di destra è il volto della Madonna nel Tondo Doni.

La mano è sempre quella di Michelangelo ma le differenze sono molte: ad esempio il primo volto è un affresco mentre il secondo una tempera su tavola, la prima immagine è una scansione tratta da un libro d’arte [1] mentre la seconda è un’immagine presa da Wikipedia [2]. Ma le numerose e rilevanti differenze dipendenti dalla diversa natura delle opere e delle loro riproduzioni non nascondono il modo assai diverso con cui Michelangelo ha realizzato questi due ritratti, dove il primo sembra quasi uno schizzo preparatorio rispetto all’esecuzione completamente rifinita del volto della Madonna.

Ebbene, questa è la compressione non conservativa di Michelangelo. La volta della Cappella Sistina si trova a circa 13 metri dal pavimento e questo pone un limite alla capacità di vedere ad occhi nudo piccoli dettagli, che sono invece apprezzabili in un dipinto che può essere visto molto da vicino. Michelangelo ha quindi dipinto “meno informazione” in quelle situazioni in cui sapeva che nessuno le avrebbe potute apprezzare – in condizioni normali – ottenendo così una compressione delle informazioni fondamentale: se avesse inteso dipingere tutta la volta con la stessa accuratezza del Tondo Doni ci avrebbe messo ben più dei quattro anni che gli sono occorsi, e forse anche la salute… [3].

I' ho già fatto un gozzo in questo stento,
come fa l'acqua a' gatti in Lombardia
o ver d'altro paese che si sia,
c'a forza 'l ventre appicca sotto 'l mento.

La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e 'l petto fo d'arpia,
e 'l pennel sopra 'l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento

E' lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e' passi senza gli occhi muovo invano.

Dinanzi mi s'allunga la corteccia,
e per piegarsi adietro si ragroppa,
e tendomi com'arco sorïano.

Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra' per cerbottana torta.

La mia pittura morta
difendi orma', Giovanni, e 'l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore.

Quindi Michelangelo ha approssimato JPEG? Semmai il contrario! Per applicare una compressione non conservativa nel migliore dei modi occorrerebbe il massimo dell’intelligenza, cosa che non si può richiedere ad un sistema automatico. Per questo si deve stare attenti a dosare la compressione di JPEG, mettendo almeno un pochino di intelligenza nel salvare un’immagine in tale formato. Si vada per tentativi, magari figurandosi l’impiego che ne dovrà esser fatto: un conto è un’immagine che deve essere vista in un piccolo formato su un monitor, un conto è inviare un’immagine da stampare in un grande formato. Chiaro che il primo è il caso di gran lunga più frequente: perfettamente inutile lasciare i setting di massima qualità nell’applicazione di fotografia del telefonino, considerato l’uso prevalente (e ridondante) di quelle foto…

Per lo stesso motivo, un musicista potrebbe non gradire la riproduzione MP3 di un brano musicale: un conto è un pezzo heavy metal e un altro una sonata per violino di Bach…

Non s’è preteso di spiegare molto. Per comprendere in maniera più approfondita il meccanismo della compressione non conservativa, occorrerebbe avventurarsi nei territori dell’analisi di Fourier. Tuttavia ci illudiamo così di avere dato un’idea anche a chi quei territori non li ha mai vistati o è tanto tempo che non vi è tornato.


[1] Michelangelo – Leben und Werk – Belser Verlag, Stuttgart, 1989, pag 86

[2] L’opera d’arte mostrata in questa immagine è nel pubblico dominio per via della data del decesso del suo autore (la norma si applica all’Unione europea, agli Stati Uniti e a tutti quei paesi in cui il copyright scade 70 anni dopo la morte dell’autore).

[3] Michelangelo Gedichte, Insel Verlag, 1992.

Oggi all’ISIA – loptis

ISIA – Istituto Superiore per le Industrie Artistiche

Via Alfani 58 – Firenze

17 aprile – 15:00

Ingresso aperto anche ad esterni

 

locandinaA4

 

Collaborazioni – #loptis

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Due righe per dire che ci siamo. Da marzo a giugno ci sono circa 400 studenti di medicina da seguire e questo richiede del tempo. Ma va aggiunta anche la formazione del sottoscritto: per insegnare occorre studiare, specie in territori così mutevoli – l’inerzia porta alla morte rapida. Occorre esserci, sapere cosa sta accadendo e cosa si può fare oggi. Si dice “aggiornamento”, ma è una parola malintesa. Non è questione di avere letto, o magari fatto un quiz, perché non si può insegnare ciò che non si è vissuto. È questione di provare a fare, di avere commesso gli errori che è necessario commettere per imparare. È questione di sporcarsi le mani. Dopo si può provare a insegnare.

Si va quindi a scuola. Una scuola di giovani – in pratica quasi tutto ciò che s’impara l’hanno fatto persone, giovani, giovanissime. La si trova nei circoli del software e dell’hardware libero. Provi a fare una cosa e ti imbatti in un problema. Lo comunichi alla comunità: quasi sempre qualcuno ti risponde e prima o poi lo risolvi. Magari scopri che chi ti ha risolto il problema ha 18 anni – successo ieri: grazie. Mondo lesto, comunicazione asciutta, si va diritti al problema, vali per ciò che sai e sai fare. La si trova nel mondo dei “makers”, che si incontrano nei fablab, luoghi attrezzati con macchine a controllo numerico per la realizzazione di oggetti. Un mondo che ha preso le mosse dal MIT nel 2001, nel Centro per bit e atomi, ma che ormai abbiamo dietro l’angolo.

Un mondo basato sulla cooperazione: ciò che io faccio lo pongo all’aperto – se è servito a me probabile che serva a qualcun altro, chissà dove. Un mondo basato sulla collaborazione: nei fablab si lavora insieme, condividendo informazioni, competenze, soluzioni. Collaborazione aperta, inclusiva: se hai da mettere i tuoi due centesimi li metti, se servono si usano. Vali per ciò che sai e sai fare. Non la collaborazione esclusiva delle organizzazioni gerarchiche classiche, dove i dirigenti fanno i gruppi e li comandano – dove può succedere che un incompetente privo di fantasia comandi un competente creativo – dove vali per vari motivi, troppi, alcuni opachi, e mica tanto per ciò che sai e sai fare.

Nei mondi aperti si respira una buona aria, non quella ormai viziata dei casamenti istituzionali. Quello che impareremo, lo riverseremo qui e dove ci troveremo nelle scuole. L’età matura è quella dei collegamenti – inizi ad avere visto mondi e prendi a collegarli – cambi quota ma il gioco è lo stesso, le  mani felicemente sporche. Piacerebbe collegare il mondo della scuola – statico – a questi mondi – al mondo, vivo. Intanto a scuola, nel Fablab di Firenze. Fa bene alla salute.

A proposito di collaborazioni. Qui nel #loptis ne sono emerse diverse. Se a qualcuno viene un’altra idea proviamo a realizzarla. Intanto ricapitoliamo. Correggete errori e dimenticanze.

Datalove è un’aggregazione emersa in una piccola comunità internazionale con forte prevalenza svedese che, agli inizi, si chiamava “Telecomix”.

Eravamo un gruppetto, dieci o quindici, allora, e sperimentavamo gli usi sociali dell’internet. Sperimentavamo modalità sia di interazione, sia di comunicazione: una cosa molto spontanea, molto impressionante, di per sé.

Eravamo impressionati dal fatto che la metà dei partecipanti al canale IRC [canale di discussione riservato] fossero ragazze, cosa piuttosto rara nella comunità hacker dove, di solito, c’è una fortissima componente maschile. E parlando del più e del meno, è emersa questa nozione di Datalove come, in qualche modo, una specie di prolungamento di quel che è l’amore nella sfera digitale.

Non cerco di definirla, perché è la stessa cosa che definire l’amore, è una cosa un po’ stupida e ciascuno può avere la sua definizione e poi, lo sappiamo bene, l’amore è qualcosa di universale, nessuno ha bisogno di essere d’accordo su una definizione, per provarlo. Per me, Datalove sono le emozioni che possono essere suscitate attraverso delle tecnologie digitali.

Un esempio proprio stupido: farsi una domanda esistenziale che ci si è sempre fatti e un giorno dirsi: – Ehi, ma se andassi semplicemente a guardare su Wikipedia e là trovare la risposta, formulata in dieci modi differenti da cento persone di diverse, con una discussione sull’argomento e semplicemente trovare la soluzione. È cercare una canzone di Fela Kuti e imbattersi sull’album integrale in file BitTorrent, in formato flac o di una qualità geniale, e voilà. Morire dall’emozione di trovare un mucchio, un mucchio di file.

E vedo questa cosa come una proiezione della nostra umanità attraverso il digitale e attraverso internet. E troppo spesso tendiamo a lasciare un po’ tutto questo ai tecnici, o anche peggio, ai commerciali, e a dimenticare un po’ che si tratta soprattutto di esseri umani che stanno dietro ai loro terminali, loro stessi interconnessi globalmente in rete e che internet è forse soprattutto la somma delle nostre umanità, prima di essere la somma dei nostri megabyte, dei nostri megabit per secondo, dei nostri gigahertz dei microprocessori. Si tratta soprattutto di esseri umani interconnessi tra di loro.

Può essere che sia questo il Datalove: creare il collegamento tra la macchina universale, la rete globale e, semplicemente, gli esseri umani e le umanità che ci sono alla fine. Per definizione, il Datalove è qualcosa di universale, come l’amore, che è, in effetti, il fatto di amare internet.

Amiamo internet e abbiamo visto le persone scendere in strada a migliaia contro ACTA, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement, l’accordo commerciale anti contraffazione: in 300 città d’Europa, lo stesso giorno, centinaia di migliaia di persone che erano in strada per opporsi a un accordo commerciale, multilaterale, negoziato dalla Commissione e dal Consiglio dell’Unione Europea, facendo intervenire il diritto penale. Insomma, un troiaio incomprensibile.

Ma le persone erano in strada perché volevano difendere la loro internet, perché amiamo internet. E cosa ci fa amare internet? Non amiamo le macchine, non le amiamo d’amore. Le possiamo trovare piacevoli, utili, possono rinviarci una bella immagine di noi o qualcosa del genere, ma amiamo internet perché amiamo quello che c’è dall’altra parte dello schermo. E quello che c’è dall’altra parte dello schermo, non sono solo le macchine, è l’umanità intera.

Internet è una finestra sul mondo, una finestra sull’umanità. E ho l’impressione che quello che amiamo è la somma di tutto quello che gli altri investono lì dentro. In effetti, quello che amiamo è l’umanità.

E quindi, non credo che si tratti di una funzione di quanto tempo si spende su internet; e poi ci sono persone che rimarranno per tutto il giorno, tutta la notte, connessi su una cosa che può essere World of Warcraft, o Facebook, o un gadget qualsiasi. Non è davvero così Internet.

Dunque io penso che sia qualcosa che avviene rapidamente quando si capisce o quando comprendiamo che Internet non è solo una macchina, non è semplicemente un televisore migliore, non è solo una console per videogiochi migliore ma è veramente una finestra sul mondo, è dove la dimensione emozionale e a volte per qualcuno un po’ mistica ha un senso e questo è ciò che chiamiamo Datalove.”

Non solo virtuale – prossimi incontri – #loptis

29 febbraio. Questo post è destinato ad essere rimaneggiato, come ho appena fatto aggiungendo gli incontri di Pontedera, di Firenze a Città-Scuola Pestalozzi e un II incontro a Castel del Piano, ampliato ad altri insegnanti – qualcosa si è aggiunto in corsa, qualcosa avevo dimenticato.

E direi di raccogliere la proposta di Claude, nel commento che ha scritto oggi, mi pare che valga la pena di diffondere quel testo – va tradotto dal francese. Vogliamo raccogliere volontari qui e poi seguire Claude, oppure tu, Claude, preferisci suggerire subito una strategia precisa?


È così che va. Ci sono le cose importanti e quelle occasionali, marginali rispetto a tutto il resto che ti pareva di dover fare. Poi all’improvviso si rovescia tutto e ti pare di non aver mai fatto niente di così interessante, ricco, entusiasmante –  a partire da un sito ingenuo, fabbricato a mano e gettato nel cyberspazio qualche anno fa – incoscientemente. Riflettano gli amanti delle categorie, il virtuale qua, il reale là…

Nella sezione  Andando per scuole… sono elencati gli eventi fino a quello del 19 marzo scorso, presso l’ITES d Prato. Qui di seguito i prossimi.

I contesti sono molto diversi: scuola primaria-secondaria, insegnanti, educatori, classi universitarie. Certo, il lessico e vari particolari vengono adattati al contesto, ma l’ispirazione è la stessa. Anche messa in scena, strumentazione e modalità free [*] sono sempre le stesse – il medium è il messaggio…

Incontri programmati

  • Roma 15 aprile 8:00
    LE MILLE VIE DELLA DISINTERMEDIAZIONE
    Insegnamento “Politiche televisive”
    Scienze Politiche, LUISS
  • Firenze 17 aprile 15:00
    ABITARE & APPRENDERE NEL CYBERSPAZIO
    Insegnamento “Linguaggi multimediali”
    Disegno Industriale – ISIA – Istituto Superiore per le Industrie Artistiche
  • Strada in Chianti, 5 maggio 17:00 Internet: non uno strumento da giudicare ma uno spazio da abitare. Ist. Comprensivo Greve in Chianti, Collegio infanzia, primaria e secondaria I grado
  • Marsciano, 13 maggio – Istituto comprensivo… (aggiornerò nei prossimi giorni)
  • Firenze, 16 maggio – Città-Scuola Pestalozzi Firenze

Incontri da definire

Alla rinfusa, l’ordine cronologico dipenderà dalle circostanze.

  • Prato (due volte in luoghi distinti)
  • Milano – Monza – Lecco – dopo il 9 giugno
  • Pont Saint Martin e a Gressoney Saint Jean – Valle d’Aosta
  • Varese – giugno
  • Pontedera – giugno
  • Castel del Piano (II incontro)

[*] Sì, “free” significa fare quest’attività a titolo gratuito, o al massimo in cambio di un “primo”. Tutto sommato una cosa normale, in un paese che sta in piedi grazie al volontariato, o no? Bene, io, nel mio piccolo e nel piccolo del mio tempo libero, partecipo così.