Insegnamento universitario e tecnologie internet

Ho scritto questo post conseguentemente ad una serie di conversazioni sul ruolo delle tecnologie negli insegnamenti universitari. Dopo una breve premessa sulle sorti dell’università, discuto tre possibili modalità di impiego di servizi web in un insegnamento universitario:

  1. Trasferire le “dispense” in un sito web che sia accessibile solo previa autorizzazione da parte del docente
  2. Trasferire le “dispense” in un sito web che sia liberamente accessibile
  3. Creare una comunità in rete

Buona lettura!

Matematica e scuola

Problemi personali poco simpatici quanto ineludibili mi obbligano a limitarmi agli adempimenti.

Aspettanto che passi ‘a nuttata trovo consolazione in letture amene. È la volta di

More about Il cammino della matematica nella storia

Un libro delizioso, scritto da Stefano Beccastrini e Maria Paola Nannicini, che offre numerosi spunti per collocare storicamente il pensiero matematico nell’insegnamento della matematica nella scuola primaria.

Quella dell’insegnamento della matematica è una questione che mi ha sempre turbato e ogni tanto ci ritorno perché la matematica è fondamentale per la soluzione di problemi di ogni tipo nella vita privata e nel lavoro, perché è una formidabile palestra del pensiero e perché è bellissima. E invece, come dicono gli autori di questo libro, è la cenerentola delle materie.

La suddivisione dello scibile in materie ben distinte, e principalmente la suddivisione fra mondo umanistico e mondo scientifico,  è probabilmente una delle cause principali, anche se non l’unica, dell’inadeguatezza della scuola a formare cittadini pensanti e non solo abili (più o meno) a fare un mestiere.

Non si dovrebbe parlare di materie bensì di prospettive. Non dovrebbe essere tanto importante cosa insegnare ma insegnare a vedere qualsiasi cosa dal maggior numero di prospettive possibili: la prospettiva storica, la prospettiva matematica, la prospettiva geografica, letteraria, sociale, politica e via dicendo. In altre parole, si dovrebbe insegnare che non è mai tempo perso quello speso a risalire una connessione insospettata con un mondo del tutto diverso. Non è tempo perso nemmeno quando a causa di tali diversioni si rischia di non finire il programma.

Per l’appunto, la matematica, alla fin fine, nient’altro che di questo è fatta: connessioni fra mondi apparentementi lontani. Connessioni perfettamente e minuziosamente definite e quindi spesso faticose da conquistare; connessioni che generano stupore, piacere estatico; connessioni senza le quali ciò che conosciamo come tecnologia non avrebbe mai visto la luce.

Ecco, a me sembra che la proposta di Stefano e Paola vada in questa direzione prendendo le mosse dal momento più importante, quello nel quale gli insegnanti accompagnano i bambini nei loro primi passi in quella che dovrebbe essere una passeggiata in un bosco incantato anziché in un labirinto pieno di mostri dispettosi.

Oggi non volevo scrivere niente

Sì, oggi non volevo scrivere niente perché volevo perdermi tutto il giorno fra le Hidden Connections di Fritjof Capra, un modo per prolungare i tre giorni offline che mi ero regalato per Pasqua.

Ma la rete è viva e travolge, è bastato un attimo, un’occhiatina e inciampo in un post di Gianni Marconato, Antonio Saccoccio e la crisi dell’apprendimento. Non mi resta che leggere, un po’ perché da qualche tempo Gianni è entrato prepotentemente nel mio “PLE” e un po’ perché quest’anno ho passato notevole tempo a ossessionare la gente con le magagne della “scolarizzazione” e il tema mi stuzzica alquanto.

E così vengo a conoscenza dell’esistenza di Antonio Saccoccio, insegnante net-futurista e del suo blog Liberi dalla Forma, dal quale riprende

…. Il problema è che la scuola stava entrando in crisi anche prima della rivoluzione neotecnologica (anzi, per me l’insegnamento non è mai stato di buon livello). I nuovi media non hanno fatto altro che accelerare la crisi. Ora certe metodologie davvero sono inaccettabili agli occhi di chiunque abbia un minimo di senso critico.

a proposito

… di crisi della scuola, di insegnamento che non è mai stato di buon livello, di metodologie didattiche inaccettabili.

Come allora non rammentarmi del post di Enrico, studente nel mio corso di Editing Multimediale presso la IUL, che era perplesso riguardo alla seguente citazione tratta da un testo che sta studiando …

“E se l’educazione è in crisi, questo è dovuto, in parte, anche alle frequenza dei nonluoghi nell’esperienza giovanile. “Lo spazio che il giovane abita è in gran parte costituito da nonluoghi, uno spazio che non gli offre alcuna identità e non gli pone particolare richieste situazionali ma solo prescrizioni astratte e impersonali, che non sono in grado di connetterlo ad uno spazio oggettivo e lo lasciano in balia della sua soggettività e di quelle a lui prossime”

… e di come avevo condiviso le sue perplessità sostenendo che

  1. L’educazione è sempre stata carente in quanto grossolana approssimazione di quello che dovrebbe essere un percorso formativo reale. La mia formazione è stata pessima se esco dal metro della mera istruzione, peraltro carente, rigida, spesso fine a se stessa. La formazione dei nostri padri, fra cui mio padre (laureato nel 53), ottimo medico, mi è sempre sembrata del tutto carente, estremamente parziale. Una mera semplificazione burocratica basata su di una concezione della conoscenza banalizzata. Oggi l’educazione appare ancora più carente perché l’evoluzione della società si è fatta impetuosa.
  2. I “luoghi” li abbiamo scippati noi ai nostri ragazzi ben prima che si rendessero loro accessibili i non luoghi. I luoghi son tali quando sono vissuti in autonomia come è capitato alla mia generazione in parte e del tutto per le precedenti, quando, dopo la scuola, fatti un po’ di compiti (una quantità sensata) si andava fuori a ruzzare con gli altri. La vita dei nostri figli che noi gestiamo è priva di luoghi: il tennis dove si “lavora sul rovescio”, la chitarra per il prossimo saggio, la preparazione per il torneo di calcio, lo studio di danza che costringe ad alimentarsi come un professionista e via dicendo non sono luoghi … i luoghi propri gli abbiamo eliminati noi adulti con la nostra mania di rendere competitivi i nostri figli!

Connessioni nascoste che si svelano.

Torno da Fritjof.

CCK08: Does Learning Grow or Is it Built?

The vision proposed by Stephen Downes …

Hence, in connectivism, there is no real concept of transferring knowledge, making knowledge, or building knowledge. Rather, the activities we undertake when we conduct practices in order to learn are more like growing or developing ourselves and our society in certain (connected) ways.

In What Connectivism Is

and by George Siemens

Connections create meaning

in What is connectivism

explain all my learning experience. Just an example.

As a students in Physics I got A in a course based on the Fourier Transform, a basic, wonderful and ubiquitous mathematical instrument.

Later on, when working on my thesis I was glad to see that the Fourier Transform was needed to work with digital medical images: “Finally, I can use something of that I have studied!” I thought.

It was a shock when I discovered that the (scholastic) knowledge of the theorems and the related demonstrations, of the Fourier Transform was almost useless: I missed completely the basic concept.

Successively, I realized that I missed a lot of connections and that without those connections the idea of Fourier Transform (together with the theorems and the demonstrations) was just an asteroid lost in the space of all the possibilities.

I missed even the more general concept of mathematical transformation.

I missed the essence of mathematics, despite my former good grades.

Probably, from my teachers point of view, knowledge of the Fourier Transform was successfully transferred in my mind but in my later experience I began to realize its essence and usefulness only when trying to find connections in a real context in order to solve a real problem that I strived to solve. I began to feel comprehension just waiting in face of my problem and letting connections come out, spontaneously. This part of my understanding was absolutely spontaneous, it had to grow. It took time.

Afterwards, I was able to look at this mathematical device as at a wonderful toy useful to describe an incredible number of phenomena. I was also able to see the beauty of symmetries and how the perception of such symmetries were useful to find other new connections.

The propositional knowledge of the Fourier Transform is partial and by no ways sufficient to use it in real life. A more effective knowledge, and a never thorough one, needs a system of connections with other concepts, some abstract and some real, and this system of connections can obly grow in your mind because you have to experience it.

Il valore del contesto, compito 5 facoltativo?

Sì, avevo già scritto un post del genere qualche tempo fa, uno di quelli che ho piazzato fra i frammenti perché mi si era un po’ sbrodolato. Tuttavia non posso fare a meno di riprendere l’argomento perché ho letto un post molto affine di Lee LeFever, l’autore, insieme a Sachi LeFever, dei video didattici di The Common Crafts Show, alcuni dei quali ho posto nella pagina dei contenuti dedicata al social netoworking. Grazie a Jacopo abbiamo una traduzione in italiano di questo post.

Facendo riferimento ad un paio di episodi del proprio passato scolastico, Lee LeFever lamenta come a scuola si tenda a trascurare il contesto:

Looking back, context is what I always missed in education.

Questa posizione collima perfettamente con quella che io sostengo a proposito dell’insegnamento della matematica nel mio post sul valore del contesto, che per l’occasione ho rispolverato un po’.

Poi Le Fever spiega come l’idea dei loro video didattici sia nata proprio dal ricordo delle esperienze scolastiche poco felici e dalla constatazione che molte delle spiegazioni che si trovano nel Web sono scolastiche: spiegano il come ma non il perché, ignorano il contesto.

Inizialmente volevo solo cogliere il nesso fra il post di Lee LeFever ed il mio per riproporre un tema che mi sta a cuore al lettore generico. Poi ho pensato che mi piacerebbe conoscere l’opinione degli studenti i quali, per la maggior parte, sono proprio appena usciti dalle scuole superiori!

Quindi, cari studenti, vi invito senz’altro a leggere ambedue i post, Talkin’ Bout My Education e Formule, il valore del contesto. Per inciso, la matematica oggi fa capolino in molti aspetti della medicina moderna quindi qualche riflessione in proposito può giovare. Poi, se qualcuno ha delle opinioni in proposito sarei curioso di leggerle come al solito sui vostri blog e in poche parole …

One Laptop Per Child e neuroni specchio

Il Salone de’ Dugento in Palazzo Vecchio a Firenze ha ospitato due bei eventi. Ieri, la presentazione del computer portatile XO immaginato pensando al problema del digital divide, con la partecipazione di Nicholas Negroponte, l’ideatore del progetto One Laptop Per Child. L’undici gennaio scorso, nell’ambito della prima conferenza Luigi Amaducci, la lezione sul sistema dei neuroni specchio fatta da Giacomo Rizzolatti, il ricercatore italiano che ha scoperto questo importante sistema.
Le attività di OLPC Italia prendono le mosse da Firenze con l’intento

di creare un modello pilota di cooperazione decentralizzata intercittadina, city-to-city, supportato da un network di partner pubblici e privati che sostengono azioni ed iniziative create ad hoc per i paesi in via di sviluppo. La cooperazione a livello locale porta ad un sistema di solidarietà civica che oltrepassa le barriere burocratiche create dai Governi centrali.

L’iniziativa presentata ieri si chiama Give 1 Get 1:

Ciascun studente italiano che acquisterà un laptop, donerà un altro laptop ad un suo coetaneo di un’altra città del Sud del mondo.

Il progetto OLPC rappresenta una bellissima iniziativa che purtroppo è a rischio elevatissimo. L’Economist nel numero del 25 novembre 2004, in un articolo intitolato Managing complexity, rivelava che secondo lo Standish Group, un’azienda di consulenza in progetti di Information Technology, ha stimato che il 30% di tutti i progetti software abortiscono, la metà sfondano il budget previsto, il 60% sono considerati un fallimento da parte delle organizzazioni che li hanno iniziati e il 90% disattendono la scadenza prevista.

Il progetto OLPC è molto complesso e concerne gli aiuti ai paesi in via di sviluppo, una cosa che si rivela sempre difficilissima da realizzare, per di più in un settore, quello della formazione, che spesso rappresenta una delle ultime preoccupazioni dei governi e che è di per se estremamente poco incline all’innovazione. Le dichiarazioni d’intenti servono a poco: l’interesse dei governi in termini reali si misura dagli stanziamenti e nelle scuole di tutto il mondo, con qualche differenza, prevale di gran lunga un modello di insegnamento che ben poco ha a che vedere con il pensiero di Seymour Papert cui il progetto OLPC si ispira.

Una bambina ieri ha centrato il problema, come ha ricordato l’amico Antonio Fini:

Scusa, ma COME possiamo usarlo questo computer, a scuola?

Nicholas Negroponte sostiene che XO è molto più di un computer portatile, è un progetto educativo. Il software non è organizzato per applicazioni bensì per attività in una maniera che i bambini trovano naturale comprendere. Il progetto si ispira ai fondamenti costruttivistici ed è fondato sull’esperienza di Logo, un’applicazione sviluppata negli anni settanta da Seymour Papert per l’apprendimento della matematica basato sull’attività personale sulla creatività spontanea.

Logo era una bellissima applicazione che, incidentalmente ho potuto apprezzare insieme ad un mio figlio che allora frequentava le medie: consentiva ad un bambino di imparare con grande rapidità molti elementi basilari della matematica; non solo, in poco tempo si ritrovava a padroneggiare gli elementi fondamentali della programmazione. Tuttavia, l’impatto di Logo nella scuola è stato limitatissimo. Del resto cosa ci si poteva aspettare da qualche floppy disk distribuito in modo casuale nelle scuole e impiegato in attività e tempi marginali? Logo poteva funzionare solo nell’ambito di un metodo completamente diverso dove l’insegnante doveva giocare un ruolo fondamentale imperniato sullo stimolo e sul suggerimento. Invece Logo è stato solo una curiosità fra le tante capitata magari in qualche ora di applicazioni tecniche.

Lo strumento può essere stato pensato in modo costruttivista quanto si vuole ma è completamente inutile se viene calato nella realtà scolastica convenzionale.

Probabilmente il laptop XO è più facile da usare di Logo (peraltro Logo è contenuto nell XO) e i bambini sono già molto più vicini al computer ma questo non sarà sufficiente se non vi sarà un cospicuo impegno degli insegnanti a ripensare i propri metodi e se nel novero delle attività scolastiche non verrano creati spazi e tempi adeguati.

Anche il successo dell’iniziativa Give 1 Get 1 è legata al ruolo delle scuole. Give 1 Get 1 avrà un senso se diverrà qualcosa del tipo Give 1000000 Get 1000000 ma sarà difficile che questo possa avverarsi senza un massiccio impegno da parte del mondo scolastico. Difficile essere ottimisti visti i trascorsi.

Eppure il pensiero che la scuola debba rinnovarsi profondamente è vasto nel mondo e sostenuto da personalità di grande rilievo. In ultimo come non pensare alla scoperta di Giacomo Rizzolati e dei suoi collaboratori della funzione che svolgono i neuroni specchio. Sta emergendo l’evidenza che l’apprendimento cognitivo sia una funzione secondaria, tardiva e superiore dell nostro cervello e che questo sia fatto per imparare principalmente in modo imitativo.

Sarebbe veramente importante che si trovasse il coraggio di metter mano in modo coraggioso e sostanziale ad una revisione dei metodi applicati nelle scuole ma non è sempre e solo colpa degli altri, delle istituzioni. I cambiamenti globali partono da un cambiamento reale degli individui. Tutti possiamo iniziare, nella vita quotidiana.

Per ora contentiamoci del nesso bello e suggestivo fra questi due eventi di qualità che hanno avuto luogo nel Salone de’ Dugento. Grazie a chi li ha organizzati.

Inizia il II semestre

Premessa

Questo post non è una critica agli organi di governo dell’università. Non è nemmeno una critica agli uffici amministrativi e tecnici nei quali ho trovato persone che hanno cercato di darci una mano e che ringrazio ancora.

Questo post rappresenta uno spunto di riflessione sulla cronica inadeguatezza delle nostre istituzioni a seguire i mutamenti del mondo che si avvicendano ormai ad un ritmo vertiginoso. È quindi una riflessione che si riferisce ad un contesto e ad una cultura che caratterizzano un ambito ben più ampio di quello del singolo ateneo. Sta di fatto che il problema c’è ed è grave.

Antefatto

All’inizio del I semestre fui giustamente indotto da molti amici a trasferire le attività online per l’insegnamento dell’informatica di base sui server che l’ateneo ha deputato alle attività didattiche attinenti all’e-learning.

L’operazione è stata semplice e indolore ma l’impiego di questo sistema ha generato un problema cospicuo. In breve:

  1. Per poter utililizzare la piattaforma, il sistema di e-learning richiede a ciascun studente matricola e password assegnate dall’università per poter accedere ai servizi
  2. Per gli studenti di molti corsi di laurea la partecipazione ai servizi di e-learning risulta di fatto impossibile perché le complesse procedure di assegnazione degli studenti ai vari corsi di laurea ritardano l’attivazione delle password anche di molti mesi.

A causa di questa situazione nel corso del I semestre è stato necessario cambiare al volo le procedure previste dal corso cercando di salvaguardare al massimo la qualità dell’offerta didattica agli studenti.

Rimedio

Il problema concerne soprattuto il I semestre ma avendo capito che non sarà facile trovare una soluzione in tempi brevi ed essendo il mio compito primario di docente e ricercatore quello di perseguire tutte le occasioni di innovazioni, risolvo la questione sin da questo II semestre rinnovando ulteriormente l’architettura del corso secondo le più recenti proposte emerse a livello internazionale nel campo dell’applicazione delle tecnologie informatiche alla didattica. Il rinnovamento comporta lo spostamento del fulcro delle attività dall’interno di una piattaforma di e-learning all’esterno verso servizi WEB liberamente disponibili. Seguo in questo modo i più recenti suggerimenti di personaggi del calibro di David Wiley e Stephen Downes, giusto per menzionare gli esponenti di maggior rilievo. Un buon riassunto dell’argomento è stato scritto da Caterina Policaro. La nuova architettura si evince dalla descrizione del corso che si trova nelle pagine wiki del medesimo.

Ripresa della premessa

Ripeto. Mi rifaccio ad un antefatto preciso perché è esemplificativo e perché giova ragionare su cose concrete ma non vi è nessuna critica specifica nei confronti di nessuno. L’inadeguatezza che ho menzionato è strutturale e culturale. Riguarda tutti noi. Le considerazioni di Maria Grazia Fiore sulla valutazione nell’università sono un altro buon esempio.

Vi è la consuetudine di identificare l’innovazione con iniziative top-down che vengono subito istituzionalizzate, prima ancora che esse possano avere mosso i primi passi. Come dire: “Di questo bel neonato facciamo un grande ingegnere!”

Oggi questa è una strategia perdente.

Tutte le grandi innovazioni nate nel terzo millenio sono del tipo bottom-up.

Compito delle istituzioni e delle organizzazioni deve essere quello di favorire al massimo le circostanze affinché nuovi fenomeni sorgano spontaneamente. Codifica, regolamentazione, istituzionalizzazione vengono dopo.

Aziende del calibro di IBM o di Procter & Gamble l’hanno capito bene, per esempio. Varie altre aziende e organizzazioni si sono adeguate prontamente ma siamo solo agli inizi. In tutto il mondo le istituzioni pubbliche stanno arrancando, massimamente quelle didattiche. In Italia, duole dirlo, non brilliamo davvero.

Risposta di uno studente

Vi propongo la risposta di uno studente al post precedente sui clown in corsia. Uno dei tanti studenti che, venendo a studiare nel nostro paese da lontano, ha imparato l’italiano studiando contemporaneamente qualcosa’altro. È uno sfogo che, prendendo le mosse dalle considerazioni sull’avviamento dei clown in corsia, parla delle vicissitudini degli studenti nella facoltà di medicina. Non nascondo di condividere in gran parte queste opinioni e comprendo che tanti miei colleghi potranno condividerle più o meno. La pluralità delle opinioni è un fatto naturale, anzi asupicabile. Sono però sicuro che l’attitudine ad ascoltare gli studenti sia una grande carenza della nostra scuola, di tutte le nostre scuole.

Grazie Prof!

E’ incredibile la precisione e sensibilità con cui lei riesce a scoprire le nostre paure! Anch’io spesso rifletto su tutto questo guscio che ci tiene stretti al suo interno e che è fatto di tantissimi materiali, i più diversi, che non mi piacciono molto! Anch’io ho tanta paura dei numeri, dei conti che vorrebbero rispecchiare, e che non rispecchiereanno MAI al 100%, la nostra preparazione e capacità professionali; e purtroppo tantissime volte ci ho sbattuto la testa, e forse tante altre volte lo dovrò fare… da sempre è stato così! Da sempre in ogni scuola, siamo stati codificati e numerati con misure approssimative … ci siamo mai chiesti perchè non è mai esistito uno psicologo nella scuola? Un ora dedicata alla psicologia umana? Eppure servirebbe a chiunque, soprattutto ai ragazzi in fase di crescita alla prese con le prime responsabilità!

In questi ultimi 3-4 mesi ogni giorno ho lottato contro la rabbia, lo stress e l’incessante pensiero all’ingiustizia che spesso dobbiamo subire, senza aver alcuna voce in capitolo! Mi sono chiesto, perchè io che mi dedico con passione alla mia formazione, non devo aver mai nessun stimolo verso l’umanità da chi dovrebbe essere la mia guida (forse una guida non c’è!); perchè devo spesso rimpicciolirmi e chiudermi nel mio silenzio, per paura di mille blocchi mentali, fisici e universitari e buttar giù amari bocconi di insensibilità e disattenzione da parte di chi non è un modello di empatia né di umanità. Mi dispiace profondamente fare i conti con una realtà che non riesce a promuovere il mio stato d’animo verso la gioia e umanità. Mi son chiesto in questi mesi, perchè chi avrebbe dovuto insegnarmi non solo una materia, che per inciso dovrò studiare su 10 testi diversi (e i miei appunti di lezione non serviranno mai ai fini dell’esame!), non ha saputo darmi la chiave vincente per rimanere vivo dentro e verso gli altri; perchè chi ha già percorso con mille sacrifici e fatiche questa strada, dimentica che anni fa era come me e aveva bisogno di essere incoraggiato e guidato; perchè perfino molti specializzandi si nascondono e ci snobbano, persino si vergognano di salutare noi poveri studentacci perchè siamo inferiori, mentre loro invece… che tristezza!

Con mille paure e ricatti informali, che sono i peggior fantasmi, finiamo per vivere la formazione verso una delle professioni più VIVE e VITALI, che si nutrono di CONTATTO, COMUNICAZIONE e DIALOGO, nella maniera più PASSIVA possibile.

A breve finirò il mio percorso… e non mi era mai successo di affrontare vere crisi e momenti di abbattimento… non ho mai messo in dubbio le mie scelte, ma sono stato sempre determinato; ed invece? Invece, non mi vergogno di dirlo, ho ceduto pure io quest’anno…il fardello delle responsabilità, dei regolamenti disumani, dello stress psichico mi hanno fatto vedere un lato di me che prima credevo inesistente: ho avuto tanta paura della mia fragilità e debolezza, paura di aver sbagliato tutto… si rende conto prof?

Mi sono chiesto perchè in Francia, in Germania o in Spagna, nessun studente di medicina mi capirebbe e nessuno si sentirebbe mai come me… Perché all’estero gli studenti di medicina vedono più i reparti che le aule? Mi sono chiesto, perchè qui diversi ragazzi vanno verso l’esaurimento nervoso? A chi servono i medici schizzofrenici ed esauriti? E’ una strategia avere più studenti fuori corso che in corso? E’ una strategia garantire lo studio solo ai più ricchi? Con tasse salatissime e strumenti che pochissimi utilizzeranno, perchè la corsa è mirata a passare l’anno e l’esame, perchè se ti becchi il blocco per un esame, sei un uomo morto…ma è una follia! Non sono uno studente bloccato, ma ho molti amici bloccati. Quale formazione danno i blocchi? Non è meglio focalizzarsi sulla propedeudicità e togliere le BOCCIATURE da LICEO dall’università? Perchè perdere un anno intero a causa di un solo esame? In quell’anno non puoi più dare gli esami successivi né prendere firme, devi andare a lavorare e già che ci sei andare in analisi, perchè ti ha distrutto pure l’idea che non puoi chiedere dai tuoi una tassa in più dopo mille sacrifici! Non è giusto, e ti uccide da dentro… a che serve poi? Perchè a lezione ci sono sempre massimo 20 persone su 200, e tutti a casa a studiare perchè se non dai l’esame c’è il blocco? E’ stata testata scientificamente l’efficacia di questo metodo? Che succede in altre facoltà senza blocchi? Sono meno preparati e competenti? Vorrei capire, solo questo…e proprio non ci riesco! E questo mi fa paura!

Non riesco a mollare, perchè in fine dei conti, mi sento RINATO! Per assurdo, grazie al periodo più brutto della mia vita universitaria, ho capito che questa è davvero l’unica cosa al mondo che voglio fare, e perchè no, VOGLIO FARE LA DIFFERENZA! Voglio essere io un punto piccolo, che però non dimenticherà mai la sua provenianza… so che con me ci saranno altri puntolini e che tutti stiamo camminando verso una stessa direzione, con un unico messaggio ed obiettivo nel cuore..questo mi conforta ma mi creda è demotivante e straziante l’involucro che ci tiene soffocati!

Le scrivo, perchè mi piacerebbe parlare con lei di quello che tra i pochi riesce a percepire; perchè uno studente che ama ciò che fa, non deve soffrire così disumanamente, rischiando di non essere mai apprezzato e premiato dai numeri… perdere l’anno, o essere umiliato agli esami (purtroppo succede spesso e ogni anno peggio…ma perchè? )! Ho paura della passività, che ignora ormai la qualità in questa formazione; e mi spaventa il futuro della medicina in mano a qualcuno che ha vinto solo nella corsa. Ho paura dei miei pensieri e delle mie idee, ed ho paura di dover fuggire ancora dall’infelicità!

Spero di poter parlare con lei, e parlarle a cuore aperto… spesso ci troviamo soli in questo sistema e questi schemi che ci vengono imposti, ed è davvero sorprendente vivere ancora in un LICEO chiamato università, dove non sei libero di organizzarti da solo. Siamo ignorati… e non chiediamo molto, ma vivere umanamente e serenamente lo studio!

Grazie prof di esserci sempre stato per noi; è un vero amico, padre e professore per noi…un punto fermo, dove sai che sei ascoltato e compreso…
a presto

Dibattito sull’Economist

Nelle pagine Web dell’Economist si sta svolgendo un dibattito online sulla seguente proposizione

Social networking technologies will bring large [positive] changes to educational methods, in and out of the classroom.

Per partecipare è necessario fare un account free.

Ho avuto questa informazione da un messaggio di Sharon Peters in twitter. È interessante anche il post della medesima autrice dove compare la segnalazione.

Formule, il valore del contesto …

Recentemente Andrea scriveva

Spesso ci siamo detti “Ma perché uno così non ci insegna anche la fisica?”…

Per almeno due buoni motivi:

  1. Non me la ricordo 😀 certo, potrei rimediare ripassando ma ci vuole tempo (vedi punto successivo)
  2. Non ho tempo 😀 sono già abbastanza spalmato in modo informatico su 500-600 studenti l’anno, se aggiungessi la fisica non ci rimarrebbe più niente ..

Tuttavia, un paio di post recenti che mi sono piaciuti (uno di una studentessa ed uno di un’amica in LTEver) mi inducono a fare delle considerazioni sulle formule, le formule matematiche che si usano tanto anche nella fisica. È un argomento al quale sono sensibilizzato dalla convinzione che il linguaggio matematico sia pressocché ignorato dalle scuole. Parlando con tanti giovani, i figli e tanti tanti studenti, mi sono persuaso che non giunga loro quasi niente del pensiero matematico e del linguaggio matematico.

Non è questione di quanto si lavora a scuola o da quale scuola si proviene. Si lavora anche troppo a scuola, in particolare si fanno troppe lezioni a casa, troppe perché si lavora male. Tanti esercizi fatti per ottenere un risultato mediocre: una grossa quantità di mediocrità non compensa una piccola quantità di qualità. Il voto, a cui la maggior parte dei genitori è così attenta misura poco e nulla in questo senso. Anche il tipo di scuola influisce poco. Vi sono classi di liceo scientifico dove la matematica si insegna peggio che in classi di liceo classico. Differenze inessenziali quelle fra le scuole, la differenza la fanno i singoli insegnanti. Un solo insegnante che affronta il suo impegno con passione, amore e curiosità fa miracoli nel cuore e nella mente di un giovane, anche se gli capita di insegnare in una scuola professionale serale. Un insegnante di ruolo in un liceo classico blasonato può distruggere l’interesse per la matematica nella maggior parte dei suoi allievi, a prescindere dal fatto che vengano poi promossi o bocciati (si dice sempre così?), questione inessenziale questa rispetto alla prima.

Non ho certo la pretesa di rimediare alcunché con queste note ma solo di suggerire un atteggiamento più cosciente e arioso nell’affrontare un testo corredato di formule matematiche. Il tema mi preme molto, mi ha preso la mano, si è allungato troppo e l’ho quindi spostato fra gli articoli: Formule, il valore del contesto ….

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