Tentando di far funzionare la scuola …

Riporto qui la lettera ricevuta da Stefania Carioli, studentessa del corso di laurea in Teorie della Comunicazione (dove “insegno” una cosa che si chiama Tecnologia della Comunicazione Online). Stefania, insegnante di scuola primaria, narra di come stia travasando l’esperienza fatta nel nostro corso in una sua classe.

Non lo so spiegare bene, ma nessuna pubblicazione, nessun problema risolto o titolo ricevuto mi ha mai dato tanta soddisfazione come la testimonianza di una qualche conseguenza concreta di ciò che vado cercando di realizzare in queste vicende di insegnamento.

Quando storie di questo genere, si riferiscono poi ad esperienze fatte con i bambini delle scuole elementari per me è il massimo …

RIFLESSIONI A MENTE APERTA

Le considerazioni che seguono sono l’esito della riflessione su di una breve esperienza (non conclusa) di apertura di un blog [1] in una classe V di scuola primaria, intrecciate a osservazioni suscitate dalla lettura di “Coltivare le connessioni”.

Nel corso dell’apertura del mio primo blog mi ero entusiasmata, anche perché avevo intravisto in questo strumento delle ottime opportunità formative (opportunità complementari e non antitetiche alla didattica “tradizionale”) legate innanzitutto alla semplicità del suo utilizzo, alla sua dinamicità e versatilità, al fatto di non legarsi in maniera essenziale alla disponibilità di un super laboratorio di informatica, e quindi tali da renderlo prestabile a varie esigenze: da semplice “contenitore” a luogo di scambio, interazione e familiarizzazione con un certo modo di comunicare, che è poi quello del presente e del futuro.

Insomma, un piccolo spaccato della realtà e della filosofia del web e delle opportunità davvero eccezionali che  questo potrebbe offrire, soprattutto nell’aumentare il livello culturale e quindi, in prospettiva, anche partecipativo dei cittadini del futuro.

Per parlare con un minimo di cognizione di causa ho avuto bisogno di generalizzare, ho voluto aspettare un po’ di tempo per valutare l’impatto che avrebbe avuto su bambini e adulti (vedi nota [1]).

L’organizzazione che ci siamo dati è stata molto semplice: il lavoro è stato imbastito sugli argomenti di interesse comune al gruppo classe, nati da momenti di confronto o da esperienze vissute, successivamente digitalizzato nel laboratorio di informatica (quando possibile) e postato da lì per mostrare il meccanismo della moderazione, oppure a casa o in biblioteca e poi spedito. A chi non aveva la connessione, ho fornito la mia pen-drive e, successivamente, abbiamo postato da scuola. (Ne parlo al passato ma, in realtà, è un’esperienza ancora in corso).

La differenza, rispetto a un qualunque altro percorso svolto con l’ausilio e/o l’utilizzo del pc, l’ha fatta proprio il blog, come spazio virtuale aggregante, aperto ai vari commenti, come memoria e vetrina dei lavori dei bambini, che hanno potuto mostrare con soddisfazione quanto da loro realizzato persino ai parenti che abitano lontano [2].

Ho cominciato davvero in piccolo, in una situazione molto problematica per una serie di ragioni che non sto a dettagliare [3], e dove il rischio che l’introduzione di uno strumento nuovo, pensato per motivare e coinvolgere, si tramutasse in un’esperienza di digital divide [4], in un ulteriore motivo di divisione, di divario, in una mancata opportunità, era sempre incombente.

E invece no. Fortunatamente non è andata così. Il fatto che qualcuno non avesse la disponibilità di un pc ha fornito l’espediente giusto per stargli più vicino a scuola e per ospitarlo a casa, perché il lavoro da postare doveva essere fatto con la collaborazione di tutti.

Lo stesso Tim Berners-Lee sottolinea l’universalità come caratteristica fondamentale del web e, come sua reale forza, l’essenzialità dell’accesso da parte di tutti, anche di quella parte di invisibili che, per una serie di ragioni, avrebbero più difficoltà a inserirsi, e per i quali l’utilizzo del web, invece, potrebbe fare davvero la differenza e senza i quali la rete stessa sarebbe depauperata di una fetta consistente di utenza.

In questa avventura ho trascinato la mia collega, donna dalla mente aperta e flessibile, background culturale diverso dal mio perché formatasi nell’ambito di scienze politiche, e che non mi ha semplicemente appoggiata e supportata, ma ha colto senza troppi indugi l’essenza positiva dell’esperienza, diventandone co-autrice. E anche questa è una bella conquista 🙂 .

Sono sempre stata convinta (per averne avuto esperienza come allieva, prima ancora che come insegnante) che l’aiuto reciproco, il tutoring, insomma le varie tipologie di apprendimento cooperativo, siano caratterizzate da un fruire e un fluire reciproco di conoscenze e strategie in cui, certo, i più bravi aiutano, ma al contempo sono aiutati dal dover far chiarezza e ordine nelle loro idee (prima ancora che nelle loro parole) per potersi spiegare all’altro. Un invito alla metacognizione e all’empatia senza pari. Ma l’accettazione della diversità spesso si riduce a belle parole, buone solo per riempirsi la bocca di vieta retorica e per salvare le apparenze.

Non mi piace molto l’espressione instillare, preferisco seminare, comunque mi piacerebbe che in ognuno rimanesse la percezione di poter avere delle opportunità, l’idea che, volendo, tutti possono farcela, un’idea che, mano a mano che si cresce, la vita, le esperienze, una certa impalcatura sociale ed educativa affievoliscono sempre di più. Questo, in fondo, è quello che ho respirato: possibilità per tutti di dispiegare le proprie potenzialità, di trovare una propria dimensione, di costruirsi un ambiente personale di apprendimento in funzione del proprio progetto di vita.

La scuola, in tutto questo, dovrebbe e potrebbe avere un ruolo davvero incisivo se solo ci fosse più impegno, se solo ci fosse più amore in ciò che facciamo, se solo riuscissimo a far passare l’idea della scuola stessa come una conquista, come un privilegio che un tempo era di pochi, se solo non avessimo tutti quegli assilli che ci fanno perdere l’autentico obiettivo del nostro operare.

Saper cogliere le connessioni tra i fenomeni e saper condividere sono espressione di concetti fondamentali e, come lei ha sottolineato in più punti, non sono esclusivi dello stare in rete, ma sono identificativi di una certa mentalità, di un certo approccio agli altri e alle esperienze in generale.

Ma non sempre è facile condividere. Perché per farlo bisogna essere disponibili a mettersi in gioco, a non considerare il nuovo come una minaccia, a prendere in esame l’eventualità che l’altro possa non corrispondere alle nostre aspettative nei suoi riguardi.

E se l’altro fossero gli altri? Moltissimi altri? E’ questo che, secondo me, è cambiato fondamentalmente: la possibilità di avere tanti altri con cui condividere qualcosa, a cui poter chiedere un aiuto, nei cui sfoghi trovare comunione e conforto per i propri piccoli o grandi crucci.

Sin da bambina mi sono sempre chiesta come sarebbe stato se avessi potuto conoscere altre persone rispetto a quelle con cui, solo per un puro caso, mi trovavo a condividere la vita, come sarebbe stato se avessi avuto altri compagni, altri insegnanti, altre possibilità … per concludere, tutte le volte, che quella realtà unica, circoscritta, tutto sommato prestabilita, mi stava molto stretta.

E in tutto questo, davvero, la tecnologia c’entra il giusto. E’ il suo imperante imperversare in qualunque azione del nostro quotidiano che, come lei sostiene, “crea ansia e toglie lucidità” (o, talvolta, fornisce comodi alibi). A proposito della tecnologia mi viene in mente un articolo che ho scovato in biblioteca un po’ di tempo fa, e che si intitola “La mente estesa” (A. Oliverio) in cui si descrive una mente, la nostra, che supera i confini del cervello, grazie all’impiego di strumenti esterni che ne amplificano il potenziale. L’uomo infatti si sarebbe costruito, nel mondo che lo circonda, un contesto cognitivo da cui trarre vantaggi tali che sarebbe ormai diventato difficile «separare i due aspetti, quello interno, cerebrale, e quello esterno, depositato nell’ambiente modificato dall’uomo». Il pc, alla stregua di un’evoluzione complessa di quella che ormai è una tecnologia essenziale come la matita o il quaderno, sarebbe dunque una sorta di appendice della nostra mente che ne amplifica il potenziale, agendo a sua volta su di essa, plasmandola, dandole nuove forme e capacità, «come ormai indicano numerosi studi nell’ambito delle neuroscienze».

Il pc, dunque, non è altro che uno dei vari strumenti succedutisi durante l’evoluzione tecnologica dell’uomo e che, come tale, prima o dopo imboccherà la via dell’obsolescenza. Ciò che rimane è sempre la nostra mente e, nel caso di Internet, si tratta innanzitutto di renderla disponibile al cambiamento. Scriveva J. Nielsen, guru della Web Usability, all’incirca una decina di anni fa, a proposito della progettazione dei siti web:

«Chiunque voglia lavorare con la rete deve essere pronto a mettere in discussione molte delle sue convinzioni e a sviluppare molte nuove competenze (…). Internet e il Web portano una cultura nuova, diversa, con regole proprie. A nulla serve cercare di piegarli, per pigrizia o incompetenza, ai nostri modelli preconcetti. E’ necessario affrontare le cose per ciò che sono, a qualunque livello noi operiamo. Le pressioni economiche possono essere forti, ma questo è naturale: ogni cultura realmente innovativa (e quella di rete lo è) si scontra sempre con lo status quo.»

Vorrei aggiungere, Andreas (forse ho capito perché non ama essere chiamato prof.), che ho apprezzato moltissimo, leggendo “Coltivare le connessioni”, l’autentica rivelazione di una persona che avrebbe potuto tenersi il suo “vantaggio indebito” senza alcun tipo di riflessione od orgoglio, e che invece ha preferito vestire i panni più sdruciti, ma sicuramente più accettati dal gruppo dei pari, del ragazzo incorreggibile. E’ confortante sapere che qualcuno ( con i “cromosomi del dottore”) si sia posto questi dubbi. La sua riflessione rappresenta una perla rara e preziosa di sensibilità verso problematiche (le assicuro) presenti tutt’oggi, magari sotto spoglie diverse. Per questo sarebbe importante non considerare certe realtà troppo lontane né nel tempo né nello spazio.

Mi piace concludere, perché credo in grande sintonia con quanto detto, con una delle più belle citazioni che mi sia mai capitato di leggere, nata da una mente geniale, che è stata tale innanzitutto perché ha continuato a porsi, anche da adulta, domande che abitualmente si pongono i bambini, citazione in cui è sublimamente condensato il nostro essere parte di un tutto e che trasmette un’umanità che, nell’immaginario comune, si è soliti considerare lontana dal sentimento degli scienziati:

«Un essere umano è parte di un tutto che noi definiamo “universo”, una parte limitata nel tempo e nello spazio. L’uomo sperimenta se stesso, i suoi pensieri ed emozioni come qualcosa di separato da tutto il resto; in effetti si tratta proprio di una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è simile a una prigione, che ci costringe a pensare unicamente ai nostri desideri personali e limita il nostro affetto solo a poche persone che ci sono vicine. Il nostro compito dovrebbe essere quello di liberarci da questa prigione, ampliando il raggio della nostra compassione in modo da includere tutte le creature viventi e l’intero mondo della natura, in tutta la loro bellezza.»

Albert Einstein


[1] In realtà nelle mie intenzioni ci sarebbe stato un altro blog, come spazio di condivisione per una commissione che  coordino, ma su questo non  ho “materiale” su cui riflettere, dal momento che alla proposta di apertura fatta alla Dirigente scolastica, ha fatto seguito una sua “prudente indifferenza”, senza alcun tipo di risposta effettiva.

[2] Sono consapevole, tuttavia, di aver soltanto sfiorato le reali possibilità di questo strumento.

[3] Ma alcuni numeri possono bastare per capire:
4 bambini con certificazione, 3 bambini provengono da famiglia monogenitoriale, 3 vivono in situazione di indigenza, 7 bambini sono non italofoni, su un totale di 20 bambini di una classe a tempo pieno.

[4] Quest’affermazione potrebbe sembrare in contraddizione con la convinzione secondo la quale la tecnologia è relativamente marginale nel processo di cambiamento in corso ma, in realtà come la scuola primaria, dove convivono condizioni culturali ed economiche estremamente variegate e poliedriche (dal figlio del benestante al bambino che proviene da un contesto di deprivazione e indigenza) la diversità di partenza è una variabile da tenere sempre in grande considerazione.

8 thoughts on “Tentando di far funzionare la scuola …

  1. Elena Favaron ha detto:

    Ho letto dell’esperimento su “La scuola che funziona” e immediatamente mi sono precipitata a leggere, incuriosita dalla presentazione sintetica che ne viene fatta sull’omonimo network.

    E’ un lavoro che apprezzo tantissimo.

    Mi piacerebbe dargli maggior diffusione perchè ne merita il più possibile. Cosa c’è di meglio di un’esperienza coinvolgente e che lascia un segno positivo nei nostri bambini?

    Sarei felice di poterla lincare al blog didattico “did@ttikit”, magari con una sintetica presentazione dell’autrice stessa, dando visibilità anche al prodotto (il blog dei bimbi e dei lavori).

    Elena Favaron (una collega della scuola media)

  2. loretta ha detto:

    Complimenti davvero. La scuola dovrebbe essere stracolma di persone come te, che evidentemente la amano. Buon lavoro!

    Loretta Bertoni (una collega delle superiori)

  3. ramona ha detto:

    complimenti maestra, gran coraggio nell’intraprendere questa strada, ma la sua convinzione nella validità di questo progetto ha coinvolto non solo la sua amica ma anche i bambini, che hanno partecipato a questa iniziativa, da un lato così originale, dall’altro così in linea con il mondo d’oggi. Continui così!

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