Insegnamento universitario e tecnologie internet 14

Ho scritto questo post conseguentemente ad una serie di conversazioni sul ruolo delle tecnologie negli insegnamenti universitari. Dopo una breve premessa sulle sorti dell’università, discuto tre possibili modalità di impiego di servizi web in un insegnamento universitario:

  1. Trasferire le “dispense” in un sito web che sia accessibile solo previa autorizzazione da parte del docente
  2. Trasferire le “dispense” in un sito web che sia liberamente accessibile
  3. Creare una comunità in rete

Buona lettura!

Assignment 5: Open Educational Resources, iniziamo con una storia 37

Sono le 15:02 di domenica 27 dicembre, nel preciso momento in cui sto scrivendo questo paragrafo. Il resto del post l’ho scritto quasi tutto fra ieri e oggi, mi manca poco per finire. Ho appena letto il commento di Simonetta, una studentessa IUL, al post dell’intervista, dove si chiede in che misura il metodo che stiamo sperimentando insieme, cosiddetto della blogoclasse, dipenda dalle caratteristiche individuali dal docente. Non saprei  ma il post che stavo giusto scrivendo rappresenta forse e in parte una risposta indiretta. Vedremo più avanti.

Con i prossimi post vorrei farvi conoscere le Open Educational Resources. Per iniziare vi racconto alcune storie che ho tradotto dall’articolo Students Find free Online Lectures Better Then What They’re Paying For apparso l’11 ottobre scorso in The Chronicle of Higher Education, la più importante pubblicazione dedicata all’università negli Stati Uniti. In queste storie troverete dei riferimenti ad alcuni corsi online e con questa espressione, nel seguito, intenderò corsi online che siano liberamente fruibili da chiunque. Avrei potuto esplicitare i link di tali risorse ma preferisco lasciarveli cercare con Google affinché, cercando, ciascuno di voi possa eventualmente scoprire quel che per lui, ma non necessariamente per altri o per me medesimo, potrebbe essere una perla.

Prima storia

Nicholas Presnell ha due professori di algebra lineare: uno ufficiale e uno virtuale. Il primo è un professore dell’Arizona State University, dove il sig. Presnell è uno studente part-time in ingegneria elettrotecnica. L’altro è un insegnante del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che ha inserito le proprie lezioni di algebra lineare fra i materiali didattici online offerti dal progetto OpenCourseWare del MIT.

In un certo senso, il professore di matematica Gilbert Strang del MIT,  è apparso per primo nella vita di Nicholas Presnell che ne trovò per caso le lezioni video mentre stava cercando di risolvere un problema incontrato nel proprio lavoro di ingegnere elettrotecnico presso la Honeywell Aerospace. Queste lezioni online non servirono solo a risolvere il problema immediato di Nicholas ma si rivelarono anche uno stimolo per iscriversi ad un corso di laurea presso un istituto nelle vicinanze, la Arizona State University. Ora Nicholas, pur seguendo le lezioni di sistemi lineari presso la Arizona University utilizza frequentemente i video del MIT come un ulteriore fonte di studio.

“È come se il MIT fungesse da controllo di qualità dei corsi che sto seguendo”

sostiene Nicholas.

Qui compare, in un contesto molto specifico, una delle conseguenze più importanti di Internet che è una mutata concezione dell’autorevolezza. Abbiamo infatti uno studente universitario che confronta corsi diversi attingendo da questi in funzione di ciò che ciascuno di essi dà. Si tratta di un vero e proprio rovesciamento di paradigma, dove non abbiamo lo studente che si rivolge ad un’istituzione nell’autorevolezza della quale ripone a priori la propria fiducia, bensì abbiamo uno studente consapevole che conduce in prima persona il processo di apprendimento recependo le proposte degli insegnamenti ma svolge nel contempo un ruolo critico, operando eventualmente selezioni e integrazioni. Torneremo su questo concetto.

Seconda storia

Sharon Malaguit racconta che il suo professore di anatomia, nel corso di infermieristica che seguiva presso il San Bernardino Valley College, era diventato un incubo per lei. Il professore spiegava in modo difficile da capire e facilmente partiva per la tangente ma allo stesso tempo era severo e inflessibile.

Fu così che Sharon scoprì un’alternativa nella forma delle lezioni online di Marian C. Diamond, una professoressa di anatomia e neuroscienze presso l’università di California a Berkeley, lezioni che presto divennero la sua ancora di salvezza tutte le volte che si trovava in difficoltà perché non riusciva a tenere il passo delle lezioni presenza.

“Lei era molto più chiara e riusciva a rimanere focalizzata sull’argomento trovando esempi pertinenti con l’oggetto delle lezioni”

racconta Sharon a proposito della professoressa di Berkeley.

Era tornata al college dopo un’interruzione di 18 anni dovuta al fatto che si era dedicata all’educazione dei suoi quattro figli. Inoltre era cresciuta nelle Filippine e perciò l’inglese era la sua seconda lingua. Per queste ragioni, Sharon paventava delle difficoltà e quindi già immaginava di dover cercare qualche forma di aiuto per riprendere ed andare avanti con gli studi.

All’inizio cercò di farsi aiutare da un tutor del campus ma per lei era troppo difficile trovare il tempo per incontrarlo. Successivamente Sharon provò con le lezioni video acquistate dalla Rapid Learning Center, azienda specializzata nella vendita di supporti didattici, ma i 200$ necessari si rivelarono mal spesi perché il livello dei corsi si rivelò essere troppo elementare.

Poi successe che il marito, facendo delle ricerche in YouTube, scoprì le lezioni online che una nota insegnante di Berkeley, la professoressa Diamond, aveva reso liberamente disponibili in Internet. Sharon rimase ammaliata dalla chiarezza delle lezioni del prof.ssa Diamond e si organizzò per seguirle la sera dopo avere messo a letto i bambini. In seguito raccomandò le lezioni a molti compagni di classe e amici.

Sharon, prima di trovare queste lezioni online, era così frustrata che stava per demordere dal proposito di terminare la scuola. Successivamente scrisse un’email alla prof.ssa Diamond per ringraziarla e rimase stupefatta quando un giorno la professoressa la chiamò al telefono per incoraggiarla a continuare gli studi.

“Mi sentivo come una scolaretta ed ero felice e commossa”

racconta Sharon.

Da parte sua, la prof.ssa Diamond, commentando l’episodio, ha spiegò di rispondere a tutti coloro che le scrivono e di ricevere grande gratificazione da questo tipo di riscontri.

Qui compaiono ulteriori elementi interessanti. Il primo è l’enorme vantaggio che le risorse didattiche online asincrone danno a coloro che frequentano un corso universitario contemporaneamente allo svolgimento di un lavoro ed alla conduzione di una famiglia. Evidente il nesso con il tema del lifelong learning. Il secondo fatto degno di nota è la relazione umana significativa che si può stabilire in una forma di insegnamento online, anche se ridotta ad un singolo episodio. L’effetto che può produrre una relazione del genere non dipende infatti necessariamente solo da aspetti quantitativi ma è sostanzialmente un fatto  di qualità. L’entusiasmo e la spinta prodotti da un episodio come quello raccontato da Sharon può letteralmente fare miracoli.

Terza storia

Tradizionalmente nelle high school americane esistono le Advanced Placement classes, corsi facoltativi che gli studenti più intraprendenti possono seguire per avvantaggiarsi per il futuro inserimento all’università. Recentemente sono stati introdotti anche i cosiddetti Independent Study, mediante i quali si possono acquisire crediti validi ai fini del completamento del liceo seguendo dei corsi universitari che si attaglino ai propri interessi.

Ebbene, il giovane Aditya Rajagopalan era uno studente presso la Choate Rosemary Hall (uno liceo) che nell’ambito di un programma di Independent Study stava seguendo un ciclo di lezioni online sulla teoria matematica dei giochi di Benjamin Polak, un professore di economia della Yale University (la teoria matematica dei giochi è molto importante nella scienza dell’economia oggi).

Aditya ogni settimana seguiva una o due lezioni a casa e poi, insieme agli altri studenti del gruppo che aveva aderito al programma di Independent Study presentava in classe quello che aveva imparato discutendo insieme agli altri ed al professore il problemi che aveva incontrato.

Le discussioni erano condotte da un professore di matematica del liceo, Fred Djang, con la collaborazione saltuaria di un professore di economia. Aditja ed un suo compagno dimostrarono interesse per questo soggetto ed avrebbero voluto approfondire per farne il tema principale del corso di matematica ma il professore disse loro che non avrebbe avuto il tempo di ristrutturare il corso in questo modo. Quando tuttavia, il professor Djang ebbe modo di guardare i video delle lezioni si rese conto che questi stessi avrebbero potuto formare la maggior parte di un intero corso.

“Oddio! Quando vidi questi video mi resi conto che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di fare qualcosa di paragonabile …”

disse il prof. Djang

“… questo professore è troppo bravo e l’interesse mostrato dalla classe è palpabile”.

Aditja spiegò anche che vi sono altri professori del liceo che suggeriscono agli studenti di seguire le lezioni disponibili online:

“Per esempio il professore che ci spiega l’algebra lineare e le funzioni a più variabili ci dà il link delle lezioni online del MIT per risolvere eventuali dubbi”.

Successivamente Aditja ebbe anche modo di conoscere personalmente il professor Polak durante una visita organizzata al college di Yale e in quell’occasione emerse che molti altri studenti avevano seguito le lezioni online di Pollak il quale si meravigliò della popolarità delle proprie lezioni.

A parte l’interesse di un approccio nel quale viene istituzionalizzato e considerato l’accesso degli studenti di liceo a delle lezioni universitarie, voglio mettere in luce l’atteggiamento aperto dei professori che riconoscono il valore di altri e, invece di chiudersi e chiudere gli studenti nel proprio recinto, propongono addirittura loro di integrare i propri materiali con quelli degli altri. Questa visione aperta e collegiale è fondamentale e, purtroppo, molto poco diffusa dalle nostre parti. Una volta un mio collega al quale stavo descrivendo le opportunità di un atteggiamento più aperto che si rende oggi possibile grazie alle nuove tecnologie mi disse:

“Ma io sono geloso delle mie cose!”

Ecco, in che misura possono essere “proprie” le cose che insegnamo? Che vuol dire che sono proprie? Su questo è opportuno riflettere. Ci torneremo.

Quarta storia

La maggior parte degli insegnanti utilizzano libri di testo come materiali di studio. Bene, qui si racconta la storia di un professore che assegna la visione delle lezioni di un altro professore.

Per Heather Green-Smith, in procinto di laurearsi presso il Wisconsin Indianhead Technical College, questo suggerimento rappresentò la salvezza.

“Delle volte, tornata casa, avevo le lacrime agli occhi dalla frustrazione perché non venivo a capo dei problemi di programmazione del software”

raccontava Heather.

Furono le lezioni online di Mehram Sahami, professore associato presso la Stanford University, a chiarire le idee a Heather e molto aiutarono l’empatia e il senso dell’humor del professor Sahami. Heather era venuta a conoscenza delle sue lezioni online grazie ad un altro professore del proprio college che aveva chiesto agli studenti di guardarle e di scrivere un compito su di esse.

Heather non era una studentessa convenzionale, trovandosi all’età di 49 anni al primo anno di college. Aveva dovuto compiere questa scelta difficile dopo aver perso il proprio lavoro di tecnico presso un’azienda di produzione di materiali plastici per equipaggiamenti sanitari.

Heather finì col seguire una dozzina di lezioni fra quelle offerte online dalla Stanford University, collegandosi la sera tardi mentre il marito si attardava ai propri lavori di bricolage (costruendo per l’appunto una scrivania alla moglie …). Anche Heather scrisse al proprio “professore virtuale” per mostrare la propria gratitudine.

Non è che l’insegnante ufficiale del corso non le piacesse, anzi, gli riconosceva doti di pazienza e brillantezza. Il fatto è che aveva poca esperienza di insegnamento avendo lavorato vari anni nell’industria: parlava molto veloce e mostrava passione ingegnandosi a mostrare modi diversi di affrontare i problemi; tuttavia dimenticava di attenersi al ritmo di apprendimento degli studenti e di utilizzare un linguaggio a loro famigliare. Gli studenti lo seguivano con grande difficoltà.

Al contrario, il prof. Sahami, procedeva rifacendosi da un punto dove gli studenti lo avrebbero sicuramente capito e preoccupandosi di mostrare che la programmazione del computer “non è poi quella cosa così spaventosa”. Con il suo metodo si formava spontaneamente una comunità grazie al fatto che gli errori più comuni venivano ripresi pazientemente e discussi insieme, cosicché era improbabile che uno studente si trovasse isolato di fronte ad un problema apparentemente insormontabile.

Heather ci teneva anche a specificare che l’insegnante “Parlava in inglese!”, tutta contenta perché in un corso che all’inizio pareva insormontabile aveva finito col prendere un “A”.

Giunti a questo punto, non commento oltre. Preferisco abbandonarvi alle vostre riflessioni e lasciarvi girovagare al di là di queste piccole porticine che vi ho aperto, sperando sì che scopriate qualcosa che vi piaccia ma non da inquietare i vostri famigliari per eccesso di rete-dipendenza!

L’assignment, se vogliamo, consiste nel cercare e, al ritorno dalla ricerca, narrare le proprie impressioni, magari descrivendo qualche
scoperta interessante. Poi ne riparleremo.

Intervista 23

Tralascio le circostanze, sostanzialmente fortuite, che mi hanno portato ad essere intervistato da Stefano Balassone nel programma “RESTI TRA NOI” su RED tv (canale 890 di Sky).

Lascio anche perdere una serie di integrazioni e commenti che “a caldo” mi sembrava opportuno aggiungere all’intervista. Mi raccontava infatti Balassone che preferisce fare le interviste in diretta anziché in differita perché succede spesso che le persone intervistate chiedano di apportare delle correzioni a posteriori ma così si perde la natura di queste interviste che consiste, io credo, nel cogliere una sorta di instantanea della persona e di quello che in quella circostanza vuole trasmettere.

Non ne viene fuori un prodotto rifinito ma un qualcosa di più vicino a quello che si avrebbe da una conversazione occasionale con una persona incontrata per strada, un qualcosa che include entusiasmi, esitazioni, umori, accenti, alti e bassi, l’uomo così com’è insomma.

Ecco, se questo è vero allora mi piace e devo ammettere che rappresenta un uso del mezzo televisivo al quale non avevo pensato, essendo abbastanza imprigionato in quello che è forse il luogo comune della televisione solo di artifici composta, o quasi.

La cosa funziona bene anche perché Balassone si diverte moltissimo a fare queste interviste che prendono così vita grazie alla sua genuina curiosità. E siccome si diverte ne fa tante, al ritmo di tre interviste al giorno, tre faccia a faccia di mezz’ora ciascuno preceduti da un brevissimo accordo sul tema principale ma dove poi la conversazione fluisce liberamente.

Ancora più interessante è il caleidoscopio di anime che vien fuori da questa quantità di persone, 180 sino ad ora, che forse descrive un’altra Italia, ben diversa da quella che appare dalla mainstream information. Un’Italia, fatta di gente che immagina, crea, si dà da fare per perseguire obiettivi nei quali crede e che non necessariamente si riducono a denaro, potere, visibilità.

Forse un’Italia che è quella che mantiene in piedi il paese per davvero, malgrado tutto, e che Gianni Marconato ha descritto in un post recente sulla scuola che non funziona e quella che funziona, certamente meglio di quanto potrei fare io.

L’operazione di Balassone è resa credibile dal fatto che le interviste coinvolgono persone che svolgono le attività più diverse, scrittori, poeti, commercianti, artigiani, webbisti, politici, giornalisti, persone che hanno fatto qualcosa di eccezionale ma anche persone che apparentemente non hanno fatto qualcosa di particolarmente notevole, perché ogni persona può offrire una prospettiva eccezionale sul mondo.

Ebbene, come è naturale offro qui sotto il collegamento alla mia intervista ma soprattutto vi invito a frugare nell’archivo di “RESTI TRA NOI” perché ne vale la pena. Ho saputo che l’archivio è in via di perfezionamento nel senso che i link delle interviste vengono via via dotati da un abstract e, immagino, da tag (parole chiave) adatte a facilitare la ricerca. Questo è un tipico caso dove sarebbe interessante visualizzare la nuvola dei tag per visualizzare e perlustrare l’universo offerto dalle interviste, come forse anche un sistema di rilevazione del gradimento delle interviste da parte dei visitatori.

Tu non sei qualcosa, tu sei. È una questione di rispetto 23

veneziabarcamp (1)Il mio caro amico maialinporcello in un commento al post precedente mi chiedeva com’era andata al BarCamp di VeneziaCamp. Rispondo brevemente, poi però colgo l’occasione per approfondire un pochino una questione che mi ha sempre turbato parecchio.

È andata molto meglio della maggior parte dei tanti convegni ed eventi ai quali ho partecipato in passato. Ho conosciuto persone che fanno cose interessanti e mi è piaciuta l’atmosfera informale.

veneziabarcamp2

C’è tuttavia una cosa che non mi è piaciuta: il cartellino (badge) che ci si deve appuntare da qualche parte per essere riconosciuti, come accade in tutti gli altri convegni. Questa volta sul cartellino c’era scritto BLOGGER. Si tratta certamente di un dettaglio marginale rispetto al valore dell’evento in sé e non mi sono certo irretito solo perché mi hanno dato questo cartellino ma la riflessione che ne emerge non è affatto marginale.

Io non sono un blogger, anche se in certi periodi scrivo molto sul blog, commento molto quelli degli altri, ne seguo svariate centinaia, talvolta esorto le persone a trarre vantaggi dall’impiego di un blog e scrivo articoli su “come stare online”.

Semplicemente, impiego il blog in alcuni aspetti della mia attività quando questo si rivela utile per gli obiettivi che mi sono prefissato.

Io non sono un professore, anche se insegno all’università.

Semplicemente, svolgo le funzioni di professore nei precisi momenti nei quali faccio cose utili (forse) per gli studenti che mi vengono affidati in alcune precise circostanze. Quando esco da un istituto e passeggio per la città oppure a casa, dopo avere risposto alle email degli studenti, giro in Internet per i fatti miei, allora non sono un professore ma sono uno dei tanti.

Io non sono un fisico, anche se ho conseguito una laurea in fisica, ho insegnato fisica per un po’ e ho scritto degli articoli di fisica.

Semplicemente, sono uno che in alcune circostanze tende a vedere il mondo in modo conforme ad un paradigma di conoscenza che nella nostra epoca è unanimemente condiviso per costruire quella conoscenza del mondo che chiamiamo fisica.

Io non sono un matematico, io non sono un informatico e via e via …

Io non sono intelligente, anche se mi sono laureato, ho ricoperto un ruolo di ricercatore e poi di professore, ho accumulato un curriculum, ho risolto alcuni problemi o capisco qualche lingua o altro ancora.

Semplicemente, sembro intelligente ad alcune precise persone e in alcune precise circostanze. Ad altre persone ed in altre circostanze sembro del tutto stupido. Per esempio, quando non capisco le questioni di politica universitaria e magari mi chiamano per votare in una certa adunanza e per un certo fine e poi voto all’incontrario perché non ho capito la questione, ebbene allora sembro decisamente stupido.

Io non sono buono, non sono cattivo, non sono pigro, non sono attivo e via e via …

santoro (1)

Don Santoro ascolta la testimonianza dell'unico prete presente ...

Domenica scorsa sono stato all’ultima messa celebrata da Don Alessandro Santoro, l’ultima prima di essere confinato nel limbo affinché si ravveda e impari a non dare più scandalo, per ordine del vescovo Betori. Una delle tante storie – queste sì effettivamente scandalose – di piccoli grandi uomini che si scontrano con il potere.

Don Santoro, fra tante altre cose, ha richiamato l’attenzione sull’abuso frequente dell’aggettivazione [o predicato nominale] – buono, cattivo, intelligente, stupido, volenteroso, pigro, sincero, bugiardo, nero, bianco, ateo, credente, dotto, ignorante … – e ha ricordato che invece ci dovremmo sempre riferire alle persone con il loro nome e basta.  Ogni persona ha la sua storia, unica al mondo, la sua particolare combinazione di sensibilità e di attitudini, le sue particolari ed uniche potenzialità. L’attribuzione di un’etichetta ad una persona equivale all’imposizione di un limite che impedisce di conoscerla, equivale a ridurre le possibilità di comunicarle e di comprenderla.

Lo stesso concetto è stato evidenziato molto chiaramente da Massimo Papini, professore di neuropsichiatria infantile, nella discussione che è seguita alla proiezione de “Il grande cocomero” nell’ambito di CIN@MED, dove ci si riferiva in particolare alla relazione fra il medico ed i suoi piccoli pazienti e i loro genitori.

La questione che si pone, quando in una relazione di cura si ignorano le etichette e ci si avvicina alla persona, è quella del pericolo di un eccessivo coinvolgimento emotivo che può per esempio minare l’azione professionale e dar luogo a fraintendimenti.

In questa strana e ipocritamente ovattata società la parola pericolo fa paura. Sembra che tutto debba esser fatto senza correre rischi. Eppure ci sono tante attività nelle quali il rischio è evidente e inevitabile. Volare, navigare, abbattere un albero, montare un ponteggio, costruire un tetto sono tutte attività pericolose. Si possono prendere cautele ed evitare di fare sciocchezze ma non si può eliminare il pericolo. Ci si assume un rischio inerente ad un’azione perché ci si aspetta che questa rechi un beneficio, ci si aspetta che ne valga la pena.

E in mestieri come quello del medico o dell’educatore, non vale forse la pena di correre qualche rischio per conoscere meglio la persona da curare o da educare al fine di compiere azioni utili anziché dannose?

Fra le migliaia di studenti che ho conosciuto ce ne sono tanti che hanno fatto esperienze di studio all’estero oppure che sono stranieri e sono venuti a studiare in Italia. Io amo parlare con i miei studenti e in questi casi, se le circostanze lo consentono, chiedo loro di raccontarmi le loro impressioni sul confronto fra i diversi sistemi di istruzione. Fra le tante considerazioni particolari vi è un elemento ricorrente: la mancanza di rispetto che in Italia si ha per l’allievo.

Altrove, in generale, gli studenti vengono ascoltati e le loro impressioni contano nella valutazione della qualità degli insegnamenti, con conseguenze concrete. Il fatto che, per esempio, un professore non si presenti ad una lezione è un fatto grave e va giustificato. I rapporti sono molto più informali e esorbitano facilmente dall’ambito rigido della lezione frontale. Si fa tanta più pratica e tanta meno teoria e questo facilita ulteriormente la personalizzazione delle relazioni.

Qui uno studente è un membro dell’insieme degli studenti e basta. Raramente diventa una persona. Il professore è difficilmente accessibile, non ama essere messo in discussione, tende a sottovalutare le valutazioni degli studenti.

Studenti e professori son ben schermati dietro alle rispettive etichette.

La formalità delle relazioni inter-categoria e l’informalità di quelle intra-categoria creano un banale e ipocrita concetto di rispetto che congela le relazioni personali importanti e crea mostruosità sociali. Tante scuole e università italiane, se pensate come soggetti in un mondo dove

  • le organizzazioni operano in un contesto estremamente competitivo e dinamico
  • l’utente è universalmente posto al centro
  • la conoscenza è perseguibile in una grande varietà di modi anche nuovi e diversi
  • l’autorevolezza non è più solo amministrata ma è anche e forse soprattutto continuamente rinegoziata,

ebbene, tante delle nostre scuole e università sono delle mostruosità burocratiche, scarsamente produttive e gestite in modi arcaici.

More about CittadinanzadigitaleGli studiosi di tecnologie per l’insegnamento sostengono che affinché queste possano essere adoperate con successo è necessario valorizzare la centralità dell’utente. Un buon esempio per esempio è questa relazione di Mario Rotta, recentemente apparsa anche nella pubblicazione Cittadinanzadigitale (Edizioni Junior, 2009) curata da Luisanna Fiorini.

È vero purché non si pensi che la centralità dell’utente sia una questione che concerne solo l’impiego di nuove tecnologie e in particolare che sia un effetto magico di quest’ultime. Le nuove tecnologie applicate alla formazione, così come la scuola e l’università nelle loro forme più convenzionali possono funzionare in modo adeguato rispetto alle necessità della società se si rimette lo studente al centro, sì, ma partendo dal rispetto per la sua persona, al di là di ogni sua apparenza e appartenenza.

È prima di tutto una questione di rispetto.

P.S.

Può essere interessante vedere questo video di Ken Robinson


Al margine di alcune vicende elettorali 10

11 giugno: per errore ieri avevo pubblicato una bozza non definitiva di questo post, mi scuso.

Qualche tempo fa mi trovai a discutere con alcuni colleghi sulla valutazione dei crediti da attribuire alle attività di studio online in un corso universitario. Uno di quei temi dove inevitabilmente ci si trova a fare delle disquisizioni minuziose e puntuali su entità che hanno scarso riscontro pratico con la realtà. Una discussione accademica appunto.

Controllo e valutazione sono elementi fondamentali in ogni tipo di organizzazione.  Per esempio, rimanendo solo per un istante nel campo dell’istruzione, quella della quantificazione è una vera e propria ossessione, iniziando con i voti inflitti ai bambini sin dalla più tenera età sino ai voti universitari che pesano le valutazioni positive con ben 14 valori possibili (da 18 a 30 e lode), per poi giungere alla quantificazione dello studio in crediti che dovrebbe servire a garantire un certo livello di apprendimento e di competenza per poi ridursi ad una mera misura delle ore di lezione.

Eppure, il pensiero che si è dipanato negli ultimi 50 anni nelle scienze attinenti alla formazione ed al suo ruolo nella società che evolve così rapidamente, ha percorso e sta percorrendo vie molto  diverse.

Le valutazioni servono per esercitare il controllo e il controllo è quasi universalmente considerato lo strumento principale per navigare nel mondo. C’è però un equivoco su questo. Ormai nell’immaginario collettivo il mondo è un mondo economico ed ogni attività umana è valutata e immaginata in esso. Invece il mondo nel quale viviamo è molto più grande, comprende il mondo economico ma è molto più grande.

Non è più grande nel solo senso del teatro, dell’ecosistema naturale, che va preservato e mantenuto affinché vi possano avere luogo le gesta dell’umanità. Il mondo vero nel quale viviamo è pervasivamente grande. L’ecosistema non è solo ecosistema di piante e animali, o, in accordo con la teoria Gaia, un ecosistema dove anche il mondo minerale inanimato svolge un ruolo attivo, bensì è un ecosistema che include la comunità umana come comunità sociale e come comunità economica, un ecosistema che include anche il dominio delle idee, il dominio delle culture in altre parole. Un mondo vertiginosamente complesso nel quale non si può escludere che un’idea apparentemente del tutto astratta possa avere influenza sulla popolazione di qualche specie animale e anche il viceversa.

Non si tratta solo di un’immagine, magari giusto suggestiva, ma di una visione che comporta implicazioni molto pratiche e concrete. Gli ecosistemi si distinguono dagli altri sistemi immaginati prima nelle scienze per una nozione precisa e molto importante: la rete. È attraverso l’opera degli studiosi di ecologia che la nozione di rete ha trovato cittadinanza nella scienza intorno agli anni 20 del secolo scorso.

La rete è un sistema particolare, diverso da tutti gli altri. Non è un qualcosa che si possa ridurre ad un meccanismo, cioè qualcosa che possa essere descritto come un incastro ordinato di elementi collegati da relazioni causa-effetto. Qualcosa che si possa descrivere a partire dalla conoscenza dei sottosistemi che lo compongono.

La rete non si progetta e non si costruisce. La rete sorge spontanea e cresce autonomamente. Non si può manovrare. Se ne può avere cura. La rete non si può dividere e smontare. Se si smonta cessa di esistere, se si rimonta non risorge. La rete può avvizzire e può fiorire. La rete è viva.

Sino alla fine del secondo millenio il paradigma dominante di ogni azione organizzata è stato quello del controllo ma l’esercizio del controllo presuppone la logica del meccanismo. La rete non è un meccanismo e non si può controllare. La rete reagisce agli stimoli esterni. Se è sana reagisce bene. Al controllo diretto reagisce eludendolo e se non può eluderlo muore. Si può solo tentare di lavorare a monte sui presupposti che la rendono sana.

È ormai un fatto accertato che vi siano domini strategici per affrontare i quali gli strumenti usuali dell’organizzazione e delle competenze settoriali si stanno rivelando palesemente insufficienti. C’è crescente insoddisfazione sui risultati della formazione; in molti si stanno ponendo la domanda se fra dieci anni le università esisteranno ancora nella forma attuale e taluni sono pronti a scommettere di no. C’è preoccupazione per le quote di successo molto basse di progetti industriali ad alta tecnologia; i progetti costano molto a causa dell’elevata probabilità di insuccesso in termini di obiettivi conseguiti solo parzialmente, di scadenze disattese e di costi corretti al rialzo. C’è disorientamento per l’incapacità delle organizzazioni politiche di raccogliere e rappresentare istanze e aneliti che vadano oltre le banali convenienze del vivere quotidiano; l’incapacità cioè di entrare in contatto con un’anima popolare volta alla cooperazione civile e alla costruzione di un mondo migliore, un’anima che palesemente esiste, considerata la vitalità di fenomeni quale il volontariato o le aggregazioni online, come può essere quella del software open source, solo per fare un esempio.

La complessità del mondo ci sta presentando il conto. Non possiamo più pensare di affrontare le sfide che esso ci pone con le armi spuntate del controllo diretto, della manipolazione, della misurazione di cose non misurabili. Dobbiamo imparare, e per certi versi reimparare, ad ascoltare anziché solo comandare, a coltivare e allevare anziché solo progettare e costruire o istruire, ad addomesticare anziché solo addestrare.

Dobbiamo dare maggiore enfasi all’agire femminile e meno a quello maschile. Questo non significa dare maggiore potere alle donne e misurare quante di esse siano entrate nei parlamenti o nei consigli comunali o nei consigli di amministrazione. Le quote rose sono un tipico parto della mentalità maschile.

La soluzione non è nel trasformare le donne in uomini in un mondo dominato dalla logica maschile, fra l’altro al prezzo di un disagio personale della componente femminile dalle conseguenze difficilmente valutabili ma certo non molto promettenti. La soluzione semmai passa dall’adozione del pensiero e del sentire femminile a livello di istituzioni e organizzazioni.

Non è un discorso teorico bensì è molto concreto. In pratica questo significa esercitare attenzione per le reti, quando esse esistono, e intraprendere azioni rispettose della loro natura viva.

Queste considerazioni si attagliano perfettamente ai recenti accadimenti elettorali. Non si può pensare di coagulare l’interesse popolare mediante la mera manovra delle leve del potere convenzionale e la comunicazione basata sullo svilimento della parola se non l’esercizio spudorato della menzogna.

Questi metodi possono funzionare con coloro che sono sensibili solo alle istanze più banali: più soldi, meno tasse, meno immigrati, meno delinquenza; certo non con quell’amplissima parte di popolazione che percepisce la complessità del mondo e che è animata da aneliti di maggior respiro.

Oggi la tecnologia consente di dare corpo a sentimenti e aspirazioni comuni che difficilmente possono essere colti e interpretati da coloro che il sistema del potere politico seleziona. Le tecnologie necessarie sono oggi ubiquitarie, le abbiamo semplicemente in casa. Le competenze richieste sono minime e alla portata di chiunque. Lo testimoniano gli eventi di social networking che stanno coinvolgendo centinaia di milioni persone in tutto il mondo.

La tesi finale di questo breve scritto è che il potere politico esercitato in modo convenzionale può solo funzionare per raccogliere un consenso assimilabile a quello che, in modo molto sommario, indichiamo con destra.

Il potere politico convenzionale non ha gli strumenti adeguati per coagulare una forma di opposizione. Questa opposizione può invece crescere dalla base, con le modalità della rete, in modo spontaneo.

Come nel mondo dell’attuale istruzione si sta ipotizzando che il luogo della formazione si stia spostando fuori dalle aule scolastiche così forse il luogo dell’esercizio della democrazia si sta spostando fuori dai luoghi e dai momenti cosiddetti istituzionali. Almeno in qualche misura.

Certamente molti si sentono disorientati da una visione del genere e si sentono come mancare il terreno sotto i piedi ma questo è normale. Le novità vere hanno sempre creato sconcerto e, soprattutto, sono emerse spontaneamente senza che nessuno sia mai riuscito a progettarle a tavolino.

La scuola che cambia 5

Stavo per lasciare in bozza questo post perché ne volevo scrivere un altro entro stasera. Stavo per salvarlo dopo avere incollato il link ad un’affermazione di David Wiley che ha fatto un po’ il giro del mondo e che riporto più giù, quando dando un’occhiata alla posta trovo un’email di Nicola, uno studente di infermieristica, che mi segnala un articolo su Repubblica dove si cita proprio quell’affermazione di Wiley!

Allora lo riacciuffo e lo finisco. Del resto non è che voglia aggiungere molto, per ora, ma solo mettere insieme alcuni riferimenti che mi sono capitati tutti insieme sul tema di cosa sta per accadere alla scuola.

L’affermazione di Wiley, che per inciso è stato mio professore in un corso online sulla Open Education nell’autunno 2007,  è la seguente

If universities can’t find the will to innovate and adapt to changes in the world around them (what’s happening in the economy, affordability, the impacts of technology and openness, etc.)… universities will be irrelevant by 2020.

L’articolo segnalato da Nicola spiega bene il pensiero di Wiley quindi io non spendo ulteriori parole. Del resto chi bazzica questo blog e la blogoclasse di quest’anno sa che di parole in proposito ne ho già spese tante.

Voglio però segnalare un post di Letizia (studentessa IUL) dal quale estraggo il brano dove si riportano alcuni riferimenti interessanti attinenti a questo tema:

Man mano che passa il tempo la frontiera dei futurologi della scuola si sposta in avanti. Tuttoscuola in un convegno del novembre 2004 (Genova, Fiera ABCD), aveva cercato di immaginare la scuola futura ad una ragionevole distanza di anni, ponendo un interrogativo: “2015: fine della scuola?” e prefigurando una possibile evoluzione in direzione dell’homeschooling, di forme di apprendimento individuale realizzate in tutto o in parte al di fuori dell’istituzione scuola tradizionale.

Più o meno allo stesso periodo appartiene uno studio dell’OCSE sugli scenari evolutivi dei sistemi educativi nel 2020. Si ipotizzavano tre scenari, tutti in diversa misura fortemente innovativi – si potrebbe dire post-istituzionali – e tutti fortemente condizionati dallo sviluppo delle nuove tecnologie.
Nella stessa ottica si sono posti ora, a distanza di cinque anni, il convegno dell’ADi svoltosi a Bologna il 27-28 febbraio 2009 (“Da Socrate a Google”) e quello promosso a Torino la scorsa settimana [a fine marzo] (“Un giorno di scuola nel 2020″), organizzato dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo.

In comune i due convegni hanno avuto la regia di Norberto Bottani, alcuni relatori di fama internazionale e un notevole successo di pubblico (oltre 500 partecipanti in entrambi i casi). Ciò che è emerso in questi convegni è la conferma del perdurante ritardo dell’Italia per quanto riguarda la diffusione e l’utilizzo delle nuove tecnologie sia a livello scolastico sia a livello familiare (esclusi i telefoni cellulari, peraltro da noi vietati in classe).Ma il cambiamento, come hanno spiegato i diversi relatori, è inarrestabile e irreversibile, e gli insegnanti di oggi, compresi i molti che saranno ancora in servizio nel 2020, devono prepararsi all’idea di operare in nuovi contesti (luoghi fisici diversi dalla classe) e con modalità didattiche e attrezzature molto più mirate all’apprendimento individuale, anche in forme e con tempi diversificati, resi possibili dall’imponente sviluppo delle tecnologie dell’informazione.

Infine vorrei segnalare la descrizione di un esperimento di Michael Wesch, uno che ci prova davvero.

Ricevo dagli studenti e diffondo 2

In relazione ai tormenti che affliggono l’università italiana diffondo il seguente messaggio


Subject: Assemblea di medicina

domani (24 ottobre) ore 16:00 al plesso morgagni, si terrà un’assemblea degli studenti di medicina e delle lauree triennali di professioni sanitarie per decidere se proporre al consiglio di facoltà di medicina una sospensione della didattica per giornate particolari (ad esempio nei giorni della manifestazioni).
E’importante un passaparola tra tutti gli studenti di medicina e delle triennali.
E’IMPORTANTISSIMA LA PRESENZA DEL MAGGIOR NUMERO DI STUDENTI POSSIBILE!!!
Grazie!!

Cari amici professori … 12

Mah, sentite, qui sul blog mi esprimo in modo diretto e non paludato …

Ho appena verbalizzato un esame ad uno studente. Era avvilito perché costretto a fare un mucchio di giri a vuoto.

“Come mai?” gli ho chiesto.

“Lei è il primo prof che trovo negli orari dichiarati di ricevimento”

Ora, il fatto che abbia trovato me e non altri è casuale. Io sono un noto pasticcione e questa volta ho solo avuto fortuna ad essere trovato. Non è questo il punto.

La questione è generale. Carissimi amici colleghi professori, non va bene che gli studenti non ci trovino. Io sento questi ragazzi come rassegnati al fatto che i prof appartengano ad una categoria difficilmente raggiungibile.

A me questo non sembra giusto e quando vengo colto in fallo, perché succede, eccome se succede, provo un grande disagio. Loro sono cittadini che hanno pagato le tasse e non solo per accedere al sapere (speriamo …) ma anche per avere un servizio che funziona. Se io non sono puntuale con gli studenti, loro sono abituati a subire, ed io sono cosciente che tanto non succede nulla. Non mi sembra una cosa normale. Anzi, non mi sembra una cosa civile, a prescindere dalla scienza che elargiamo loro, nel mio caso certamente poca.

Concordo molto con le tesi esposte in Lettera a una studentessa di Renato Stella. Un libro dedicato al rapporto fra studenti e professori. Un libro, mi pare poco noto, la cui lettura farebbe bene sia ai professori che agli studenti …