Segnalo agli studenti della Facoltà di Medicina Medal.org, un sito web dedicato agli algoritmi medici.
Un algoritmo medico è qualsiasi procedura di calcolo, formula matematica o tavola che possa essere utile in un contesto medico. Tanto per fare un esempio banale, una delle varie formule per il calcolo del peso “ideale” in funzione di altezza, sesso, età e magari altri parametri.
Il sito Medal.org raccoglie più di 10000 algoritmi suddivisi in 45 categorie. Per ogni algoritmo è riportata una scheda tecnica con riferimenti bibliografici ad articoli della letteratura scientifica. In fondo alla scheda c’è anche un link a PubMed per verficare le fonti ed eventualmente ampliare le ricerche. Il sito fornisce per ogni algoritmo un foglio di lavoro che si può scaricare e utilizzare nel proprio computer.
Se nel corso dei vostri studi verrete a conoscenza di qualche formula o metodo di calcolo, potrete utilizzare questa risorsa per vedere di che si tratta.
Potrebbe essere una buona occasione per “giocare” un po’ con i fogli di lavoro su argomenti che vi potrebbero servire.
Il sito funziona correttamente con browser IE4.1+, Netscape 7.1+.
In questo momento non dispongo di tali software ma questo non è un problema, siete voi che dovete giocarci.
Non è obbligatorio che scriviate per forza qualcosa sull’argomento. Piuttosto, se qualcuno di voi prova ad utilizzare qualcuno di questi algoritmi, scriva un post spiegando agli altri cosa ha fatto, se ha avuto problemi e come eventualmente li ha risolti.
L’enorme facilità con la quale oggi è possibile produrre e diffondere contenuti di ogni tipo in internet, unitamente ad una progressiva deriva in senso restrittivo delle leggi sui diritti d’autore, ha indotto un dibattito internazionale di vastissime proporzioni su tutte le questioni inerenti al copyright.
Poiché le questioni si capiscono meglio quando sono calate in un contesto reale, prendo spunto da due considerazioni pertinenti ai corsi che state seguendo.
Per gli studenti di medicina e delle lauree triennali sanitarie tutti gli anni si ripresenta lo stesso problema. Un professore fa lezione mostrando del materiale didattico, molto spesso si tratta di immagini tratte da libri. Alla fine della lezione gli studenti chiedono se possono avere le immagini sulle quali il professore ha parlato e riguardo le quali hanno preso appunti. Il professore nicchia e alla fine le immagini non vengono date per il timore di infrangere la legge sui diritti d’autore.
Gli studenti della IUL sono insegnanti di scuola primaria e secondaria. È del tutto naturale e certamente auspicabile che convolgano il loro scolari nella produzione di elaborati multimediali pertinenti ad esperienze vissute nell’ambito delle attività didattiche. Nell’insegnamento di Editing Multimediale che stiamo percorrendo insieme sono emerse splendide testimonianze a riguardo. È altrettanto evidente che in molti casi si ponga la questione dell’osservanza delle disposizioni sui diritti d’autore relativi a frammenti di opere, musiche, immagini, sequenze video, brani, che può capitare di includere in un prodotto multimediale.
Le leggi sui diritti d’autore, in tutti i paesi, sono tese a favorire la creatività e la diffusione dei prodotti dell’ingegno proteggendo i proventi che gli autori ricavano dalla diffusione delle loro opere e consentendo così loro di vivere con ciò che creano.
Negli ultimi decenni tuttavia si è assistito ad una interpretazione progressivamente più restrittiva sull’impiego di opere protette da copyright. È sorto così il problema opposto per cui i nuovi autori hanno difficoltà a creare le loro opere perché devono pagare diritti troppo onerosi agli autori delle opere che ad essi può capitare di utilizzare per le creare le proprie.
Si tratta di un problema assolutamente generale perché gli uomini non creano dal nulla bensì creano per accrescimento del creato che ciascuno di essi trova.
È ormai idea condivisa da tutti coloro che si occupano di questa materia che la regolamentazione sul copyright si debba basare su di un equilibrio delicato fra protezione delle opere e facilità di riuso delle opere presistenti.
La questione è quindi ricondotta a stabilire quale sia la linea di demarcazione ottimale in questo compromesso.
Vi propongo la lettura di un fumetto (pdf) che due professori di legge e un artista della Duke University hanno scritto con l’intento di offrire una presentazione della questione con un linguaggio meno ostico di quello usuale. Se qualcuno di voi fosse allergico ai fumetti allora vada a leggersi la postfazione che si trova a pagina 67.
Naturalmente, il fumetto fa riferimento alla legislazione statunitense la quale contempla lo strumento del fair use con il quale si possono utilizzare liberamente opere coperte da copyright per scopi inerenti la critica, la didattica o la ricerca.
In Italia la faccenda è regolata dall’articolo 70 della Legge n. 633 del 22 aprile 1941 sul diritto d’autore, successivamente modificata con l’articolo 2 della Legge n. 2 del 9 gennaio 2008 con la quale si integra il summenzionato articolo 70 mediante il comma 1-bis:
Art. 70
1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.
1-bis.È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma.
2. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento, il quale fissa la modalità per la determinazione dell’equo compenso.
3. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta.
Naturalmente, è emersa subito la questione di cosa intenda esattamente il legislatore con l’espressione di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate (il grassetto nella citazione è mio).
Un’interpretazione pare che possa consistere nel fatto che i file mp3 per le musiche e gif e jpg pe le immagini sono intrinsecamente degenerate poiché comportano tecniche di compressione non conservative, vale a dire tecniche che comprimono i dati gettando via una parte dell’informazione originale.
Non vi è comunque certezza su questo e stiamo ancora aspettando che venga emanato il regolamento attuativo.
Sono invece sicuro che nel determinare gli equilibri delicati delle normative sia fondamentale il contributo della popolazione sotto forma di una pressione onesta e leale ispirata a valori universali.
Questo è certamente il caso di qualunque insegnante che con la sua pratica indica la via da seguire avendo come obiettivo primario l’apprendimento dei suoi studenti, che è poi il più importante investimento che una società possa fare.
Nell’ambito delle mie attività – diciamo – istituzionali mi è stato chiesto di scrivere un breve testo su cosa significhi “mettere un corso online”. Poiché il tema può rientrare fra le considerazioni sulla “scuola che vorrei” lo riporto qui di seguito.
Prima però preciso che sono il primo a sostenere che la scuola che vorrei non passa necessariamente dalla forma online. Ribadisco che internet facilita semplicemente una serie di interventi che sarebbe stato possibile realizzare con strumenti convenzionali.
Il panorama
Per mettere un corso universitario online è inevitabile essere disposti ad affrontare un mutamento delle consuetudini ed è quindi inevitabile prevedere un costo aggiuntivo in termini di impegno personale e, in misura minore, di oneri finanziari. L’operazione può essere finalizzata ad obiettivi diversi implicando impegni molto differenziati sia sul piano quantitativo che sul piano qualitativo. Vale a dire che, per affrontare la transizione, non è solo questione di lavorare di più per un certo periodo di tempo ma può essere necessario affrontare un cambio di mentalità che può essere anche radicale e profondo; ovviamente questa è la parte più difficile del lavoro.
Distinguiamo tre diversi obiettivi in ordine di difficoltà crescente nel senso che andando dal primo al terzo aumenta il peso del cambiamento di prospettiva rispetto al mero impegno temporale aggiuntivo.
Trasferimento delle “dispense” in un sito web che sia accessibile solo previa autorizzazione da parte del docente. In sostanza si tratta di una semplice operazione che concerne il trasferimento dei contenuti su di un altro medium e che lascia sostanzialmente inalterata la struttura degli insegnamenti universitari così come sono concepiti nella grande maggioranza dei casi. L’impegno preminente è costituito dal tempo occorrente per il trasferimento dei contenuti. Al docente è richiesta solo una minima “compliance” per l’adozione e l’impiego del medium diverso.
Trasferimento delle “dispense” in un sito web che sia liberamente accessibile. Tecnicamente si tratta dello stesso processo descritto per il primo obiettivo ma la prospettiva è molto diversa. Il docente deve accettare l’idea che i suoi materiali didattici siano consultabili da chiunque in tutto il mondo. Perseguendo questo obiettivo si aderisce implicitamente al progetto delle Open Educational Resources (OER). In un numero crescente di atenei nel mondo si sta lavorando per la definizione e lo sviluppo di modelli per la libera diffusione del materiale didattico. La prima e più importante iniziativa è stata quella del MIT che nel 1999 si pose il problema dell’opportunità di porre tutti i suoi corsi online, nel 2000 decise che ne valeva la pena e nel 2002 aveva realizzato la prima versione dimostrativa con 50 corsi. Attualmente l’offerta OER del MIT consta di 1800 corsi in 33 discipline accademiche. In una mia pagina web sono elencati alcuni dei principali riferimenti ad iniziative ufficiali ma l’elenco pecca certamente per difetto poiché la tendenza è impetuosa e inarrestabile e il 12 marzo scorso negli Stati Uniti è stata introdotta una proposta di legge sullo sviluppo delle OER (Bill H.R. 1464). Le OER sono pensate in un’ampia varietà di forme ma noi qui ci riferiamo semplicemente ai contenuti liberamente disponibili in rete.
Creazione di una comunità in rete. È in atto ovunque un vivo dibattito su quanto la formazione istituzionale sia in grado di rispondere alle necessità reali della società e stiamo assistendo ad una fioritura di iniziative ed esperimenti volti all’applicazione di metodi di insegnamento che stravolgono il paradigma tradizionale basato su lezioni frontali ed esami. Si tratta di metodi che possono essere molto diversi fra loro in dipendenza del contesto, per dirla brevemente e semplificando molto, in dipendenza dell’età degli studenti, degli obiettivi formativi e delle discipline d’insegnamento. Essi hanno tuttavia in comune il fatto di porre l’enfasi sull’apprendimento autonomo, sull’educazione alla cooperazione, sul problem solving e ridurre invece l’enfasi sulla mera trasmissione di contenti. Potremmo dire che si tratta di tentativi di attuazione del pensiero costruttivistico e, forse, connettivistico, pensiero che sino ad ora è largamente ignorato in quasi tutti gli aspetti della formazione. Un esempio è costituito dagli insegnamenti di informatica nei Corsi di Laurea della Facoltà di Medicina, di Tecnologie di Comunicazione online nel Corso di Laurea in Teorie della Comunicazione e di Editing Multimediale presso la Italian University Line (sono disponibili una sintesi in inglese, pdf, e una versione estesa in italiano). Un’esperienza maturata lavorando con circa 5000 studenti nell’arco di otto anni.
Un punto di partenza
Per una proposta realistica penso che ci si debba limitare al primo obiettivo.
In queste brevi note faccio una proposta concreta seguita da alcuni commenti sulle obiezioni che mi vengono usualmente rivolte.
L’obiettivo è quindi quello di mettere online i contenuti utilizzando un sito web il cui accesso sia subordinato al possesso di un nome di login ed una password.
Preciso subito che con il termine contenuti intendo delle dispense redatte dal docente e non una presentazione, cioè un insieme di diapositive powerpoint.
Ebbene, il medium più idoneo per offrire, mantenere e migliorare dei contenuti è quello costituito da un wiki. Il wiki non è altro che un sito web che può essere redatto ed aggiornato da più autori.
La chiave del successo dei wiki sta nel fatto che è estremamente facile creare contenuti e che non è necessaria alcuna competenza particolare per farlo. A dire il vero questa è la chiave per capire il successo di tutti i fenomeni connessi in qualche maniera con il mondo del social networking. Un successo bastato sostanzialmente su di un processo di disintermediazione che ha consentito a larghissime fasce di popolazione di accedere a svariate forme di espressione e comunicazione.
I wiki hanno trovato innumerevoli applicazioni in ogni forma di organizzazione quali aziende, scuole e università. I wiki dedicati alla formazione, i cosiddetti “educational wikis”, si contano oggi in termini di milioni.
Un wiki può essere creato in pochi secondi su uno degli appositi servizi web. Imparare a inserire contenuti è questione di pochi minuti. La libertà di creare pagine collegate fra loro in vario modo è pressocché totale.
È molto facile fare in modo che gli studenti che si desidera accedano al sistema debbano richiedere un’autorizzazione, dopodiché potranno accedere con il proprio nome di login e password.
I wiki mantengono la storia dettagliata delle modifiche ed è sempre possibile tornare ad una delle versioni precedenti. Questa è una caratteristica molto utile quando vi siano diversepersone autorizzate a redigere ed aggiornare le pagine.
Si può sempre fare un backup completo di tutto il contenuto di un wiki.
I web service più famosi offrono wiki completamente funzionali a costo zero. Con una spesa dell’ordine di decine o poche centinaia di euro l’anno si possono avere funzionalità che possono tornare utili per un wiki molto grande e per disporre di un controllo completo sugli account degli studenti.
Elenco qui di seguito alcune delle obiezioni tipiche.
Non ho le competenze necessarie per fare un sito web. Credo che questo sia un alibi insostenibile. Il successo dei wiki, dei blog e di tanti strumenti di social network deriva in buona parte dalla grande facilità d’uso. Se vi fossero problemi di competenze non si sarebbe potuto verificare il coinvolgimento di centinaia di milioni di persone nell’arco di un decennio.
Non ho tempo. Ricordo di avere studiato, fra il 1974 e il 1978, su dispense manoscritte e disegnate che potevano essere composte da svariate centinaia di pagine. Credo che sia normale per un professore trovare il tempo per lavorare sul materiale didattico per i suoi studenti. C’è poi da considerare che per certi tipi di lavori è possibile coinvolgere gli studenti. Il coinvolgimento degli studenti per lo sviluppo e l’aggiornamento del materiale didattico è un ottimo modo per bilanciare una pratica didattica che èesageratamente orientata verso lo studio teorico. I wiki sono perfetti per questo tipo di attività. I miei studenti nel corso del tempo hanno fatto un gran lavoro nella redazione delle dispense del mio wiki.
I miei contenuti contengono parti di autori terzi che sono coperte da copyright. Negli Stati Uniti la legislazione sul copyright prevede il principio del fair use con il quale si consente l’impiego senza autorizzazione da parte dell’autore di un’opera altrimenti protetta da copyright nei casi in cui questo comporti la promozione “del progresso della scienza e delle arti utili”. Un caso tipico è proprio quello di un professore che utilizzi un’opera per l’insegnamento ai suoi studenti. In Europa e in particolare in Italia esistonostrumenti legislativi analoghi ma in un primo momento sono stati applicati in modo molto più restrittivo. Per quanto riguarda la nostra legislazione si tratta dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, ove si dispone che il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera. Con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 è stata introdotta l’espressione di comunicazione al pubblico, per cui il diritto non è esercitabile solo per i vecchi mass media, ma anche per i nuovi come da ultimo il web. Pare quindi che l’articolo 70 della Legge sul diritto d’autore vada interpretato in senso molto simile al fair use statunitense e quindi non si vede perché un professore non possa avvalersene nel proprio insegnamento.
Perché devo usare un web service invece di un server di ateneo? I web service sono gestiti da aziende che vivono di tali attività e dispongono di infrastrutture e competenze che sono allo stato dell’arte e con livelli di affidabilità con i quali il servizio tecnico di un ateneo italiano, spesso gestito in condizioni asfittiche e sub-ottimali, non potrebbe mai competere. Le aziende che gestiscono i web service hanno infatti la necessità di garantire il servizio a milioni di utenti. Da quando mi sono affidato completamente ai web service ho cessato di avere problemi tecnici.
Se ogni docente si costruisce il proprio sito viene meno l’omogeneità nell’offerta dei contenuti. Uno dei messaggi che si ricevono oggi dai grandi fenomeni del web è che le persone sono interessate a ciò che può risolvere loro un problema e non alla forma con la quale le informazioni vengono presentate loro. Il web pullula di pagine bellissime e formalmente ineccepibili che sono assolutamente inutili; nel linguaggio del web questo significa che non le usa nessuno. La maggior parte degli strumenti di grande successo si presentano in maniera spesso molto semplice se non dimessa ma offrono semplicemente qualcosa che serve molto a tante persone. Dobbiamo inoltre tener conto che le attuali generazioni di studenti hanno una grande dimestichezza con il web e sono completamente indifferenti alla presunta ufficialità di ciò che viene loro offerto. Se invece durante la prima lezione apprendono che in un certo sito web si trova ciò che serve concretamente per l’insegnamento si può essere certi che lo useranno. Credo che la qualità si faccia con i fatti e non con la cura dell’immagine.
Un tempo la conoscenza era mantenuta in luoghi determinati, era accessibile con modalità determinate e in tempi determinati. La conoscenza era gestibile in un regime di scarsità e quindi costava.
Oggi la conoscenza è diventata liquida: risiede in rete dove è sempre accessibile a chiunque a costi pressocché nulli.
Sono innumerevoli le risorse disponibili per qualsiasi professione e quindi anche per le professioni attinenti alla medicina.
Fra tali risorse vi sono sia quelle pertinenti alle risorse ufficiali del mondo scientifico cone quelle libere.
For scientists working at the cutting edge of knowledge, it is essential that they have unhindered access to the world’s scientific literature. Increasingly, scientists and researchers at all but the most well-financed universities are finding it difficult to pay the escalating costs of subscriptions to the journals that provide their life blood. A major result of the NIH public access initiative is that increasing amounts of scientific knowledge are being made freely available to those who need to use it and through the internet the dissemination of that knowledge is now facile.
The clientele for this knowledge are not just an esoteric group of university scientists and researchers who are pushing forward the frontiers of knowledge. Increasingly, high school students preparing for their science fairs need access to this material so that they too can feel the thrill of research. Teachers preparing courses also need access to the most up-to-date science to augment the inevitably out-of-date textbooks. Most importantly, the lay public wants to know about research findings that may be pertinent to their own health diagnoses and treatment modalities.
The scientific literature is our communal heritage. It has been assembled by the painstaking work of hundreds of thousands of research scientists and the results are essential to the pursuit of science. The research breakthroughs that can lead to new treatments for disease, to better diagnostics or to innovative industrial applications depend completely on access not just to specialized literature, but rather to the complete published literature. A small finding in one field combined with a second finding in some completely unrelated field often triggers that “Eureka” moment that leads to a groundbreaking scientific advance. Public access makes this possible.
Uno degli obiettivi di questo corso è che voi siate coscienti dell’esistenza di tali risorse e che siate autonomi nell’utilizzarle. Iniziamo da quelle ufficiali, focalizzando in particolare l’attenzione sul motore di ricerca PubMed, uno strumento fondamentale per chiunque si occupi di medicina, a qualsiasi titolo.
Non vi lamentate per il fatto che è in inglese altrimenti io riparto con le filippiche sui danni da scolarizzazione 😉
Giocate con PubMed. Ponetevi dei quesiti. Non è necessario avere preparazione medica, si possono ricercare anche cose abbastanza generiche. Provate a vedere se riuscite a trovare quello che volete.
Descrivete in un post sul vostro blog una di queste ricerche fatte per gioco.
A quella notevole quota di “resistenza” che trovo nella blogoclasse dedico un bellissimo post di una studentessa IUL (ricordo che si tratta di un corso di laurea per formatori e operatori della formazione, quindi quasi tutte persone con un’esperienza di vari anni di lavoro nelle scuole).
Mi sorprende la resistenza al mio atteggiamento critico verso quella che ho chiamato “scolarizzazione” perché è di entità non trascurabile, anche se ben contrappesata da atteggiamenti più “aperti”, e perché proviene da persone molto giovani, più o meno ventenni.
Mi sorprende in modo del tutto complementare la reazione concorde degli studenti IUL, non più ventenni e con molta esperienza di insegnamento. Quasi mi trovo io a rincorrerli laddove credevo di essere solo o quasi!
ma se c’è evidenza che la scuola italiana (eccetto quella elementare) sia così indietro rispetto a tante altre nel mondo perché non andiamo a vedere che fanno quelli più bravi di noi?
Ecco, è proprio quello che ha fatto Maria Lucia:
Da una breve ricerca, traggo alcune informazioni circa l’organizzazione della scuola in Finlandia, nazione i cui ragazzi, secondo i dati dello studio Pisa (Programme for international study assessment), condotto su 400mila 15enni di 57 Paesi, sono i meglio preparati in lingua, matematica e scienze. Quali sono i segreti della scuola finlandese?
La scuola è l’investimento prioritario del Paese: ben l’11% del bilancio finlandese è destinato alle scuole. Non esistono tasse scolastiche; gli studenti usufruiscono gratuitamente del materiale scolastico, dei pasti e dell’assistenza sanitaria a scuola.
I bambini vanno quasi tutti all’asilo nido e poi alla scuola materna dello stesso distretto, il che consente grande omogeneità educativa: fin dalla prima infanzia si coltivano autoriflessione, senso di responsabilità, empatia e collaborazione considerate qualità ideali per l’apprendimento.
La scuola inizia a sette anni compiuti e per il 99,7% dei bambini (immigrati e rom compresi) termina nove anni dopo, “nessuno escluso”, come dice la legge istitutiva della scuola.
Tutte le scuole hanno un team di insegnanti, di docenti di supporto per chi è in difficoltà di apprendimento e psicologi, che attivano speciali osservatori per il benessere dei ragazzi.
In classe, fino ai 13 anni, niente voti, (si usano le faccine “smile” e si pratica l’autovalutazione) per far studiare lo studente con la sola ed unica spinta del desiderio di apprendere e non con il timore del voto come deterrente; le interrogazioni non hanno nulla a che fare con giudizi punitivi o selezioni.
La pedagogia finlandese parte dalla convinzione che tutti i bambini possano imparare a leggere, scrivere, fare di conto e parlare tre lingue come imparano a correre e parlare, senza umiliazioni.
Si impara facendo. Un fare che è sperimentare l’apprendimento con i 44 sistemi sensoriali. Si rifugge dal nozionismo e molta parte del lavoro è data dal lavorare insieme ai ragazzi.
Leggo poi che il sistema didattico finlandese è frutto di una oculata riforma del sistema educativo, avvenuta negli anni Novanta, e di una cultura della trasparenza e della responsabilità che caratterizza il popolo nordico.
La riforma si è realizzata in tre fasi:
progetti di lancio di servizi nel campo della ricerca, educazione e aggiornamento, anche in supporto alle biblioteche pubbliche
attenzione ai contenuti e alle modalità di utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica, nei processi lavorativi e nel tempo libero,
per garantire, entro il 2004, uguali opportunità a tutti i cittadini nello studio e nello sviluppo della loro cultura, usando in modo estensivo le risorse informative e i servizi educativi, secondo un modello di alta qualità di insegnare e di fare ricerca basato sulla connessione in rete creazione di un modello sostenibile, applicabile in qualsiasi altro Paese, in cui la tecnologia e i servizi devono essere volti al benessere diffuso.
Spero di sbagliarmi. Sarei veramente felice di sbagliarmi. È una splendida pratica quella di riconoscere i propri errori.
Credo tuttavia che sia un pacco. Il classico pacco all’italiana. Lo so che era di origine napoletana ma quello oramai fa parte del folclore di una vecchia Italia e su quel folclore si sarebbe potuto costruire un percorso sano perché sui piccoli errori di percorso ci si forma. Invece è andata in un altro modo. Ora abbiamo il pacco all’italiana, il pacco assurto a metodo di una modernità posticcia tanto lustra all’esterno quanto abborracciata, anacronistica e furbesca all’interno.
Devo dire che, rivedendolo per bene, il video appare pure goffo, con quel
… soft ware e hard ware …
dove sembra che il narratore abbia pronunciato queste parole per la prima volta invita sua …
InnovaScuola è una piattaforma collaborativa di nuova generazione (nell’ottica web 2.0), che intende mettere a disposizione delle scuole di ogni ordine e grado e di tutto il territorio nazionale le opportunità offerte dalle ICT.
Che vuol dire nell’ottica web 2.0? Il web 2.0 è tale quando è aperto e non contenuto in qualcosa. L’unica obiezione valida a FB secondo me è proprio questa: voler contenere il web 2.0 nella piattaforma.
Dice il video
L’innovazione entra nelle scuole italiane
No, le scuole, italiane in particolare ma non solo, non hanno la possibilità di accogliere questo tipo di innovazione. Questo non significa che non esistano delle esperienze splendide ma quando queste esistono sono sempre dovute all’idealismo ed alla buona volontà di qualche individuo.
L’innovazione associata al web 2.0 può entrare nelle scuole solo se queste cessano di esistere nella loro forma attuale. Vale a dire che prima devono essere abbattute le pareti e poi l’innovazione potrà perfondere ciò che quelle pareti chiudevano e dividevano. Oppure, la scuola per rinnovarsi adeguatamente dovrebbe evaporare nel mondo .
Il portale … punto di incontro tra didattica e tecnologia …
Nessuno oggi può pretendere di trovarsi in un crocevia strategico. La novità oggi è la rete e nessuna rete ha punti strategici, per definizione. Le reti, sono pervasive, aperte, ridondanti e prive di punti critici.
E in effetti il mondo pullula di esperienze, tutte là fuori. Concludo accatastando riferimenti presi quasi a caso.
C’è un blog intitolato International Edubloggers Directory che raccoglie i link di blog dedicati alla formazione. Ora ne elenca 638 e quando ho aggiunto questo blog in novembre scorso erano 393.
Ci sono blog dedicati alla raccolta di esperienze di blogging in classe come per esempio questo. I riferimenti sono innumerevoli, questo è un esempio.
Si trovano commenti su come fare il sito di una scuola mediante un blog. Qui si trovano dei consigli e qui c’è un esempio. Ho trovato questi riferimenti quando un amico mi chiese informazioni in proposito perché nella sua scuola era stato proposto di far fare il sito ad un’azienda ma costava troppo …
Ci sono molte esperienze interessanti sull’impiego di strumenti di microblogging come Twitter. Questo mi è piaciuto particolarmente.
O i tanti tanti modi con i quali si possono usare i Google Docs, o altri strumenti condivisi, per esempio questo sull’impiego dei form.
C’è da perdersi ma è facile rendersi conto che le esperienze più interessanti sono tutte all’aperto.
Rinfresco il post sul seminario di martedì 31 marzo perché avremo anche gli studenti di Infermieristica, di Terapia della Neuro e della Psicomotricità Evolutiva
Cambia quindi anche il volantino qui sotto
Preparatevi a stringervi!
Seminario
I Care
Per studenti della Facoltà di Medicina e non solo …
Martedì 31 Marzo 2009 10:30
Aula Grande CEP
Viale Pieraccini, 6; Careggi, Firenze
Per gli studenti dei CdL in Medicina, Infermieristica e TNPEE è l’unico evento obbligatorio, per gli altri studenti è facoltativo
Non sono in grado ancora di dare una traccia ma è certamente utile riflettere sul seguente schema.
Oggi, rispondendo al post di Alessandro (studente di medicina) mi è capitato di definire la dissipazione del potenziale di apprendimento degli uomini come un problema ecologico.
Poco fa, in un post di Pierluigi (studente IUL) trovo il video di un discorso fatto da Ken Robinson (Do Schools Kill Creativity?) dove la mortificazione della creatività viene vista come un problema ecologico.
Nel discorso di Ken Robinson ritrovo tanti pensieri che sono esattamente quelli che io, nel mio piccolo, mi sforzo di comunicare.
Scopro così un altro personaggio importante per il mio Personal Learning Environment e mi meraviglio per l’ennesima volta di quanta incredibile affinità vi possa essere fra persone che vivono in luoghi lontani e che hanno avuto storie completamente diverse.
Se non ci fosse la rete mi sentirei molto più solo.