Cenni su un percorso di scoperta del computer e dei suoi codici nella scuola primaria

Avevo promesso a diversi amici di raccontare qualcosa sulla sperimentazione nella scuola primaria di Strada in Chianti, che ho iniziato a novembre e che volge ormai al termine. Ma devo anche ringraziare varie persone. Lo faccio subito.

In primo luogo le maestre Attilia Greppi, Laura Mariano, Manuela Bagni e Serena Taiti. Le ringrazio per avere avuto il coraggio di lanciarsi in un’avventura inedita e per essersi sobbarcate l’onere di un’organizzazione piuttosto intricata, ivi inclusi vari inevitabili imprevisti, al fine di permettere la partecipazione ai bambini di due classi IV.

La dirigente dell’Istituto Comprensivo di Greve in Chianti, Antonella Zucchelli, per avere accolto il progetto.

Le ricercatrici Laura Vanni e Romina Nesti del Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze, per avermi dato preziosi consigli metodologici e pratici sul campo, mettendo un po’ d’ordine nel mio caos operativo.

La laureanda in informatica Andrea Migni per avermi aiutato in alcuni degli incontri in classe.

Gli amici che hanno prestato varie videocamere: Aurora Abatemattei, Lisa Salvetti, Barbara Degl’Innocenti, Francesco Cosi.

Caroline Clark, del team Kano (fino a poco fa, la mobilità…), gentilissima nel darmi le informazioni necessarie per tradurre il software che abbiamo usato – fantastica esperienza di collaborazione nel mondo del software libero.

In ultimo un ringraziamento particolare al maestro Franco Lorenzoni che, grazie ai dialoghi raccontati nel suo libro I bambini pensano grande, mi ha fatto capire come dovevo entrare in classe e confrontarmi con i bambini, cosa che non avevo mai fatto in vita mia. Ma forse di più: mi ha dato l’ispirazione che non sapevo dove trovare.

Riporto qui le note a caldo, scritte durante l’ultimo incontro, in mezzo ai bambini che mettevano tutti gli attrezzi a posto, e venivano a controllare cosa stessi facendo: – Ma te scrivi proprio tutto… – Madonna come scrivi veloce… – Perché vibri? (tremore essenziale di sessantenne…)

Mi trovo in classe, con bambini di IV e le loro maestre. Da un’ora stanno imparando comandi UNIX con un videogioco narrativo nel computer didattico Kano, che avevo tradotto in italiano in agosto. Nell’ora precedente hanno montato il computer.

Sorprendente la concentrazione. Era la domanda fondamentale che mi ponevo in questo progetto: che succede portandoli in un videogioco che poi videogioco – nel modo a loro noto – non è, perché “è tutto scritto”? È un gioco impegnativo: si devono leggere le risposte, capirle e poi scrivere comandi apparentemente astrusi. Ebbene, la risposta è positiva. Dopo solo un’ora, in uno dei gruppi, c’è chi detta al compagno alla tastiera il comando a mente, mostrando di averne capito perfettamente la struttura:

mv banana ~/.cestino-nascosto

Siamo arrivati a questo punto dopo una preparazione piuttosto lunga, iniziata a novembre, ove

  • con varie riunioni in cerchio abbiamo discusso di ciò che loro conoscono di computer e internet, sempre lasciando che trovassero le loro risposte, stimolate solo con domande (grazie maestro Lorenzoni!)
  • abbiamo “sbudellato” un vecchio computer, riconoscendo i pezzi e trovando le corrispondenze con la propria realtà: la mia memoria che si perde (il numero imparato ieri), la mia memoria che rimane (il nome della mamma), il mio ragionamento… ma poi il computer le idee ce l’ha…?
  • hanno costruito più volte il computer Kano, riconoscendo e discutendo i pezzi
  • hanno esplorato liberamente il sistema operativo, scoprendo da soli il gioco Minecraft, che hanno riconosciuto subito e in cui hanno giocato un paio di volte
  • hanno affrontato il videogioco narrativo che stanno facendo ora
  • alla fine di ogni incontro, smontano e rimettono sempre tutto accuratamente a posto
  • ora stanno leggendo i loro elaborati e mostrando i loro disegni, perché sono divisi in 4 gruppi di 4, dove uno costruisce e comanda il computer, uno fa i video, uno scrive la storia e uno disegna – quando si stancano si possono aiutare e cambiare i ruoli

 

Ciliegina sulla torta. Neri, diventato mio tecnico ufficiale – appena arrivo è lui che monta i vari cavalletti e altra roba – in questo preciso momento, mi fa:

– Andreas, è bello lavorare con te…
– Grazie, perché?
– Perché si fanno cose interessanti…

Nota importante. Sono sicuro che le cose funzionano perché questi bambini sono abituati a lavorare e a collaborare. Mi ha colpito molto questo atteggiamento costruttivo: collaborare senza strapparsi le cose di mano ma aiutando. E sono sicuro che questo è merito delle maestre Attilia, Laura, Manuela e Serena che hanno portato i bambini fino a questo punto.

Nota tecnica. Il gioco narrativo si chiama terminal-quest. Qui c’è una breve presentazione della versione in inglese. Io ne ho fatto una traduzione in italiano, grazie al fatto che i software di Kano sono software liberi, rilasciati con licenza GPL. Tutti i loro codici sono disponibili nel repositorio internazionale di software liberi Github, possono essere clonati (fork) e ci si può lavorare sopra. Qui c’è la mia versione.

Ci sono tante cose da dire su questa storia ma occorre tempo per sistemare l’enorme mole di materiale accumulato. Arriveranno.

Grazie – “Alla scoperta del computer! Giocando con i codici”

videocamereSolo per dire grazie a Aurora, Lisa, Barbara, Guido (studenti IUL e amici) per avere prestato le videocamere e avere dato un vecchio computer da smontare. Aurora mi ha addirittura inviato la camera per corriere dall’altra parte del Paese: grazie! Spero che si riesca a mettere bene a frutto tale generosità.

i-bambini-pensano-grandeNon sarà uno scherzo. Gli apparecchi sono tutti diversi. Quattro computer Kano dovranno essere montati da 17 bambini. Le suggestioni di Franco Lorenzoni, piombate fra capo e collo, moltiplicano ulteriormente la caoticità dei propositi. Suggestioni che dir condivise è dir poco, ma difficili da concretizzare in un’iniziativa tecnologica. Perché Lorenzoni le tecnologie le usa ma sono tutte pre-digitali, e a ragione. Quello che noi dobbiamo fare è una sorta di traduzione. Arrivare a usare le tecnologie digitali come si usano il martello e i chiodi.

Sì è vero, un programma l’abbiamo scritto – al sottoscritto estorto per meglio dire. Ma sia chiaro: sarà con i bambini che capiremo dove potremo andare. E come ci potremo andare.

Intanto: grazie davvero.

Il progetto “Alla scoperta del computer! Giocando con i codici”

Prende forma il progetto immaginato nel post Torno a scuola.

Subito il motivo per cui scrivo questo breve post. Nel progetto si prevede che i bambini stessi facciano delle riprese video delle attività. Occorrono quattro videocamere, oppure apparecchi fotografici in grado di fare riprese decenti. Due li metterò a disposizione io. Domanda: C’è qualcuno che ha a disposizione un “relitto” del genere da prestare?

Intanto riporto qui sotto lo stato delle cose.

Il percorso è diviso in tre parti. La prima è dedicata a vedere come è fatto un vecchio computer dentro e poi a montarne uno nuovo. Useremo per questo i computer Kano.

La seconda consiste nell’uso del gioco narrativo Terminal Quest, pensato per insegnare i primi comandi Unix, quelli che si usano per manovrare il computer da terminale – e che sono ovviamente disponibili in Linux ma anche negli altri sistemi operativi, in qualche variante. Come al solito, non si tratta di insegnare Unix in sé, ma di scardinare il ruolo di consumatore passivo, oggi dominante, al tempo stesso rinforzando i meccanismi di riflessione e pensiero logico propri della scrittura e della matematica. Ho completato la traduzione in italiano di questo gioco. Sono stato compensato dai giovani del team Kano con una maglietta e un computer – meraviglie del software libero 🙂 Racconteremo anche questo ai bambini. La maglietta Kano sarà la mia divisa, e forse alla fine li metteremo in contatto con gli sviluppatori.

La terza parte prevede l’uso di Scratch per la realizzazione di giochi adatti a consolidare le conoscenze matematiche acquisite fino alla quarta.

Qui sotto si può leggere la traccia delle attività. Non mi stupirei se venisse stravolta durante il percorso. Un paio di giorni fa, girovagando per la libreria Feltrinelli per aspettare il treno, mi sono imbattuto in un libro: I bambini pensano grande, scritto dal maestro Franco Lorenzoni per Sellerio. Talvolta il caso, nella sua cecità, riesce ad essere incredibilmente benevolo. Non avrei potuto immaginare una lettura migliore per prepararmi ad affrontare una classe di bambini. Non importa se non faremo tutto quello che abbiamo previsto. Non importa nemmeno se ne faremo solo un terzo. Lorenzoni scrive:

In un tempo dii straordinario movimento, simultaneità e velocità di visioni, lavorare a lungo intorno a pitture, disegni e fotografie, proponendo all’attenzione dei bambini immagini fisse, che rimangono uguali nel tempo, credo sia un terreno educativo necessario, perché permette di sperimentare la sosta e la durata.

Ecco, noi vorremmo svelare ai bambini un approccio alla tecnologia basato sulla sosta e la durata.


 

Alla scoperta del computer! Giocando con i codici

Sono coinvolte due classi di quarta, per un totale di 34 bambini. Le due classi vengono rimescolate in modo da alterare la distribuzione originale. Gli interventi sono ripetuti su queste due nuove classi (A e B). Ogni classe viene suddivisa in 3 gruppi di 4 bambini e uno di 5. I quattro gruppi così formati avranno a disposizione un computer Kano su cui lavorare, un dispositivo per eseguire riprese video, carta e matite.  In ogni gruppo si individuano ruoli diversi:
1. uno o due agiscono (montaggio, interazione con il computer)
2. uno fa il disegno della situazione
3. un altro esegue le riprese video
4. e uno scrive il diario

Il programma ci serve per avere un quadro d’insieme ma non è rigido. Potrà essere eventualmente variato per ridurre le attività che risulteranno meno efficaci o per amplificare quelle che funzioneranno meglio.

Gli interventi avranno luogo il martedì alle 10:45. Inizio preparazione 10:15 (almeno la prima volta)

Scoperta del computer

Si inizia smontando due vecchi computer, uno fisso e uno portatile. Facciamo scoprire i principali componenti.  Per poi dire: facciamo un computer nostro. Solo allora tireremo fuori le scatole con i Kano.
1. 24 novembre 2015 – A
2. 1 dicembre 2015 – B
3. 15 dicembre 2015 – A
4. 22 dicembre 2015 – B

Prodotto finale: montaggio delle riprese video

Percorso narrativo

Videogioco narrativo per l’apprendimento dei comandi nel terminale. È quello che ho tradotto in italiano.
1. 12 gennaio 2016 – A
2. 19 gennaio 2016 – B
3. 26 gennaio 2016 – A
4. 2 febbraio 2016 – B

Prodotto finale: “Secondo noi la storia finisce così”, che poi invieremo agli sviluppatori che devono finire il gioco.

Creazione del proprio gioco

Costruzione di un software didattico di argomento matematico con il sistema Scratch.
1. 9 febbraio 2016 – A
2. 16 febbraio 2016 – B
3. 23 febbraio 2016 – A
4. 1 marzo 2016 – B

Prodotto finale: il proprio gioco.

 

La storia di MedWiki, bella ma un po’ triste

Estraggo queste brevi note su MedWiki dal buco nero di Facebook  – dove il tutto finisce con l’appiattirsi nel nulla – a beneficio degli studenti che ogni tanto vengono a chiedermi che fine abbia fatto quel servizio.


Ogni tanto qualche studente chiede di MedWiki, il servizio di condivisione delle risorse didattiche, ufficiali e non, gestito dagli studenti stessi. Non me lo chiedono in tanti ma qualcuno sì.

Medwiki nacque una decina di anni fa nell’ambito dell’insegnamento di informatica che ancora tengo (ma solo per un anno ancora).

Era un bel modo per rendere le persone consapevoli dei vantaggi che si potevano avere con l’impiego di software libero e con la collaborazione. Gli studenti imparavano qualcosa di informatica pratica e imparavano a collaborare.

Esistevano già dei servizi, realizzati da organizzazioni studentesche di vario orientamento politico. Facevano un buon lavoro perché erodevano il commercio di fotocopie esercitato da qualche astuto negoziante nei paraggi. Era tuttavia un peccato che si facessero concorrenza fra loro e anche che lavorassero solo sulla riproduzione cartacea dei materiali.

La cosa più bella fu riunire le forze di questi giovani che avevano idee diverse e convogliare le loro attività verso tecnologie al passo con i tempi. Ci vollero un certo numero di pizze. Ho un ricordo meraviglioso di quelle cene.

I ragazzi ci credevano. Allora utilizzai dei fondi di ricerca per acquistare uno scanner da ufficio e altro materiale per scansionare tutto il cartaceo esistente. Ci vollero alcuni anni ma con la collaborazione di molti si portò a termine il lavoro.

MedWiki era diventato popolarissimo ed ha finito con l’essere consultato anche da altre città ma, allo stesso tempo, in un contesto di sempre maggior solipsismo da parte delle nuove leve, e di sostanziale disinteresse delle istituzioni – a volte anche ostilità da parte di qualche collega – sono alla fine mancate le risorse per mantenerlo, sia umane che economiche.

Allo stesso tempo è comparso il fenomeno dell’auto-organizzazione in Facebook e Dropbox. Fenomeno di per sé positivo ma altro sarebbe stato collaborare con strumenti propri e non industriali.

Per alcuni anni ho continuato a esortare dall’interno del corso di informatica i ragazzi a partecipare, ma le adesioni sono crollate rapidamente. Un caro amico, allora venticiquenne, mi disse – Andreas, queste generazioni non sono più come la nostra – si riferiva a cinque anni prima.

Sicuramente la responsabilità è anche del sottoscritto, avendo sempre optato per una forma di gestione tutta giovanile – tant’è che non me ne sono mai avvalso per la mia produzione scientifica o di altro genere. Ho lasciato anche che la mia presenza sfumasse del tutto perché volevo che fosse una cosa tutta dei ragazzi, l’unico modo perché l’iniziativa mantenesse la freschezza e l’utilità che lo contraddistingueva. Forse anche per questo non è garbata a vari colleghi.

Ormai è andata così. È stata una bella avventura. In fin dei conti le cose più vere hanno una vita vera, quindi anche una fine.

Ora sto riflettendo, insieme all’amico che è il principale artefice tecnico di MedWiki, su come farlo rinascere in un’altra forma, forse più ampia. Chissà…

Il post su Scratch che non scrivo – #linf14

In realtà questo è un post che “non scrivo”. Ed è un bel risultato. Certo, avrei potuto utilizzare Scratch per fare una più o meno paludata introduzione alla programmazione. Ma è questo che serve agli insegnanti? Cosa serve loro veramente? La natura dell’ambiente Scratch e i guizzi spontanei che ho visto subito uscire dalla classe mi hanno indotto ad annullare quasi il ruolo convenzionale del docente, facendomi al più facilitatore. Mi sono limitato a incoraggiare subito coloro che avevano esperienza in materia affinché proponessero qualcosa, a suggerire agli altri di imitare i primi con esempi semplici, senza timori, e a dare qualche piccolo aiuto, qua e là. Il tutto attraverso qualche discussione nel forum. Un’attività, questa su Scratch, che è iniziata il 17 giugno scorso in maniera estemporanea con un post sul forum: Potremmo costruire una nuova attività insieme.

Dite voi se ha funzionato. Qui mi limito a riorganizzare il documento condiviso che raccoglie i contributi offerti fino ad ora in un elenco suddiviso in tre categorie, con qualche minima precisazione.

Se ho dimenticato qualcosa correggetemi. Se arriverà dell’altro ce lo aggiungeremo.

Tutorial

Esercizi

Scratch, robotica e dintorni

Il blog della IUL #linf14

Sono ormai diversi anni che da queste parti usiamo il blog come uno strumento didattico ma l’idea di chiedere alle persone di fare un account, spesso l’ennesimo account, può creare qualche perplessità. Non vi è niente di male di per sé ma sempre più i servizi Web rappresentano un terreno di conquista – conquista di mercato, accaparramento di clienti, fidelizzazione dei medesimi ecc. Non tutti i servizi sono uguali da questo punto di vista, ve ne sono di più intrusivi e di più rispettosi ma sempre entità commerciali sono. Questo è un aspetto che contrasta un po’ con quell’idea di territorio libero che ci piacerebbe sostenere.

È anche in base a motivazioni del genere che è emersa l’idea di dotare l’ambiente informatico della IUL di un servizio di blogging. Il servizio è stato appena attivato, avrà bisogno di qualche rifinitura ma può già essere utilizzato. Non è pubblico in quanto riservato agli studenti, ai docenti e al personale IUL. Tuttavia i blog sono visibili dall’esterno e chiunque può contribuirvi con dei commenti, sempre che l’autore lo consenta. L’editor dei testi si confronta bene con quelli dei servizi più noti, dispone di un notevole set di opzioni e consente di editare il testo anche in HTML – una caratteristica che lo rende molto interessante per realizzare un piccolo laboratorio condiviso di HTML. I post e i commenti sono inoltre tracciabili mediante il meccanismo dei web feed. Insomma ha tutto quello che serve per un’esperienza didattica completa.

Qui interessa mettere in evidenza la decisione da parte di un’istituzione di formazione che mette a disposizione degli studenti un servizio Web che interagisce con l’esterno, uscendo dalla logica usuale delle piattaforme blindate. Pare un fatto positivo.

Ecco il primo post su http://www.iuline.it/ambiente/blog/iamarf/.

 

Hardware e software, strumenti di pensiero e libertà – Castel del Piano – #linf14

Ieri (sabato 30) ho partecipato a un incontro di formazione a Castel del Piano. Sotto riporto in forma schematica quello che ho inteso dire. Mi rendo conto che è un racconto che lascia un po’ assetati ma per il momento è un argomento che preferisco approfondire vis-vis, quando capitano le occasioni, come questa di cui stiamo dicendo.

Prima voglio dire che sono stati molto interessanti i contributi dei compagni di parola: eBook di Angela Iaciofano, mondi virtuali di Gianni Panconesi, LIM di Sauro Baci, il tutto riferito a contesti didattici. Ho imparato diverse cose. Ringrazio loro, Patrizia Matini, Dirigente dell’Istituto Comprensivo Vannini Lazzaretti che mi ha offerto quest’occasione, Nicoletta Farmeschi e Antonella Coppi che vegliano su tutto.

Preparativi incontro di formazione nel Palazzo Nerucci di Castel del Piano
Preparando i balocchi… (foto di Iangela Iaciofano)

E bisogna anche dire che lavorare in un ambiente così suggestivo come il Palazzo Nerucci è davvero bello. Si deve ringraziare Fiora Imberciadori per questo.

Ora la sintesi del discorso fatto a Castel del Piano


Cercando di collegare passato e futuro
Cercando di collegare passato e futuro (foto di Nicoletta Farmeschi)

La cultura umana si sviluppa sul substrato di un insieme di linguaggi e strumenti universali, ad esempio lingue naturali e linguaggio matematico fra i primi, carta e penna fra i secondi. Compito primario della scuola è aiutare a comprendere e utilizzare questi linguaggi universali.

Universali perché possono essere appresi da chiunque lo voglia. Il limite è determinato dagli obiettivi che mi pongo, dalla mia volontà, non da fattori esterni. Se voglio imparare il finlandese lo posso fare, non devo chiedere il permesso a qualcuno.

Di fronte a un foglio di carta con una penna in mano, la mia libertà di espressione è totale: un pensiero, un disegno, una poesia. Piego il foglio, lo metto in una busta e lo spedisco a un amico. Lui potrà capire perché il messaggio è espresso in un linguaggio universale. Il tipo di carta, la marca, il mezzo usato per tracciarvi i simboli possono connotare il messaggio, in qualche maniera, ma non possono impedirne l’intelligibilità: l’amico non deve pagare i diritti di uso di quel tipo di carta per poter accedere al messaggio.

Oggi, con le nuove tecnologie non è più così, non per motivi tecnici ma per motivi economici. In realtà la tecnologia dispone di linguaggi e strumenti universali che possono essere usati per esprimersi, creare e comunicare ma i più non ne percepiscono l’esistenza, intrappolati in una sorta di gigantesco supermercato, dove si può avere quasi tutto, non da conquistare con impegno e fatica ma da comprare. Tutto si riduce alla disponibilità delle “risorse” per “avere” il prodotto finito – la soluzione. Un mondo tecnologico ma del quale i più abitano lo strato esterno, la buccia, tanto estesa ma tanto sottile.

Non demonizzo l’economia in sé. Anche il libro di grammatica per studiare il finlandese ha un costo ed è giusto che lo paghi per remunerare coloro che hanno creato e prodotto il libro. Ma una volta pagato il giusto prezzo la questione sta tutta fra me e il finlandese: arriverò dove potrò, quando lo vorrò, per tutta la vita, in piena libertà. E quando non avrò più bisogno della grammatica sarò libero di regalarla a un amico.

Denuncio invece il limite che un numero crescente di tecnologie pongono alla mia libertà di espressione e di comunicazione.

Cerco quindi di sbucciare questo corpo tecnologico, quel tanto che basta per scorgere, subito sotto, i linguaggi e gli strumenti che ne costituiscono l’essenza – linguaggi e strumenti universali. Non lo faccio parlando direttamente di questa o quella tecnologia ma narrando alcune storie di donne e uomini. Storie di minoranze, di persone che ad un certo punto della loro vita hanno rifiutato un’offerta che a tutti sarebbe parso impossibile rifiutare, di persone che non si sono limitate al loro ambito disciplinare e che non si sono limitate a ciò che erano tenute a fare.

Emerge così la dimensione etica – seconda parola chiave di questa esposizione, dopo i linguaggi universali. Una dimensione che si intreccia con quella del profitto in ambiti inaspettati. Non si narra la storia di un mondo che sta diventando buono – sarebbe una bugia – ma la storia di un mondo che sta diventano sempre più complesso – complessità, la terza parola chiave?

Focalizzo l’attenzione su etica e complessità. Faccio esempi significativi nell’ambito scolastico. Enuncio una tesi sgradevole che riporto qui in forma sintetica: riempiendo di congegni alla moda le classi si educano consumatori – carne da macello – anche se si tratta di congegni conditi in saporite salse didattiche.

Suggerisco di volata qualche alternativa. Ce ne sono diverse, buone per tutti i contesti, costano poco e tutte riconducono ai linguaggi universali, o comunque graffiano la buccia delle “interfacce accattivanti”. Sono più faticose: per essere approfondite richiedono più studio e un approccio più artigianale: per la formazione meno convegni e più laboratori, per l’applicazione meno aule scolastiche e più laboratori.

Lo spirito del discorso non è poi tanto diverso da quello che ispirava Don Milani quando insegnava a leggere i giornali: non tanto acquisire le competenze per seguire il giornale di non importa quale parte quanto mettersi in grado di capire quello che ogni giornale non dice.

Ciò che tutti usano ma non conoscono tanto bene #linf14

Con questo post concludiamo il primo dei 5 moduli previsti nel programma (ODT, DOCX, PDF) del Laboratorio IUL #linf14, quello intitolato “Ciò che tutti usano ma non conoscono tanto bene”.

I temi proposti sin qui erano volti ad allargare lo scenario tecnologico condiviso dai più, solitamente confinato all’impiego di

  1. programmi tipo “Office” – Word, Excel, Powerpoint
  2. un variegato insieme di “app”, di Apple, Google o altri venditori, a seconda dei casi
  3. qualche social network

Tanti hanno competenze di questo genere, più o meno approfondite, ma si tratta sempre di competenze confinate in qualche recinto: Microsoft per i tantissimi che usano i programmi del pacchetto MS Office; Apple per i patiti di iPad e similari, Google per i possessori di congegni Android; Facebook, Twitter e altri per i patiti dei rispettivi social network.

Pochi hanno competenze trasversali, universali. Pochi hanno una qualche dimestichezza con i sistemi e i linguaggi che sottostanno ai suddetti recinti. Pochi sanno che usare un software piuttosto che un altro ha implicazioni molto diverse, in termini economici, etici e formativi. Pochi sono consapevoli del fatto che oggi al portentoso sviluppo delle tecnologie non contribuiscono solo alcuni attori industriali convenzionali ma un complesso ecosistema, dove il libero contributo di sterminate comunità di individui non è meno determinante di quello delle maggiori companies.

La scuola non può ignorare il grande scenario, la big picture. Non può limitarsi ad una piccola parte del discorso. A che vale la tanto acclamata cultura classica se poi questa non si traduce nella capacità di vedere sempre sia la parte che il contesto? A scuola si cerca di insegnare l’italiano di tanti, non l’italiano di pochi. Per quale motivo allora dovremmo insegnare l’informatica di pochi? Troppi assumono che l’innovazione tecnologica nella scuola consista nell’acquisizione degli apparati di ultimo grido e in corsetti che si riducono a istruzioni per l’uso dei medesimi.

Occorre essere consapevoli che vi è una grande differenza fra tentare di comprendere il mondo e accontentarsi di conoscere il proprio recinto. Fra la conoscenza di lingue universali e la pratica di gerghi particolari, le prime utili per tutti e per tutto, i secondi non di rado privilegio di pochi e buoni solo in ambiti limitati. Fra la cultura della diversità e l’illusione del pensiero unico. Fra la preparazione di ottimi consumatori – deboli – e quella di cittadini capaci e consapevoli – potenti.

Nel primo scorcio di questo laboratorio l’abbiamo presa un po’ larga ma non è possibile arrivare a percepire lo scenario con poche istruzioni per l’uso. Il senso di disorientamento e la fatica sono inevitabili. Riassumiamo allora un attimo i passi sin qui compiuti.

  • Laboratorio Informatico – Introduzione con invito alla lettura di un articolo dove si precisa, in sostanza, che imparare ad usare le tecnologie non è una questione di sola tecnologia.
  • Note sul metodo – Dell’importanza di fare commenti (in http://iamarf.org) e del modo corretto di stare in una comunità online, soprattutto del modo corretto di porre domande per ottimizzare l’apprendimento di tutti e l’impiego delle risorse, ivi compreso il tempo di tutor e docenti.
  • Il software libero raccontato da una studentessa – Il racconto fresco di un nativo digitale nell’atto di scoprire quanto è più ampio il mondo che credeva di conoscere era forse un buon modo per introdurre l’argomento.
  • Software libero – Importante per via del ruolo strategico assunto dal software ormai da quasi mezzo secolo ma importante anche perché le nuove modalità di sviluppo e distribuzione hanno fatto da apripista per altri ampi settori. Ci eravano limitati ad un inquadramento generale, confidando che esempi specifici sarebbero emersi spontaneamente durante il percorso, invece è saltata subito fuori una bella lista, grazie a Roberto Marcolin – su alcuni elementi di quella lista ci soffermeremo in seguito. L’episodio ha anche un’altra più ampia valenza perché testimonia come si possa creare una comunità viva senza ricorrere a software o dispositivi standard e senza ricorrere ai soliti social network ma con l’uso di strumenti generali – un blog nessun strumento tipo Office… – poi cura, perseveranza e fatica.
    A proposito del software libero abbiamo poi anche proposto qualcosa di pratico: Scaricare LibreOffice e scrivere con questo tutti i documenti che verranno richiesti nel laboratorio.
  • Il diritto d’autore – Le tecnologie oggi hanno messo tutti in condizione di essere autori, il più delle volte inconsapevolmente e, se volete (non sempre) pessimi autori, ma autori. Autore è anche colui che indulge nella (abbastanza insulsa) moda del selfie o che pubblica le foto del proprio (inconsapevole) figlio. In un mondo siffatto non si può ignorare completamente la questione della gestione di propri diritti e di quelli degli altri.
  • Note sul metodo – Dello spirito con cui le relazioni richieste dovrebbero essere scritte.
  • Hardware libero – Uno dei fenomeni che sono derivati direttamente da quello del software libero. Un mondo estremamente ricco e dalle ricchissime potenzialità didattiche.

E ora? Da dove possiamo dunque iniziare? Dalle piccole cose. Da alcune piccole cose.

Vi proponiamo articoli scritti negli anni precedenti quindi alcuni particolari vanno debitamente contestualizzati ma sono irrilevanti per il senso generale.

Facciamo un passo indietro per focalizzare l’attenzione su quella scatolina in alto nel navigatore (browser: Firefox, Internet Explorer, Safari o similari) dove siamo abituati a scrivere ciò che desideriamo trovare nella rete. Leggete quindi i post Un passo indietro e Un passo indietro II. Nel primo ci concentriamo sull’anatomia degli indirizzi Internet, i cosiddetti URL (Uniform Resource Locator), nel secondo cerchiamo di conoscere meglio il motore di ricerca, iniziando anche a imparare che non ce n’è uno solo.

Una volta letti questi due post, lentamente e con attenzione, proponiamo un esercizio: Come scrivere un link. Per gli studenti IUL l’esercizio proposto nel post va considerato obbligatorio – rientra fra le attività che andranno a comporre la valutazione finale.

Una volta fatto tutto ciò, chiudiamo il modulo “Ciò che tutti usano ma non conoscono tanto bene” con un’altra lettura con la quale cerchiamo di capire cosa significhi “fare un account”. La trovate nel post Non solo luci.

È parecchia roba, stimiamo che occorreranno due settimane, forse più. Nel frattempo non vi tormenteremo con altre proposte ma saremo sempre disponibili a rispondere ad ogni tipo di domanda – in questo blog. Se lo troverete utile potremo organizzare degli incontri online – anche questo lo potrete comunicare attraverso commenti a questo post.