Assignment 8: Open Educational Resources e “contenuti”

Io dico spesso che i contenuti non esistono. Non è un’affermazione provocatoria, lo penso davvero. Penso anche che ragionare in termini di contenuti in materia di apprendimento sia fuorviante e controproducente.

Con le storie del post precedente abbiamo avuto modo di dare giusto una sbirciatina al mondo delle Open Educational Resources (OER), risorse liberamente disponibili che possono essere utili per la formazione. Pensavo poi di scrivere un post che desse un panorama generale delle OER allo stato dell’arte ma sono un paio di giorni che ci giro intorno senza approdare a nulla di buono, perdendomi nella quantità e naufragando su esempi che alla fine mi sembrano sempre insoddisfacenti.
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Assignment 7: Open Educational Resources, iniziamo con qualche storia

Con questo e forse con un eventuale prossimo post vorrei farvi conoscere le Open Educational Resources. Per iniziare vi racconto alcune storie che ho tradotto dall’articolo Students Find free Online Lectures Better Then What They’re Paying For apparso l’11 ottobre scorso in The Chronicle of Higher Education, la più importante pubblicazione dedicata all’università negli Stati Uniti. In queste storie troverete dei riferimenti ad alcuni corsi online e con questa espressione, nel seguito, intenderò corsi online che siano liberamente fruibili da chiunque. Avrei potuto esplicitare i link di tali risorse ma preferisco lasciarveli cercare con Google affinché, cercando, ciascuno di voi possa eventualmente scoprire quel che per lui, ma non necessariamente per altri o per me medesimo, potrebbe essere una perla.

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Insegnamento universitario e tecnologie internet

Ho scritto questo post conseguentemente ad una serie di conversazioni sul ruolo delle tecnologie negli insegnamenti universitari. Dopo una breve premessa sulle sorti dell’università, discuto tre possibili modalità di impiego di servizi web in un insegnamento universitario:

  1. Trasferire le “dispense” in un sito web che sia accessibile solo previa autorizzazione da parte del docente
  2. Trasferire le “dispense” in un sito web che sia liberamente accessibile
  3. Creare una comunità in rete

Buona lettura!

Assignment 5 bis: OER

Io dico spesso che i contenuti non esistono. Non è un’affermazione provocatoria, lo penso davvero. Penso anche che ragionare in termini di contenuti in materia di apprendimento sia fuorviante e controproducente.

Con le storie del post precedente abbiamo avuto modo di dare giusto una sbirciatina al mondo delle Open Educational Resources, risorse liberamente disponibili che possono essere utili per la formazione. Pensavo poi di scrivere un post che desse un panorama generale delle OER allo stato dell’arte ma sono un paio di giorni che ci giro intorno senza approdare a nulla di buono, perdendomi nella quantità e naufragando su esempi che alla fine mi sembrano sempre insoddisfacenti.

Intendiamoci, gli esempi che posso provare a raccogliere sono quelli che mi sono rimasti impressi perché mi sono stati particolarmente utili o addirittura  perché mi hanno entusiasmato. Sono casi nei quali ho sperimentato in modo palpabile il fenomeno dell’apprendimento, un’esperienza tanto profonda quanto comune, nella vita di tutti noi.

Il problema emerge quando immagino di offrire ad altri uno di questi esempi. Non c’è niente di male in questo, anzi, si tratta di raccontare un’esperienza positiva e detta così sembra proprio una cosa buona: “raccontare un’esperienza”.

Un’esperienza, non un contenuto. Supponiamo che io abbia bisogno di una spiegazione di qualcosa che a lezione non ho capito, una cosa qualsiasi, per esempio il concetto di derivata di una funzione. Bene, esiste Internet e esistono le OER. Vado quindi a cercare e trovo dieci spiegazioni diverse della derivata. Ne leggo alcune ma mi lasciano perplesso, poi, a un tratto ne trovo una con la quale inizio a “vedere”, cioè inizia a succedere qualcosa nella mia mente.

È evidente che mi affeziono subito a quella spiegazione ed è probabile che la segnali agli amici e forse  anche a loro piacerà ma non posso essere completamente sicuro di questo. Può essere benissimo che un mio amico che abbia la stessa necessità di capire il concetto di derivata riesca invece a “vederla” con un’altra spiegazione. Ecco dov’è fuorviante il concetto di contenuto.

Parlare di contenuto dà l’illusione di qualcosa che vada bene per tutti, come l’acqua in un bicchiere che disseterà tutti, o quasi, ma mentre io posso bere l’acqua contenuta nel bicchiere senza bermi quest’ultimo io non posso bere la derivata senza buttar giù anche la spiegazione! Derivata e spiegazione sono unite in un intreccio che solo nella mente può esser sciolto e questo non è banale. E così qualsiasi altro concetto non può essere disgiunto dalla presentazione, quale essa sia, verbale, grafica, filmica o altro.

Conoscere la derivata al fine di essere in grado di utilizzarla adeguatamente richiede un processo di negoziazione con il quale una forma mentale viene progressivamente riaggiustata in base agli stimoli esterni, costituiti da spiegazioni, immagini, ricordi, esercizi o altro.

Quando le corrispondenze fra la derivata che si è formata nella mente e gli stimoli esterni superano una certa soglia si inizia a ritenere di averla appresa. In realtà il processo non ha mai termine e in qualsiasi momento, anche dopo lungo tempo,  in mutate circostanze, un concetto apparentemente consolidato può essere riaggiustato, arricchito, illuminato in una prospettiva inusitata, collegato con altri nuovi concetti, inaspettatamente collegato con concetti che fino a quel momento parevano invece del tutto sconnessi.

Per inciso, in questa luce il lifelong learning non è affatto la novità di un futuro determinato da economia e tecnologia, è semplicemente l’atteggiamento naturale di un uomo vivo e curioso, l’atteggiamento di tutti coloro che in passato hanno arricchito significativamente il mondo con la loro visione e la loro opera, sia grandi autori conosciuti universalmente, sia artigiani di ogni epoca e ogni sorta, ivi compresi per esempio un fabbricatore di vasi dell’antichità come un creatore di software per Linux.

Se l’idea comune di contenuto avesse realmente senso, dovrebbe bastare un’unica descrizione della derivata, così come un pezzo di software destinato  ad un certo scopo può immediatamente essere utilizzato da tutti per quello scopo. Invece non c’è una descrizione della derivata, come di qualsiasi altra cosa, che vada bene per tutti.

Anche qui, si potrebbe obiettare, che proprio nel caso delle entità matematiche, la descrizione universale c’è ed è appunto la descrizione che si avvale del linguaggio matematico. Io ritengo che questa obiezione abbia valore limitato perché è vero che il linguaggio matematico è universale – è proprio questa una delle sue prerogative fondamentali – ma è un linguaggio estremamente denso che può essere compreso solo dopo avere acquisito un sostanziale corpo di conoscenza tacita, che è proprio ciò che lo studente acquisisce con più difficoltà; nel caso della matematica  nella maggior parte dei casi non la acquisirà mai.

Quindi, utilizzare una definizione matematicamente rigorosa della derivata – per inciso il limite del rapporto incrementale, come molti di voi ricorderanno – il più delle volte non aiuta affatto a “vedere” in una luce abbastanza chiara questo importante concetto. Invece, una spiegazione che faccia riferimento a prospettive diverse, condotta con molta attenzione alle esperienze pregresse delle persone, può fare una grandissima differenza.

Così ognuno fabbrica la sua derivata che è in parte uguale ma certamente anche diversa da tutte le derivate fabbricate dagli altri, come eguali ma anche tutte diverse sono le foglie di un albero. E “la derivata”, cioè, il contenuto “derivata”, non esiste o, se vogliamo, la sua migliore approssimazione è costituita dall’insieme delle derivate fabbricate dalle menti di tutti gli altri e che sono fra di loro connesse in una miriade di modi, dimodoché la derivata di ognuno se ne sta dinamicamente sospesa fra tante altre di tutte nutrendosi e le altre a sua volta nutrendo.

Così possiamo dire, a maggior ragione, per l’intero mondo che ciascuno di noi va fabbricando nel corso di tutta la sua vita, ancor più fittamente connesso con i mondi da tanti altri fabbricati, nel presente e nel passato.

Torniamo ora alle OER. Immaginavamo dunque di aver trovato dieci spiegazioni diverse della derivata. Dieci è un numero tanto per dire, se ci proviamo per davvero ne troviamo molte di più. A maggior ragione si pone il problema: come mi posso orientare fra queste spiegazioni? Saranno tutte buone? Ce ne sarà qualcuna sbagliata? Come faccio a fidarmi?

Ebbene, io credo che queste siano domande mal poste. Non ci vuole molto per trovare un criterio di orientamento, per esempio posso utilizzare solo spiegazioni date da professori universitari e, se di queste ne trovo più di una, scelgo quella dell’università più famosa, magari in base ad un ranking delle accademie di tutto il mondo.

Un criterio molto facile da applicare ma non è affatto detto che la spiegazione del professore dell’università più accreditata, fra quelle disponibili, sia la migliore per me. Niente impedisce che vi sia da qualche parte del mondo una persona, magari un giovane studente, che riesca a spiegarmi meglio la stessa cosa. Niente impedisce che vi sia un genio matematico, niente impedisce che vi sia un comunicatore eccezionale, niente impedisce anche che una spiegazione imperfetta e formalmente non ineccepibile possa essere invece quella che sblocca la mia mente.

Dire che “niente impedisce” non significa qui voler puntigliosamente non trascurare una pur minima, e quindi forse inutile, possibilità, perché le probabilità qui si calcolano su totali che non si erano mai visti prima. E non è questione di esser stati 3 miliardi cinquant’anni fa ed esser 7 miliardi ora. È che prima di Internet la fetta di mondo concretamente accessibile, in termini di conoscenze personali e di fonti accessibili, era infinitamente più piccola della stessa fetta di mondo che Internet oggi offre a ciascuno di noi.

Per render concreta la cosa, supponiamo di avere un interesse, un hobby o qualcosa del genere, che sia un po’ eccentrico e supponiamo di sentire l’esigenza di discutere e condividere questo interesse con qualcun altro. Potrebbe trattarsi per esempio della scrittura di un software molto complesso e particolare, per esempio un software per la simulazione di una di imaging medico, una TAC. Decisamente particolare, se si pensa come un hobby da praticare la sera dopo cena o i giorni di festa.

Quante persone afflitte dalla stessa mania posso sperare di trovare nella cerchia delle mie conoscenze? Si dice che la quantità di persone con le quali un uomo può relazionarsi si aggiri intorno a 200 persone. Diciamo che, includendo anche relazioni estinte, occasionali e superficiali si arrivi a qualche migliaia, per stare larghi.

Avrò speranza di trovare uno altrettanto matto fra queste migliaia di conoscenze? Forse è ancora difficile. Poniamo che la probabilità sia 1 su 10000, che vuol dire la quasi impossibilità. Orbene, se ci poniamo in Internet dove l’esposizione può essere dell’ordine dei milioni, delle decine di milioni o delle centinaia di milioni, il nostro 1/10000 ci regala un centinaio, un migliaio o una decina di migliaia di matti dello stesso calibro, potenzialmente.

È la magia di Internet: trasformare il quasi impossibile in possibile. Una magia che può cambiare il modo di affrontare tante cose. Per esempio cercare una spiegazione.

La quantità disorienta ma si fa presto ad abituarsi. Più che la quantità offerta da Internet, per esempio la quantità delle OER, è la novella modalità a disorientare, il cambiamento di contesto, di ambiente. Alla quantità ci siamo abituati già tante volte e sempre molto più rapidamente di quanto gli scettici abbiano sempre paventato. I miei nonni, cresciuti in groppa agli asini, hanno visto il primo treno a 20 anni e quando capitavano in una grande città dopo poco sentivano il bisogno di rifugiarsi in una chiesa. Sono morti perfetti cittadini.

Lasciamo quindi i timori a far da tomba agli scettici e, non con lo sguardo vacuo dell’entusiasta stolto bensì con viva e ponderata curiosità, cerchiamo di veder bene l’orizzonte che si apre affacciandosi alla finestra delle OER.

Una OER può essere tante cose. Un intero corso universitario, con dispense in formato pdf, con audio o video delle lezioni del professore, con riferimenti, esercizi e soluzioni, magari laboratori virtuali. Può essere una lezione sulla teoria della relatività generale di un fisico famoso o una lezione su di un argomento molto più elementare, come per esempio la derivata. Una OER può essere una voce enciclopedica, per esempio di Wikipedia. La pagina di un blog su di un certo argomento, per esempio la mia pagina sul valore del contesto, ma anche un post qualsiasi. Potrebbe per esempio essere la descrizione di un argomento fatta da uno studente allo scopo di chiarirsi le idee, come ha fatto Simonetta (IUL) con il suo post sul pensiero di Kant. Oppure il testo redatto da uno studente con l’aiuto di un professore – questa sì che è scuola! – come questo bel capitolo sulla Biochimica degli Ormoni scritto da Lorenzo, uno studente di medicina dell’anno scorso. Può essere una risorsa in un portale tematico, come potrebbe essere WolframAlpha il quale offre le potenzialità di un famoso strumento per il calcolo matematico, Mathematica (provate a scrivere Fibonacci nella casella di ricerca WolframAlpha e poi in Assuming “fibonacci” is a person | Use as a math function instead seguite il link a math function …). Potrebbe anche essere un video che ti spiega come utilizzare l’accessorio per fare occhielli con la macchina da cucire o come fare un certo formaggio o come aggiungere un feed a Google Reader e un’infinità di altre cose.

Malgrado il fatto che mi sia sforzato di menzionare gli esempi più vari sono sicuro che questi danno un’idea assai limitata di ciò che possiamo immaginare come OER; inoltre, considerato anche tutto ciò che ho sin qui detto, sarebbe un controsenso azzardarsi a compilare una sorta di “stato dell’arte”.

Mi limito quindi a segnalare qualche risorsa per la ricerca di materiale esistente.

In ultimo, mi sembra opportuno ricordare che esiste la comunità Open Education Resources in Italy.

Assignment (ovviamente facoltativo)

Concludo con un suggerimento. Molti di voi hanno fatto ricerche trovando cose interessanti che hanno citato nei loro blog. Qualcuno ha anche detto di avere apprezzato la varietà e l’interesse delle risorse ma di non avere trovato ciò che gli sarebbe servito.

Perché non lavoriamo un attimo su questo? Dite ciò che vorreste cercare in questo momento ma che non trovate e vediamo se tutti insieme troviamo qualcosa. Pensate un po’, una persona non trova un ago nel pagliaio, dieci avranno più probabilità, 100 forse lo trovano.

E se poi non si trova nulla, bene, anche questo è un risultato: capire i limiti di uno nuovo strumento è molto utile.


Influenze

Senza alcun dubbio, laddove scrivo di “fabbricar mondi” sono stato influenzato dalla lettura di “Vedere e costruire il mondo” (Laterza, Roma, 2008) di Nelson Goodman.

Una mano me l’ha data anche quel tipaccio sanguigno che è Lorenzo Viani scrivendo che “il pittore che si propone la rappresentazione del vero è sempre nel falso” (“Scritti e pensieri sull’arte”, Mauro Baroni Editore, Viareggio, 1997, p. 95)

Per quanto riguarda il discorso intorno al contenuto, avevo queste idee già prima di leggere Goodman, come ricorderanno bene gli studenti IUL dell’anno scorso, ma certamente ho trovato non poco conforto nella sua idea di “vuotezza della nozione di contenuto puro”.

L’immagine del mondo fabbricato da ognuno e che se ne sta dinamicamente sospeso fra i mondi da altri fabbricati, di tutti nutrendosi e loro medesimi a sua volta nutrendo, deriva dall’avere frequentato l’anno scorso il corso online Connectivism and Connective Knowledge di George Siemens and Stephen Downes. Tale corso, nel quale “studenti liberi” e “studenti per crediti” lavorano insieme attingendo alle stesse risorse, è un altro esempio di OER, ben più di mero contenuto …

Assignment 5: Open Educational Resources, iniziamo con una storia

Sono le 15:02 di domenica 27 dicembre, nel preciso momento in cui sto scrivendo questo paragrafo. Il resto del post l’ho scritto quasi tutto fra ieri e oggi, mi manca poco per finire. Ho appena letto il commento di Simonetta, una studentessa IUL, al post dell’intervista, dove si chiede in che misura il metodo che stiamo sperimentando insieme, cosiddetto della blogoclasse, dipenda dalle caratteristiche individuali dal docente. Non saprei  ma il post che stavo giusto scrivendo rappresenta forse e in parte una risposta indiretta. Vedremo più avanti.

Con i prossimi post vorrei farvi conoscere le Open Educational Resources. Per iniziare vi racconto alcune storie che ho tradotto dall’articolo Students Find free Online Lectures Better Then What They’re Paying For apparso l’11 ottobre scorso in The Chronicle of Higher Education, la più importante pubblicazione dedicata all’università negli Stati Uniti. In queste storie troverete dei riferimenti ad alcuni corsi online e con questa espressione, nel seguito, intenderò corsi online che siano liberamente fruibili da chiunque. Avrei potuto esplicitare i link di tali risorse ma preferisco lasciarveli cercare con Google affinché, cercando, ciascuno di voi possa eventualmente scoprire quel che per lui, ma non necessariamente per altri o per me medesimo, potrebbe essere una perla.

Prima storia

Nicholas Presnell ha due professori di algebra lineare: uno ufficiale e uno virtuale. Il primo è un professore dell’Arizona State University, dove il sig. Presnell è uno studente part-time in ingegneria elettrotecnica. L’altro è un insegnante del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che ha inserito le proprie lezioni di algebra lineare fra i materiali didattici online offerti dal progetto OpenCourseWare del MIT.

In un certo senso, il professore di matematica Gilbert Strang del MIT,  è apparso per primo nella vita di Nicholas Presnell che ne trovò per caso le lezioni video mentre stava cercando di risolvere un problema incontrato nel proprio lavoro di ingegnere elettrotecnico presso la Honeywell Aerospace. Queste lezioni online non servirono solo a risolvere il problema immediato di Nicholas ma si rivelarono anche uno stimolo per iscriversi ad un corso di laurea presso un istituto nelle vicinanze, la Arizona State University. Ora Nicholas, pur seguendo le lezioni di sistemi lineari presso la Arizona University utilizza frequentemente i video del MIT come un ulteriore fonte di studio.

“È come se il MIT fungesse da controllo di qualità dei corsi che sto seguendo”

sostiene Nicholas.

Qui compare, in un contesto molto specifico, una delle conseguenze più importanti di Internet che è una mutata concezione dell’autorevolezza. Abbiamo infatti uno studente universitario che confronta corsi diversi attingendo da questi in funzione di ciò che ciascuno di essi dà. Si tratta di un vero e proprio rovesciamento di paradigma, dove non abbiamo lo studente che si rivolge ad un’istituzione nell’autorevolezza della quale ripone a priori la propria fiducia, bensì abbiamo uno studente consapevole che conduce in prima persona il processo di apprendimento recependo le proposte degli insegnamenti ma svolge nel contempo un ruolo critico, operando eventualmente selezioni e integrazioni. Torneremo su questo concetto.

Seconda storia

Sharon Malaguit racconta che il suo professore di anatomia, nel corso di infermieristica che seguiva presso il San Bernardino Valley College, era diventato un incubo per lei. Il professore spiegava in modo difficile da capire e facilmente partiva per la tangente ma allo stesso tempo era severo e inflessibile.

Fu così che Sharon scoprì un’alternativa nella forma delle lezioni online di Marian C. Diamond, una professoressa di anatomia e neuroscienze presso l’università di California a Berkeley, lezioni che presto divennero la sua ancora di salvezza tutte le volte che si trovava in difficoltà perché non riusciva a tenere il passo delle lezioni presenza.

“Lei era molto più chiara e riusciva a rimanere focalizzata sull’argomento trovando esempi pertinenti con l’oggetto delle lezioni”

racconta Sharon a proposito della professoressa di Berkeley.

Era tornata al college dopo un’interruzione di 18 anni dovuta al fatto che si era dedicata all’educazione dei suoi quattro figli. Inoltre era cresciuta nelle Filippine e perciò l’inglese era la sua seconda lingua. Per queste ragioni, Sharon paventava delle difficoltà e quindi già immaginava di dover cercare qualche forma di aiuto per riprendere ed andare avanti con gli studi.

All’inizio cercò di farsi aiutare da un tutor del campus ma per lei era troppo difficile trovare il tempo per incontrarlo. Successivamente Sharon provò con le lezioni video acquistate dalla Rapid Learning Center, azienda specializzata nella vendita di supporti didattici, ma i 200$ necessari si rivelarono mal spesi perché il livello dei corsi si rivelò essere troppo elementare.

Poi successe che il marito, facendo delle ricerche in YouTube, scoprì le lezioni online che una nota insegnante di Berkeley, la professoressa Diamond, aveva reso liberamente disponibili in Internet. Sharon rimase ammaliata dalla chiarezza delle lezioni del prof.ssa Diamond e si organizzò per seguirle la sera dopo avere messo a letto i bambini. In seguito raccomandò le lezioni a molti compagni di classe e amici.

Sharon, prima di trovare queste lezioni online, era così frustrata che stava per demordere dal proposito di terminare la scuola. Successivamente scrisse un’email alla prof.ssa Diamond per ringraziarla e rimase stupefatta quando un giorno la professoressa la chiamò al telefono per incoraggiarla a continuare gli studi.

“Mi sentivo come una scolaretta ed ero felice e commossa”

racconta Sharon.

Da parte sua, la prof.ssa Diamond, commentando l’episodio, ha spiegò di rispondere a tutti coloro che le scrivono e di ricevere grande gratificazione da questo tipo di riscontri.

Qui compaiono ulteriori elementi interessanti. Il primo è l’enorme vantaggio che le risorse didattiche online asincrone danno a coloro che frequentano un corso universitario contemporaneamente allo svolgimento di un lavoro ed alla conduzione di una famiglia. Evidente il nesso con il tema del lifelong learning. Il secondo fatto degno di nota è la relazione umana significativa che si può stabilire in una forma di insegnamento online, anche se ridotta ad un singolo episodio. L’effetto che può produrre una relazione del genere non dipende infatti necessariamente solo da aspetti quantitativi ma è sostanzialmente un fatto  di qualità. L’entusiasmo e la spinta prodotti da un episodio come quello raccontato da Sharon può letteralmente fare miracoli.

Terza storia

Tradizionalmente nelle high school americane esistono le Advanced Placement classes, corsi facoltativi che gli studenti più intraprendenti possono seguire per avvantaggiarsi per il futuro inserimento all’università. Recentemente sono stati introdotti anche i cosiddetti Independent Study, mediante i quali si possono acquisire crediti validi ai fini del completamento del liceo seguendo dei corsi universitari che si attaglino ai propri interessi.

Ebbene, il giovane Aditya Rajagopalan era uno studente presso la Choate Rosemary Hall (uno liceo) che nell’ambito di un programma di Independent Study stava seguendo un ciclo di lezioni online sulla teoria matematica dei giochi di Benjamin Polak, un professore di economia della Yale University (la teoria matematica dei giochi è molto importante nella scienza dell’economia oggi).

Aditya ogni settimana seguiva una o due lezioni a casa e poi, insieme agli altri studenti del gruppo che aveva aderito al programma di Independent Study presentava in classe quello che aveva imparato discutendo insieme agli altri ed al professore il problemi che aveva incontrato.

Le discussioni erano condotte da un professore di matematica del liceo, Fred Djang, con la collaborazione saltuaria di un professore di economia. Aditja ed un suo compagno dimostrarono interesse per questo soggetto ed avrebbero voluto approfondire per farne il tema principale del corso di matematica ma il professore disse loro che non avrebbe avuto il tempo di ristrutturare il corso in questo modo. Quando tuttavia, il professor Djang ebbe modo di guardare i video delle lezioni si rese conto che questi stessi avrebbero potuto formare la maggior parte di un intero corso.

“Oddio! Quando vidi questi video mi resi conto che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di fare qualcosa di paragonabile …”

disse il prof. Djang

“… questo professore è troppo bravo e l’interesse mostrato dalla classe è palpabile”.

Aditja spiegò anche che vi sono altri professori del liceo che suggeriscono agli studenti di seguire le lezioni disponibili online:

“Per esempio il professore che ci spiega l’algebra lineare e le funzioni a più variabili ci dà il link delle lezioni online del MIT per risolvere eventuali dubbi”.

Successivamente Aditja ebbe anche modo di conoscere personalmente il professor Polak durante una visita organizzata al college di Yale e in quell’occasione emerse che molti altri studenti avevano seguito le lezioni online di Pollak il quale si meravigliò della popolarità delle proprie lezioni.

A parte l’interesse di un approccio nel quale viene istituzionalizzato e considerato l’accesso degli studenti di liceo a delle lezioni universitarie, voglio mettere in luce l’atteggiamento aperto dei professori che riconoscono il valore di altri e, invece di chiudersi e chiudere gli studenti nel proprio recinto, propongono addirittura loro di integrare i propri materiali con quelli degli altri. Questa visione aperta e collegiale è fondamentale e, purtroppo, molto poco diffusa dalle nostre parti. Una volta un mio collega al quale stavo descrivendo le opportunità di un atteggiamento più aperto che si rende oggi possibile grazie alle nuove tecnologie mi disse:

“Ma io sono geloso delle mie cose!”

Ecco, in che misura possono essere “proprie” le cose che insegnamo? Che vuol dire che sono proprie? Su questo è opportuno riflettere. Ci torneremo.

Quarta storia

La maggior parte degli insegnanti utilizzano libri di testo come materiali di studio. Bene, qui si racconta la storia di un professore che assegna la visione delle lezioni di un altro professore.

Per Heather Green-Smith, in procinto di laurearsi presso il Wisconsin Indianhead Technical College, questo suggerimento rappresentò la salvezza.

“Delle volte, tornata casa, avevo le lacrime agli occhi dalla frustrazione perché non venivo a capo dei problemi di programmazione del software”

raccontava Heather.

Furono le lezioni online di Mehram Sahami, professore associato presso la Stanford University, a chiarire le idee a Heather e molto aiutarono l’empatia e il senso dell’humor del professor Sahami. Heather era venuta a conoscenza delle sue lezioni online grazie ad un altro professore del proprio college che aveva chiesto agli studenti di guardarle e di scrivere un compito su di esse.

Heather non era una studentessa convenzionale, trovandosi all’età di 49 anni al primo anno di college. Aveva dovuto compiere questa scelta difficile dopo aver perso il proprio lavoro di tecnico presso un’azienda di produzione di materiali plastici per equipaggiamenti sanitari.

Heather finì col seguire una dozzina di lezioni fra quelle offerte online dalla Stanford University, collegandosi la sera tardi mentre il marito si attardava ai propri lavori di bricolage (costruendo per l’appunto una scrivania alla moglie …). Anche Heather scrisse al proprio “professore virtuale” per mostrare la propria gratitudine.

Non è che l’insegnante ufficiale del corso non le piacesse, anzi, gli riconosceva doti di pazienza e brillantezza. Il fatto è che aveva poca esperienza di insegnamento avendo lavorato vari anni nell’industria: parlava molto veloce e mostrava passione ingegnandosi a mostrare modi diversi di affrontare i problemi; tuttavia dimenticava di attenersi al ritmo di apprendimento degli studenti e di utilizzare un linguaggio a loro famigliare. Gli studenti lo seguivano con grande difficoltà.

Al contrario, il prof. Sahami, procedeva rifacendosi da un punto dove gli studenti lo avrebbero sicuramente capito e preoccupandosi di mostrare che la programmazione del computer “non è poi quella cosa così spaventosa”. Con il suo metodo si formava spontaneamente una comunità grazie al fatto che gli errori più comuni venivano ripresi pazientemente e discussi insieme, cosicché era improbabile che uno studente si trovasse isolato di fronte ad un problema apparentemente insormontabile.

Heather ci teneva anche a specificare che l’insegnante “Parlava in inglese!”, tutta contenta perché in un corso che all’inizio pareva insormontabile aveva finito col prendere un “A”.

Giunti a questo punto, non commento oltre. Preferisco abbandonarvi alle vostre riflessioni e lasciarvi girovagare al di là di queste piccole porticine che vi ho aperto, sperando sì che scopriate qualcosa che vi piaccia ma non da inquietare i vostri famigliari per eccesso di rete-dipendenza!

L’assignment, se vogliamo, consiste nel cercare e, al ritorno dalla ricerca, narrare le proprie impressioni, magari descrivendo qualche
scoperta interessante. Poi ne riparleremo.

Mettere un corso online

Nell’ambito delle mie attività – diciamo – istituzionali mi è stato chiesto di scrivere un breve testo su cosa significhi “mettere un corso online”. Poiché il tema può rientrare fra le considerazioni sulla “scuola che vorrei” lo riporto qui di seguito.

Prima però preciso che sono il primo a sostenere che la scuola che vorrei non passa necessariamente dalla forma online. Ribadisco che internet facilita semplicemente una serie di interventi che sarebbe stato possibile realizzare con strumenti convenzionali.


Il panorama

Per mettere un corso universitario online è inevitabile essere disposti ad affrontare un mutamento delle consuetudini ed è quindi inevitabile prevedere un costo aggiuntivo in termini di impegno personale e, in misura minore, di oneri finanziari. L’operazione può essere finalizzata ad obiettivi diversi implicando impegni molto differenziati sia sul piano quantitativo che sul piano qualitativo. Vale a dire che, per affrontare la transizione, non è solo questione di lavorare di più per un certo periodo di tempo ma può essere necessario affrontare un cambio di mentalità che può essere anche radicale e profondo; ovviamente questa è la parte più difficile del lavoro.

Distinguiamo tre diversi obiettivi in ordine di difficoltà crescente nel senso che andando dal primo al terzo aumenta il peso del cambiamento di prospettiva rispetto al mero impegno temporale aggiuntivo.

  1. Trasferimento delle “dispense” in un sito web che sia accessibile solo previa autorizzazione da parte del docente. In sostanza si tratta di una semplice operazione che concerne il trasferimento dei contenuti su di un altro medium e che lascia sostanzialmente inalterata la struttura degli insegnamenti universitari così come sono concepiti nella grande maggioranza dei casi. L’impegno preminente è costituito dal tempo occorrente per il trasferimento dei contenuti. Al docente è richiesta solo una minima “compliance” per l’adozione e l’impiego del medium diverso.
  2. Trasferimento delle “dispense” in un sito web che sia liberamente accessibile. Tecnicamente si tratta dello stesso processo descritto per il primo obiettivo ma la prospettiva è molto diversa. Il docente deve accettare l’idea che i suoi materiali didattici siano consultabili da chiunque in tutto il mondo. Perseguendo questo obiettivo si aderisce implicitamente al progetto delle Open Educational Resources (OER). In un numero crescente di atenei nel mondo si sta lavorando per la definizione e lo sviluppo di modelli per la libera diffusione del materiale didattico. La prima e più importante iniziativa è stata quella del MIT che nel 1999 si pose il problema dell’opportunità di porre tutti i suoi corsi online, nel 2000 decise che ne valeva la pena e nel 2002 aveva realizzato la prima versione dimostrativa con 50 corsi. Attualmente l’offerta OER del MIT consta di 1800 corsi in 33 discipline accademiche. In una mia pagina web sono elencati alcuni dei principali riferimenti ad iniziative ufficiali ma l’elenco pecca certamente per difetto poiché la tendenza è impetuosa e inarrestabile e il 12 marzo scorso negli Stati Uniti è stata introdotta una proposta di legge sullo sviluppo delle OER (Bill H.R. 1464). Le OER sono pensate in un’ampia varietà di forme ma noi qui ci riferiamo semplicemente ai contenuti liberamente disponibili in rete.
  3. Creazione di una comunità in rete. È in atto ovunque un vivo dibattito su quanto la formazione istituzionale sia in grado di rispondere alle necessità reali della società e stiamo assistendo ad una fioritura di iniziative ed esperimenti volti all’applicazione di metodi di insegnamento che stravolgono il paradigma tradizionale basato su lezioni frontali ed esami. Si tratta di metodi che possono essere molto diversi fra loro in dipendenza del contesto, per dirla brevemente e semplificando molto, in dipendenza dell’età degli studenti, degli obiettivi formativi e delle discipline d’insegnamento. Essi hanno tuttavia in comune il fatto di porre l’enfasi sull’apprendimento autonomo, sull’educazione alla cooperazione, sul problem solving e ridurre invece l’enfasi sulla mera trasmissione di contenti. Potremmo dire che si tratta di tentativi di attuazione del pensiero costruttivistico e, forse, connettivistico, pensiero che sino ad ora è largamente ignorato in quasi tutti gli aspetti della formazione. Un esempio è costituito dagli insegnamenti di informatica nei Corsi di Laurea della Facoltà di Medicina, di Tecnologie di Comunicazione online nel Corso di Laurea in Teorie della Comunicazione e di Editing Multimediale presso la Italian University Line (sono disponibili una sintesi in inglese, pdf,  e una versione estesa in italiano). Un’esperienza maturata lavorando con circa 5000 studenti nell’arco di otto anni.

Un punto di partenza

Per una proposta realistica penso che ci si debba limitare al primo obiettivo.

In queste brevi note faccio una proposta concreta seguita da alcuni commenti sulle obiezioni che mi vengono usualmente rivolte.

L’obiettivo è quindi quello di mettere online i contenuti utilizzando un sito web il cui accesso sia subordinato al possesso di un nome di login ed una password.

Preciso subito che con il termine contenuti intendo delle dispense redatte dal docente e non una presentazione, cioè un insieme di diapositive powerpoint.

Ebbene, il medium più idoneo per offrire, mantenere e migliorare dei contenuti è quello costituito da un wiki. Il wiki non è altro che un sito web che può essere redatto ed aggiornato da più autori.

La chiave del successo dei wiki sta nel fatto che è estremamente facile creare contenuti e che non è necessaria alcuna competenza particolare per farlo. A dire il vero questa è la chiave per capire il successo di tutti i fenomeni connessi in qualche maniera con il mondo del social networking. Un successo bastato sostanzialmente su di un processo di disintermediazione che ha consentito a larghissime fasce di popolazione di accedere a svariate forme di espressione e comunicazione.

I wiki hanno trovato innumerevoli applicazioni in ogni forma di organizzazione quali aziende, scuole e università. I wiki dedicati alla formazione, i cosiddetti “educational wikis”, si contano oggi in termini di milioni.

Un wiki può essere creato in pochi secondi su uno degli appositi servizi web. Imparare a inserire contenuti è questione di pochi minuti. La libertà di creare pagine collegate fra loro in vario modo è pressocché totale.

È molto facile fare in modo che gli studenti che si desidera accedano al sistema debbano richiedere un’autorizzazione, dopodiché potranno accedere con il proprio nome di login e password.

I wiki mantengono la storia dettagliata delle modifiche ed è sempre possibile tornare ad una delle versioni precedenti. Questa è una caratteristica molto utile quando vi siano diverse persone autorizzate a redigere ed aggiornare le pagine.

Si può sempre fare un backup completo di tutto il contenuto di un wiki.

I web service più famosi offrono wiki completamente funzionali a costo zero. Con una spesa dell’ordine di decine o poche centinaia di euro l’anno si possono avere funzionalità che possono tornare utili per un wiki molto grande e per disporre di un controllo completo sugli account degli studenti.

Elenco qui di seguito alcune delle obiezioni tipiche.

  1. Non ho le competenze necessarie per fare un sito web. Credo che questo sia un alibi insostenibile. Il successo dei wiki, dei blog e di tanti strumenti di social network deriva in buona parte dalla grande facilità d’uso. Se vi fossero problemi di competenze non si sarebbe potuto verificare il coinvolgimento di centinaia di milioni di persone nell’arco di un decennio.
  2. Non ho tempo. Ricordo di avere studiato, fra il 1974 e il 1978, su dispense manoscritte e disegnate che potevano essere composte da svariate centinaia di pagine. Credo che sia normale per un professore trovare il tempo per lavorare sul materiale didattico per i suoi studenti. C’è poi da considerare che per certi tipi di lavori è possibile coinvolgere gli studenti. Il coinvolgimento degli studenti per lo sviluppo e l’aggiornamento del materiale didattico è un ottimo modo per bilanciare una pratica didattica che è esageratamente orientata verso lo studio teorico. I wiki sono perfetti per questo tipo di attività. I miei studenti nel corso del tempo hanno fatto un gran lavoro nella redazione delle dispense del mio wiki.
  3. I miei contenuti contengono parti di autori terzi che sono coperte da copyright. Negli Stati Uniti la legislazione sul copyright prevede il principio del fair use con il quale si consente l’impiego senza autorizzazione da parte dell’autore di un’opera altrimenti protetta da copyright nei casi in cui questo comporti la promozione “del progresso della scienza e delle arti utili”. Un caso tipico è proprio quello di un professore che utilizzi un’opera per l’insegnamento ai suoi studenti. In Europa e in particolare in Italia esistono strumenti legislativi analoghi ma in un primo momento sono stati applicati in modo molto più restrittivo. Per quanto riguarda la nostra legislazione si tratta dell’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, ove si dispone che il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera. Con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 è stata introdotta l’espressione di comunicazione al pubblico, per cui il diritto non è esercitabile solo per i vecchi mass media, ma anche per i nuovi come da ultimo il web. Pare quindi che l’articolo 70 della Legge sul diritto d’autore vada interpretato in senso molto simile al fair use statunitense e quindi non si vede perché un professore non possa avvalersene nel proprio insegnamento.
  4. Perché devo usare un web service invece di un server di ateneo? I web service sono gestiti da aziende che vivono di tali attività e dispongono di infrastrutture e competenze che sono allo stato dell’arte e con livelli di affidabilità con i quali il servizio tecnico di un ateneo italiano, spesso gestito in condizioni asfittiche e sub-ottimali, non potrebbe mai competere. Le aziende che gestiscono i web service hanno infatti la necessità di garantire il servizio a milioni di utenti. Da quando mi sono affidato completamente ai web service ho cessato di avere problemi tecnici.
  5. Se ogni docente si costruisce il proprio sito viene meno l’omogeneità nell’offerta dei contenuti. Uno dei messaggi che si ricevono oggi dai grandi fenomeni del web è che le persone sono interessate a ciò che può risolvere loro un problema e non alla forma con la quale le informazioni vengono presentate loro. Il web pullula di pagine bellissime e formalmente ineccepibili che sono assolutamente inutili; nel linguaggio del web questo significa che non le usa nessuno. La maggior parte degli strumenti di grande successo si presentano in maniera spesso molto semplice se non dimessa ma offrono semplicemente qualcosa che serve molto a tante persone. Dobbiamo inoltre tener conto che le attuali generazioni di studenti hanno una grande dimestichezza con il web e sono completamente indifferenti alla presunta ufficialità di ciò che viene loro offerto. Se invece durante la prima lezione apprendono che in un certo sito web si trova ciò che serve concretamente per l’insegnamento si può essere certi che lo useranno. Credo che la qualità si faccia con i fatti e non con la cura dell’immagine.

On help again …

First of all, thanks to the students who put some translations in the feedback page.

I appreciated what Caterina said

La traduzione è qui, se qualcuno vuol correggere è il benvenuto

because she caught the true idea of wiki cooperation.

Therefore, try to improve the text as a collective work: you are supposed to correct errors or improve syntax also in text written by others. If an original author finds that a correction damages what she or he intended to communicate, a constructive discussion can be started.

It is interesting to remark that the idea of scrittura collettiva is not quite a new one. In the sixties Don Milani let work together its kids with pieces of paper and pencil (doc) …

Ragazzi, c’è qualcuno che mi può dare una mano?

Nel post precedente ho spiegato che lo scoglio principale nel connettere la blogoclasse al corso Connectivism and Connective Knowledge sarà linquistico: come rendere trasparente la blogoclasse al resto del mondo che non parla italiano.

Un’idea per mitigare il problema può essere quella di anticipare la connessione mediante alcuni post che siano visibili ai facilitatori del corso.

Ebbene, c’è qualcuno di voi studenti, oramai veterani della blogoclasse, che può aiutarmi scrivendo nel proprio blog un post con una versione in inglese delle opinioni sul corso?

È da pazzi ma mi iscrivo ad un altro corso

Per il prossimo anno accademico ho già un programma di lavoro che rasenta la follia e allora io mi iscrivo ad un altro corso online, la miglior difesa è l’attacco.

Ho deciso di partecipare al corso Connectivism and Connective Knowledge , tenuto, o meglio, cofacilitato da George Siemens a Stephen Downes.

L’anno scorso, autunno 07 primavera 08

L’anno scorso ho agito nello stesso modo ed ha funzionato, c’è un limite? Vediamo.

Nella situazione che ormai ho descritto più volte, nel semestre autunno 2007 ho partecipato come studente al corso sulle Open Educational Resources tenuto da David Wiley. In ottobre, nella duplice veste di studente e insegnante, ho così affrontato la solita valanga di studenti. Ne è venuta fuori una grande esperienza come emerge dalle opinioni degli studenti. Ancora più entusiasmante è stato il coinvolgimento con persone impegnate in campi in diversi ma con la stessa passione per l’apprendimento. Fra i frutti di questa collaborazione un articolo, pubblicato recentemente sulla rivista Je-LKS (riprendo dall’amico Antonio).

Caos, entusiasmo, molta fatica, grande risposta dei giovani e per la prima volta in vita mia ho dato voti con la sensazione di avere fatto qualcosa di sensato, la sensazione, ripeto.

Quest’anno, autunno 08 primavera 09

Stessi studenti dell’anno precedente fra I e II semestre, forse qualche altro corso di laurea, Il tentativo di creare una blogoclasse intorno al congresso di una società scientifica. Questo potrebbe significare intrattenere circa 1500 persone nel giro di circa 9 mesi.

Cercherò qualche forma di aiuto, certo, sia con il metodo del bando strano, grazie al quale ho trovato deliziosi amici e collaboratori formidabili, sia per vie più istituzionali, pur avendo in queste molta meno fiducia.

Soprattutto ho intenzione di reagire utilizzando queste attività come una sorta di laboratorio per il corso sul connettivismo, molto più di quanto abbia fatto l’anno precedente.

È un bel po’ che mi arrovello su questo denso futuro e mi pare di avere infine trovato l’ispirazione in un brano tratto proprio dal blog del corso medesimo

More is different. Online classrooms, large open courses, ease of access, and abundance of information all suggest that something is different when scale and complexity change. A course with 250 learners is not simply a course with 10 x’s the learners of one with 25. It is something entirely different. I’m reflecting on this reality as we gear up for this connectivism course. I have no idea where we will end up in terms of participants; we are approaching 800 who have signed up for updates, but that certainly doesn’t mean they’ll all be active participants. As we are still about two months away from course start, I imagine numbers will continue to increase.

Esattamente ciò che ho sperimentato con la mia blogoclasse quest’anno.

Il corso nel quale intendo giocare il ruolo di studente rappresenta quindi anch’esso una realtà cospicua. In realtà siamo studenti anche quando insegnamo perché contesti e metodi sono nuovi, la novità principale essendo in questo caso costituita dalla ricchezza che deriva dalla numerosità. Una ricchezza che dobbiamo imparare a mettere a frutto.

Questo non è un progetto bensì un tentativo. Non credo più nei progetti, ho partecipato a tanti progetti, ne ho immaginati alcuni, ne ho coordinati altri. Credo invece nei tentativi che si rendono possibili quando un certo numero di circostanze hanno luogo. Una visione ingenua se vogliamo ma sono stanco di vedere professionisti non ingenui che ricavano topolini da grandi e costosi progetti.

Il tentativo, come tutti i tentativi del mondo può fallire. Mi interessa il tentativo in se e non le sue conseguenze sulla mia professione, se mai ne ho una. Fra le possibili cause del fallimento ve n’è una che mi preoccupa abbastanza: la lingua.

Checché la patetica dirigenza del nostro paese sbraiti attraverso i media, viviamo in un ghetto culturale.

  1. L’inglese per noi è un ostacolo. Quando ai miei studenti richiedo di fare un compito che implica una minima conoscenza dell’inglese, come per esempio nell’esecuzione di ricerche bibliografiche, una buona maggioranza di loro lamenta l’impaccio della lingua. Inoltre, a parte la mole del lavoro che mi propongo di svolgere, anche se con l’inglese mi arrangio, come la stragrande maggioranza degli italiani si ritrova a fare, non posseggo comunque la padronanza necessaria a tradurre in tempi utili le parti essenziali di ciò che che verrà detto e scritto in modo da rendere le blogoclassi effettivamente trasparenti per il resto del mondo.
  2. Una esperienza didattica del genere avrebbe un valore molto superiore se vissuta e condivisa in un ambito internazionale. Rimanere confinati nel nostro paese è soffocante, per una serie di motivi abbastanza ovvi e che non sto ora a discutere.

Tronco quindi questo post chiedendo: c’è qualcuno che ha una buona idea in proposito?

Due parole su twitter

Grazie alla diavolessina di Potenza, catepol, mi ritrovo in Twitter. Una vera e propria diavolessina del WEB 2.0. Ogni pochino è lì a tesser le lodi di qualche nuova diavoleria e ci riesce bene … i curiosi come il sottoscritto vengono inesorabilmente accalappiati 🙂

E pensare che detesto ogni tipo di chat perché le trovo insopportabilmente intrusive. Ok, Twitter è diverso ma a prima vista sembra orribilmente intrusivo, una montagna di ciance che ti sommerge. Ci ho comunque provato dopo avere letto un recente post di catepol. Ci sono cascato subito. Complimenti!

La cosa più interessante che mi sta offrendo Twitter è la possibilità di seguire da vicino alcuni dei compagni di classe del corso OpenEd. Questo è molto piacevole perché durante i tre o quattro mesi del corso si era creata una notevole atmosfera della quale poi ho sofferto la mancanza. Tramite Twitter ho la sensazione di averla in parte recuperata. Non solo, succede che si raggiungono altre persone che non hanno partecipato al corso OpenEd ma che sono interessate all’argomento.

È notevole la quantità di notizie utili che si ricevono. Per esempio è da questa comunità che ho saputo dell’esistenza di un dibattito intorno al social networking sull’Economist oppure della disponibilità dei primi XO, i computer sviluppati nel progetto One Laptop Per Children, in Canada.

La questione cruciale è: come si fa ad aumentare la quantità di notizie utili affinché il costo di dover seguire un’ennesima fonte valga la pena d’esser speso? Incrementando il numero di persone da seguire, ovviamente, almeno fino al limite oltre il quale uno non ce la fa più. Numero che può essere diverso per ognuno di noi ma che dipende anche dalle persone che si seguono.

Qui ho una perplessità, quando Twitter viene usato come conversazione continua, come dice catepol alla fine del decalogo nel suo post. Se una persona pone molti messaggi su fatterelli spiccioli succede che la massa si diluisce e il rapporto beneficio-costo summenzionato cala. Parlare della vita spicciola può essere simpatico ma dipende dalle persone a cui ci si rivolge.
Secondo me si può usare per due tipi di comunicazione diversi:

  1. Affettivo: cicaleccio che ha senso entro una cerchia ristretta di amici più o meno intimi, un modo per sentirsi vicini
  2. Generalista: diffusione di notizie che hanno probabilità di essere di interesse generale, un modo per informare

Credo che il primo tipo di comunicazione andrebbe svolto in forma privata perché sennò può succedere di abbuiare qualcuno che dà ogni tanto delle notizie interessanti ma che, generando troppo flusso privato, rischia di offuscare gli altri. Mi pare però di avere capito che in Twitter si può lavorare o in modo pubblico oppure privato. Quindi bisogna decidersi … o magari fare due account … o mi sta sfuggendo qualcosa?