La colonizzazione di Internet

Logo dell'associazione La Quadrature du Net che lavora pr la difesa dei diritti e della libertà dei cittadini in Internet. Il logo raffigura la lettera pi-greco inscritta in un cerchio.Non-italian readers, try the English Google translation, please.


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La Quadrature du Net è una di molte associazioni che lavora per la difesa dei diritti e della della libertà dei cittadini in Internet. In questo post cerco di spiegare cosa questo significhi a chi ne sa poco o niente.

Probabilmente io non ci riuscirò, ma sarebbe invece importante, perché paradossalmente oggi, nella società dell’informazione (che ancora non è la società della conoscenza, purtroppo), l’opinione comune è sorprendentemente stereotipata. Questo crea barriere che non facilitano la comprensione dei fenomeni nuovi.

Un’altra barriera importante è quella linguistica, particolarmente in un paese come l’Italia, nel quale le persone che sono in grado di comunicare in inglese sono troppo poche, rispetto agli standard internazionali.

Se scrivo in italiano perdo lettori stranieri. Se scrivo in inglese perdo quelli italiani. La scrittura di tutti i post di un blog in due lingue è defatigante.

Allora proviamo a fare un  esperimento, con il quale scrivo in italiano ma penso anche in inglese e, allo stesso tempo, chiedo l’opinione di Google Translator, con l’obiettivo della chiarezza nelle due lingue. Può essere che perda eleganza in ambedue le lingue. Non importa, non ho particolari ambizioni letterarie o accademiche, ma solo il desiderio di scrivere chiaramente per il maggior numero di persone possibile.

Con le colonizzazioni, le nazioni potenti invadono, rubano, annettono, sfruttano.  Siamo abituati a immaginare le colonizzazioni in un teatro geografico. I colonizzatori controllano le risorse minerarie, le risorse agricole e le risorse umane. I forti si arricchiscono e i deboli perdono la libertà.

In seguito all’esplosione tecnologica ora abbiamo un nuovo tipo di colonizzazione: i colonizzatori sono gli attori economicamente forti, il territorio è l’infrastruttura di internet, le risorse sono le informazioni, i colonizzati sono gli abitanti del cyberspazio. La gente popola il cyberspazio perchè lì l’informazione è libera.

Internet è una infrastruttura composta da fili conduttori, fibre ottiche, canali radio e computer che presto raggiungerà ogni luogo della terra. La velocità di comunicazione ha permesso l’emergenza di innumerevoli servizi.

Ricerca di informazioni, prenotazione di viaggi, online banking sono solo alcuni esempi di servizi che centinaia di milioni di persone usano normalmente, oggigiorno. Questo è quello che significa “andare in internet”. Niente di più.

Ma non ci sono solo servizi, ci sono anche innumerevoli comunità di persone che hanno obiettivi comuni, condividono strumenti e risorse, cooperano; comunità che generano un coinvolgimento emozionale.

Queste comunità creano la sensazione di abitare un luogo e questo luogo è il cyberspazio. Questa percezione è vivida nella famosa Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio, scritta da John Perry Barlow come reazione alle restrizioni imposte dal Telecomunication Act del 1996.

La Dichiarazione di Barlow iniziava così (qui c’è anche la motivazione di Barlow)

Governi del Mondo, stanchi giganti di carne e di acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova dimora della Mente. A nome del futuro, chiedo a voi, esseri del passato, di lasciarci soli. Non siete graditi fra di noi. Non avete alcuna sovranità sui luoghi dove ci incontriamo.

Originale: Governments of the Industrial World, you weary giants of flesh and steel, I come from Cyberspace, the new home of Mind. On behalf of the future, I ask you of the past to leave us alone. You are not welcome among us. You have no sovereignty where we gather.

e finiva così

Noi creeremo nel Cyberspazio una civiltà della Mente. Possa essa essere più umana e giusta di quel mondo che i vostri governi hanno costruito finora.

Originale: We will create a civilization of the Mind in Cyberspace. May it be more humane and fair than the world your governments have made before.

La Dichiarazione d’indipendenza è rivolta ai governi. Essa contiene solo un riferimento alle industrie dell’informazione che vogliono leggi che consentano loro di controllare l’informazione. Quindi, industrie che chiedono ai governi  nuove leggi per regolamentare Internet.

Ma tutto sommato, negli ultimi  10 anni gli interventi dei governi sono stati pochi e goffamente brutali. La ragione sta nella difficoltà delle amministrazioni pubbliche a capire i tempi e ad agire tempestivamente e appropriatamente, come anche nella difficoltà a regolamentare il cyberspazio con strumenti concepiti per regolamentare la vita nello spazio fisico.

Tuttavia, oggi la libertà in Internet è gravemente minacciata, nonostante che i governi abbiano agito relativamente poco. Dunque, chi è il misterioso invasore di Internet?

Un vero e proprio cavallo di Troia sotto forma di una quantità di servizi web brillanti e innovativi, ivi inclusi tutti i social network. Una moltitudine di corporations high-tech offre brillanti servizi che in molti casi attraggono centinaia di milioni di utenti.

La maggior parte di questi servizi richiede un’iscrizione con la quale la gente specifica la propria identità. Quando usiamo un servizio web, noi produciamo informazione, in parte dichiarandola esplicitamente, in parte generandola mediante i nostri comportamenti. Inoltre, i servizi web controllano le informazioni scambiate fra interno e esterno. Per esempio, molti social network consentono di accedere al resto di Internet ma non viceversa, a meno di non essere iscritti.

Questi sono solo due esempi di regolamentazione. Possiamo dire che in quindici anni le corporation hanno prodotto uno spesso strato di regolamentazione che serve a gestire la comunicazione in Internet e che non esisteva ancora ai tempi della Dichiarazione d’indipendenza.

Il fatto che le aziende producano gli strumenti che servono alla loro attività, non può essere considerato negativo. Tuttavia, gli enormi volumi di clienti raccolti dai servizi web produce dei veri e propri territori protetti.

Quindi, siamo in una  situazione per cui, gli strumenti di controllo che i governi avrebbero desiderato ma che non potevano produrre, sono stati invece fabbricati dal libero mercato.

Arrivati a questo punto, i governi dispongono di varie opzioni per influenzare la regolamentazione del cyberspazio. Il libro “Code version 2.0”, scritto da Lawrence Lessig, offre un’analisi approfondita di questo argomento.

Il fatto importante, anche in questo caso, non è la regolamentazione in se, ma il tipo di regolamentazione. Più precisamente i principi fondamentali da salvaguardare per mezzo della regolamentazione.

Vale a dire che, ove possibile, la regolamentazione dovrebbe sfavorire il crimine ma salvaguardando i principi di libertà di espressione stabiliti dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo ed anche dalle costituzioni dei paesi occidentali.

Non si può assumere che sia il mondo del business a provvedere a questa fondamentale necessità. È ovvio che questo è compito dei governi. Qui compare l’argomento fondamentale di Lessig: le leggi che sono scritte per regolamentare la vita nella realtà fisica, si rivelano insufficienti nel cyberspazio, dove la regolamentazione si attua principalmente attraverso il modo con cui esso è costruito, vale a dire attraverso il “codice”.

Occorre dire che il vocabolo “codice” è usato qui nella suo significato tecnologico, vale a dire di codice software: il cyberspazio è regolamentato attraverso il software (il codice) che lo fa funzionare.

Le corporation hanno sviluppato il know how per creare la regolamentazione necessaria a realizzare il loro business. Questo è come dire che le corporation stanno scrivendo le leggi del cyberspazio. Questo è quello che vogliamo?

La necessità di un approccio più etico all’economia e alla finanza internazionale è oggi ampiamente condiviso. Per esempio Don Tapscott e Anthony Williams danno grande rilievo a quella che chiamano “integrity” nell’economia del futuro, nella loro Macrowikinomics.

Sarebbe tuttavia ingenuo affidarsi completamente al mercato per sviluppare la regolamentazione del cyberspazio. Questo è un compito che dovrebbero assumersi i governi ma, fino ad ora, due presupposti fondamentali sono mancati. Il primo è la capacità di cooperare con persone competenti su questioni tecnologiche. È una sorta di gap culturale difficile da colmare in tempi brevi. Il secondo e più grave problema è la volontà politica.

Il problema della volontà politica dipende molto dalla prevalenza del pensiero neoliberista, che ha avuto luogo negli ultimi decenni. Oggigiorno, il potere delle multinazionali è molto forte e, attraverso un lavoro di lobbying pervasivo, è in grado di influenzare significativamente l’opera dei governi.

Di conseguenza, le amministrazioni pubbliche dei paesi democratici, desiderano limitare lo sconfinamento della criminalità nel cyberspazio, ma sono sostanzialmente prive di strumenti tecnici adeguati. Inoltre, sono sottoposte alla pressione delle lobby delle corporation, e così finiscono per adeguarsi agli interessi di quest’ultime. I paesi non democratici, più semplicemente, impongono alle aziende di Internet misure di censura mediante i sistemi di regolamentazione di cui esse dispongono.

Attualmente la situazione è convulsa e ingenti forze si stanno affrontando nella scena internazionale. Questi sono i principali interessi in gioco:

  • La necessità di impedire l’uso di Internet a fini criminali.
  • La necessità di far rispettare le leggi sui diritti d’autore.
  • La volontà delle corporations di massimizzare i profitti.
  • La volontà dei governi non democratici che vogliono poter censurare Internet.
  • La volontà nascosta (vedi l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti di Wikileaks) dei governi democratici che vogliono poter censurare Internet.
  • La necessità di salvaguardare la libertà di espressione.
  • La necessità di salvaguardare la privacy.

Queste tensioni si stanno esprimendo attraverso le vicende di ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), un accordo plurilaterale per la tutela dei diritti d’autore e per contrastare la contraffazione delle merci.

Le attività intorno ad ACTA sono iniziate nella primavera 2008 e attualmente esse coinvolgono Australia, Canada, Unione Europea, Giappone, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Korea del Sud, Singapore, Svizzera e Stati Uniti.

Il percorso di ACTA è controverso e vede principalmente l’opposizione di due blocchi: gli interessi di parte che favoriscono misure restrittive sulla flusso delle informazioni, e parti della società civile che temono la riduzione della libertà di espressione e la perdita della privacy.

La critica principale che è stata volta ad ACTA è la clandestinità con la quale le trattative sono state condotte sino ad ora. Il 10 marzo 2010, il Parlamento Europeo ha approvato (633 voti favorevoli, 13 contrari, 16 astenuti) una richiesta formale di maggiore trasparenza sulle trattative.

Successivamente, il 15 novembre, il Parlamento Europeo ha poi espresso un voto positivo sull’ultima revisione del testo ma la partita non è chiusa. Varie associazioni civili sono attive per impedire l’approvazione del documento ACTA nella forma presente.

I rischi principali consistono nella riduzione della libertà di espressione e nell’indebolimento della privacy, che deriverebbero da provvedimenti che bypassano l’autorità giudiziaria.

In questo modo, si crea un chiaro sbilanciamento a favore degli interessi delle corporations e a sfavore degli abitanti del cyberspazio; vale a dire una forma di colonizzazione nella quale i colonizzatori sono gli attori economicamente forti, mentre i colonizzati sono gli abitanti del cyberspazio.

Nella veste di colonizzati, questo scenario è decisamente sconfortante, ma non bisogna dimenticare che esistono ancora ampi spazi di manovra. Il punto è agire, e ci sono molte possibilità per contribuire.

Non faccio qui l’elenco delle possibilità, ma cito alcune delle associazioni che, su questi temi, attualmente sono più attive in Internet.

La Foundation for a Free Information Infrastructure (FFII) ed il suo blog.

La Electronic Frontier Foundation (EFF). Questa la pagina dedicata ai problemi di ACTA. Per inciso, fra i co-fondatori della EFF, c’è anche John Perry Barlow, l’autore della Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio.

Il Movimento ScambioEtico (in italiano).

I Partiti Pirata di oltre 40 paesi, ora facenti capo a Pirate Parties International. Il primo di questi partiti è stato quello svedese, nato il primo gennaio 2006, che attualmente ha due rappresentati nel Parlamento Europeo.

L’aggettivo “pirata” disorienta probabilmente molti. Per chi volesse chiarirsi sulle motivazioni fondamentali di questi movimenti, suggerisco di leggere il programma del Partito Pirata Italiano
o la dichiarazione dei principi del Piratpartiet svedese.

La Quadrature du Net (LQDN). Una associazione che cerca di esercitare pressione sul Parlamento Europeo. La gente della Quadrature ha pubblicato una ottima pagina riassuntiva sui problemi di ACTA (è in formato pdf, la tradurrò presto in italiano).

Infine, alcuni accademici europei, esperti in materia di diritto di autore, hanno scritto una lettera dove hanno descritto i punti nei quali il documento ACTA contrasta con la legislazione europea e con quella dei singoli paesi.
Chiunque può firmare questo documento entro il 7 febbraio 2011, dopodiché verrà inviato al Parlamento Europeo ed altre istituzioni.

Inutile dire che io ho firmato questa lettera.

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