La questione fondamentale posta da Wikileaks

La questione sollevata dalla pubblicazione in Internet di ingenti quantità di documenti riservati da parte di Wikileaks ha sollevato una questione cruciale, che supera in importanza tutte le altre pur gravi faccende che sono sul tappeto in varie parti del mondo, ivi compresa l’impasse nella quale si trova l’amministrazione politica del nostro paese.

La questione attiene alla libertà espressione, sancita nell’articolo n. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani:

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Il problema della trasparenza e dell’eticità del comportamento delle istituzioni e delle grandi organizzazioni è un tema che molti osservatori ritengono oggi critico per la sopravvivenza dell’intero sistema economico e per la stabilità politica nel pianeta.

La prima ondata di documenti rilasciati da Wikileaks ha travolto in primo luogo la diplomazia americana ma è veramente miope ritenere che sia un problema che concerne esclusivamente gli Stati Uniti, per due motivi: in primo luogo perché stanno comparendo e compariranno documenti provenienti da molte altre origini e in secondo luogo perché in materia di strategia politica, di economia, di innovazione culturale e tecnologica, i problemi degli Stati Uniti sono anche i problemi del mondo, volenti e nolenti.

Per iniziare ad approfondire la questione, mi rifaccio ad un post molto interessante scritto da un giovane studioso, Aaron Bady, un africanista che sta completando il PhD in letteratura presso la University of California a Berkeley e che tiene un blog molto seguito, zunguzungu.

Ho tradotto questo post che pone la questione di Wikileaks nei termini corretti, molto meglio di quanto avrei saputo fare io.

Aggiungo solo che, anche se questo testo è scritto da un cittadino americano che si riferisce al governo del proprio paese, il contenuto è assolutamente generale ed ha valore a prescindere dal paese nel quale ci si trovi.

Qui c’è qualcosa di importante

(There Is Something To See Here)

Julian Assange non è così importante. Non dategli il Premio Nobel. Non lo demonizzate. Non solidarizzate con qualcuno che potrebbe essere un violentatore seriale ma che potrebbe anche non esserlo. Non chiedete la condanna di qualcuno che per il momento è stato solamente accusato di un crimine, e che deve essere ritenuto innocente fino all’eventuale riconoscimento della sua responsabilità. Chiedete piuttosto che sia trattato con giustizia, senza presurmerne innocenza o colpevolezza, a meno che non siate una delle uniche tre persone che conoscono la verità. Non cadete nella trappola di collegare strettamente la sua eventuale condanna con le rilevanti questioni che Wikileaks ha portato alla luce. Non rendete Assange più importante di quello che è.

Wikileaks è solo una parte di un contesto molto più ampio e importante. Siamo stati informati, in modo circostanziato e con ampiezza di dettagli, sulla condotta dello stato americano, abbiamo avuto la prova che molti dei segreti dei dipartimenti di stato sono semplicemente un mezzo per nascondere comportamenti lesivi della democrazia e che i nostri corpi diplomatici, nel nostro nome, compiono segretamente azioni orribili. Sapevamo già molto di tutto questo, ma ora sappiamo ancora di più, e si tratta di fatti assolutamente e definitivamente deprecabili. Julian Assange è un uomo brillante che ha intrapreso azioni coraggiose in nome di una buona causa – e noi gli dobbiamo gratitudine per questo dono. Grazie, Wikileaks. Ma questo è tutto quello che ti dobbiamo.

Voglio precisare, nel modo più chiaro possibile che è proprio perché Assange e Wikileaks sono relativamente poco importanti, in paragone alla sconcertante  anti-democraticità dello stato autoritario nel quale vivamo, che i media ne hanno fatto una superstar ed hanno cercato di ridurre tutto alla specificità di Wikileaks e di un uomo eccentrico e fuori del comune, anziché focalizzare l’attenzione sull’azione del governo degli Stati Uniti. Tanto più ci concentriamo su Assange – ed anche io ho contribuito, motivo per cui sto scrivendo questo post – quanto più storniamo l’attenzione dal vero problema, che riguarda la sostanza dei fatti rivelati da Wikileaks.

Il fatto che così tante persone che hanno espresso giudizi morali a favore o meno su Wikileaks e Assange non sembrino preoccupate di possedere una conoscenza piuttosto approssimativa dei dettagli della vicenda, ci dice molto di come lavorino i media, in sostanza. È difficile fidarsi di tanti esperti che già nel il primo giorno, e quindi molto prima che anche solo una minima parte dei cablogrammi fosse rilasciata, e molto prima di averne potuto leggere con attenzione un numero significativo, si siano affrettati a dire che in fin dei conti le fughe di notizie non dicevano niente di nuovo. Così dicendo si sono sbagliati, dando l’impressione di non sapere di cosa stessero parlando. E anche ora che sono trascorsi diversi giorni, ci siamo potuti fare solo un’idea del contenuto cablogrammi che rimangono ancora una piccola parte, aggirandosi intorno ad 1/250 del totale.

Ma è proprio per questo che qui dobbiamo mantenere il senso delle proporzioni. Julian Assange e Wikileaks non sono così importanti a fronte della questione di maggior respiro che proprio loro hanno sollevato: la “progressiva” sostanziale antipatia che il nostro governo nutre per la democrazia, per i diritti umani e per la giustizia internazionale. Wikileaks ha fatto veramente molto per portare alla luce il comportamento del nostro governo, ma come Glenn Greenwald ha giustamente puntualizzato, l’effetto di gran lunga più eclatante della fuga di notizie non sta tanto nel contenuto dei messaggi quanto nella reazione del nostro governo ad essi. Abbiamo potuto constatare un atteggiamento trasversalmente all’apparato governativo, per cui anche politici “democratici” come Joseph Lieberman, se ne infischiano sia del processo equo che delle leggi sui diritti, in nome della necessità di poter tenere segreta al popolo americano qualsivoglia questione, ove ciò risulti opportuno. E abbiamo potuto constatare come chiunque sia “contro” gli Stati Uniti, in qualsiasi maniera, possa essere ritenuto meritevole di morte, in barba alla legge.

Io sono grato a Wikileaks per quello che ha fatto, e penso che i benefici delle sue rivelazioni sovracompensino enormemente qualsiasi effetto collaterale che queste possano eventualmente avere causato. È molto significativo che non si veda ancora alcuna credibile evidenza di un qualsiasi effetto negativo. Io credo che il bilancio delle rivelazioni sia vantaggioso, e tale rimanga, sia che Julian Assange risulti essere un violentatore seriale, sia che risulti essere innocente. Il fatto che sia uno stupratore è irrilevante in relazione a questa vicenda.

Ciò nondimeno, l’accusa di violenza carnale a Assange è certamente importante per altre importanti ragioni. È scandaloso che le leggi di più paesi non siano in grado di affrontare adeguatamente un reato così grave come la violenza carnale, ma lo scandalo non è certamente limitato a questo specifico caso, né d’altro canto questo medesimo caso – a causa della sua eccezionale visibilità – deve essere distorto dal peso delle fondamentali questioni strutturali che esso tira in ballo. Alle due donne, alle quali Julian Assange si presume abbia usato violenza, deve essere resa giustizia. Ma nè più nè meno hanno diritto alla giustizia anche i milioni di altre donne vittime di tale tipo di rreati in tutto il mondo. Focalizzare l’attenzione su due casi, incidentalmente molto visibili, è giustificato solo se serve per mettere in evidenza il problema di tutti gli altri casi invisibili. Ci possiamo domandare se, con l’attenzione per due vittime esposte ai media, si riveli qualcosa delle ragioni per cui il trattamento a loro riservato sia così diverso rispetto a tutte le altre, destinate  invece ad essere sostanzialmente ignorate. In qualche misura forse sì – ed alcune scrittrici femministe hanno sostenuto efficacemente questa tesi – ma l’enfasi sul caso particolare è allo stesso tempo pericolosa perché se c’è una cosa della quale tutta la vicenda non gode, è proprio la chiarezza.

In ogni caso, val la pena di notare che la maggior parte di coloro che esprimono giudizi sull’inusitato interesse dell’Interpol per le vittime di violenza carnale, non sembrano poi interessarsi molto dei dettagli concreti: quando, dove e perché l’Interpol intervenga in casi del genere. Infatti, ai molti commenti sul caso Assange non hanno fatto seguito analisi di altri casi simili, questi ultimi del tutto ignorati a fronte dell’attrattiva dell’affaire Assange. Un fatto questo tanto deprecabile quanto del tutto prevedibile.

Si fa un pessimo servizio alla verità, sottovalutando le accuse di violenza rivolte ad Assange. Credo che Assange debba affrontare le accuse, ma credo allo stesso tempo che la corte svedese e il processo di estradizione dalla Gran Bretagna debbano essere seguiti dall’opinione pubblica con la massima attenzione al fine di valutare attentamente eventuali distorsioni delle procedure che potrebbero essere causate da pressioni di natura politica. Assange deve affrontare la giustizia, qualunque sia l’esito, ma va protetto dalla persecuzione politica. In nome dell’ideale di giustizia, è necessario abbracciare il contesto generale e non focalizzare il caso specifico, confondendo così le questioni.

D’altro canto, ponendo l’attenzione solo sulla questione di Assange – che è ciò che la maggior parte dei media vogliono fare – noi non assolviamo al nostro dovere morale di cittadini e di esseri umani. Tale dovere implica l’attenzione verso coloro che detengono un qualche potere, affinché non ne abusino, uomini influenti, che potrebbero approfittare della propria posizione  per commettere delle violenze, ma che potrebbero venire idealmente assolti da coloro che ne condividono l’azione politica. Tuttavia in questo caso, un aspetto estremamente rilevante e del tutto diverso del dovere di un buon cittadino, concerne anche il riconoscimento della condotta del governo degli Stati Uniti, quale gigantesca e amorale macchina destinata al consolidamento di privilegi economici e politici internazionali, consolidamento che viene realizzato impiegando il segreto per tenere i cittadini all’oscuro, come scrisse Julian Assange medesimo qualche anno fa.

Ed è proprio questo il punto fondamentale, a prescindere dal fatto che Assange sia o meno un violentatore e che Wikileaks sia da considerare una forma di giornalismo responsabile o di anarchismo irresponsabile. Su questo Assange ha certamente ragione.

12 thoughts on “La questione fondamentale posta da Wikileaks

  1. Andreas says:

    Grazie per l’apprezzamento, soprattutto riguardo alla semplicità. Del resto che tu dici proprio non so, ma sulla semplicità mi sforzo per davvero, forse obbligato dalle mie medesime insofferenza e ignoranza …

    Ho dovuto per anni scrivere in gergo scientifico, quello ufficiale, che capiscono i tre gatti che ci lavorano. I gerghi in parte sono utili e in parte più piccola sono necessari ma in grande parte sono uno strumento di potere. In quanto tali li aborro e cerco di non scrivere di cose che non riesco a dire semplicemente. Credo sempre più nella divulgazione e credo anche che qualsiasi lavoro scientifico, più o meno specialistico, si possa considerare veramente compiuto solo quando sia stato anche divulgato.

    Quanto al corto circuito che tu auspichi sono completamente d’accordo. La maturità, che ipocritamente la società assegna con un mega-quiz alla fine della scuola secondaria, dovrebbe consistere invece nella consapevolezza del nesso fra il se e le comunità di appartenenza, dalla minima alla massima, fra il se e “la gente”.

  2. ledygàgami says:

    commento qui ma vale in generale: vorrei esprimere un grande apprezzamento per il tuo stile, per la capacità di sintesi di cultura, ricerca, erudizione, semplicità, a tratti liricità, che rende ciò che scrivi comprensibile e godibile anche da menti un po’ insofferenti e ignoranti come la mia.
    però mi domando una cosa: come mai per tutti è così facile parlare del sociale e così difficile rapportarlo al proprio privato? non sarebbe giunto il momento di cominciare a guardare le cose in maniera più olistica e realizzare che bisogna divenire coscienti di cosa non va in noi stessi mentre cerchiamo di definire cosa non va nel mondo?

  3. Mariaserena Peterlin says:

    @Marco grazie.
    A Machiavelli hanno fatto dire tante cose, peccato che tralascino spesso frasi che ha scritto davvero: ad es: “il principe deve astenersi dalla roba dei sudditi” oppure “Gli uomini dimenticano più facilmente la morte del padre che la perdita della roba”. (cito a memoria).
    Il linguaggio machiavelliano è duro, ma anche il potere a cui siamo oggi sottoposti lo è; se non si troverà una svolta politica alla crisi economica, culturale e sociale non passerà molto tempo ed accadrà che i cittadini di questo ed altri paesi faranno notare con metodi accesi (ed anche non democratici) che non possono sopportare per sempre le perdite subite in termini di diritti negato e di giustizia sociale violata e di impoverimento.
    Sessanta o cinquant’anni fa c’erano ancora braccianti e operai, in Italia, che nelle campi e nelle officine lavoravano duro, ma vedevano morire i figli di malattia, le mogli di parto e non potevano andare a scuola oltre le elementari.
    Non credo che quello che si è ottenuto possa essere tolto subdolamente e in modo indolore e per sempre.
    A quel punto la privacy dello stato o dell’individuo potrebbero essere un problema secondario, non credi.
    Speriamo di evitare tutto questo.

  4. Mariaserena Peterlin says:

    Vengo dalla lettura e dalla condivisione del post su fB dove hai scritto “Ciò implica che si passi meno tempo sul divano (disgrazia nazionale) alla TV, si studi, si rifletta, si scelga e si agisca.”
    Sono completamente d’accordo. Sono inoltre preoccupata perché, spero di sbagliare, ma mi sembra che stiamo perdendo generazioni. E’ importante che si ritorni alla dimensione sociale, alla partecipazione intelligente e critica.
    La partecipazione non manca, ma mi sembra episodica pur se (sul momento) vivace. Non mi auguro dei moralisti della contestazione, ma una partecipazione seria, riflessiva, dialettica: non quella condita da concerti e concertoni, da bibite e panini.
    Reimparare a pensare, a studiare sodo, a cercare le fonti.
    Ci si è troppo abituati ad affezionarsi ad affermazioni pre-confezionate da altri, a sbatterle su uno schermo e stare ad aspettare il piacimento di tizio e caio come il ragno aspetta la mosca.
    In questo post, caro Andreas, hai dato anche una grande lezione di metodo: opinioni, dati, deduzioni, ragionamento, conclusioni, proposte.
    Spero che abbia la massima attenzione.
    Ringrazio nuovamente.

  5. Trapani Marco says:

    @mariaserena
    No, sono solo “evidenziate” per sottolineare il mio malessere nella considerazione; non riesco a vedere dove l’obbligo di trasparenza per l’amministrazione pubblica può incontrare un eccezione; la “ragion di stato” può esistere ? e se si, fino a che punto ? può non esistere ? e come la mettiamo con le numerose “stragi” italiane, su cui la “ragion di stato” ha calato pesanti coperte ?
    l’unica citazione da machiavelli “il fine giustifica i mezzi”, da valutare se con punto o punto interrogativo…

  6. Andreas says:

    Non è un problema di ottimizzazione: a livello globale – la questione italiana è, tristemente, diversa, anacronistica e inessenziale – non siamo oggi nella condizione di dover regolare qualche parametro della macchina dell’organizzazione umana per farla funzionare un po’ meglio.

    No, la macchina sta collassando, su tutti i fronti che contano: politico, economico, sociale.

    Cerchiamo un attimo di spogliarci dal vestito che l’abitudine alle notizie ci confeziona, un vestito che fa schifo anche se ci sembra quasi confortevole, come con una lercia e puzzolente vecchia vestaglia.

    Fronte politico. I paesi che detengono il potere economico, quindi il potere, sperperano risorse mostruose e crescenti per sostenere guerre fallimentari, in tutti i sensi, giustificate con la necessità di esportare democrazia ma finalizzate alla conquista di risorse e posizioni vantaggiose: Vietnam, Iraq, Afghanistan giusto per menzionare il grosso. Inciso: io sono tutt’altro che anti-americano, anzi, apprezzo, fra molte altre cose, la molteplicità delle posizioni e delle risorse di quella società e seguo con affetto e ammirazione tanti americani che lottano fieramente per cause che condivido pienamente. Sto ad esempio aderendo al movimento dell’Electronic Frontier Foundation (John Perry Barlow).

    Fronte economico. L’economia mondiale attraversa una crisi pesante e pericolosa a causa degli “eccessi di fantasia” della sua mente, la finanza.

    Fronte sociale. Il problema centrale della famiglia umana, il problema della sperequazione dei beni, in termini di risorse e opportunità economiche e di formazione, si sta acuendo pericolosamente, invece di tendere a mitigarsi. Il divario fra i più ricchi e i più poveri sta esplodendo, sia a livello individuale che a livello di grandi comunità o nazioni.

    Alla base di questi problemi sta una questione etica. La fiducia che tutto possa essere regolato dal libero mercato – del cui beneficio io sono completamente convinto, per inciso – è ormai crollata anche nelle alte sfere del management, almeno di quello più illuminato.

    Ad esempio, Don Tapscott e Anthony D. Williams, nel loro ultimo bestseller Macrowikinomics, enfatizzano un nuovo (almeno per gente che si occupa di economia) importante valore: la “integrity”, l’integrità:

    “Companies that do bad things tend to fail. There is strong evidence that companies and other organizations are being forced to act with integrity, not just by regulators and istitutional shareholders, but also because of the forces of this complex network age, in particular transparency.”

    Lo scandalo dei prestiti “subprime” (prestiti a costi superiori alla norma fatti a soggetti con cattiva storia creditizia, su cui troppi soggetti hanno speculato esageratamente, dando poi la stura alla crisi economica internazionale che stiamo ancora vivendo) e quello dei super premi degli operatori finanziari hanno minato pericolosamente la fiducia fra popolazione e istituzioni e, senza fiducia, l’economia non decolla. In un’economia sana il vero capitale è la fiducia.

    Lo stesso crollo di fiducia si osserva nei riguardi dell’amministrazione pubblica. La percentuale degli inglesi convinti che i politici da loro eletti dicano la verità ammonta al 13%. Oppure, il 21% degli americani ha creduto che Obama dicesse la verità sostenendo di avere ridotto le tasse per il 95% dei cittadini.

    Continuano Tapscott e Williams:

    “Il pericolo è che l’apatia pubblica cresca via via che la gente percepisce le istituzioni democratiche come remote e avulse dall’esperienza popolare, dai suoi sentimenti e dalle sue aspirazioni.”

    Esattamente ciò che ha concluso recentemente il Censis a proposito della situazione locale.

    La macchina dell’organizzazione umana funziona se viene riconosciuto il valore della fiducia, la quale consente di ritenere che qualsiasi controparte, individuale o collettiva, pubblica o privata, sia onesta, accorta, credibile e trasparente.

    Il sistema dei controllori non ha mai funzionato. L’Italia è un esempio lampante: dotata di una burocrazia complessa e fortemente vincolante, vanta uno dei livelli di corruzione maggiori al mondo, certamente svettando fra i paesi occidentali.

    È mediante la trasparenza che si può ottenere un effetto positivo, una trasparenza che col tempo rigeneri il livello di fiducia adeguato affinché la macchina inizi nuovamente a girare.

    La trasparenza dei comportamenti delle organizzazioni, pubbliche e private, non va confusa con la privacy degli individui, che deve essere giustamente tutelata.

    L’individuo è un soggetto debole. Gli individui divengono soggetti forti (temporaneamente, nelle società sane) quando occupano posizioni di responsabilità, nel pubblico come nel privato, in quanto esercitano, seppur con precisi limiti, una forma di potere.

    La privacy di un soggetto che esercita potere deve essere senz’altro sempre protetta ma le azioni, compiute nelle proprie funzioni all’interno dell’organizzazioine, devono essere trasparenti.

    E ciò non significa che concetti come quelli di riservatezza o opportunità debbano essere rifiutati in toto, sarebbe irrealistico e forse anche inutile. Ma non si può accettare che essi divengano il paravento dell’esercizio indiscriminato dell’arbitrio.

    Contrariamente, è più onesto gettare a mare la Dichiarazione Universale di diritti Umani e le costituzioni dei vari paesi, provvedendo poi a spedire deboli e “fessi” tutti sul Taigeto.

  7. Mariaserena Peterlin says:

    @Marco Trapani salve. Chiedo solo un chiarimento puramente tecnico per capire bene il suo commento.
    Nel suo commento le parole e le frasi virgolettate sono citazioni da qualche autore ecc. oppure altro?
    La mia richiesta non è dettata da pedanteria, mi creda, ma solo dall’utilità di capire i riferimenti (considerata l’importanza dell’argomento)
    Grazie 🙂

  8. Trapani Marco says:

    uhm, ok, adesso scrivo qualcosa di molto “controtendenza”….

    siamo sicuri che la maggioranza della popolazione voglia essere informata al 100% di quanto fa un governo “nell’interesse della nazione” ? (semprechè sia, ovviamente, nell’interesse della nazione e non di un singolo governante o gruppo di interesse…)
    siamo sicuri che questo 100% sia sempre “moralmente ineccepibile” ed “eticamente accettabile” ?
    non è che la questione machiavelliana de “il fine giustifica i mezzi”
    invece che finire con un punto interrogativo non finisca con un punto e basta ?
    boh ?
    c’è molto da rimuginare, ma non sono certo che si possa “condannare” una parte e “assolvere” un altra, senza sfumature e senza dubbi.
    Forse (sottolineo forse) una certa percentuale di segretezza (nello stato, che poi nel privato si chiama privacy) è comunque necessaria, perchè in fin dei conti finire in una “boccia di vetro” come i pesci rossi non sono convinto sia una bella cosa…
    Insomma: perchè per il singolo invochiamo la “privacy” ad ogni piè sospinto, e nel pubblico (stato) non la riteniamo applicabile ?
    Beninteso, in un sistema che funzioni dei “controllori” ci devono essere, sopratutto per valutare che quello che viene fatto sia veramente “nell’interesse della nazione”, e non sia opera di “servizi deviati” di cui, in Italia, forse siamo i massimi esperti mondiali…
    ri-boh…

  9. Mariaserena Peterlin says:

    Ho letto con crescente interesse questo post. Credo sia importante divulgarlo, farò il mio possibile per riuscirci.
    Molto difficile aggiungere qualsiasi commento. Condivido pienamente l’invito a considerare sempre la complessità delle questioni, specialmente quelle che riguardano il potere e le sue reali dimensioni.

    L’unica arma efficace è conoscere ed indagare mediante la ragione.
    Il peggior nemico sono il pregiudizio e il cercare soluzioni semplici o semplificate.

    Ringrazio Andreas Formiconi per la luce che trasmettono le sue parole. La luce della ragione.

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