Il Manifesto degli insegnanti

La Scuola Che Funziona ha il fine di sviluppare un network fra insegnanti che immaginano e sperimentano nuove pratiche di insegnamento, mossi dalla preoccupazione per la crescente distanza fra scuola e società.

Il Manifesto degli insegnanti è una delle iniziative emerse spontaneamente nel network per esprimere le motivazioni generali e fondamentali che accomunano i membri del network.

In questo post racconto come ho vissuto la vicenda del manifesto rispondendo anche implicitamente ad alcune osservazioni che ho letto qua e là nella rete.

La questione della scuola mi ha sempre turbato molto. Forse perché a scuola ci sono stato malissimo sin dalle elementari e fino all’università. Ho finito presto e bene ma con un bel numero di sogni infranti e di paure infondate, sostanzialmente depresso.

I ricordi si bilanciano disarmonicamente fra un oceano di noia e tre o quattro insegnanti amati profondamente. Tre o quattro espisodi spersi in 17 anni di noia e di inutili angosce.

Poi, finalmente libero nell’arena della vita, ho iniziato a vivere ma tutto quello che mi serviva l’ho dovuto imparare ex novo o imparare daccapo: o non l’avevo “fatto” a scuola oppure, anche se l’avevo “fatto”, e magari ci avevo anche ottenuto dei buoni voti, non l’avevo capito per davvero: la realtà si rivelava sempre assai lontana da ciò che potevo ottenere con i pochi mezzi a mia disposizione.

Mille volte mi sono chiesto: “Madonna quanto tempo ho perso a scuola, ma che ci sono andato a fare? Capita a tutti o solo a me e pochi altri grulli come me?”

La questione è rilevante perché se siamo in pochi allora è sostanzialmente un problema nostro mentre se siamo in tanti allora è più facile che ci sia qualche problema nella scuola.

Con il tempo mi sono reso conto che non ero solo, anzi ero in ottima compagnia! Infatti ho scoperto che tanti autori famosi hanno avuto storie scolastiche tormentate o hanno sviluppato pessime opinioni sul mondo dell’istruzione. La cosa interessante è che le testimonianze non sembrano dipendere dal tempo, in contrasto con l’idea diffusa che la scuola stia andando incontro ad una deriva, in particolare dal 1968 in poi.

Tanto per fissare le idee, riporto qui alcune citazioni che secondo me vale la pena di rileggere. Ne ho selezionate alcune relative ai personaggi più famosi e con l’intento di coprire circa l’arco di un secolo. Inoltre ho riportato solo citazioni di cui sono in possesso della fonte, sotto forma di libro o di ebook.

  1. G. Bernard Shaw, 1905

    … and there is, on the whole, nothing on earth intended for innocent people so horrible as a school. To begin with, it is a prison. But it is in some respects more cruel than a prison. In a prison, for instance, you are not forced to read books written by the warders and the governor (who of course would not be warders and governors if they could write readable books), and beaten or otherwise tormented if you cannot remember their utterly unmemorable contents. In the prison you are not forced to sit listening to turnkeys discoursing without charm or interest on subjects that they dont understand and dont care about, and are therefore incapable of making you understand or care about. In a prison they may torture your body; but they do not torture your brains; and they protect you against violence and outrage from your fellow prisoners.

    Capitolo “School” in “A Treatise on Parents and Children,” disponibile come free eBook (http://www.gutenberg.org/files/908/908-h/908-h.htm) nel servizio web Project Gutenberg (http://www.gutenberg.org/)
    [Preciso che nelle classi elementari, che io ho frequentato fra il 1961 e il 1966, per chi aveva difficoltà a capire l’aritmetica potevano volare dolorosi “nocchini”.]

  2. Giovanni Papini, 1914

    Lo Stato mantiene le scuole perché i padri di famiglia le vogliono e perché lui stesso, avendo bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati, preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli sulla fede di certificati da lui concessi senza noie supplementari di vagliature più faticose.
    p.7

    La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione.
    p.9

    Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati “cattivi” scolari.
    p.11

    La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri.
    p.12

    Dappertutto dove un uomo pretende d’insegnare ad altri uomini bisogna chiuder bottega.
    p.13

    Chiudiamo le scuole, Vallecchi, Firenze, 1919. Oggi è quasi irreperibile. È disponibile invece presso Libera Cultura, Libera Conoscenza in formato libero con licenza Creative Commons “Attribution-Non-Commercial-Share Alike 2.5 Italy Licence”.

  3. Hermann Hesse, 1920-1930

    La scuola è l’unico problema culturale moderno che io prendo sul serio, e per cui, in qualche caso, mi riscaldo. A me la scuola ha procurato gran danno, e conosco poche tra le personalità più significative a cui non sia capitato lo stesso. Io vi ho imparato solo il latino e la menzogna.

    Letture da un minuto, p. 89, Rizzoli, Milano, 1983.

  4. Daniel Pennac, 2007

    In ogni caso, sì, la paura fu proprio la costante di tutta la mia carriera scolastica: il suo chiavistello. E quando divenni insegnante la mia priorità fu di alleviare la paura dei miei allievi peggiori per far saltare quel chiavistello, affinché il sapere avesse una possibilità di passare.

    Diario di scuola, p.23, Feltrinelli, Milano, 2008.

  5. Silvano Agosti, 2009

    … io avuto questa fortuna rarissima che me l’ha regalata la guerra: che avendo bombardato tutte le scuole io non sono andato a scuola fino a 11 anni
    3:53 1/5

    e io sto dicendo oggi con la massima serenità: guardate mamme, che per una serie di ragioni, entra un essere umano nel tunnel scolastico ed esce qualsiasi cosa meno che un essere umano, state attente! …
    5:23 1/5

    [Agosti allude al fatto che escono “ruoli” anziché esseri umani: ragionieri, medici, avvocati ecc.]

    … e se li lasciate di più in pace, se li lasciate sbagliare, sbaglieranno pochissimo se li lasciate sbagliare …
    4/5 7:47

    Un essere umano
    Intervista disponibile su Youtube in cinque parti

    28 ottobre 2008

Indubbiamente un quadro abbastanza tetro ma che si attaglia perfettamente ai miei ricordi e che risuona anche con i pensieri di altri, come quelli espressi oggi dagli amici net.futuristi tramite un post di Antonio Saccoccio. Sarebbe tuttavia scorretto non completare il quadro omettendo quei tre o quattro insegnanti che hanno invece lasciato tracce profonde, in me come in tanti altri con i quali ho condiviso ricordi di gioventù.

Sarebbe anche semplicistico tentare di ricomporre il quadro riducendo la visione ad una distribuzione del 5% di insegnanti di serie A e del 95% di serie B. Certo, può capitare che una persona emani un carisma particolare ma questo non esaurisce certo il novero delle possibilità. A volte è sufficiente un solo episodio per promuovere un proprio insegnante nella serie A dei ricordi. Le impressioni personali sono inoltre soggettive, può facilmente accadere che l’insegnante parso ottimo ad uno risulti pessimo per un altro.

In una visione più realistica, ci saranno sicuramente insegnanti che tendono ciascuno “a fare solo il suo”, ma altrettanto sicuramente ve ne saranno altri inclini ad immaginare soluzioni e a sperimentare nuove pratiche, ognuno con la propria sensibilità e con i propri mezzi. E questa non è una prerogativa della categoria degli insegnanti perché una massa di persone comunque produce idee e scopre soluzioni. Il problema è quello di fare emergere la creatività che si annida nella massa, un problema che è sempre stato ignorato nella prevalente cultura del controllo e dell’organizzazione strutturata in modo gerarchico.

Le cose stanno tuttavia cambiando e il nuovo corso è da mettere in relazione con quello che in un post precedente chiamavo “il pensiero potente” , vale a dire il pensiero che cresce spontaneamente nello spazio definito da una moltitudine di menti che sono libere di comunicare fra loro. Uno spazio nel quale le relazioni si sviluppano in tutti i sensi e non solo attraverso i canali verticali tipici previsti dalle organizzazioni gerarchiche. Relazioni quindi orizzontali, fra pari grado, ma anche oblique quali cortocircuiti fra base e quadri direttivi.

L’attenzione per tali relazioni anomale, che “bucano” le paratìe stagne tipiche delle organizzazioni gerarchiche, è apparsa nell’era di internet, e precisamente con il web 2.0. Ad esempio, la mentalità di tante aziende importanti sta mutando radicalmente con un crescente numero di esempi nei quali manager di alto livello si servono di strumenti di rete e di meccanismi di gratificazione per mettere a frutto la creatività che migliaia di dipendenti inevitabilmente esprimono, se le condizioni ambientali lo consentono.

E’ l’alba della cosiddetta wikinomics, l’economia che riconosce nella trasparenza, nella condivisione, nella collaborazione fra pari e nella visione globale i suoi valori fondamentali.

Ma i fenomeni più eclatanti sono quelli nati al di fuori di ogni struttura, spontanemante nella rete, e fra tutti spicca la meravigliosa storia del sistema operativo Linux. Un fenomeno partito da due semi, l’idea di software libero formalizzata da Richard Stallman nel 1985 e le prime diecimila righe di codice di Linux scritte da Linus Torwald e gettate nel mare magnum di Internet nel 1991. Le diecimila righe scritte da Linus Torwald stanno in un tascabile da 250 pagine. Dopo cinque anni una comunità di giovani programmatori dilettanti e professionisti, cresciuta spontaneamente e sparpagliata in tutto il pianeta, priva di qualsiasi forma di coordinamento, ha aggiunto altri 25 tascabili a quello iniziale di Linus e altri 1000 tascabili dopo dieci anni.

Oggi Linux gioca un ruolo fondamentale nell’economia mondiale e ha trasformato il settore strategico delle Information Technologies inducendo anche una profonda revisione del concetto di proprietà intellettuale delle aziende.

È questo tipo di fenomeni che bisogna tenere a mente quando si osservano emergenze come quella del network La Scuola Che Funziona. Il network fu “seminato” da Gianni Marconato il 9 settembre 2009 e da allora si sono uniti 1180 membri e 27 se ne sono andati.

Come è naturale, mille persone portano una grande varietà di sensibilità e di punti di vista ma è proprio la diversità ad essere uno dei valori fondamentali di un network. Non vi è tuttavia dubbio che fra queste ve ne siano molte disposte ad impiegare parte del loro tempo libero per condividere le loro esperienze, informarsi su quelle degli altri membri, discutere su temi di interesse comune, collaborare a iniziative condivise e proporne di nuove. La quantità di testimonianze, di pensieri, di partecipazione alle iniziative è impressionante e rappresenta una chiara misura del potenziale delle relazioni libere all’interno di una comunità.

So che molti sono perplessi per l’andamento caotico delle attività e per un certo “spreco” di energie. Io penso che un certo rumore, una certa “dispersione termica”, sia inevitabile, come quella dei motori termici prevista dal II principio della termodinamica. E invito tali amici a confrontare la vita del network con i topolini partoriti da innumerevoli progetti di ricerca e gestionali, che abbondano nel mondo della ricerca e dell’istruzione.

La vitalità, l’immaginazione e la fattività espresse dal network in questi primi mesi di vita io non le ho mai viste, nemmeno in mimima parte, in oltre vent’anni di partecipazione alla “cultura del progetto”. Nei tanti progetti di ricerca cui ho partecipato, un po’ in tutti i ruoli, ho sempre sofferto la stessa atmosfera, per certi versi viscosa e scontata, che si vive nelle classi scolastiche, salvo eccezioni: siamo lì per sopravvivere e si sa benissimo cosa succederà. Qualcosa che stride acutamente con le idee di apprendimento, di creatività e di ricerca.

Nella cultura del progetto manca un ingrediente cruciale che è l’ambiguo. Oggi qualsiasi organizzazione, che sia la scuola, un istituto di ricerca, un’azienda sul libero mercato, deve saper giocare la carta dell’ambiguo, altrimenti è destinata a perire, prima o poi.

Il network LSCF realizza un esperimento dove l’ambiguo gioca la parte del leone e la gestione è ridotta alle minime azioni di coordinazione necessarie, senza alcuna predeterminazione di obiettivi da parte di alcuna autorità interna.

L’effetto che si ottiene in una situazione del genere è quello di trasformare una comunità in una comunità di pratica. Vale a dire trasformare un insieme di persone all’interno di un contenitore in un insieme di persone che

  1. sentono un’identità comune generata da un insieme di obiettivi condivisi, qualcosa che a livello personale si vive come una palpabile sensazione di lavorare insieme per raggiungere uno stesso fine;
  2. cooperano nella realizzazione degli obiettivi aiutandosi vicendevolmente;
  3. utilizzano un insieme di risorse condivise e impiegano una serie di pratiche che caratterizzano la comunità.

Come dire trasformare un mero insieme di persone in una comunità viva. È su questa natura viva che si deve porre l’enfasi e, conseguentemente, su tutto ciò che si deve intraprendere affinché la comunità prosperi. Non quindi l’idea di controllo e di manovra, proprio della cultura del progetto, bensì quello dell’osservazione e della cura, ben noto a chiunque abbia mai allevato qualcosa di vivo in vita sua.

È in questa luce che ho iniziato ad immaginare cosa potesse essere il manifesto degli insegnanti e solo allora mi è venuto spontaneo contribuire, nel mio piccolo, all’iniziativa che era ormai da tempo in gestazione; precisamente quando l’ho percepito come un mezzo per dar sostanza a quel senso di appartenenza divenuto così palpabile nella comunità. Uno strumento per rafforzare la percezione di un’identità comune, un modo quindi di prendersi cura della comunità.

Ho avuto difficoltà ad accettare l’idea iniziale di pensarlo come un giuramento (in questo in compagnia degli amici Maria Grazia Fiore e Antonio Fini), perché i giuramenti sono propri di comunità non aperte bensì chiuse, nelle quali la coesione è legata al concetto di affiliazione anziché al perseguimento di un obiettivo comune. L’esperienza e i tempi bui in cui viviamo mi impediscono inoltre di non vedere nell’idea di giuramento anche la sua scontata infrazione.

Nel manifesto vedo invece il tentativo di rendere in modo testuale, seppur certamente imperfetto, un sentimento. Esso deve dunque concernere principi ispiratori fondamentali e non propositi particolari o indicazioni programmatiche, ma quali principi?

Io ne vedo tre e il manifesto degli insegnanti li comprende sufficientemente affinché io lo possa sottoscrivere nella sua forma finale.

  1. Rispetto per la vita. Primariamente rispetto per l’essere umano che, attraverso una lunga evoluzione, la natura ha dotato della capacità di meravigliarsi. A taluni può sembrare una ovvietà ma non lo è affatto. Nella generalità dei casi, sia in famiglia che a scuola, bambini, adolescenti e giovani all’università non sono trattati come persone intere cui si deve rispetto ma come persone parziali, se non come deficienti. Forse giusto nelle scuole dei gradi inferiori si conta un certo numero di belle eccezioni. Rispetto tuttavia anche per ogni altra forma di vita, anche per una comunità, come dicevo prima. Il rispetto della qualità della vita di una comunità fa parte di una sensibilità che ancora pochi percepiscono e che invece sarà fondamentale nel futuro. Esisterà un futuro solo con il pieno recupero del rispetto della vita, oggi sostanzialmente assente, primariamente nel sistema di istruzione.
  2. Rispetto pieno per la verità che significa consapevolezza dell’inesistenza della verità. Rispetto per la verità quale irrinunciabile utopia da perseguire incessantemente. Rispetto per la totale incertezza di ogni presunta verità. Rispetto per l’idea di verità come la scienza, dall’inizio del 900 in poi, e la filosofia ci hanno offerto, ma che non è mai entrata nelle aule scolastiche, né nel metodo né fra i contenuti. Rispetto della verità come ciò che, in ogni istante rimane, al netto di tutti gli errori commessi e di tutte le teorie fallite sino a quell’istante.
  3. Rispetto dell’errore quale strumento fondamentale di conoscenza, quale strumento essenziale per rincorrere la verità che, fortunatamente, sarà sempre in fuga.

Non si può pretendere di insegnar nulla senza questi principi. Essi comportano una revisione radicale della percezione che l’uomo ha della propria posizione nel mondo, una percezione che implica la consapevolezza della complessità del mondo e di ogni sua parte e della condizione di incertezza che da essa deriva.

È in questo senso che per me il manifesto implica un’innovazione paradigmatica e non semplicemente programmatica in ciò che, per ora, chiamiamo insegnamento. Non è cioè una questione di escogitare nuove alchimie procedurali o tecnologiche ma è questione di vedere il mondo in un altro modo. E solo su questa base che un documento come il manifesto può dare effettivamente sostanza al sentimento di appartenenza ad una comunità di insegnanti, altrimenti è solo l’ennesimo inutile proclama.

P.S. Il Manifesto degli insegnanti è stato sottoscritto da 561 persone in 12 giorni. Invito tutti coloro che lo condividono a sottoscriverlo.

18 thoughts on “Il Manifesto degli insegnanti

  1. elisa ha detto:

    ho letto con attenzione e ovviamente mi trovo d’accordo su tutto…ho da discostarmi su una cosa …a me la scuola piaceva ..stare con i mei compagni …mi piaceva il fatto di avere la possibilità di essere migliore frequentandola di elevarmi in tuttii sensi …ho frequentato il liceo classico e mi sono diplomanata ..e in cinque anni ho avuto professori di vario genere dal più pelandrone dichiarato al più severo cane che si compiaceva di farci paura aprendo il registro e chiamando all’interrogazione a caso ..non sapeva spiegare un bel niente eppure sapeva …ne ho avuto un altro di filosofia che ci faceva parlare …finalmente, valutava i nostri interventi, anche i miei che erano mezze frasi da timida che ero ..ne ho avuta un’altra comprensiva, molto e la ringrazio sempre… senza di lei mi sarei persa, dico io, se avesse voluto mi avrebbe fermato ..ma non l’ha fatto, capiva i miei problemi…insomma non ho fatto un buon liceo dopotutto nel senso che si vivacchiava e io vivacchiavo per il sei …però volevo andare avanti e ci sono riuscita ….io ringrazio la vita per avere avuto l’opportunità di aver studiato ..oggi sono una maestra ..molto lo devo a quel benedetto diploma …e nonostante abbia vivacchiato ….il liceo mi ha dato tanto ….mi sono anche annoiata eccome …ma per me è stata una scuola di vita …il manifesto? oh, sì l’ho condiviso e sono stata felice di poter dire che cosa dovrebbe essere un insegnante e cioè quello che io sento e mi sforzo di essere …il mio impegno maggiore è senza dubbio quello di aiutare i mei alunni ad essere persone libere ..e per poterli aiutare devo impegnarmi a tenere fede a quei fondamenti che ho firmato…l’ho sempre fatto ..ma ora credo che lo farò ancora di più… mi sento vincolata ancora di più…elisa

  2. Gianni Marconato ha detto:

    Il Manifesto apre tante questioni, alcune delle quali sono qui descritte.
    Per il passaggio all’operatività ho fatto qui, nel ning, http://www.lascuolachefunziona.it/forum/topics/promozione-del-manifesto-degli la proposta di attivare una task force per la gestione (in senso ampio) del Manifesto. Dateci un’occhiata e fatemi sapere cosa ne pensate.
    Io avverto la necessità di integrare “parole” e “fatti”. Oramai i proclami (che amo fare) da soli mi convincono poco. Sono troppo facili da fare e nessuno può mai chiedere un rendiconto

  3. iamarf ha detto:

    Ma di che cosa stiamo parlando in realtà? Cambiare/orientare gli insegnanti o cambiare/orientare il dispositivo di cui essi sono parte integrante? Eliminare definitivamente la scuola dato che serve solo a mortificare intelligenze ed emozioni?

    Gli insegnanti sono esseri umani, che sono vivi, e quindi non si possono cambiare e nemmeno orientare apprezzabilmente, per fortuna. Gli esseri viventi abitano un contesto e ad esso reagiscono e si adattano.

    Il dispositivo in realtà è un sistema complesso e vivo, e quindi non si può cambiare e nemmeno orientare. Anzi, ancora meno perché è più grande e quindi quindi ha maggiore inerzia.

    La sua inerzia è inoltre accresciuta dalla sua circolarità. Per cambiare il sistema bisogna vedere il problema ma il sistema non produce membri in grado di vedere il problema e quindi è molto difficile che cambi.

    Questo è il motivo principale per cui le innovazioni vengono sempre fuori dai sistemi perché questi ultimi tendono ad automantenersi.

    Non vale quindi operare sulle parti del sistema come se questo fosse una macchina da riparare, perché non è una macchina bensì una cosa viva.

    Questo equivoco deriva dal retaggio di una cultura allo stadio ancora infantile, cultura che impedisce agli uomini istruiti di vedere il problema, ivi inclusi la quasi totalità degli amministratori e dei politici.

    Questa è una visione che corrisponde a entrare in un’ameba con una chiave inglese per vedere di cambiarne il comportamento: o non succede niente o l’ameba cambia in modo imprevedebile e quasi certamente perisce.

    Inutile quindi agire sulle categorie classiche che non sono altro che parti del sistema.

    Le cose vive, cambiano solo se perturbate dall’esterno, in questo un qualsiasi sistema composto di umani non differisce da un’ameba.

    E’ quindi necessario farsi venire in mente modi per uscire dal circolo che sostiene il sistema.

    Prima era praticamente impossibile, raro e del tutto fortuito. Oggi la rete ha cambiato completamente questa prospettiva.

    Si tratta di rimanere con una gamba nel sistema piantando però l’altra saldamente fuori in maniera da non perderlo di vista ma, allo stesso tempo, per essere in grado di creare alternative e stimoli esterni, cercando di non lasciare niente di inesplorato.

    Oppure di uscire dal sistema e tentare di operare fuori e basta, la soluzione ovvia per chi ne è già fuori.

    Ma per chi è dentro si pone il problema e io mi ci arrovello da qualche anno. In questo momento penso che convenga rimanere a cavallo mantenendo la “posizione” ma lasciando la testa libera di agire fuori.

    Non è questione di eroi. E’ questione di impiegare la rete per raccogliere le idee e la spinta di coloro che hanno la possibilità e la capacità di “tenere la testa fuori”, far sì che facciano rete in modo da moltiplicare le loro idee e le loro spinte.

    Non è questione di eroi, non è questione di combattere non è questione di abbattere, non è questione di utilizzare tutti gli attrezzi tipicamente maschili-militari: questo è passato. Le avanguardie passate, benemerite, marxiste, futuriste ecc. devono insegnare anche questo. Solo un demente può perpetuare visioni statiche in un mondo dinamico.

    Le attuali categorie che si vestono dei colori di quelle avanguardie e non dichiarano e praticano i modi nuovi di resurrezione, sono, salvo eccezioni, bande di opportunisti, faccendieri, mariuoli di vario rango, e furfanti veri e propri. I media non hanno altro che questo da documentare, dalle nostre parti.

    E’ questione di potenziare la sensibilità per le creature vive, dai microorganismi ai sistemi macroeconomici, passando per l’uomo. E’ questione di fare appello alla capacità di osservazione, alla capacità di cura, alla capacità di stabilire relazioni e di coltivarle.

    Queste sono prerogative della donna. Per riuscire a realizzare lo spostamento di paradigma, dallo spezzare l’oggetto per conoscerlo all’osservarne le relazioni interne e le relazioni con l’esterno, occorrono le qualità della donna. Il futuro è nella donna ma bisogna che questa si affretti a deporre le armi maschili che sta imparando ad usare un po’ troppo bene. I mezzi propri della donna non comprendono armi. I mezzi della donna non contemplano calcoli. La donna agisce perché vede l’imperativo e il valore assoluto della vita, se non si è fatta corrompere. Non misura i corrispettivi.

    Leggete quel manifesto con la mente e l’anima della donna e non vi vedrete niente di eroico ma giusto quello che la donna ha sempre offerto al mondo e che è un’offerta immensa che l’uomo s’è sempre guardato bene dal calcolare. E’ vero che è incalcolabile ma non ci ha provato nemmeno.

    Il futuro può essere pensato oramai solo dalla donna.

  4. Maria Grazia ha detto:

    Io non sono “preoccupata che divida”: la classe docente brilla già da sè per le divisioni che la caratterizzano storicamente. E le circolari, le leggi inique, la mano adunca del potere e la tirannoburocrazia le subisco e le combatto dentro e fuori la scuola e l’università. E mi fanno rabbia più che paura. Come mi fanno rabbia lettere come questa e questa.

    Io non disconosco l’entusiasmo e le intenzioni del manipolo colorato di promotori ed estensori del manifesto come credo di conoscere abbastanza bene (è qualche anno ormai che ne discutiamo) il fuoco che ti agita dentro a questo proposito: è questo che ti rende un docente molto seguito e amato.

    Ma di che cosa stiamo parlando in realtà? Cambiare/orientare gli insegnanti o cambiare/orientare il dispositivo di cui essi sono parte integrante? Eliminare definitivamente la scuola dato che serve solo a mortificare intelligenze ed emozioni?
    Io ho avuto la fortuna di vivere dei forti momenti di condivisione professionale, culturale e umana con le mie colleghe e quelli sicuramente rappresentano la mia stella polare perché io amo la scuola e reputo che sia un’esperienza importante nella vita di una persona, con tutti i suoi limiti e le sue pecche. Il che non mi impedisce di condividere amaramente le considerazioni di Riccardo Massa circa l’inadeguatezza della forma-scuola così come stancamente continua a perpetrarsi.

    Però non concordo con il modello del docente-eroe anche se di eroismo ce ne sarà veramente bisogno ora che a noi docenti ci toglieranno anche l’aria per respirare pur di fare terra bruciata di questa scuola tanto bistrattata…

    Tutto qui. Un abbraccio 🙂

  5. Antonio Saccoccio ha detto:

    @Andreas, condivido in toto.
    infatti per me già sono risultati eccezionali questi. Io ho appreso più grazie agli spunti trovati (in vario modo) sulla rete in 5-6 anni che in tutto il mio percorso universitario e accademico, ad esempio.
    E ho trovato anche molti più amici veri.
    Scusate: è poco questo?
    direi che è un’enormità!
    moltiplicazione di pensiero: mi piace.
    ho parlato tempo fa di intelligenza moltiplicata.
    ci siamo. avanti.

  6. iamarf ha detto:

    @Anto & @Antonio

    certo, escogitiamole tutte per diffondere

    ma proviamo a pensare un attimo questo:

    supponiamo che la rete non fosse esistita
    dove saremmo noi ora?

    ognuno nella propria stanzina assolutamente ignaro dell’esistenza degli altri, angosciato e depresso

    non solo

    ma anche con meno pensieri e meno, molto meno, convinzione perché privi del riscontro, del riflesso dell’altro, che ha già creato tantissima moltiplicazione di pensiero

    certo, escogitiamole tutte ma siamo anche coscienti di avere già ottenuto un risultato strepitoso

    grazie a questo la rete ci sta giusto mostrando l’alba delle sue potenzialità

    @MG & @Carlo

    è delle circolari ministeriali che bisogna avere paura
    delle leggi inique
    della mano adunca del potere
    e di quella della tirannoburocrazia

    non certo di una paginetta scritta col cuore da un manipolo di appassionati multicolori ancorché assai determinati

    MG sei preoccupata che divida e Carlo sei preoccupato di doverla applicare quotidianamente

    ma non è mica una legge o una circolare …

    pensiamola come la stella polare del navigante
    mica la deve guardare fissa mentre naviga?

    sarebbe per lui inutile e forse impazzirebbe
    è invece utile sapere che è là ed è probabilmente giusta
    è utile e confortante sapere che dopo il buio della tempesta sarà possibile rivederla

    poi ognuno ha la sua sensibilità e i propri trucchi per sopravvivere

    non è detto che a tutti serva una stella polare del genere

    ridiscutiamo pure su quale debba essere la stella preferibile ma la cosa veramente importante è che ce ne sia una

    io ne ho bisogno
    e per anni non ne ho vista una
    (che io fossi in grado di riconoscere)

  7. Maria Grazia ha detto:

    In questo momento sono sovraccarica di lavoro per l’ebookfest e non ho la possibilità di dedicare la mezza giornata che ci vuole a dire la mia in maniera più approfondita. Spero tanto, però, caro Andreas, che questo manifesto non si trasformi in una linea di demarcazione tra i buoni e i cattivi perché poi io finisco sempre dietro la lavagna, lo sai… 😉
    Ci scriverò su al più presto. Ciao 🙂

  8. Antonio Saccoccio ha detto:

    infatti questo rischio di autoreferenzialità è evidentissimo.
    qui sulla rete si incontrano sempre le stesse persone che parlano di queste cose o simili. ormai noi siamo.

    occorre escogitare qualsiasi modo per permettere a queste idee di penetrare un po’ ovunque. questa sì che sarebbe una grande vittoria per internet e il nuovo paradigma della rete.

    bisogna saper comunicare in modo efficace, per raggiungere chi è fuori da queste reti.

    ognuno di noi deve pensare a come diffondere il manifesto nel modo che crede ottimale.

    penetrare nel territorio, penetrare nei media, penetrare nelle coscienze.

    pensiamoci.

  9. anto ha detto:

    Caro Andreas, questo tuo post è tutto ottimo ma la parte sul rispetto è straordinaria!
    Purtroppo la scuola è ancora dominata dal principio di autorità (e dalla pretesa del “rispetto” a senso unico…) oltre che dalla demonizzazione dell’errore e dall’ansia classificatoria e valutativa: tutti elementi oggi anacronistici e disastrosi nelle conseguenze!
    Grazie per avere ricordato questi tre semplici punti. Ricordiamoci tutti di metterli in pratica!
    Concludo però con un’amara riflessione: il problema è che qui, come si dice, …ce la cantiamo e ce la suoniamo!
    La stragrande maggioranza dei firmatari e di coloro che gravitano nelle nostre reti, temo, non ha bisogno di aderire al manifesto (come dice Antonio, “era scontato”!)!!
    Come raggiungere tutti gli altri?

  10. Anonimo ha detto:

    Ciao Andreas!
    Ho letto con piacere le tue riflesioni,
    (a Napoli direbbero il tuo “papiello”,
    nel senso di documento lungo ed elaborato), anche perché il luogo e il momento in cui mi trovo (spiaggia, vacanza) sono propizi alla distensione e … alla condivisione…
    Naturalmente non tutto condivido di quello che esprimi, ma la maggior parte sì.

    E ti ringrazio di averle condivise con noi queste tue riflessioni…
    Soprattutto mi ha fatto piacere quello che dici a proposito del nostro NW, anche perché ho avuto anch’io la stessa impressione, soprattutto in questi ultimi vorticosi giorni in cui ci siamo un po’ tutti mobilitati perché avevamo uno stesso obiettivo, un progetto da realizzare e in un tempo molto limitato…
    Ora non ho tempo di entrare nel discorso, (tra l’altro scrivere su questo lilliput di PC mi deconcentra),
    ma ritornerò su questo argomento e, se ti interessa, ti parlerò anche del
    “pensiero debole”! 😉
    M.Antonella

  11. iamarf ha detto:

    Caro Antonio … eh eh
    per forza il “ragazzo Marco Trapani” è attentissimo: è un baldo cinquantenne ex imprenditore (di successo), formatore, accumulatore di lauree varie, insomma uno che esplora, pensa, ha voluto anche esplorare le burocrazie dell’accademia ma lì ogni tanto si fa male … 🙂

    Perfettamente d’accordo, avverto anch’io di più il peso di quelle citazioni da insegnante e soprattutto le interpreto nel senso che credo sia alfine quello giusto. Sai, la stiratura ha effetti duraturi …

    Ah Gianni, tu sapessi quanti moduli faticosamente compilati ho inviato senza firma! Sicché figurati se a furia di pensare al manifesto mi veniva in mente di firmarlo! 😀

  12. Gianni Marconato ha detto:

    Andreas, mi sento molto in sintonia con le tue riflessioni non solo sulla scuola ma anche con quelle sul network.

    Andreas e Antonio: avevo notato pure io l’assenza delle vostre firme e prima o poi ve ne avrei chiesto ragione 🙂

  13. Antonio Saccoccio ha detto:

    Questi ragazzi sono attentissimi! Neppure io avevo firmato. Pensavo fosse scontata la nostra firma, invece meglio sempre chiarire.

    Andreas, quelle citazioni ogni volta che le leggo mi mettono i brividi. Sono la descrizione precisa di quello che avvertivo da alunno, ma – attenzione attenzione! – avverto ancora di più ora da insegnante.

    La scuola così com’è oggi non istupidisce solamente gli studenti ma anche i professori.

    Fino a quando non sarò totalmente istupidito, proverò a cambiare la scuola.

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