Un passo indietro


Occorre fare un passo indietro, perché c’è troppa sperequazione in questa blogoclasse. Non vorrei che si trasformasse in una classe dove, notoriamente, chi c’è c’è e chi non c’è non c’è, perché si deve andare avanti comunque. Faccio quindi un passo indietro e reintroduco, con un po’ di mal di pancia, una dose di “metodologia scolastica”.  Ogni anno è occasione di sperimentazione e, visto l’esito assai soddisfacente delle due edizioni precedenti del corso di Editing multimediale, ho provato a deformalizzare ulteriormente il (per)corso, ma forse ho esagerato, perchè se alcuni sono entrati in risonanza magnificamente, anche se non necessariamente in modo indolore, con l’ideale che perseguo, altri ancora si aggirano chiedendo:

“Ma insomma cos’è che devo fare?”

La risposta più franca da parte mia è:

“Non devi porti codesta domanda!”

Per mettermi in condizione di dare anche una risposta più “formale”, faccio un passo indietro, recuperando lo strumento del “compito”. Con alcuni post mi rifarò brevemente dall’inizio per continuare disseminando il (per)corso di una manciata di compiti, che dovranno essere eseguiti in un certo modo per potere avere il voto.

Preciso quel dovranno, distinguendo tre casi.

  1. Dovranno per davvero gli studenti IUL che sentono il bisogno di ricevere una risposta alla domanda “Ma insomma cos’è che devo fare?”  Consideratela un’altra opportunità di entrare effettivamente nel corso, visto che la prima che ho offerto si è rivelata un po’ troppo sbarazzina.
  2. Non dovranno necessariamente eseguire i compiti gli studenti IUL che iniziano a sentirsi a loro agio, avendo la sensazione di poter seguire il (per)corso con una certa autonomia, lasciando tracce, come stanno già facendo, attraverso i post sui loro blog, i commenti sul mio e su quelli degli altri. Se vorranno li potranno eseguire, ovviamente.
  3. Ancor meno dovranno eseguire i compiti i cyberstudenti, il cui apporto rappresenta un grande valore aggiunto della blogoclasse. Insomma, se vi va, continuate così!

Seguono nei post successivi i tre compiti iniziali, corrispondenti a cose già proposte.

7 thoughts on “Un passo indietro

  1. grandipepe says:

    voi non ci crederete… ma sono entrata in questo blog mentre con google cercavo qualche info in più sul concetto di pensiero lineare e reticolare. Che bello! questo è un esempio della ricorrenza dei pensieri: l’avevamo pensato, lo abbiamo scritto (quindi necessariamente linearizzato) e poi… BUM! ci sono andata contro ancora. Pensiero reticolare più che mai!

    p.s. ma quante cose interessanti che scriviamo. E a rileggere questi post anche con pochi giorni di distanza magari, con la presunzione, di aver fatto un passo in più, cara @Samantha mi fa cominciare a dire “chi l’avrebbe mai detto che era così interessante”

  2. Samantha / C'era l'H says:

    @grandipepe : sono perfettamente d’accordo con te!
    Se mi guardo indietro al nostro primo anno universitario, recurero sempre il sorriso e le energie!
    Quante cose ho imparato, quanta strada abbiamo fatto tutti !
    Questo insegnamento è un’altra occasione per crescere, un’opportunità di cui fare tesoro.
    Anche con questo esame il primo pensiero è stato: “Non ci capisco proprio niente!!!”, e mio marito ” Come tutte le volte….”, ma mi auguro di arrivare in fondo e pensare “Chi l’avrebbe detto che era così interessante”, “Come sempre…” mi sentirei rispondere…

    Ps. finalmente sono riuscita a creare il mio blog, venite a trovarmi! http://samathaperoni.blogspot.com/

  3. mvcarelli says:

    Non mi sono mai chiesta “che cosa devo fare”? , sto facendo, mi sono creata un blog, ogni giorno guardo i vostri blog e trovo tante cose interessanti – sto leggendo il libro citato da Maurizia di Calvino che mi era sfuggito, il Castello dai destini incrociati tanto per citarne uno, e lo sto utilizzando come strumento di comunicazione con i colleghi che lavoro. Dialoghiamo, ci scambiamo delle idee, stiamo facendo dei progetti insieme. Oltre a tutto questo ,che credetemi non è poco, ho anche riflettuto tanto. È difficile trasformare in parole scritte tutti i processi che mettiamo in atto ogni giorno lavorando, quante cose vorrei dire, ma cerco di mantenere coerenza, questo non vuol dire pensiero lineare, ma far convergere i numerosi input, e la cosa più straordinaria che siete voi, gli altri, che mi aprite altre strade con i vostri spunti. Insomma la sensazione e che mi sento sempre in viaggio….speriamo mercoledi di riuscire ad esserci alla lezione, mi trovo nel Cilento a casa dei miei genitori e giro per le stanze alla ricerca del segnale più forte per poter essere connessa più velocemente. Oggi sono stata nella scuola di mia nipote, dove ci sono delle bellissime lim e magicamente credo di aver scritto la mia ennesima pagina di editing multimediale , ho iniziato la lezione facendo loro vedere il video proposto da Stefano L’amore per l’apprendimento, ho fatto vedere loro la mia scuola con google earth, ho fatto fare tanti esercizi di matematica e di grammatica e ho concluso la giornata intrattenendomi con le colleghe commentando il video il web 2.0.
    Il web ci permette di superare le distanze geografiche e costruisce un ponte tra le culture in uno scambio di arricchimento continuo.
    grazie

  4. Alessandra Fedele says:

    Tuttavia, @Grandipepe, mi vien da pensare a quei bimbi meno intraprendenti o più insicuri che per tirar fuori la loro peculiare ricchezza hanno bisogno di essere incoraggiati. Io non so bene da cosa derivi il passo indietro. Di là da coloro che risultano “dispersi”, comunque, penso che ci siano varie forme di partecipazione [i famosi valori intermedi della logica fuzzy]. Probabilmente, ognuno di noi pensa “Ma chi, io? Dice a me?”. Non è detto, magari c’è anche chi non lo pensa per nulla. Ognuno fa i conti con il proprio io. Detto questo, io non credo che ci sia solo l’horror vacui della pagina bianca, ma anche una sorta di disorientamento dato dall’appartenenza a una blogoclasse. Quest’ultima, in verità, nulla ha della classe, in fondo, in qualunque modo si voglia intendere. E non ha neanche nulla della dimensione tipica dei web forum all’interno dei quali risaltano maggiormente specifiche strategie di gestione della comunicazione. La blogoclasse appare come uno spazio libero, aperto e assai eterogeneo e questo è risorsa e indicatore di complessità nello stesso tempo. L’eterogeneità è risorsa perché svela l’orizzonte, ma è indicatore di complessità se pensiamo alla quantità e qualità dei flussi empatici che si sviluppano all’interno di questa comunicazione molto libera nella quale l’aspetto di brain storming sembra prevalere su quello sistematico. Non c’è nulla di lineare in tutto questo, ma neanche di reticolare, nello stesso tempo. Non ancora. Il gruppo si sta formando e con esso nascono le connessioni, ma c’è ancora incertezza, forse. Probabilmente, questa fase riflette ancora le difficoltà che ognuno di noi sta incontrando e che, diverse e anche antitetiche tra loro, generano diverse forme di partecipazione. E allora, andare oltre il foglio bianco è senz’altro una funzione di noi studenti in relazione al compito, ma un gruppo di lavoro come la blogoclasse si nutre anche di funzioni orientate al gruppo affinché i suoi elementi partecipino con sempre maggior sicurezza e convinzione. Magari mi sbaglio, ma di là da ogni questione puramente tecnica, il senso di appartenenza ha un suo perché anche in relazione al pieno sviluppo delle attività e a scuola ne abbiamo conferma ogni giorno. Impegnati a gestire le nostre difficoltà tecniche, forse dimentichiamo ancora di coltivare le connessioni e allora, ecco il passo indietro. Forse.

  5. monica says:

    @GranDiPepe”…Ci portiamo dietro il retaggio culturale della scuola convenzionale: uno->molti. In qualche modo la linearità del pensiero ha il sopravvento…”. In realtà il pensiero non è lineare ma reticolare, perchè opera per associazioni di idee,e quello che vuole Andreas, o almeno quello che ho capito, è che ci mettiamo alla prova che facendo ed anche sbagliando, rimanga qualcosa di utile per la nostra professione di insegnanti.
    Lui ci da degli input con il suo blog, noi rispondiamo ad essi, ed implementiamo i nostri blog. Cosi da conoscenza nasce conoscenza, in un circuito si spera senza fine. 🙂

  6. Andreas says:

    Ottimo GranDiPepe.

    Di fatto, io sono geneticamente impossibilitato a salire in cattedra. La mia natura è quella del ricercatore e dell’artigiano, solo incidentalmente mi trovo ad insegnare, ma è un ruolo temporaneo che mi spaventa e ricopro con fatica. Mi ci posso al massimo arrampicare sulla cattedra, con grande fatica e tremende vertigini, se vi sono costretto perché vedo che alcuni si sentono disorientati. Poi devo scendere in fretta …

  7. GranDiPepe says:

    ops… il Prof é salito in cattedra? Forse è una formalità imposta da quanti non capiscono – anche io?…- e si arrovellano sul “Ma cosa devo fare?”. Io non ho ancora capito “cosa devo”fare, ma faccio. Mi verrebbe da suggerire a tutti quelli che sono in tensione (ogni tanto devo fare memoria che questo è un corso imposto per arrivare a “strappare il pezzo di carta” 🙂 ) che la prima regola è “abbassare il diaframma”, scaricare la tensione. Questo mi porta a riflettere sulla difficoltà ad apprendere, da parte nostra, in modo “non convenzionale”. Ma l’ansia da prestazione -ahi… Andreas ha parlato di “voto”, e quindi è un corso dove i compiti “dovranno essere eseguiti in un certo modo per potere avere il voto”- e questo impone di comportarci come ci hanno insegnato. Ci portiamo dietro il retaggio culturale della scuola convenzionale: uno->molti. In qualche modo la linearità del pensiero ha il sopravvento, dovremmo ritornare bambini. Porto questo esempio: mi è capitato di distribuire “ai miei bambini” dei fogli bianchi, sul tavolo c’erano ritagli di carta colorata, colla borbici, bottoni, stoffe… quando mi è stato chiesto “cosa dobbiamo fare?”, ho rispoto “quello che volevano”. In sostanza avevano degli strumenti, potevano sceglierli a piacimento oppure non sceglierli. Il risultato: i bambini hanno parlottato fra loro, si sono scambiati idee, hanno poi scelto in modo indipendente come procedere e così qualcuno ha scritto il proprionome colorato, altri hanno fatto dei disegni, altri hanno ritagliato e incollato, altri hanno trasformato il foglio in aeroplanini che svolazzavano sopra le teste… Ognuno si è adoperato per “fare”.
    Andare oltre il foglio bianco potrebbe essere la consegna, cosa ne pensate?

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