Democrazia avvelenata

Nel mese scorso il caso Sea Watch 3 ha polarizzato l’opinione pubblica. È di questi giorni la segnalazione da parte dell’Unhcr del probabile naufragio di 150 persone. Oggi apprendiamo da Ansa che si profila un braccio di ferro simile a quello che ha avuto luogo con la Sea Watch 3, salvo che questa volta si tratta della nave “Gregoretti” della Guardia Costiera italiana. Si tratta di casi sollevati a scopo essenzialmente mediatico, essendovi coinvolti numeri molto limitati di persone: 53 nel caso di Sea Watch 3, 140 in quello della Gregoretti. Numeri piccoli in quanto nel frattempo gli ingressi procedono indisturbati. Mentre si svolgeva la vicenda della Sea Watch 3, oltre 1200 persone sono approdate nel mese di giugno attraverso sbarchi fantasma: l’attenzione di un intero paese focalizzata su 53 (disgraziate) persone mentre ne arrivavano 1200 nell’indifferenza generale. Non si capirebbe la differenza sennonché nel primo caso era coinvolta una ONG mentre con gli sbarchi fantasma le ONG non c’entrano nulla. Se ne deduce che non è l’emergenza reale quella che interessa ma un preciso obiettivo mediatico.

Ma è poi quella dell’immigrazione un’emergenza? In realtà no, basta esplorare poche fonti statistiche ufficiali per rendersene conto. L’Italia non accoglie più degli altri paesi europei ma è in media. Nel 2017 gli extracomunitari erano il 5.9 % in Italia e il 6.6% in Germania, 5.6% in Spagna, 5.6% in Grecia, 4.7% in Francia. Numeri che è bene vengano bilanciati ma contrari alla narrazione secondo cui li “prendiamo tutti noi” (dati Eurostat) . Da notare il caso della vicina Svizzera che ospita 8.6% di extra-comunitari.

Tuttavia, anche se questi sono i numeri globali, è vero che negli ultimi anni stiamo vivendo un incremento di arrivi che ci autorizzi a parlare di invasione? Decisamente no. L’anno di picco è stato il 2017 con 64000 arrivi (dati Ministero Interno). Anche se si trattasse di un afflusso annuo costante, l’ingresso dell’1 per mille annuo della popolazione non rappresenta un’invasione.

Di problemi gravi, cogenti e annosi ce ne sono diversi nel Paese. Di fronte a questi numeri quello dell’immigrazione non pare essere il maggiore. Nel 2018 si stimava che il costo dell’accoglienza si agirasse intorno ai 5 miliardi l’anno (AGI fact checking). Per rimanere in tema di migrazioni, in un recente articolo apparso su Return On Academic Research, si evidenzia come il fenomeno preoccupante sia quello dell’emigrazione e non dell’immigrazione. Allo stato una laurea triennale costa circa 90’000 €, un ciclo triennale-magistrale 150’000 €. I dati, che tentano di stimare anche la quota di non registrati all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero, parlano di 285 mila persone espatriate nel 2017, delle quali circa un terzo laureate (Fatto Quotidiano, 2.8.18). Se si tiene conto che l’OCSE stima un ritorno in tasse e servizi per lo stato di quattro volte l’investimento fatto su ciascun laureato nell’arco della sua vita, tale flusso in emigrazione si traduce in una regalia dell’ordine di svariate decine di miliardi di Euro l’anno, solo conteggiando la quota di laureati, ben superiore ai 5 miliardi annui spesi per l’accoglienza, pur trascurando il vantaggio economico e sociale che deriverebbe da un investimento intelligente in integrazione. Ed abbiamo parlato solo di emigrazione.

Ma quella che ci sembra una conseguenza ancora più devastante di questa narrazione proditoria è il sostanziale tradimento della Carta Costituzionale e dei Trattati internazionali che, nel loro insieme, garantiscono la pace e la prosperità delle quali tutti i paesi europei hanno goduto dall’ultimo dopoguerra ad oggi.

Se da un lato provvedimenti, quali i due cosiddetti decreti sicurezza, vengono segnalati dai giuristi dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione come incostituzionali in vari specifici aspetti, ancora di più generale portata appare il danno arrecato da una comunicazione priva di freni, tesa unicamente alla raccolta del consenso immediato, senza alcuna attenzione per le conseguenze che dichiarazioni avventate possono avere in un mondo caratterizzato dalla trasmissione immediata e ubiquitaria dell’informazione.

Le ondate di odio scatenate dall’uso improvvido dei social da parte di alcuni personaggi del governo disattendono in maniera eclatante quella funzione pedagogica della politica di cui la Costituzione e i Trattati Internazionali sono intrisi. Queste Carte sono il frutto dell’impegno di uomini di grande cultura e spessore morale, che si mobilitarono al risveglio dall’incubo di due mostruose guerre mondiali.

«La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l´impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.”

Così si esprimeva Piero Calamandrei, padre costituente, in un famoso discorso nel 1955. Tutti gli amministratori devono giurare di “osservare lealmente la Costituzione” quando assumono l’incarico.

È il momento di fermarsi a riflettere seriamente sulle parole della Costituzione, cercando di recuperarne il peso. È un passo imprescindibile e urgente alla luce di un contesto comunicativo completamente diverso rispetto ai tempi in cui quelle parole furono scritte. Il cortocircuito mediante il quale un personaggio pubblico può guidare le masse come un novello pifferaio magico attraverso i social mina alla base l’architettura rappresentativa della democrazia che i padri costituenti avevano in mente.

Se una riflessione del genere non viene portata avanti a tutti i livelli dell’amministrazione della cosa pubblica, la democrazia come l’abbiamo conosciuta nel 900, che Winston Churchill definì peggiore forma di governo, eccetto tutte quelle sperimentate finora, verrà avvelenata mortalmente dall’estromissione del pensiero dal discorso pubblico.

 

Una risposta a "Democrazia avvelenata"

  1. Sandra Miotto ha detto:

    Tutti tesi a trasgredire, dimentichiamo il gusto della “regola” che risulta quasi assente oggi.
    La madre aspetta il figlio al pranzo della domenica: aggiunge una manciata di funghi in più al risotto che piace tanto; mette con cura in evidenza la bottiglia buona, la saliera, perché al suo commensale più importante piace il gusto ricco; la torta di mele immancabile per festeggiare il ritorno.
    Il figlio è solito fare, la madre lo previene, riconosce in anticipo ogni richiesta e avvolge di calore la tavola condivisa. È la libertà di essere riconosciuti e di riconoscere l’altro, così le regole prendono vita.

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