Novaja Gazeta — Anna Politkovskaja — il disprezzo del regime per la vita

Forse un modo per onorare la memoria di Anna Politkovskaja — autrice di La Russia di Putin e molto altro, uccisa con quattro colpi di pistola il 7 ottobre 2006 (compleanno di Putin…) — è quello di diffondere la testata indipendente presso cui ha lavorato, Novaja Gazeta, chiusa dal regime ma nuovamente presente in rete dal 20 aprile scorso su server europei.

Con l’occasione segnalo l’approfondimento del 24 aprile scorso sulla gestione caotica dell’esercito russo, alla vigilia della cosiddetta seconda fase, con la raccolta di un calderone di forze militari sconnesse e prive di coordinamento. In sostanza il regime raschia il fondo del barile delle risorse umane a causa delle ingenti perdite subite nell’infruttuosa prima fase dell'”operazione militare speciale”.

Il quadro che emerge da tutto ciò è quello del più profondo disprezzo per la vita umana. Si può dire l’ingrediente di un metodo applicato sistematicamente da una ventina d’anni, in primo luogo sui militari stessi.

Come si legge nell’articolo, la Russia ha attaccato un altro paese mettendo in campo 200’000 uomini del totale disponibile di 320’000, perdendone più di 60’000 in poco più di un mese. Sono numeri da guerre dei secoli scorsi ma soprattutto numeri che mostrano in che conto siano tenute le vite degli uomini. Vite di disgraziati peraltro, che a fare il soldato ci finiscono giovani provenienti dalle regioni remote più depresse, che si arruolano per disperazione. Il sistema di reclutamento è rigorosamente classista. Per non fare il militare si deve andare all’università, cosa che non viene nemmeno in mente ai figli dei popoli remoti. Ufficiali diventano i golden boys della società russa, rampolli della società ricca, fatta di mafia e corruzione. La cultura di gestione dell’esercito è quella del FSB, ex-KGB, origine di Putin come del Patriarca Kirill. Gente interessata a tutto fuorché alla vita delle persone.

Già nel 2004, descrivendo la II guerra Cecena, Anna Politkovskaja illumina il barbaro trattamento riservato nell’esercito ai sottoposti, a qualsiasi livello, fonte di un mostruoso torrente d’odio, che dalla vetta della gerarchia travolge tutto il sistema, fino ai malcapitati civili che finiscono nelle operazioni militari speciali, vent’anni fa come ora.

Il disprezzo per la vita pare ovvio pensando al milione di ucraini e ai 200’000 bambini già deportati, molti dei quali nelle regioni più orientali, depresse, instabili e pericolose. Spacciati per rifugiati, in realtà viene “offerta” loro la cittadinanza russa con i relativi (in realtà miserabili) benefici purché non si muovano per i prossimi tre anni. Deportazione. Ma questo è accaduto tante altre volte in Russia come altrove. Come non sono certo una novità le efferratezze sui civili nei luoghi di guerra. Di canaglie è sempre stato pieno il mondo.

Ma qui c’è qualcosa di peggio e di più radicale. In realtà come il disprezzo per la vita sia straordinariamente radicato nell’organizzazione imposta dal regime lo si evince dal trattamento disumano riservato ai militari stessi. Sconvolgenti le storie raccontate dalla Politkovskaja. Ad esempio quella del maggiore Rinat, eroe pluridecorato dell’esercito scacciato e abbandonato come un barbone insieme al figlio, allorché non più in grado di sostenere una vita pericolosissima. Uno che portava a termine missioni impossibili in condizioni estreme. O quella di Aleksej Dikij, capitano di un sommergibile atomico della Flotta del Pacifico che, pur costretto con la famiglia all’indigenza per lo stipendio da fame, ligio al dovere si sacrifica — in quel ruolo ci si ammala presto per le radiazioni ionizzanti — dedicando la vita alla manutenzione del sottomarino di cui Mosca non si occupa.

Mosca non mantiene. Mosca non educa. Il popolo lo preda. Le risorse le preda. Psicologia criminale fatta sistema statale.

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