Daily: l’ultimo studente

Sociogramma 9 aprile 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.
Sociogramma 9 aprile 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.

L’ultimo studente, anzi, ultima studentessa di un insegnamento che ho tenuto per due anni: Tecnologia della Comunicazione Online nel CdL in Teorie della Comunicazione presso la Fac. di Scienze della Formazione. Ultimo appello. Fa un po’ tristezza l’ultima volta. Anche perché in quel corso questa macchina funzionava davvero bene, cosa abbastanza ovvia visto la natura del corso di laurea. Ho dovuto mollare, per via della quantità esagerata di insegnamenti che tenevo e per altri motivi contingenti. Aggiungo qui il contributo di Melissa perché cade in sincronia con il percorso di quest’anno. La provenienza degli studenti mi è indifferente, qui ci sono anche alcuni studenti di scuole superiori (che domani coinvolgeremo, con l’assignment 6).

P.S. Dieci minuti dopo aver pubblicato questo post trovo che Marta dice:

Ho deciso di mandare per e-mail “Coltivare le connessioni” alla mia prof di Filosofia (che alcune di questa blogoclasse conoscono bene :-)), che secondo me ha capito e applica benissimo il concetto di PLE in filosofia e storia…infatti si scontra (e a volte cade…) continuamente col sistema del voto, che è quanto di più distante dal PLE si possa immaginare…

Mi piacciono questi incroci. Facci sapere Marta che dice la prof, se vuoi. Anche se ci critica … 🙂

Lettera a un professore

Devo ammetterlo.

I suoi post mi hanno messo in crisi.

Perchè ora dovrò tirar fuori uno sfogo bello e buono; prendere in mano carta e penna e fare la relazioncina studiata a tavolino non è il mio forte.

Aihmè.

Stavolta mi è stato chiesto di scrivere ciò che penso, niente di più semplice, diranno alcuni, io la rigiro così:

parlare di cosa ho sentito.

Per me la penna è sempre stata compagna di emozioni vive, e confrontarmi con le sue non può essere fatto altrimenti che con la penna ( in questo caso virtuale).

Niente mi sembrava più azzeccato di parlare di emozioni ispirandomi al suo pamphlet, professore….

Perchè ci ho trovato tanti tanti tanti rimandi a quelle cose sentite, alle esperienze personali, ai contributi di persone che vogliono cercare di cambiare un po’ lo stampo in cui siamo finiti dentro e che ci ha un po’ plasmati.

Ho riletto tante di quelle volte le sue pagine che ho finito per impararle a memoria….

Potrei scriverci un pamphlet di rimando, e se mi da l’occasione giuro non mancherò!

Ma voglio procedere per gradi. Io ho individuato delle linee guida, delle parole chiave dentro ogni pagina che ho letto…parole che hanno marcato il mio percorso di lettura, nelle quali mi sono rivista e dentro le quali ho trovato delle metafore di esperienza…

Una tra queste è stata NUOVO.

Ecco cosa è stato per me “il nuovo”.

Saper accettare ciò che non conosciamo, ma è pur sempre una grossa scommessa.

Per alcuni, Internet è il nuovo. E non faccio distinzioni d’età (i grandi non lo capiscono, i giovani si). Sta dentro la testa di ognuno, accettare qualcosa, aprirle la porta e farla entrare o semplicemente ignorarla.

Io l’ho semplicemente visto nascere. Un giorno gli ho aperto la porta.

E’ nato con noi, è cresciuto con noi, si è evoluto al punto che non riusciamo più a capire dove andrà a finire. E’ una crescita caotica di reti, di quelle reti di cui lei parla, dove dentro, noi, io, ci stiamo bene. Eccome.

E’ quel quaderno dove possiamo esprimerci, dove possiamo essere noi stessi, dove abbiamo voce in capitolo.

Ma facciamo un passo indietro.

Avevo circa otto anni quando ebbi per la prima volta in regalo un diario.

Un diario di quelli con la copertina rigida, colori tenui, e un lucchetto. Un lucchetto e una chiave.

Ebbene, li si aprì un mondo nuovo, cosa ci avrei potuto fare con un diario?

Ecco prof, quel diario è stato il mio primo PLE.

E concordo sul fatto che non può essere tracciato una volta per tutte.

Per una bimba di otto anni si limitava a raccogliere le foglie degli alberi e le figurine degli animali.

Ma si è evoluto con me, è cresciuto con me fino a trasformarsi, ed un giorno è diventato un contenitore troppo piccolo.

Poi arrivò il blog.

Anche lui da principio nuovo.

E sei lì a porti le stesse domande che a otto anni ti ponevi di fronte ad un diario segreto.

Forse mi sono sempre fatta troppe domande, e ho posto sotto analisi tutto ciò che non era per me scontato. Per me è stato un compagno di vita. Un amico immaginario. Avevo delle domande, lì trovavo le risposte.

E più passava il tempo, più desideravo pareri, anelavo confronti, volevo finire in quella rete caotica e prendere un pezzetto da tutte quelle persone che incontravo sul mio cammino e farlo mio.

Per me è stato un dono.

Le infinite connessioni che ho trovato grazie a questo blog sono state un regalo prezioso.

Il mio PLE è cresciuto grazie a tutte loro. E’ uscito fuori da una piccola stanza e si è evoluto.

E’ un’emozione unica.

Sa, tante persone mi dicono sempre…perchè non ci fai un libro?

Significa che qualche pezzetto di connessione, qualche parte di me, è arrivata anche a loro.

Per questo rido, quando sento parlare, come ha sostenuto anche lei, di Internet=qualità assente.

Ma dove sta la qualità che può apportare alla propria vita il confronto con l’altro?! L’arricchimento che ne può derivare? Ho imparato tante di quelle cose nello scrivere qua dentro più di quante non ne abbia mai imparate in 18 anni di scuola (oddio sembrano un’eternità).

Riflettiamoci: abbiamo passato più della metà della nostra vita tra i banchi (annessa Università) e il nostro contributo in tutti quei banchi è stato una percentuale troppo infinitesimale per essere considerata tale.

Siamo figli del nostro tempo, e il nostro tempo è stato quello delle gare di lettura, di quelle di matematica, dei giochi sportivi ai quali però partecipavano solo i più bravi della classe….il buono e il cattivo, il bravo e il non.

Se dovessi descrivere in poche parole un’immagine di scuola mi viene in mente questo:

Lui parla. Tu ascolti.

Auris in latino, significava orecchio. Porgere l’orecchio, prestare attenzione, non un atto superficiale.

Di rimando se io parlo, tu ascolti.

E il tuo dovrebbe essere lo stesso tipo di ascolto, attento, non superficiale.

Ma non è sempre stato così, purtroppo.

Le nostre esigenze, chi le ha mai ascoltate?

Lei ha suggerito che la scolasticità dell’istruzione, della nostra istruzione, ha portato ad un atteggiamento passivo e ad non-nascita della creatività: la creatività che abbiamo dentro, la si scopre se qualcuno te la tira fuori. Forse finché qualcuno non ti mette nelle condizioni di confrontarti con te stesso non ti rendi conto pienamente delle tue potenzialità.

E basta un niente.

Forse c’è qualcosa che nel fantomatico mondo di Internet a qualcuno scoccia un po’. Che per un attimo si trova dall’altra parte, e si trova a dover ascoltare.

Metafore.

Sono state illuminanti.

Se me lo permette, io ne ho trovata un’altra, anche se non saprei come definirla.

Gliela illustro tramite un fatto di vita vissuto, chi vorrà contribuire a rinchiuderla dentro una parola….avanti!

Appena due anni fa, partecipai alla stesura di un libro che voleva raccontare il lavoro. Ma non il lavoro di chicchessia. Il lavoro dei nostri nonni e bisnonni, in un periodo in cui lavorare significava sostentamento, cibo, vita.

Mantenere i propri figli.

Se questo poi veniva fatto negli anni ’40 in un paese di poche anime nel sud della Sardegna, è tutta un’altra musica.

Qualcuno potrebbe definirle storie semplici, di vita quotidiana, di persone che si alzavano con il sorgere del sole e tornavano a casa al tramonto.

Sono tutt’altro che semplici.

Anzi.

Sono tutto. Sono la dimostrazione di legami profondissimi che legavano l’uomo alla terra, alla luce del sole, all’acqua e agli animali, a quelle cose che noi abbiamo abbandonato o alle quali non diamo più una voce.

Questo lavoro di ricerca è stato per me un’esperienza formativa unica nel suo genere. E quando ho letto del suo dialogo con il nonno che le raccontava come parlava alle piante, ebbene ho pensato alla mia infanzia e a quanto i miei nonni e i loro racconti (e a quanti altri nonni con questo lavoro) hanno arricchito le mie connessioni con il mondo.

Una passeggiata nel bosco l’ho fatta anch’io in compagnia di questi anziani che hanno dato un contributo essenziale alla nostra conoscenza. Loro sono stati un arricchimento inestimabile, che noi persone “colte” del XXI secolo, con i nostri 18 anni di scolarizzazione alle spalle … possiamo pure permetterci di ignorare. Già.

Ecco per me il loro lavoro ha la stessa importanza del lavoro che possiamo fare oggi online. Metaforicamente parlando, s’intende. Prendersi cura di sè e dell’altro, consigliarci e coltivare quel campo che cresce piano piano… la nostra esperienza di vita.

Ho letto Lettera ad una professoressa.

E ho sorriso.

Perchè quelle parole sono così vere, così sentite, verso un sistema che continua a commettere gli stessi errori.

La storia qui non insegna.

Scorrendo le pagine di Don Milani ho trovato queste, le regole dello scrivere, che credo inizierò ad usare:

– avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti

-sapere a chi si scrive

-raccogliere tutto quello che serve

-trovare una logica su cui ordinarlo

-eliminare ogni parola che non serve

-eliminare ogni parola che non usiamo parlando

-non porsi limiti di tempo

Ecco, io non me ne sono posta, perchè credo di avere altro da scrivere….

Anche qui ho imparato qualcosa, prendo un altro pezzettino che s’aggiunge al mio sacchetto di esperienza….

Grazie Prof

per la profonda riflessione.

6 thoughts on “Daily: l’ultimo studente

  1. Melissa says:

    Avevo anticipato nel post il fatto che l’intervento non fosse finito….anche perchè lo ritengo un argomento talmente vasto che sarebbe riduttivo racchiuderlo in poche righe…
    Niente sentimentalismo…la definirei sincerità. Mi fa piacere che dall’altra parte ci sia un insegnante a rispondere, perchè la lettera era indirizzata proprio a loro; e non vuole essere un atto d’accusa, anzi, è mettersi sullo stesso piano e confrontarsi. Ho stimato pochi docenti nella mia carriera scolastica, ma Quei pochi sono rimasti qui e restano compagni di viaggio….il maestro che in silenzio osserva, ascolta e non giudica. Una guida.
    Proprio perchè ho sempre creduto nel rapporto insegnante/alunno ( io che da grande avrei voluto insegnare) ci voglio scommettere sopra….
    E’ grazie a questi contributi e dialoghi che si pongono le basi per cambiare ciò che verrà….perchè abbiamo 20 anni ( chi più chi meno)… il pessimismo cosmico lasciamolo agli altri !

  2. Mariaserena Peterlin says:

    Tante cose da dire su questo post, e nessuna sentimentalistica; mi trovo infatti a dover premettere che tra sentimento (ed espressione del sentimento) e il sentimentalismo (e le sue effusioni) c’è un abisso, o meglio c’è l’essere pienamente umani. Ma tralascio perché ciò di cui non è importante parlare è preferibile tacere.
    Melissa indica una serie di argomenti tra i quali estraggo almeno un punto che mi sta a cuore (cuore? numi del ciel !!)
    Melissa sulla scuola scrive: “Lui parla. Tu ascolti.[…]
    Di rimando se io parlo, tu ascolti.
    E il tuo dovrebbe essere lo stesso tipo di ascolto, attento, non superficiale.
    Ma non è sempre stato così, purtroppo.
    Le nostre esigenze, chi le ha mai ascoltate?
    Lei ha suggerito che la scolasticità dell’istruzione, della nostra istruzione, ha portato ad un atteggiamento passivo e ad non-nascita della creatività: la creatività che abbiamo dentro, la si scopre se qualcuno te la tira fuori. Forse finché qualcuno non ti mette nelle condizioni di confrontarti con te stesso non ti rendi conto pienamente delle tue potenzialità.”

    Osservazione forte, diagnosi chiarissima, nonostante il “forse” premesso. Ma è questa la realtà. Gli insegnanti non ammettono che la via passivizzante, troppo spesso preferita, è la meno faticosa.
    Una classe o meglio un gruppo di ragazzi o bambini vivi e vivaci che si esprimono sono faticosi, o entusiasmanti: dipende da quanto cariatico è il cervello dell’insegnante. L’insegnante cariatide si posa sulla cattedra e sta; impone la sua presenza e il suo scalcinato verbo pomposo. L’insegnante utile, invece, gioca fino in fondo il suo ruolo, vuole lasciare uscir fuori la propria anima per tirare fuori quella dei suoi ragazzi e far sì che si animino e facciano respirare la loro: un gioco in cui non c’è risparmio di energie, in cui si deve ammettere i propri limiti (quando occorre) perchè il nostro limite è o può essere una barriera per i nostri ragazzi e va abbattuto.
    Chi ha paura dei sentimenti non deve insegnare.
    Non nascondo che leggere Melissa è emozionante, ma non è una scoperta: piuttosto è un riconoscersi tra persone che sono anime vive e parlanti.
    Ognuno si deve poter esprimere: rinunciare a questo diritto o imporre la rinuncia è una violenza. Esprimersi è fase di passaggio, di mutazione verso obbiettivi nuovi.
    E chi se ne importa se anche i sentimenti ci sbattono il naso; ci sono sempre l’ironia, e soprattutto l’autoironia, che ci possono, ci devono soccorrere.
    Io personalmente estremizzo la citazione dalla “Lettera ad una professoressa” dove dice
    -raccogliere tutto quello che serve
    -trovare una logica su cui ordinarlo

    Consigli preziosi, ma che leggo anche come un necessario manuale strategico per la difesa di ciò che (come alunni e non solo) si scrive: raccogliere tutto quello che serve a essere esaurienti per il per chi ci leggerà; e trovare una logica su cui ordinarlo e che possa far condividere quello che abbiamo scritto; perché non puoi non pensare che la matita blu incombe sulla tua creatività e che è meglio avere strumenti per fronteggiarla

  3. Giulia Onorati says:

    L’ultima studentessa..mette un pò di tristezza…ecco, credo che, nonostante tutte le difficoltà incontrate all’inizio e l’impegno costante che comunque richieda “l’allestimento” dei blog…mi dispiacerà davvero tanto terminare il corso, quando sarà. é stata proprio una bella esperienza formativa..:):)

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