Assignment 6: letteratura scientifica 1

Immagine della lavagna con su scritto "Letteratura scientifica 1"Ciambello e Littlechemistry hanno fatto funzionare un motore con carburante fatto in casa. Ciambello è un cyber-studente di questa blogoclasse, Littlechemistry un suo compagno di classe, vera classe, di superiori suppongo. E ci deve avere messo lo zampino un altro punto blu, il loro professore di scienze, che in futuro forse loro ricorderanno come io ho ricordato il mio.

Ciambello, nel suo ultimo post, ci racconta del progetto Fuel@Home, che hanno portato al concorso Google Science Fair.
Leggiamone insieme la descrizione che riporto qui, e guardiamo l’ottimo video che hanno preparato …

Fuels are a big problem today. People from all over the world are trying to find alternatives to petrol. We wanted to engage ourselves in this “game”, too, with our solution. Our project wants to know if it is possible and sustainable to produce bio fuel from yeast at home and if this fuel is powerful enough to run a 2 stroke 30cc engine, that can be used for different purposes. We went through three different steps:

  1. fermentation
  2. distillation
  3. engine testing

Each of these three steps had his own problems to solve: which is the best nutrient for yeast to grow? How can we build a distillation pot using just things we find at home and spending as less money as possible? Which is the best setup for the engine to run on ethanol? We tried to answer all these questions.

Ci sarebbe da riempire un libro per descrivere la ricchezza didattica di un’operazione del genere, ma non è questo lo scopo di questo post. È molto utile invece analizzare la struttura del video nel seguente modo:

  • 00:00-00:38 il problema
  • 00:38-00:47 l’obiettivo del lavoro: possiamo risolvere il problema così?
  • 00:47-01:20 i materiali e i metodi0
  • 01:20-01:45 i risultati

Posizione del problema e dello stato delle conoscenze a riguardo, dichiarazione dell’obiettivo del lavoro, descrizione dei materiali e dei metodi, descrizione dei risultati. Questi sono gli elementi canonici minimi di un lavoro scientifico.

Ci sono regole per scrivere un articolo scientifico, ma come sempre, è bene avere presenti i motivi fondamentali che hanno ispirato le regole. Capito questo, può anche accadere di derogare utilmente da esse.

La letteratura scientifica è il veicolo principale della trasmissione della conoscenza scientifica. L’obiettivo primo di un articolo scientifico è quello di consentire a chiunque di replicare l’esperimento descritto oppure di ripercorrere i passaggi matematici se si tratta di un lavoro matematico.

Chiunque significa chiunque abbia una ragionevole preparazione nel campo al quale l’articolo si riferisce. Detto così suona abbastanza semplice e ovvio, in pratica oggi il novero di coloro che sono in grado di capire un articolo scientifico è molto ristretto a causa della mostruosa esplosione delle conoscenze e della elevatissima frammentazione delle discipline. Un neolaureato in qualsiasi dominio scientifico è in grado di capire ben poco della letteratura scientifica pertinente. Questo è uno dei grandi problemi della conoscenza oggi.

Le regole di scrittura di un articolo scientifico, un paper in gergo, derivano da questa necessità, che viene presa molto sul serio. Quindi, se Ciambello e Littlechemistry volessero scrivere un paper, dovrebbero descrivere il loro lavoro in maniera così minuziosa da consentire ad ognuno di noi di replicare il loro lavoro.

La conoscenza scientifica non si basa su singoli risultati ma sul fatto che un certo esperimento, replicato da ricercatori diversi in laboratori diversi, dia sempre gli stessi risultati. La conoscenza scientifica non è mai definitiva. Può solo consolidarsi con il tempo, tramite la replicazione degli esperimenti diretti e la conferma di altri esperimenti che su quei primi risultati si poggiano. La conoscenza scientifica può solo consolidarsi ed è sempre a rischio. Anche dopo una messe di conferme basta un solo risultato negativo a rimettere tutto in discussione. È un fatto che accade normalmente. Di solito questi eventi traumatici si risolvono nella definizione di un certo campo di validità della conoscenza precedente e nella nascita di un nuovo e più ampio dominio nel quale valgono altre leggi più generali.

Questo meccanismo è così importante che è necessario un estremo rigore nella descrizione delle teorie e degli esperimenti scientifici. Non ci deve essere alcuna ambiguità. Di conseguenza, il ricercatore che scrive un paper è costretto a dire tutto quello che ha fatto, in che condizioni lo ha fatto, cosa ha usato, vuoi teoria o strumento. Il vertiginoso volume della letteratura scientifica richiede al tempo stesso una forma di economia: se la descrizione di un elemento, teorico o sperimentale, può essere inserita brevemente ma compiutamente nel proprio articolo, allora si procede senz’altro; altrimenti, si ricorre alla citazione di altri articoli nei quali tali elementi sono stati descritti con medesimi criteri di rigore.
Ecco che compare così la bibliografia (in inglese si appone il titolo References, tipicamente), che chiude qualsiasi articolo scientifico. In bibliografia si devono mettere tuttavia riferimenti che possano essere facilmente reperiti da chiunque lavori nello stesso campo, in qualsiasi parte del mondo si trovi. Questi riferimenti rientrano nell’ambito della letteratura scientifica internazionale, che è costituito da un corpus di riviste riconosciute in tutto il mondo, ogni campo le proprie.

Poiché la conoscenza ha carattere globale, quest’ultimo fatto comporta che la letteratura scientifica sia scritta in inglese – questo è uno dei tanti pregi del lavoro impostato da Ciambello e Littlechemistry, sono partiti subito nella direzione giusta. Esistono anche le letterature scientifiche nazionali ma sono prive di valore e servono primariamente al metabolismo basale dei gruppi di potere locali, di solito basso cabotaggio accademico, di cui si farebbe utilmente a meno.

È evidente che sussiste un problema di garanzia di qualità. Come si fa a  garantire che un articolo risponda ai requisiti minimi di rigore, completezza di descrizione, qualità della descrizione, originalità del quesito, significatività e riproducibilità dei risultati? Con il processo di revisione fra pari, peer-reviewing. Le riviste scientifiche serie, prima di pubblicare un articolo, lo inviano ad almeno due revisori esperti nella materia i quali, rimanendo anonimi, esprimono un parere tecnico sulla validità del lavoro proposto. L’editore della rivista, in base a questi pareri, decide se pubblicare senz’altro il lavoro (questo sulle riviste importanti accade piuttosto raramente), se subordinare la pubblicazione alla scrittura di una seconda revisione con tutta una serie di variazioni proposte dai revisori o se rifiutare tout court il lavoro. Si tratta di un processo spesso lungo e defatigante; non è raro che dalla prima spedizione di un articolo alla pubblicazione abbiano luogo più revisioni e che occorrano molti mesi od anche più di un anno. Il processo di peer-review costituisce una delle principali garanzie della serietà di un lavoro ma non è certo perfetto. La reale consistenza del lavoro scientifico emerge unicamente con la quantità delle verifiche dei risultati e di quelli che da questi discendono, nel modo che ho accennato prima.

Nelle prossime puntate di questo assignment, vi mostrerò come si usa il motore di ricerca fondamentale della letteratura scientifica biomedica. Deve essere però sin da ora assolutamente chiaro che non deve per nessun motivo essere confuso con Google. È chiaro che se ponete gli stessi quesiti a Google, questo vi risponde perché Google vi risponde sempre, ed è altrettanto sicuro che fra tutto quello che Google trova c’è sicuramente molta roba di qualità. Va tuttavia fatta una distinzione netta fra ciò che è pubblicato genericamente e ciò che viene invece pubblicato mediante il processo di peer-reviewing.

Stabilito questo in prima approssimazione, non bisogna d’altro canto assumere che nel mondo della letteratura scientifica accreditata risieda necessariamente la verità. Ah, ho scritto una parolona grossa, troppo grossa. La verità infatti, dopo tutta una lunga serie di risultati che sono stati conseguiti nel secolo XX, a partire dai campi della fisica e della matematica, è un concetto che crea molte ansie ai filosofi contemporanei ma anche agli scienziati che tendono a valutare la natura filosofica dei risultati scientifici. Non è luogo questo per entrare in un simile ginepraio, ma non si possono ignorare alcuni aspetti più specifici che complicano oggi la questione dell’autorevolezza della letteratura scientifica. Per contenere questa pur sommaria descrizione in termini ragionevoli, vale la pena qui di limitarsi alla letteratura biomedica, anche se i problemi a cui sto per accennare, sono condivisi, con qualche differente modalità da altre discipline.

Prima di continuare è bene avvertire qualcuno di voi, che forse sta già pensando che questa cosa non lo riguardi più di tanto non avendo intenzione di fare lo scienziato ma magari il medico di famiglia. Ebbene, costui si tolga immediatamente dalla testa un’idea del genere. L’esplosione delle conoscenze mediche e la comune difficoltà di formulare diagnosi accurate e assegnare terapie efficaci, pone un fondamentale e formidabile problema di aggiornamento a qualsiasi medico, se intende, come è doveroso, attenersi ad un preciso codice deontologico: non puoi curare male una persona a causa della tua ignoranza e non potrai mai e poi mai studiare all’università tutto quello che serve. State già studiando troppo, nel senso che vi rimane troppo poco tempo per fare l’esercizio di pensiero e dell’intuizione che invece saranno fondamentali. Quindi è fuori questione che possiate ingozzare tutto ciò che serve prima.

È per questo che è nata la Evidence Based Medicine, la quale si attribuisce una “missione didattica”, enfatizzando un processo di autoapprendimento in cui l’assistenza al paziente individuale stimola la ricerca dalla letteratura di informazioni valide, rilevanti ed aggiornate che consentono al medico di “colmare” i gap di conoscenza.

È per questo che esiste la meta-letteratura, ovvero articoli scientifici che generano risultati a partire da quelli ottenuti in altri articoli in condizioni simili. Sono lavori che impiegano sofisticati metodi statistici per ridurre l’inevitabile incremento di incertezza nella speranza di estrarre informazioni più focalizzate e significative, nonché di fornire uno strumento abbordabile per l’aggiornamento di chi non può dedicare il tempo necessario all’esplorazione di una letteratura sterminata.

Tornando al punto, occorre precisare che anche la nozione di esperimento cambia molto a seconda del contesto. La necessità dell’esperimento, quale modo fondamentale per interrogare la Natura, è stata chiarita da Galileo Galilei. Nella fisica fare un esperimento vuol dire creare un contesto di condizioni totalmente sotto controllo, in modo da poter variare solo certi parametri e così andare a vedere cosa succede ad altre quantità misurabili, in maniera da trovare o meno conferma delle teorie ipotizzate.

Difficile riprodurre un tale paradigma di indagine in ambito biomedico, a causa della natura estremamente complessa degli organismi biologici. Qui è impossibile applicare il principio del divide et impera che ha ispirato tanta ricerca nelle scienze di base, anche se ora la faccenda si è fatta anche lì molto più complicata e incerta. Gli organismi sono sistemi che è difficilissimo perturbare in modo controllato, come intendono per esempio i fisici, e se si perturbano troppo possono anche cessare di funzionare.
In sostanza si fa quello che si può ma si pagano prezzi importanti che non vanno mai ignorati. La sperimentazione clinica si traduce nel metodo del “clinical trial” di cui riporto la definizione del “Dizionario Enciclopedico Zanichelli di Scienze Mediche e Biologiche e di Biotecnologie”:

Studio clinico controllato in cui i risultati ottenuti in uno o più gruppi di individui sottoposti a trattamento vengono confrontati con quelli di un gruppo di controllo o gruppo placebo, e in cui i soggetti sottoposti ad osservazione sono ignari del gruppo di cui fanno parte.

È molto difficile realizzare ed interpretare correttamente esperimenti di questo tipo. Il concetto di consolidamento cumulativo di un risultato, a cui avevo accennato prima, è ancora più importante. Infatti una verifica di natura statistica, a posteriori, non rappresenta una dimostrazione, nel modo più assoluto: post hoc non implica propter hoc. Solo la conferma ripetuta di un risultato può accumulare la fiducia nella veridicità di un legame di natura causale. Sono sicuro che questo concetto vi verrà ripetuto nel corso degli studi. Me lo auguro perché è fondamentale. Può essere interessante dare un’occhiata a questi articoli in proposito: Why so much medical research is rot e Publish and be wrong. Il primo documenta come sia facile perdere significatività statistica quando si testano più ipotesi contemporaneamente. Il secondo ha verificato che di una cinquantina di risultati di grande rilevo pubblicati sulle più importanti riviste e largamente accreditati nel mondo scientifico, un terzo sono stati contraddetti nel giro di pochi anni. Naturalmente, anche questo un risultato che sarà bene riconfermare …

Detto questo, vediamo ora due importanti problemi che affliggono la ricerca biomedica. Il primo dipende dal volume della letteratura e dal ritmo con cui questa va crescendo. Il problema è che volume e velocità di crescita mettono in crisi il processo di peer reviewing. Finisce che i revisori son costretti a fare il loro lavoro troppo velocemente. Per fare una buona revisione occorre tempo e avere il polso della situazione. Io ho iniziato a rifiutare di fare revisioni ogni volta che mi sono allontanato da una certa disciplina, cosciente che non avrei più avuto il tempo di seguire il corso di quella specifica letteratura. I revisori sono a loro volta ricercatori e sono quindi anche loro sottoposti ad una elevatissima competitività che concede loro poco tempo. Nel giudicare un lavoro si tende quindi a privilegiare fattori che da soli non sarebbero sufficienti a valutare adeguatamente un lavoro, quali il prestigio già acquisito dagli autori, dei quali si tende a fidarsi di più. Inoltre, maggiore è il tuo medesimo prestigio è più facile sarà che ti vengano richieste revisioni. Non ce la farai a seguirle tutte ma non potrai rifiutare, perché non ti conviene. Succede che appalti le revisioni a membri del tuo staff, ma questi saranno più giovani e quindi più timorosi di dire sciocchezze: meglio tendere a valutare positivamente il lavoro del gruppo famoso, di caratura internazionale, piuttosto  che quello di un giovane autore emergente. Ne consegue una grave minaccia per la creatività e per l’emergenza di soluzioni realmente innovative, a favore di filoni che rappresentano il mainstream. Ecco che così un sistema nato per creare la massima selezione del nuovo finisce con il deprimerlo. Questa è una delle contraddizioni tipiche del mondo ipercomplesso.

Prevengo subito l’obiezione banale: ah ma allora tu sei contro il sistema tradizionale di produzione della letteratura scientifica. No, assolutamente, ma i problemi quando compaiono vanno riconosciuti e affrontati.

L’altro grande problema, che affligge in modo particolare la ricerca biomedica, è quello del conflitto di interessi. La situazione sin qui descritta è quella classica nella quale il maggiore artefice della ricerca scientifica è stato il mondo accademico delle università e degli istituti di ricerca. Con il passare degli anni sono aumentate moltissimo le interazioni con il mondo industriale che impiega le tecnologie derivate dalla conoscienza scientifica. Generalmente questo tipo di interazioni è visto come un bene in quanto le sperimentazioni moderne sono sempre più onerose per i finanziamenti pubblici e quindi un apporto economico da parte delle industrie non poteva non costituire un elemento di grande interesse. È qui tuttavia che nasce il problema del conflitto di interessi. La partecipazione industriale – segnatamente di case farmaceutiche in questo contesto – è giunta a costituire la parte del leone nel finanziamento della sperimentazione clinica. Poichè il risultato di una ricerca può avere conseguenze massiccie sugli esiti di vendita di un farmaco o su di una certa prassi clinica, emerge il problema dell’effettiva indipendenza dei ricercatori dalle organizzazioni che finanziano le loro ricerche. In effetti non si può non porre il problema di quanto un’industria farmacologica sia disposta a finanziare una costosa sperimentazione clinica i cui risultati possano influire in modo pesantemente negativo sulla vendita di un proprio prodotto.

Emerge così un nesso forte fra la creazione della conoscenza e l’economia. Un’altra grande sfida che dobbiamo affrontare. È per questo che ho citato volentieri un paio di articoli dell’Economist, anche per mettere in luce che il mondo economico si preoccupa di quello che succede in quello scientifico, data la mole degli interessi in gioco.

Una nota al fatto che quei due riferimenti sono in inglese. L’ho già detto del resto, ragazzi, senza l’inglese non si va da nessuna parte. Se non vi va di risolvere questo problema allora potete chiuder bottega e dedicarvi a altro, poco altro. Se vi capitano occasioni di migliorare l’inglese, fatelo!

Intanto, potete usare Google translate. Se usato col cervello, aiuta. Molto interessante anche Lingro: ci mettete dentro le pagine che volete leggere e allora quando cliccate una parola vi viene la traduzione.

Per ora vi lascio con questo esercizio: riflettete con calma su queste considerazioni, leggete quei due articoli che vi ho indicato, magari aiutandovi con Google translate e Lingro. Scrivete post a riguardo solo se vi viene spontaneo. Nella prossima puntata si va sul pratico.

42 thoughts on “Assignment 6: letteratura scientifica 1

  1. Giulia 91 says:

    WOW! sono senza parole!!!Ho letto un commento che usa le stesse parole che avrei usato io per descrivere il lavoro di Ciambello e Littlechemistry: “pensavo che cose del genere esistessero solo nei film delle highschool americane”…ragazzi veramente tanta roba!!!!!! Il mio secondo “WOW!” va per Lingro; Il mio inglese necessita sicuramente di improvment ma il senso delle frasi solitamente lo capisco, invece davanti ad un articolo scientifico ero bloccata appunto per la mancata (mia)conoscenza di diversi vocaboli”propri” del gergo scientifico..bene, usando questo programma “BAM!” mi si è aperto un mondo di possibilità..Grazie!!!

  2. Eleonora says:

    complimenti a Ciambello e Littlechemistry.. vorrei rispondere a tommaso matucci.. stiamo parlando di pubmed e letteratura scientifica, che pubblicano risultati di ricerche e clinical trial che hanno lo scopo di trovare un qualche nesso tra cause ed eventi (malattie nella fattispecie) o tra malattie e l’uso di determinate strategie terapeutiche.. o altro.. e da questi non vengono fuori scoop.. quelli vengono fuori dalle riviste rivolte al grande pubblico.. e non appena si apre un piccolissimo spiraglio arrivano dichiarazioni inappropriate dai media e in qualche caso anche da personale medico.. probabilmente al solo scopo di farsi pubblicità.. non mi sembra il caso di fare nomi esplicitamente.. comunque non facciamo parte del grande pubblico che ha bisogno di scoop o false speranze, ma siamo futuri medici ed è nostro compito informarci e formarci a dovere con gli strumenti adeguati e non con le riviste da parrucchiere…

  3. Anna Chiara says:

    Sapere che in Italia l’ ignoranza sulla ricerca scientifica
    non le permette di avere gli spazi ed il denaro che le spettano, mi rende triste…
    Il primo articolo mi sembra uno di quei disegni che si possono guardare sia da una parte che dall’altra:
    la statistica dà veridicità e forza allo studio, ma ,allo stesso tempo, e a mio parere, toglie tutto ciò se nn è fatta in modo corretto;
    Il secondo articolo mi ha fatto pensare all’inevitabile influenza che il nostro cervello ha dall’ambiente che c circonda:
    secondo me non è facile astrarre da tutto e tutti e rendere vuota la nostra mente, sempre in fermento, per
    purificarla da tutti i possibili bias, perchè solo così il lavoro sarebbe “pulito”…

  4. Tommaso Matucci says:

    Davvero complimenti a ciambello &co! guardando quanto costa la benzina al giorno d’oggi davvero un’idea ispirata…
    comunque, passando al discorso degli articoli riguardanti incredibili scoperte scientifiche, praticamente ogni giorno c’è
    un articolo che afferma che è stata trovata la cura definita per il cancro o l’aids o il raffreddore ma è tanto fumo e poco
    arrosto. la scienza si muove a piccoli passi, a volte avanti, a volte indietro, rimanendo lontana dalle necessità di pubblica-
    zione dei quotidiani, siano pure online, che perciò pur di far lo scoop tirano delle belle bufale!

  5. Giulia says:

    Proprio come Alessia, ho letto prima l’Assignment 6.2 e, soltanto dopo, il primo! E anche io mi sono posta la stessa domanda. Sono d’accordo anche sulla necessità di trovare un compromesso tra articoli aggiornati e poco revisionati e articoli molto revisionati ma anche molto in ritardo ad uscire.
    Ah, ammiratissima da Ciambello e Littlechemistry!complimenti:)

  6. Iacopo says:

    Riguardo all’articolo “publish and be wrong” si parla dei cosidetti “well-regarded research”. A questo proposito una soluzione secondo me potrebbe essere quella di sottoporre gli articoli scientifici da revisionare in forma anonima. In questo modo i giovani ricercatori o i ricercatori di vecchia data che si apprestassero a giudicare il lavoro di altri colleghi non si sentirebbero sotto pressione o comunque il loro giudizio non sarebbe deviato.

  7. Bene says:

    prima di tutto complimenti a Ciambello e Littlechemistry per il loro esperimento! sono veramente ammirata…
    ho letto inoltre gli articoli dell’Economist che ho trovato veramente interessanti… soprattutto in ‘publish and be wrong’ vengono fatte delle considerazioni che mi hanno colpito… sinceramente non mi ero mai soffermata sul fatto che gli articoli scientifici vengano attentamente selezionati e che la scelta verta inevitabilmente verso quelli che ‘destano scalpore’ e mettono in evidenza un risvolto positivo! forse se ci fossero più riviste scientifiche in modo che gli studiosi non ambissero a pubblicare solamente su capisaldi della letteratura scientifica del tipo Science e Nature si avrebbero degli articoli meno ‘eclatanti’ ma anche meno sbagliati? oppure l’unica soluzione è la pubblicazione online e solo qui possiamo trovare articoli più veri?

  8. docfodo says:

    Professore mi trovo daccordo con Cosimo nel dire che, purtroppo,tutto è economia!Dove non si può ottenere guadagno consistente non si investe!per avere i fondi in una ricerca è necessario dare dei risultati consistenti e il più immediati possibile tenendo anche conto dell’interesse del cliente!!è evidente che ognuno fa i suoi interessi e questo lo si ritrova in entrambi i problemi che lei ha posto della ricerca biomedica…

  9. Lula says:

    Non conoscevo affatto il peer-reviewing, ed è stato senz’altro illuminante. Tra l’altro risponde esattamente a ciò che è la ricerca scientifica, o meglio a ciò che comporta: il continuo confronto con gli altri, per ampliare i nostri orizzonti (che poi, se ci pensiamo, è anche quello che dovremmo fare nella nostra vita reale).
    Quanto al nesso tra economia e scienza in un mondo come il nostro è inevitabile, però io non credo che possa essere considerato del tutto negativo: i privati hanno molte più risorse da spendere nella ricerca (soprattutto se sono sospinti dal profitto) e, forse sarò ottimista, ma non è che il conflitto di interessi si può risolvere con la libera, anzi liberissima concorrenza tra aziende? o è un’utopia?

  10. Mariaserena Peterlin says:

    @ Andreas, Cosimo Sono d’accordo. Basta pensare all’uso che si fa dei social network che potrebbero essere potentissimi mezzi per proporre, confrontare, discutere e diffondere idee e invece sono la fiera del link che nessuno legge, e la vetrina dei luoghi comuni che tutti piaciano; ma sul cyberspazio (tutto)è necessario esser comunque presenti per tentare sempre di cogliere e lanciare, almeno, qualche segnale.

  11. Andreas says:

    @Cosimo Moradei

    La grande novità del cyberspazio è proprio questa: la possibilità di dar corpo alla voce dei cittadini, una voce che faccia da contrappunto a quella dei poteri forti, che ci saranno sempre perché sono intrinseci a qualsiasi tipo di struttura.

    Tuttavia, la voce dei cittadini potrà essere rilevante solo se questi saranno adeguatamente evoluti, autonomi pensatori e non solo istruiti.

    L’attuale cittadino istruito – magari anche molto – è ancora largamente inadeguato ad affrontare questa sfida.

    @Ciliegina
    @Alessia

    Sì, il processo si sta rivelando decisamente troppo lento, oltre che intorbidito dal volume e dai conflitti di interesse. Pare che in effetti il sistema stia evolvendo in forme in parte diverse. Un tema che sarà accennato nelle prossime puntate dell’assignment 6, ultimo cosiddetto obbligatorio 😉

  12. Alessia says:

    Ho trovato illuminante questo post. Poco fa, guardando i tutorial dell’assignment 6.2 e imparando ad utilizzare il motore di ricerca di PubMed, mi è sorto un dubbio che inizialmente ho trovato stupido e scontato, ma che adesso ho chiarito (ebbene sì, ammetto di aver letto a ritroso prima l’assignment 6.2 e solo dopo il 6.1, errore mio).
    La domanda in questione che mi ero posta è: “Come possiamo noi studenti/specializzandi/medici/ricercatori/curiosi ad essere sicuri dell’attendibilità dei dati che ci fornisce questo sito?”. Spesso ci viene detto di non attingere a fonti come Wikipedia (“L’enciclopedia aperta gestita da editori VOLONTARI”. Ma chi sono questi editori? Quanto ne sanno? Che grado di esperienza e competenza hanno?), ma anche molte altre riviste scientifiche, perché ormai è di dominio pubblico che non siano sufficientemente valide e coerenti (la riprova mi è giusto arrivata dai due articoli molto interessanti “Why so much medical research is rot” e “Publish and be wrong”). E allora mi chiedevo: “Cosa rende PubMed così speciale?”
    La risposta mi è arrivata da questo post, che mi ha messa al corrente dell’esistenza del peer-reviewing, di come funzionano le revisioni e, purtroppo, anche dei limiti ad esse associati. A questo proposito mi trovo sulla stessa linea di pensiero di ciliegina, e anch’io mi domando: è possibile raggiungere un giusto equilibrio tra articoli aggiornatissimi ma revisionati velocemente e distrattamente, e articoli eccessivamente curati ma pubblicati in ritardo di mesi? Esiste un compromesso tra tempestività di divulgazione e cura formale e attendibilità di quanto scritto?

  13. Marta Tilli says:

    Volevo fare i complimenti a Ciambello e Littlechemistry, ma per scrivere sul loro blog mi chiede l’account wordpress e io non ce l’ho… Bravissimi! Pensavo che cose del genere succedessero solo nelle scuole americane, o meglio nei film americani sulle scuole americane… Sono veramente ammirata!

  14. Ciliegina says:

    Molto interessante il progetto di Ciambello e Littlechemistry! Complimenti!

    Per quanto riguarda la porzione di testo:
    “È evidente che sussiste un problema di garanzia di qualità. Come si fa a garantire che un articolo risponda ai requisiti minimi di rigore, completezza di descrizione, qualità della descrizione, originalità del quesito, significatività e riproducibilità dei risultati? Con il processo di revisione fra pari, peer-reviewing. (…) Si tratta di un processo spesso lungo e defatigante; non è raro che dalla prima spedizione di un articolo alla pubblicazione abbiano luogo più revisioni e che occorrano molti mesi od anche più di un anno”

    Mi ha colpito molto questo argomento: non conoscevo l’esistenza del peer-reviewing e le modalità attraverso cui si esercitasse, ma a colpirmi di più è stato il venir a conoscenza delle tempistiche mediante le quali questo meccanismo funziona. Non è veramente troppo il tempo richiesto? Significa che bisogna attendere mesi affinché il risultato di quel dato esperimento venga globalmente divulgato? Non si rischia in questo modo di eccedere nella cura formale e esteriore del “sapere”, andando così a rallentare l’ingranaggio della continua progressione della ricerca scientifica?

  15. cosimo moradei says:

    focalizzando il discorso sul paragrafo in cui tratta l’entrata delle case farmaceutiche come principali finanziatrici,non posso che fare un appunto.

    oramai tutti è economia. lo Stato è visto come un’azienda, la ricerca come una possibilità di incremento dei guadagni (giocando sulla politica dell'”arrivare prima degli altri”), e tutto quello che il panorama politico-sociale nel quale ci ritroviamo.

    non si parla più di studio per amore della conoscenza, ma di studio per arrivare ad un lavoro stabile.

    il managering è la nuova frontiera della ricerca, la pubblicità il nuovo fine, il lavoro in laboratorio e il progresso sono esclusivamente il mezzo che permette di arrivare ai suddetti.

    è una realtà allibente, la maggior problematica è che vogliono far credere che non esistono alternative.

  16. Mariaserena Peterlin says:

    Ecco dimenticavo; credo che ci sia un problema lessicale o di riferimenti. Mai ho parlato di disprezzo verso nessuno, e forse ho inteso male io, e il commento non era riferito a quanto ho scritto; se così fosse chiedo di considerane nullo il precedente intervento.

  17. Carolina says:

    Non condivido il disprezzo mostrato verso la formazione umanistica del primo commento. Fin troppo generalista e fin troppo limitata come considerazione.
    Riguardo l’articolo: molto utile e interessante. Lo salvo e me lo studio.

  18. Matteo says:

    Se ci si può innamorare del modo in cui certe persone rendono omaggio ai loro maestri, e delle parole che lei rivolge al suo professore di scienze certo ci si può innamorare, e si può pensare che dev’essere stata una bella fortuna incontrare nel proprio percorso scolastico una persona di quel genere, allora mi fa piacere condividere con tutti voi un altro – e alto – tributo che è stato rivolto da un filosofo della scienza – Feyerabend – ai suoi maestri, in una pagina del Dialogo sul metodo che spesso ricordo tra le più entusiastiche ed energiche che mai abbia letto.

    Scrive Feyerabend: Ammiro Marlene Dietrich, che ha trascorso con stile la sua lingua e ha insegnato un paio di cosette a molti di noi. Ammiro Ernst Bloch, perché parla con l’idioma della gente comune e ha valorizzato le colorite testimonianze di vita offerte dalla gente e dai suoi poeti. Ammiro Paracelso, perché sapeva che la conoscenza senza cuore è una cosa vuota. Ammiro Lessing per la sua indipendenza e la sua propensione a cambiare idea, lo ammiro anche per la sua onestà, poiché è una di quelle rarissime persone che sanno essere oneste e spiritose insieme, che fanno dell’onestà il principio che guida la loro vita privata e non lo usano come bastone per spingere la gente alla sottomissione, né come esibizione spettacolare per divertire il loggione. Lo ammiro per il suo stile libero, chiaro, vivace, davvero diverso dalla consapevole e, in qualche modo, già pietrificata semplicità e letterarietà della Conoscenza oggettiva, tanto per fare un esempio. Lo ammiro perché era un pensatore senza dottrine e uno studioso senza scuole – ogni problema, ogni fenomeno cui si avvicinò era per lui una situazione unica che doveva essere spiegata e illuminata in un modo unico. Non c’erano frontiere per la sua curiosità, e nessun criterio limitava il suo pensiero: permetteva che pensieri ed emozioni, fede e conoscenza collaborassero in ogni singola ricerca. Lo ammiro perché non era soddisfatto della finta chiarezza, ma capì che la comprensione è spesso ottenuta tramite un processo in cui quello che pareva vedersi chiaramente si perde in una distanza indefinita. Lo ammiro perché non rifiutò i sogni e le favole, ma li accolse come strumenti per liberare il genere umano dal giogo dei più decisi razionalisti. Lo ammiro perché non era legato a nessuna scuola o professione, perché non sentiva alcun bisogno di esaminarsi, come una cortigiana attempata, in uno specchio intellettuale e non desiderava affatto farsi una reputazione che consistesse note a piè di pagina, riconoscimenti, discorsi accademici, laurea ad honorem e altri farmaci per lenire i timori degli insicuri. Soprattutto lo ammiro perché non ha mai cercato di acquisire potere sui suoi simili, né con la forza né con la persuasione, ma si accontentava di essere libero come un uccello – e altrettanto curioso.

    Inoltre prof, come contributo alla riflessione che ci sta proponendo, quando sono giunto al punto del post in cui scrive: «Come si fa a garantire che un articolo risponda ai requisiti minimi di rigore, completezza di descrizione, qualità della descrizione, originalità del quesito, significatività e riproducibilità dei risultati?», mi è tornata alla mente la vicenda editoriale e scientifica di Alan Sokal e Jean Bricmont, vicenda che presumo lei prof conoscerà bene, raccontata nel volume Imposture intellettuali (Garzanti), la cui sintesi può essere letta andando qui: http://www.sissa.it/ilas/jekyll/n03/forum/forum_3.htm

  19. Ciambello says:

    Grazie mille per aver citato il nostro progetto, lo apprezziamo moltissimo. Credo che lavorare a questo progetto, oltre ad approfondire le nostre conoscenze nelle materie interessate (biologia, chimica e fisica), ci abbia anche consentito di riflettere su cosa è la scienza, come funziona la ricerca o un esperimento. Interessante è stato capire che non deve sempre andare tutto nel verso giusto, si trae molto più vantaggio dagli errori: è in questo modo che si progredisce. Per non parlare poi della magnifica sensazione che si ha quando si capisce qualcosa, scritto magari in un’altra lingua, ed integrarlo direttamente nel proprio lavoro. In più è un ottimo modo di conoscere i propri interessi, allenare l’inglese e partecipare a qualcosa di veramente interessante ed intelligente.

  20. Mariaserena Peterlin says:

    … e se mi sono sempre chiesta perché i maggiori scrittori non fossero che raramente letterati, ma ingegneri, chimici, medici ecc e nel caso invece fossero di formazione umanistica procedessero comunque con minuziosa scientificità non solo a preziose ricerche filosofiche, filologiche e così via, ma anche al continuo scambio e confronto con altri loro pari, adesso ho trovato un potente indizio. Grazie prof!

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