Fattoria Moyo — bozza progetto

Progetto Moyo

Don Martin Bakole e i capi tradizionali del gruppo Bakua Munene

Il progetto Moyo aspira a promuovere la cultura del lavoro come strumento di emancipazione dalla povertà nella regione del Kasai occidentale della Repubblica Democratica del Congo. È una regione caratterizzata dal contrasto fra il grande potenziale naturale per attività di natura agricolo/pastorale e la miseria in cui versa la popolazione, a causa della cattiva gestione economica e dei numerosi conflitti civili. La fattoria Moyo (in lingua Tschiluba significa “vita”) è situata presso l’insediamento di Tshimbulu, più assimilabile ad un centro extraurbano che a una vera e propria città, per via dello sviluppo disordinato e dell’assenza di vere e proprie infrastrutture, nonostante la popolazione di quasi 150’000 abitanti.

L’aspetto caratterizzante del progetto è la visione ispirata ai concetti dell’economia civile1, orientata nella fattispecie allo sviluppo delle capacità di autosostentamento delle persone attraverso pratiche virtuose di sfruttamento delle ampie potenzialità offerte dal territorio. Sviluppo che in questo contesto è cruciale al fine di ridurre la vulnerabilità della popolazione nei confronti degli atteggiamenti predatori delle organizzazioni interessate allo sfruttamento delle ingenti risorse minerarie e agricole che caratterizzano questi territori.

Nel 2023 era stato formulato un progetto specifico che, in sintesi, prevedeva la costruzione di due capannoni, di un kraal (recinto per il bestiame tipico in Africa), di strutture per l’allevamento di selezione di polli e suini nonché l’acquisto un trattore e un camion, per un importo totale stimato di € 280’000. Le ben note difficoltà di reperimento di risorse di questo genere non hanno fermato gli autori del progetto che con grande pervicacia e straordinarie economie, facendo capo ad un budget di circa un ordine di grandezza inferiore a quello del progetto originale, sono riusciti a realizzare una parte non trascurabile degli obiettivi prefissi, in particolare i due capannoni, il porcile e il pollaio. Sono rimaste forzatamente escluse le attrezzature pesanti come il trattori e camion.

In realtà, i cittadini, guidati dagli autori del progetto, avevano realizzato molte altre cose al contorno, che non erano nemmeno state citate nel progetto, quali un pozzo d’acqua per l’irrigazione, una cisterna sopraelevata, l’attivazione di una macchina per la spremitura di olio, la produzione di sapone, oltre alle lavorazioni dei campi, che tuttavia soffrono delle limitazioni imposte dall’assenza di mezzi meccanici. Nonostante le ristrettezze è stato istituito anche un servizio di cura del bestiame con il coinvolgimento stabile di un veterinario.

Tuttavia il valore maggiore degli sforzi compiuti negli ultimi tre anni risiede nella realizzazione di attività volte sì alla produzione ma contestualmente anche alla formazione di una cultura della collaborazione tesa ad andare sostenibilmente oltre alla mera sussistenza familiare.

Il progetto, nonostante le ristrettissime disponibilità economiche e la fragilità inerente alla condizione di “startup”, è riuscito ad alleviare le condizioni di circa cinquanta famiglie, che hanno goduto di circa il 40% del fabbisogno in cibo ma anche in altri beni, come materiali scolastici e medicine. È importante rilevare che non si tratta di una mera distribuzione di beni in quanto le famiglie sono coinvolte attraverso la partecipazione alle lavorazioni agricole. Nella Fattoria Moyo lavorare significa sempre anche formarsi, vuoi nell’allevamento, nella coltivazione, nella costruzione di recinti ed altre strutture.

La strategia del progetto si avvale delle circostanze ambientali che prevedono in quei territori la possibilità di realizzare due raccolti, con il seguente meccanismo: le famiglie collaborano in fattoria alla produzione per il primo raccolto, affrontando contestualmente il percorso di formazione. Successivamente, sono invitate a realizzare autonomamente le stesse lavorazioni per il secondo raccolto ma nei terreni in prossimità delle rispettive abitazioni, distribuite nei numerosi villaggi del territorio che circonda il centro di Tshimbulu. La fattoria provvederà a fornire loro le sementi necessarie, previa verifica da parte dei propri tecnici delle quantità di terreno predisposto e lavorato da ciascuna famiglia in loco.

Un’altra attività esemplificativa concerne l’allevamento dei suini. Alle famiglie interessate la fattoria conferisce una scrofa gravida con l’accordo che la famiglia dovrà rendere alla fattoria una quota dei maialini, tipo due su cinque o tre se più di cinque. I capi rimasti alla famiglia possono essere venduti o utilizzati per realizzare un proprio allevamento.

Sono tutte pratiche volte a promuovere il valore del risparmio, della cura e della collaborazione al fine di superare la tentazione al consumo immediato delle risorse verso cui le persone sono spinte dalle perduranti condizioni di vita miserevoli.

Cinquanta famiglie rappresentano solo una quota dei potenziali beneficiari del progetto, il totale si aggira intorno a 80 famiglie. Per il momento le famiglie coinvolte vengono riselezionate annualmente al fine di garantire a tutte un’opportunità. La selezione viene autogestita dalla popolazione stessa che viene invitata a segnalare altre famiglie che, per vari motivi, versano in condizioni di particolari difficoltà.

D’altro canto il territorio disponibile è vasto, circa 500 ettari. Con un’adeguata organizzazione tale estensione di terra fertile potrebbe garantire agevolmente autonomia e opportunità di sviluppo alla popolazione che vi insiste. Queste proporzioni rappresentano un presupposto eccellente per la riuscita del progetto. Le difficoltà maggiori consistono nel reperimento delle risorse per consentire il decollo delle attività e per sostenere la formazione necessaria a generare nella popolazione il cambio di mentalità che le consenta di affrancarsi dal ricatto della scarsità indotta da un sistema economico calato dall’alto.

  1. L’economia civile, Luigino Bruni, Stefano Zamagni, Il Mulino 82015). ↩︎