Un passo indietro #loptis

Clicca qui per scaricare una versione in pdf.


L’abbondanza produce superficialità. Oggi tutti corriamo il rischio di agire superficialmente, una volta o l’altra. Esposizione mediatica, iperattività e tempi brevi obbligano a sviluppare filtri per venire a capo della quantità, anzi, per sopravvivere. L’avvento del cyberspazio non ha certo migliorato le cose, da questo punto di vista. È sorprendente il livello di disattenzione con cui le persone guardano lo schermo. Non è un problema che affligge solo i nativi digitali. Persone di altre generazioni, abituate a leggere tranquillamente per ore il loro libro, sono estrememente disattente davanti a un computer. La quantità schiaccia. I nativi digitali non si scompongono più di tanto se sbagliano un clic o un comando, ne provano un altro perché confidano nel fatto che non possa succedere un granché – vero, ma non sempre… Chi invece è cresciuto nel mondo precedente ha una percezione molto più fisica delle cose – un colpo di lima sbagliato rovina il pezzo, tocca ricominciare da capo – esita di più e più facilmente demorde. Ma la superficialità delle percezioni di fronte alla quantità di stimoli vomitate dagli schermi non è poi così diversa, e forse è un problema più importante della diversità dei nativi digitali.

Facciamo quindi un passo indietro, non diamo per scontato l’uso del browser, il significato di un indirizzo, la funzione di una casella di scrittura, forse non ci sono poi così familiari come sembra. Osserviamo ciò che vediamo sullo schermo come se dovessimo smontarlo, e rigiriamoci un poco fra le mani qualche pezzo.

Focalizziamo l’attenzione sul browser (navigatore), il software che serve a vedere le pagine web. Ce ne sono tantissimi, i più noti sono Firefox, Internet Explorer, Chrome, Safari, giusto per ricordare alcuni nomi più noti. Tutti offrono nella parte superiore della finestra una o due piccole caselle per scrivere, più larghe che lunghe.

In molte occasioni – sia in questo tipo di corsi che in tante altre circostanze – ho constatato come il significato di queste due caselle venga confuso, malgrado il fatto che esse svolgano due servizi molto diversi. Ovviamente, i browser che offrono una sola casella per i due servizi alimentano ulteriormente la confusione: la comodità deprime l’intelligenza. Intanto vediamo qualche esempio – non posso mostrare casi con Mac OSX perché non dispongo di una macchina con questo sistema del genere dove sto scrivendo; li aggiungerò successivamente, se necessario.

Sezione del browser con la casella per l'indirizzo URL: caso firefox 23 in windows 7
Firefox 23 in Windows 7. Qui ci sono due caselle.
Sezione del browser con la casella per l'indirizzo URL :caso Internet explorer 10 in windows 7
Internet explorer 10 in windows 7. Qui c’è una sola casella.
Sezione del browser con la casella per l'indirizzo URL: caso chrome 24 in windows 7
Chrome 24 in Windows 7. Qui c’è una sola casella.
Sezione del browser con la casella per l'indirizzo URL: caso firefox 24 in gnu/linux ubuntu
Firefox 24 in Gnu/Linux Ubuntu. Qui ci sono due caselle.
Sezione del browser con la casella per l'indirizzo URL: caso chromium 28 in linux ubuntu 12.04
Chromium 28 in Gnu/Linux Ubuntu 12.04. Qui c’è una sola casella.

Quando ci sono due caselle, la prima in alto a sinistra (di norma) serve a scrivere l’indirizzo del sito che si vuole vedere, mentre quella più a destra non è altro che la casella di un motore di ricerca, spesso Google, ma non necessariamente. Nelle immagini che ho riportato, nella casella di ricerca, quando è presente, ho scritto la parola URL, che ancora non sappiamo…

La confusione fra questi due oggetti è perniciosa perché il modo con cui si scrivono i due tipi di informazione è completamente diverso: nel primo caso dobbiamo scrivere qualcosa che non ammette errori, un codice di fatto, nel secondo caso invece possiamo anche scrivere una parola in modo impreciso, contando o addirittura sperando che ci pensi il motore di ricerca a completare ciò che manca. Cogliamo l’occasione per capire la struttura di un indirizzo internet.

Facciamo un esempio:

Struttura di un indirizzo URL

Questa scrittura ci dice come trovare l’oggetto, dove trovarlo e di quale oggetto precisamente si tratta:

  • http:// -> come accedere alll’oggetto, nel gergo di internet si dice  con quale protocollo, ovvero con l’Hyper-Text Transfer Protocol
  • lai.dfc.unifi.it -> dove trovarlo: in un server (computer) che in internet è identificato univocamente con questo nome
  • /lab/index.html -> qual è l’oggetto da reperire nel server summenzionato.

Questa semplice scritturina esprime una potenza smisurata: con poche decine di caratteri andiamo ad individuare uno di chissà quante centinaia di migliaia di file contenuti in un preciso computer fra le diverse centinaia di milioni – forse ora oltre il miliardo – che sono collegati a internet 24 ore su 24 – i cosiddetti server. La potenza del codice! Eh sì, perché anche un semplice indirizzo internet è un frammento di codice, e anche se quasi nessuno di noi vuole scrivere software da grande, perché non dovremmo cogliere l’occasione di approfondire qualche idea utile su di un frammento che abbiamo sotto il naso più volte al giorno? Un frammento di macchina, che trattiamo con trascuratezza come facciamo con tante altre cose, sazi come ne siamo. Un frammento strapazzato, pesticciato, incompreso.

Invece, ora che lo abbiamo preso in mano e che, avendolo un po’ pulito, ci siamo resi conto che luccica addirittura un po’, smontiamolo in qualche altro pezzo, per vedere meglio come è fatto.

1. http://

Iniziamo dal pezzo verde – http:// – il protocollo. Questo è talmente trascurato che neanche si scrive più. Se lo dimentichiamo ce lo mette il browser da sé. Il fatto è che un browser serve a vedere pagine web, che poi sono scritte in dei file nei web server a giro per il mondo. Il protocollo internet per recuperare questo tipo di informazione si chiama appunto Hyper-Text Transfer Protocol [1] e quasi sempre è di http:// che abbiamo bisogno. Del resto tutto va nella direzione di massimizzare la facilità nel fare le cose e le tecnologie vengono incontro alle esigenze dell’utente – il che non sarebbe poi male, il fatto è che più che altro vanno incontro alle esigenze del compratore, del consumer, che dovrebbe essere solo una parte dell’utente.

E così finisce che dimentichiamo il protocollo – http:// – ovvero il come la macchina fa ciò che chiediamo. E questo è male. Vediamo un esempio che ci può concernere in pratica.

È vero che possiamo scrivere a diritto gli indirizzi web senza specificare il protocollo, tanto il browser capisce da sè. Tuttavia questo vi mostrerà se ha dovuto alterare l’indirizzo che gli avete scritto: qualcuno avrà fatto caso che talvolta viene aggiunta la lettera “s”: https://. Che sarà mai! Una sola lettera, avrà i suoi motivi… Eh no! Quella lettera rappresenta un mondo, un mondo che ci riguarda molto da vicino e in maniera molto importante e concreta.

Qui ci interessa capire la sostanza – inutile riempirsi subito la testa di acronimi ostili per i più, avremo tempo per affinare – quindi per ora diciamo che quella “s” sta molto semplicemente per secure: connessione HTTP sicura, perché sicura?

Sfrucugneremo un bel po’ questo fatto. Intanto stabiliamo un punto fermo:

Normalmente, tutto ciò che facciamo in internet è totalmente esposto al pubblico, nel senso che una quantità di persone, operatori di vario tipo affaccendati alle infrastrutture di internet, eventualmente anche autorità istituzionali, possono vedere tutto ciò che scriviamo e possono seguire le nostre tracce.

In generale non c’è niente di male in questo: anche quando passeggiamo per strada siamo esposti al pubblico: tanti sconosciuti vedono dove andiamo, in quali negozi entriamo, in quali edifici ci rechiamo a lavorare eccetera. La cosa funziona perché quando siamo al pubblico ci comportiamo conseguentemente, per esempio non urlando i fatti propri ai quattro venti.

Quando invece siamo di fronte a uno schermo, protetti dalle pareti della propria casa, si tende a godere di un senso di intimità, reale dal punto di vista fisico ma non da quello virtuale! Ecco perché è comparsa la “s” in HTTP: quando dobbiamo interagire con siti con i quali possiamo scambiare informazioni private – generalità personali, informazioni private – questi, se sono seri, comunicano con il nostro browser mediante un protocollo di comunicazione HTTP arricchito da sistemi di crittografia dei dati e di certificazione delle identità dei siti ai quali vi affidate. Approfondiremo i modi con cui avviene tutto questo, nei limiti di quanto ci può servire. Per ora ci basti sapere che il protocollo http:// ha perlomeno una rilevante alternativa, la sua versione sicura https://, e che quando accediamo a qualsiasi sito “importante” – tipo il proprio home banking – quella “s” ci deve essere!

C’è un altro protocollo che ci può riguardare, anche se meno importante. Per conoscerlo possiamo fare un piccolo esercizio. Ma se avete fretta, siete particolarmente impazienti o siete veramente terrorizzati da questo genere di cose, allora è meglio che saltiate al punto 2. successivo.

Andate alla pagina http://lai.dfc.unifi.it/lab/index.html – vi risparmio la fatica di digitare: seguite pure il link (si apre in un’altra pagina). Salvate ora la pagina che si è aperta – se usate Firefox: nel menu in alto File->Salva pagina con nome… – se usate Internet Explorer: cliccate sulla ruotina dentata in alto a destra e poi File->Salva pagina con nome… [2]. Si aprirà la solita finestra di dialogo che viene offerta quando si deve salvare un file sul proprio computer. Scegliete un luogo per voi usuale e comodo: il Desktop, la catella Documenti o quello che volete; scegliete anche il nome del file, oppure lasciate quello che viene proposto, che è index.htm (o index.html – a seconda del sistema che avete, Windows di solito propone htm).

Dopo, andate in tale luogo e cercate il file che avete salvato. Cliccate sopra la sua icona con il tasto sinistro e scegliete l’ultima voce che appare nel menu volante: Proprietà. Fra tutte le proprietà appare anche la posizione che dovrebbe essere qualcosa del tipo C:\qualcosa… – nel mio sistema ad esempio è C:\Users\arf\Desktop. Questo è il percorso (path) del file sul vostro disco – o meglio sul vostro file system – ovvero, dove si trova esattamente il vostro file. Copiate tale percorso su un pezzo di carta, oppure se siete pratici e vi piace fare così,  anche con il copia-incolla mediante il mouse.

Tornate nel browser e scrivete in questo modo, usando come esempio il mio percorso (voi sostituite il vostro!):

file:///C:/Users/arf/Desktop/index.htm

Se avete fatto bene si apre la pagina. Cosa è successo? È successo che dicendo al browser di usare (il come) il protocollo file://, anziché html://, lui invece di andare a cercare il file index.html in internet è andato a cercarlo sul disco del vostro computer. Il protocollo, cioè il come, è completamente diverso, ovvero il browser deve fare cose diverse per reperire un file sul disco locale anziché in internet.

Va bene, la stessa cosa l’avreste potuta fare cliccando due volte sull’icona del file index.htm, senza farsi venire il mal di testa con i codici, ma avevamo detto di fare un passo indietro, no?

2.lai.dfc.unifi.it

Questa è la parte dell’indirizzo che serve a specificare in che parte di mondo si trova il server che contiene il file (pagina web) desiderato. In internet lo spazio dei nomi (namespace) è organizzato secondo uno schema gerarchico nel quale i diversi livelli gercarchici sono distinti da punti: “.“. Ad esempio la scrittura lai.dfc.unifi.it significa che il server (detto anche host) si chiama lai, il quale si trova nel dominio dfc (Dipartimento di Fisiopatologia Clinica [3]), che a sua volta si trova nel dominio unifi (Università degli Studi di Firenze), il quale ancora a sua volta sta nel dominio it (Italia).

Approfondiremo alcuni aspetti relativi alla questione dell’indirizzamento dei server in internet – anche in funzione di vostre eventuali esigenze o curiosità. Per ora ci basta dare un significato ai vari pezzi.

3./lab/index.html

E questo è il percorso del file nel server. Come si vede è del tutto analogo al percorso di un file nel vostro computer, la logica è in effetti la stessa. Se avete letto l’esercizio del protocollo file://, riconoscerete facilmente che /lab è il percorso vero e proprio e index.html è il file.


Qualcuno ora si domanderà: – Ma come, possibile che non ci sia un acronimo per questi indirizzi internet? – c’è c’è: Uniform Resource Locator (URL). È molto probabile che anche coloro che non hanno un’idea chiara di cosa significhi, si siano già imbattuti in questo acronimo da qualche parte. Ora sanno cos’è. Delle volte si trova anche un acronimo simile: Uniform Resource Identifier (URI). L’URI è una codifica più generale che può essere applicata a qualsiasi risorsa. L’URL è un particolare tipo di URI che punta ad una risorsa che si trova in internet e specifica anche il modo di accesso – che nella discussione precedente abbiamo chiamato protocollo.

Fin qui abbiamo discusso di ciò che si deve mettere nella casella del browser destinata all’indirizzo internet, quella che di solito si trova a sinistra. Stando alle premesse fatte in testa all’articolo dovremmo ora esaminare l’altra casella, quella destinata al motore di ricerca, che è tutta un’altra cosa. Ma questo lo vedremo nella prossima puntata.



[1] È stato Tim Berners-Lee a inventare il protocollo HTTP. Ebbe questa pensata durante un contratto a termine di 6 mesi con il CERN, nel 1980 (aveva 25 anni). Si occupava di trovare un sistema che consentisse ai fisici delle particelle di scambiarsi agevolmente le ingenti informazioni che si producono in quel campo, in particolare era un sistema pensato per funzionare all’interno del CERN. Tornato nel 1984 come ricercatore, ebbe modo di continuare a sviluppare il progetto e, quando nel 1989 il CERN era il più importante nodo internet del mondo – allora internet era tutta accademica e vi si accedeva solo attraverso gli schermi neri pieni di comandi dei computer di allora – ebbe l’intuizione che quel sistema avrebbe potuto funzionare per realizzare un servizio planetario di accesso alle informazioni. Bene: la bolla finanziaria internet (Dot-com bubble) ha avuto luogo solamente sette-otto anni dopo: 1997-2000. Oggi, nell’era del web 2.0, solo una ventina d’anni dopo, il web è molto più di un mero sistema di accesso alle informazioni, è diventato un sistema planetario di creazione, elaborazione e ridistribuzione delle informazioni accessibile a chiunque, stravolgendo il paradigma dell’uomo novecentesco, primariamente fruitore passivo delle creazioni di pochi veicolate da pingui mercanti, per arrivare al paradigma del cittadino del terzo millenio, creatore e ricettore ad un tempo. Diciamo che oramai la tecnica c’è tutta, manca la formazione ancora, per trarre beneficio da tutto ciò…

Ho tratteggiato questa storia anche per mostrare come altrove i giovani meritevoli vengano ascoltati e viene loro permesso di sviluppare i loro progetti. Qui da noi è moto raro, anche all’università: i giovani sono schiavi incamminati ad una carriera di vassalli, quando va bene…

[2] Queste indicazioni dovrebbero valere nella maggior parte dei casi, ma talvolta possono cambiare in funzione dei setting del proprio sistema. Per esempio non sono sicuro che con Internet Explorer sia tutto uguale quandi si usa il sistema Windows 8, che io non ho sottomano.

[3] In realtà tale dipartimento non esiste più, dal primo gennaio 2013, in virtù del riordinamento conseguente alla riforma Gelmini. Tuttavia per ora a quel server è rimasto il vecchio nome, anche perché per motivi specifici presto la macchina in questione dovrà essere spostata in un altro locale. Quello sarà il momento di cambiare i vari setting del server. Ciò non inficia il nostro discorso; il giorno che verrà cambiato il nome del server aggiorneremo conformemente queste note.

45 thoughts on “Un passo indietro #loptis

  1. gabriellalivio61 says:

    Prove di volo…

    1 – https://www.cartasi.it
    per fortuna qui la S c’è : )

    2 – ieri mi sono salvata questa pagina….

    file:///C:/Users/mamma/Desktop/Our%20Course%20Prices_%20Manchester%20Central%20School%20of%20English.html

    se mi copio questo link per spedirmelo in posta e poi aprire la pagina da un altro pc non funziona perchè non mi collega al web ma alla memoria del mio pc (giusto?)

    1. Andreas says:

      1) Sì, per fortuna nel sito di CartaSì la s c’è 🙂

      2) Giusto. Più precisamente alla memoria che sta sul disco rigido del tuo computer, quello che nel sistema Windows è di solito designato con C:/eccetera… Mi piace la sottocartella “mamma”… 🙂

  2. francesca says:

    Prima di tutto mi presento: sono Francesca, una studentessa del corso di medicina, lieta di partecipare a questo laboratorio!. Da pochi giorni lo frequento per conseguire l’esame di informatica. Quando ho iniziato a leggere ho pensato che: “la gara fosse già persa in partenza” perché non è mai stata una mia vocazione comprendere gli impalpabili meccanismi della navigazione nel “cyberspazio”, pur frequentandolo assiduamente. I primi giorni procedevo un po’ a tentoni in questo mondo gonfio di parole roboanti come: software, browser, server..o misurate come: url, bit, zip, gimp..per poi ritrovarmi a cena a parlare di etica hacker e decrittazione. Oggi a leggere mi è venuto in mente quel film: “Non ci resta che piangere”, in cui Benigni e Troisi si trovano scaraventati nella toscana di Savonarola e provano a spiegare a Leonardo da Vinci come funziona il treno: “Du binari, ma lunghi, du pezzi di ferro, con du cosi di legno dentro. Curvi quando c’è da curvare, salisci, scendi zà zà e sopra c’è il treno tutto di ferro e sopra il fumo che sbuffa. Coem fa a andà: si butta la legna dentro la caldaia e sviluppa energia”. E Leonardo risponde:”Allora anche il camino và”. Mi domando, e se venissi catapultata io in un secolo precedente? Potrei vantare come mie le intuizioni di Alan Turing? O direi che il computer è una scatola che si apre come un libro, che ha uno schermo che brilla con tutto il suo splendore se lo accendi, e poi apri un motore di ricerca e dentro basta che ci scrivi “facebook” nella stringa a destra, dove le parole le puoi scrivere più a casaccio e ti si apre un mondo di pettegolezzi e selfies. Quello che apprezzo di questo corso è che non ha la presunzione, se ho bene capito, di formare tanti nuovi Alan Turing, ma vuole stimolare a porsi delle domande semplici e cercare delle risposte procedendo con pazienza e curiosità.

  3. Monica Ducoli says:

    Sono una studentessa del 3 anno della Iul e finora sono stata una quasi perfetta lurker…ho seguito i post senza espormi perchè la modalità di questo corso intrigante e “seduttiva” al contempo mi spaventava. il timore è legato alla mia dipendenza da internet&co: definisco il mio andar per siti uno splendido “vaneggiare”. so sempre da dove parto, ma tendo a finire con tante finestre aperte, tanti stimoli e il cervello fuso perchè non sa più come mettere in rete le informazioni.
    Da oggi intendo metter mano, con la tecnica della lumaca, un ri-per-corso…like Adriana.
    PS tra i miei vagabondaggi ero incappata nel video di Sir K.R., mi aveva fatto “impazzire”
    e l’avevo postato sulla mia pagina Fb. Poche persone lo avevano apprezzato…

  4. Monica D says:

    Sono una studentessa del 3 anno della Iul e finora sono stata una quasi perfetta lurker…ho seguito i post senza espormi perchè la modalità di questo corso intrigante e “seduttiva” al contempo mi spaventava. il timore è legato alla mia dipendenza da internet&co: definisco il mio andar per siti uno splendido “vaneggiare”. so sempre da dove parto, ma tendo a finire con tante finestre aperte, tanti stimoli e il cervello fuso perchè non sa più come mettere in rete le informazioni.
    Da oggi intendo metter mano, con la tecnica della lumaca, un ri-per-corso…like Adriana.
    PS tra i miei vagabondaggi ero incappata nel video di Sir K.R., mi aveva fatto “impazzire”
    e l’avevo postato sulla mia pagina Fb. Poche persone lo avevano apprezzato…

  5. Luca P. says:

    “la superficialità delle percezioni di fronte alla quantità di stimoli “. Anche io sconto questa disattenzione davanti allo schermo. Non credo però che la quantità di stimoli sia l’unica causa, né la principale. So bene quanto mi trovo spaesato per l’eccesso di stimoli, preso dall’indecisione di quale affrontare per primo, il timore di perdere qualcosa di importante, non riuscire a far tutto o seguire un ordine poco favorevole. Io però mi trovo disattento o comunque meno attento rispetto alla lettura su carta anche se ho un solo contenuto da leggere.

    1. Andreas says:

      Anch’io. Non credo in effetti utile contrapporre lettura su schermi a lettura su carta. Servono entrambi. Dipende dal contesto. Dal canto mio, se devo leggere qualcosa costruendovi sopra un pensiero mio, stampo e mi isolo comodo. Certo, se devo leggere una tesi di 100 pagine, non spreco carta e la scorro su un qualche lettore digitale.

      1. Claude Almansi says:

        Poi leggere su carta per costruire un pensiero va bene se il libro è tuo e lo puoi annotare a matita, poi ricopiare gli appunti per elaborarli. Ma se si trova soltanto in biblioteca, questo non lo puoi fare. Allora devi aver un taccuino, o fogli liberi, dove prendere subito gli appunti: più lungo e più distraente.

        Quando ero lettrice di francese all’università di East Anglia, 40 anni fa, ci siamo messi in 10 a fotocopiare un dotto nonché costosissimo ma comunque fuori stampa mattone sui dialetti greci di Cipro che un ragazzo voleva studiare per la tesi – perché la biblioteca aveva regole severe sulla proporzione di un libro sotto copyright che si poteva fotocopiare.

        C’è una buona probabilità che oggi, quel mattone sia disponibile in formato digitale, che gli studenti possono tranquillamente annotare su “qualche lettore digitale”, poi radunare gli appunti in un clic. Se non c’è, possono scandirsi (con riconoscimento ottico di caratteri per avere un vero testo) a casa la copia della biblioteca.

  6. marinaa60 says:

    Come Adriana e, anzi, con più ritardo, mi accingo a commentare un post che potrebbe apparire semplice ma che a mio avviso nasconde qualche implicazione pratica ed anche di senso.

    In primo luogo trovo molto interessante che vi sia una proposta differente da parte dei browser. Io personalmente utilizzo Google Chrome dopo anni di Explorer.
    Chrome è più intuitivo, pratico, esteticamente bello e proprio in virtù di queste caratteristiche ha anche un grande difetto: è quasi troppo user-friendly. Dico questo perché, effettivamente, la facilità di utilizzo può provocare un effetto opposto, ovvero quello di un appiattimento dell’agire. In questo senso può essere letta anche la funzione che permette di utilizzare la barra ‘lunga’ indistintamente per la ricerca o per l’inserimento di un indirizzo preciso e codificato, appunto.
    Spesso mi capita di scrivere parole in modo frettoloso e sbagliarle: la ricerca risulta però (quasi) sempre efficace.

    Questa modalità di correzione automatica è disastrosa ai fini di un atto concreto. Nella vita ‘reale’ e non virtuale questo sistema non esiste: se sbagliamo, sbagliamo, non troveremo ciò che cerchiamo e ci serve.
    Noi, effettivamente, proveniamo da un’educazione scevra da mezzi informatici e questa dicotomia reale-virtuale non risulta così problematica, ma credo che per tutte le generazioni che crescono con questi mezzi risulta evidente e più difficile da arginare.

    In secondo luogo la decodifica del ‘codice-indirizzo’. La trovo interessantissima. Inoltre mi fa pensare ad un altro argomento: le parole chiave dei motori di ricerca. In fin dei conti, se le parole chiave compaiono nel titolo del file, dell’articolo o della didascalia dell’immagine compaiono anche nel codice e sarà più facile/probabile che il motore di ricerca assegni una posizione rilevante al nostro indirizzo… utilissimo nei blog!

    Colgo l’occasione per ringraziare per la chiarezza dell’articolo.

    1. Andreas says:

      Esatto: il fatto che se sbagliamo, sbagliamo tale era e tale rimane. Per questo credo che sia importante richiamare l’attenzione sull’appiattimento dell’agire a cui si è indotti da questi mezzi. E per questo credo che sia molto importante stare vicino ai giovani, accompagnarli nel cyberspazio con questo tipo di consapevolezze, ma anche far fare loro cose pratiche: credo sia pericoloso tirar su generazioni nutrite solo di manuali e virtuale. allargherei anche il discorso, e quelle che un tempo si chiamavano “applicazioni tecniche” le farei fare anche al liceo classico!

      1. Antonio Amendola says:

        volevo aggiungere qui un commento su un aspetto che trovo preoccupante dei motori di ricerca, e delle loro estensione attraverso i browser, alla pratica quotidiana dell’uso di internet. prendiamo ad esempio Chrome (peraltro open source) e digitiamo, come ho visto fare a molti, un frammento dell’oggetto della mia ricerca: “grand hotel”. non ricordo altro dell’albergo di cui volevo vedere il sito.
        Chrome (ma vale per tutti i browser, tramite i provider di ricerca offerti) mi fornisce un elenco, spesso con il suggerimento “intendevi dire…”.
        se il motore di ricerca fosse un imparziale schedario (tipo quello di una biblioteca) dovrebbe darmi qualche informazione ed una richiesta di integrazione. ma non è così. il motore di ricerca (quasi tutti) è una macchina per il business e quindi mi suggerirà in prima pagina quei siti che hanno pagato qualche forma di sponsorizzazione, poi usando complessi algoritmi, quelli che hanno un seo professionale (servizio a pagamento fornito da agenzie specializzate), poi quelli che sono più visitati e via dicendo.
        se per un hotel la pratica può essere accettabile trovo tutto ciò molto pericoloso quando parliamo di questioni di altro profilo. ho provato con un tema caldo, sbagliando di proposito le parole inserite nella barra degli indirizzi di Chrome. “stepchaild adocion”. oltre a correggermi il motore mi serve in prima pagina un elenco di siti che, a parte Wikipedia, sono tutti di grandi giornali. come se sull’argomento non esistessero altre posizioni, come se non esistesse un sofferto dibattito nato sui forum di associazioni o sui blog.
        il business che sembrava uscito dalla porta rientra dalla finestra, ed infatti buona parte dei link rimanda al gruppo editoriale “Espresso – la Repubblica”.
        per puro caso le mie opinioni sono in linea con quelle sostenute da la Repubblica, ma se fossi un insegnate che sta guidando i propri studenti ad approfondire l’argomento quale deontologia professionale potrei invocare per la mia parzialità?

  7. Adriana Vicari says:

    Ho iniziato solo da qualche giorno questo MOOC quindi mi scuso se come una “lumaca” faccio un “passo” alla volta. Sto seguendo tutti i post partendo dall’inizio. Ho letto con attenzione ed interesse questo articolo ed in effetti la mia riflessione riguarda il fatto che la facilitazione dello “strumento” che è diventato sempre più accessibile a tutti da una parte ci rende più autonomi e ci fa sentire quasi onnipotenti…dall’altra appiattisce in nostro cervello azzerando lo sforzo del “comprendere” ciò che facciamo. Una semplice “s” cambia il risultato delle cose…e ciò non è di poco conto! Inoltre la consapevolezza e quindi l’educazione ai media ci può preservare dal mettere in piazza ciò che dovremmo tenere più riservato.
    Aggiungo un’altra stella …

    1. Andreas says:

      Grazie Adriana. La partecipazione di persone come te, che entrano ad un certo punto e si rifanno dall’inizio, seguendo le briciole con le quali ho cercato di tracciare un possibile percorso, è molto importante. È un l’ultimo esperimento che sto facendo, che potrei chiamare post-MOOC: l’idea di un laboratorio permanente, dove ci si può lasciare coinvolgere in qualche discussione in atto, se ne può sempre generare una nuova, oppure si segue silenziosi un proprio percorso. O se vuoi anche di bottega rinascimentale, dove si può vedere cosa si può fare, come si può fare, cosa eventualmente studiare, o dove si può anche rimanere coinvolti in qualche attività collaborativa. Essendo la prima volta, tutto è un po’ azzardato, le soluzioni che ho individuato per creare orientamento sono basate su esperienze pregresse ma anche semplici intuizioni. Quindi sono molto utili i vostri riscontri.

  8. Maria Teresa says:

    Grazie Prof. Andreas per queste peculiari spiegazioni, che possono sembrare scontate e superflue per alcuni concetti, ma che in realtà non lo sono per chi come me non ha molta dimestichezza con le nuove tecnologie. 🙂

  9. Antonella C says:

    Leggendo questo post ho preso consapevolezza di una cosa, ossia: con questi materiali il prof ci sta fornendo una cassetta degli attrezzi, ogni tanto ne consegna uno, intuisco che sono attrezzi essenziali, ma indispensabili, da non confodere con la mera curiosità che comunque ci può stare…
    Con questa cassetta probabilmente sarà più facile vincere la superficilità che ,ahimè, a volte ci soverchia e anche sarà utile per vincere quella “comodità che deprime l’intelligenza”. Nostra e dei nostri studenti.
    grazie

  10. Rosanna Maria Barranco says:

    Interessante punto di vista su qualcosa che sembra scontato ma che scontato non é. Chiaro, esaustivo e prezioso come sempre 🙂
    Rosanna

  11. Mariantonietta - wittgens di linf 12 says:

    Prof.Andreas, sempre cose da apprendere. L’approfondimento sugli URL e’ preziosissima! Pomeriggio mi dedichero’ a questo. Grazie.

  12. valottof says:

    Ricordo che per molti anni, facendo alfabetizzazione informatica in azienda (ormai non si usa più, tanto tutti sanno usare il PC: che sia vero?!) subito dopo l’accensione e lo spegnimento del PC partivo con qualche divagazione teorico/metaforica sui codici (binario, ASCII..) e sulla programmazione ad oggetti. Generalmente gli “esperti” mi davano del pazzo: perchè parlare di queste cose a gente che parte da zero, vuoi spaventarli subito?!
    La risposta era semplice quanto evidente (almeno dopo un po’): perchè spiegando come avviene la codifica o che in un mondo di “oggetti” caratterizzati dall’ereditarietà, tutto quello che impari su un oggetto semplice vale anche per quelli più complessi, la cui complessità è data da aggiunte “a cipolla”, tutte le prime cose che spiegavo usando solo la tastiera o il desktop di windows tornavano buone in seguito anche quando si passava ai software applicativi ai quali tutti guardavano con timore.
    Qualche allievo si lagnava di questo incipit all’inizio: nessuno (almeno che io ricordi) se n’è ma lagnato alla fine!

  13. Andreas says:

    @soudaz Grazie per la bellissima mappa di Gianfranco Zavalloni. Posso pubblicarla nel blog appena mi capita l’occasione?

    @MariaAntonietta Hai ragione. Il www che spesso compare negli URL viene frainteso.

    Non può sostituire la specifica del protocollo, tipo http:// o file:///, perché non rappresenta un protocollo; rappresenta invece il nome del server (l’host), in quei casi in cui il gestore ha deciso di chiamarlo www. Nell’esempio che ho fatto, invece di averlo chiamato www l’avevamo chiamato lai (stava per laboratorio informatico, una roba di 10 anni ma fa la macchina gira ancora).

    Quindi la presenza di www è incidentale. Quando c’è, talvolta sembra che sostituisca l’http:// perché alcuni browser hanno l’abitudine di non mostrare il protocollo http://, che invece c’è sempre!

    1. Orlanda says:

      Davvero Grazie Andreas …
      Trovo sorprendente il fatto che possiamo dimenticare di fronte allo schermo di essere esposti al pubblico … questa dimenticanza è ” il male del secolo ” è la superficialità che dobbiamo combattere innanzitutto in noi stessi, noi che siamo prof non di adulti ma di adolescenti nativi digitali a cui non deve sfuggire il senso della vita privata!

  14. MariaAntonietta says:

    Davvero sorprendente la scelta di ricominciare semplificando. So che chi è ‘più avanti’ forse si annoierà o disaffezionerà, ma io apprezzo molto. Anche chi naviga e usa questi strumenti da tanto tempo e con una certa dimestichezza, spesso trascura questi ‘dettagli’, proprio perché pensa che sia inutile.
    Sì è una questione di superficialità, ma non solo.
    Sono contenta di ricominciare ‘combattendo’ la superficialità, ma anche riaffermando un altro valore in cui credo molto: la semplicità. In un mondo in cui tutti, specie nel mondo accademico, tendono a rendere le cose più difficili e complicate, a partire dal linguaggio, c’è chi ha il coraggio di fare una scelta uguale e contraria. E la scelta coraggiosa di chi non ha timore di non aver nulla, sotto il vestito.
    Aggiungo un’osservazione: a volte il protocollo htpp:// è sostituito da altre ‘sigle’, es. www.
    Qual è la differenza sostanziale?
    So che in rete, cercando, troverei la soluzione al mio quesito ma, come ha detto ‘sabinaminuto’ come lo dice Lei è tutt’altra cosa!

  15. sabinaminuto says:

    Incredibile come sembra tutto semplice se lo dice lei!

    Ed é proprio vero che molti sul web urlano ai 4 venti i fatti propri convinti illusoriamente che lo schermo o le pareti di cada li proteggano.
    I nostri studenti in primis.

    L’idea che l’abbondanza produca superficialità è ciò che mi terrorizza nell’affrontare il mio percorso di classe 2.0 con i miei alunni quest’anno.
    Se mi perdo io navigando in questo mondo fantastico come potranno fare loro?
    E dunque meglio chiudere un po’ le porte della nostra casetta nel villaggio e dare la chiave solo a qualcuno, o aprirla ogni tanto sotto sorveglianza, o tenerla spalancata?

    A me piacerebbe tenerla spalancata per vedere i sentieri che percorreranno anche da soli, come se la caveranno naturalmente con i mezzi che cercheremo di dar loro, con la nostra supervisione.
    L’idea che trovino strade altre rispetto a quella che avevo in mente io mi affascina ma so che potrà essere faticoso e il rischio che si perdano è alto.
    Intanto tutti i giorni cerco di farli ragionare sul senso del lavoro che ci aspetta.
    Vorrei essere brava come lei, prof.

    1. soudaz says:

      Guarda che se Andreas è bravo tu non lo sei da meno.
      Non conosco personalmente nessuno dei due ma sicuramente siete tra le persone che mi stanno accompagnando e bene da qualche mese o anno a sta parte..
      Ne approfitto per ringraziare Andreas di questa introduzion alla slow school che mi fa pensare a Gianfranco Zavalloni e la sua pedagogia della LUMACA con cui mi ero trovato bene e mi piacevano molto i suoi esempi di SLOW sCHOOL.
      Mi piacerebbe saper pubblicare uno dei suoi manifesti
      Ciao
      Costantino

      1. sabinaminuto says:

        Grazie,
        Tanti complimenti, non so se meritati, mi tirano su il cuore in un periodo così triste e buio, per me, ma pure per il nostro paese, temo.

        Anche a me piace la pedagogia della lumaca!
        Ne avevo letto in un articolo di una collega del nostro fantastico corso.
        A volte mi lascio prendere però dalla pedagogia del “ghepardo” e cioè corro a più non posso ( ma per poco, come il ghepardo appunto) perché ho paura di aver dato troppo poco e di non prepararli abbastanza. Mi dico che é l’unica occasione per alcuni di sentir nominare questo o conoscere l’esistenza di quell’altro e mi sembra immorale negarglielo.

        Va beh! Meglio la lumaca, però.
        Ciao
        Sab

    2. Andreas says:

      Ma sai, dipende dal contesto. Io ho trovato questa forma di espressione con la quale riesco ad emettere qualche vagito, ma potrebbe essere che gettato in una classe di scuola farei dei disastri…

      La domanda che poni è fondamentale e probabilmente priva di ricette ottimali. Era a questo che mi riferivo dicendo che la missione è … tanto complessa quanto disperata, e tuttavia ineludibile nel post A coloro che non sono sicuri di essere pronti.

      Io sono per sporcarsi le mani e correre i rischi. Un bravo alpinista è perfettamente consapevole dei rischi cui va incontro ma va in montagna perché gli piace e perché pensa di fare una cosa giusta.

      Sono quindi per tenere la porta aperta, magari chiusa ma non a chiave, uscire imparando a vestirsi adeguatamente in rapporto alle condizioni esterne e a ciò che si deve fare, consapevoli che gli incidenti possono sempre capitare.

      1. sabinaminuto says:

        Mi ha convinto prof, lasceremo ‘sta porta aperta e correremo il rischio mentre impariamo tutti insieme a vestirci in rapporto alle condizioni esterne.

        Ho un po’ di paura ma tant’è…mi butto.
        Per quest’anno.

        Confido nel suo aiuto, caso mai ne avessi bisogno.

  16. map85 says:

    Non ho parole!
    Anzi, una sola… Grazie!
    Grazie, Andreas, per queste spiegazioni che nessun tutor e/o docente nei vari corsi TIC di solito fa agli “apprendisti stregoni”, ritenendole inutili o basate su concetti troppo difficili da apprendere (ma anche da
    insegnare) 😉
    In effetti è questa la didattica che preferisco da discente e che, da insegnante, cerco di praticare ogni giorno con i miei studenti.
    Quella che non si basa sull'”ipse dixit” e sull’apprendimento mnemonico chiamato a sostituire la spiegazione che non si vuole o non si sa dare.
    La didattica che smonta il composito e il complesso perché diventi semplice e deducibile attraverso l’intuito, la riflessione, il ragionamento.
    E’ un modo più democratico e generoso di trasmettere il sapere…
    è dare la canna da pesca, non il pesce “cotto e mangiato”! 🙂

    1. Claude Almansi says:

      Condivido il tuo “grazie” e i suoi motivi, Antonella. Nel 1998, quando mi è stato chiesto di tradurre testi per un progetto di formazione a distanza “con ICT”, avevo risposto: “Sono così ignorante che non so la differenza tra un browser e un motore di ricerca, quindi sì, a patto di poter fare tutte le domande necessarie.”
      Però ecco, nel 98, era facile capire questa differenza, tutto sommato. Oggi, a parte le confusioni descritte da Andreas, c’è pure la memoria del browser che fa sì che se batti una parola del titolo di una pagina già visitata nella finestra URL, ti arriva un elenco di tutte le pagine già visitate che la contengono.
      Aneddoto. Mio padre, classe 1923: “Certo, è bello il testo elettronico, però per quelli della mia età, non viene naturale cliccare sui link.” Rimango sorpresa: lui è un giornalista in pensione e oltre a tre giornali cartacei, ogni mattina cerca le notizie su siti di altri giornali e TV. Lui precisa: “Intendo i link negli email.” Io: “Ma quando ti mandiamo un link a un album di foto o a un articolo nline, lo apri, no?” Lui: “Sì, ma malvolentieri, perché non capisco cosa significano.”
      Quindi il suo problema era proprio il significato delle varie parti degli URL che gli era oscuro, mentre sui siti dei giornali ecc., i link si presentano come hyperlink su parole normali, immediatamente comprensibili. A uno come lui, con il suo vissuto professionale e personale che gli hanno fatto scoprire e adottare il telefono, la radio, il telex, il telefax, l’e-mail, e con un gusto spiccato per il bricolage, è stato facile spiegare quel che Andreas spiega qui sugli URL. Ma forse soprattutto perché era in grado di formulare quel suo disaggio davanti ad essi.

      1. Andreas says:

        Ma forse soprattutto perché era in grado di formulare quel suo disagio davanti ad essi.

        Proprio questo. È proprio questo che dovremmo imparare a insegnare, il resto viene da sé.

        Ed io ho la sensazione che l’accademia, posticciamente modernizzandosi, solo di tale resto si voglia occupare – delle istruzioni per l’uso.

        Mi spiego. I modi dell’accademia vanno forse bene, tutto sommato, per i basics classici, tipo analisi matematica, fisica generale, fisica teorica, anatomia – penso che tutte le discipline abbiano fondamentali del genere.

        I problemi sorgono con le richieste che società e mondo del lavoro hanno posto all’accademia: massa, esplosione e frammentazione dello scibile, richiesta di una formazione anche più strettamente professionale – vedi la miriade di lauree brevi, sottoargomenti, competenze ipersettoriali.

        Spalmare i metodi classici su tutto ciò, spesso con i docenti oberati di carichi didattici eccessivi, appiattisce tutto su una didattica tipo manuale delle istruzioni. Una cosa che non funziona.

        La lezione frontale classica funzionava benissimo con il grande professore che conosceva benissimo la sua materia ma era anche un uomo colto e le sue lezioni le narrava. Quelle erano lezioni che insegnavano più a pensare alle cose che alle cose in se, insegnavano a porsi le domande, ad essere in grado di formulare un disagio.

        Tutto il resto era ed è inutile ciarpame.

        1. Luca P. says:

          dopo aver letto anche tutti i commenti – un atto di fiducia – trovo in fondo una cosa che mi gratifica e mi fa riguardare tutto il contenuto in modo diverso. E’ la sottolineatura dell’importanza di ascoltare le domande che ci troviamo addosso ciò che mi ha fatto sorridere. Per me è un insegnamento e insieme una conferma.
          Qui mi ha fatto riguardare all’invito a fare “come se dovessimo smontarlo” che diviene il modo per stare davanti ai box del browser per sorprendere la domanda: ma a cosa servono? E il “formulare quel suo disagio davanti ad essi” è un’altra spia di questo modo vigile di stare. A conferma, confesso che molte volte avevo notato la scritta https e dentro me so anche che mi era nata una domanda su che significato avesse, ma non l’avevo ascoltata.

          1. Andreas says:

            mi è nata una domanda ma poi non l’ho ascoltata

            bello

            attiene forse all’abitudine di fare solo “ciò che serve”?
            alla perdita di genialità con il progredire dell’istruzione documentata da Sir Ken Robinson…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...