Compito 8!

No ragazzi … davvero … non lo potevo prevedere …

Clamoroso rilancio dei temi discussi nel seminario I Care!

I have a Dream

Il compito consiste nel leggere il testo dell’intervento e, facoltativamente, nello scrivere un commento. Siete inoltre caldamente invitati a partecipare. Vi ricordo anche che la partecipazione a questo evento comporta il conseguimento di 0.5 crediti extra.

Se le circostanze lo consentiranno, sarà previsto un tempo di circa 15 minuti per discutere il nesso fra l’intervento del Prof. De Bernard e le attività che stiamo conducendo insieme nel corso di informatica. Non lo vorrei utilizzare tutto io questo tempo, anzi preferirei che si sentisse la vostra voce. Questo potrà avvenire in modo spontaneo oppure, se qualcuno di voi preferisce possiamo anche concordare qualcosa.

Riassumendo: leggere il testo, eventualmente discutere con me, se possibile partecipare, eventualmente inviare commenti a posteriori … non li butto via …

57 thoughts on “Compito 8!

  1. Lavy ha detto:

    Passione…questa magica parolina che quando prende forma e concretezza in una persona la rende capace di smuovere le montagne. Una passione autentica e sviscerata è incontenibile: strabocca da ogni parte e sa essere terribilmente contagiosa. Se il docente ha passione per l’insegnamento, se il suo desiderio è trasmettere davvero qualcosa, se concepisce il suo auditorio come il suo scopo, allora chi lo ascolta non può fare a meno di recepire il messaggio che vuole trasmettere…. Il problema è tutto in quel “se” condizionale, è non è un problema da poco….

  2. iamarf ha detto:

    Rapporti inter-categoria, per esempio infermiere-medico. Credo che sia un aspetto fondamentale e trascuratissimo.

    Per questo mi piace mescolare tutti gli studenti di tutti i corsi di laurea in una blogo-classe, non è granché ma è già qualcosa.

    Tornerò con un post su questo argomento. Si intreccia con una cosa del semiario I have a dream che mi è rimasta di traverso. Ci tornerò.

  3. Spok infermiere ha detto:

    Completamente d’accordo con il mio compagno di corso di infermieristica.. xkè non parlare anche del ruolo dell’infermiere, dato che anche noi ci siamo, ci farebbe piacere far sentire il nostro ruolo e confrontarlo..

  4. cik ha detto:

    “Vi ricordo anche che la partecipazione a questo evento comporta il conseguimento di 0.5 crediti extra.”
    beati voi!!!!! per noi poveri infermieri tutto il corso di informatica vale 0,5 crediti!!!

    … ma oltre al rapporto “docente-discente”, “dottore-paziente” perchè non si parla mai della comunicazione tra medico e infermiere????

  5. dalia ha detto:

    L ‘ intervento di De Bernard è assolutamente affascinante.. ti apre gli occhi su tematiche date per scontato, come per l appunto il rapporto docente-studente.. ultimamente sempre più compromesso; che porta poi ad un fallimento futuro anche della relazione tra medico e paziente.
    é inevitabile in una facoltà come la nostra, essere pienamente coscienti delle proprie potenzialità e soprattutto essere in possesso di un ampio bagaglio culturale che ti permette una visione completa a 360 °. Il discorso qui si fa più ampio però: LA MEDICINA è UNA SCIENZA IN CUI TUTTO PUO ESSER MESSO IN DISCUSSIONE, quello che invece non può modificare e “decadere” è la formazione di noi studenti e soprattutto il trasporto che un docente deve essere in grado di trasmettere durante il percorso formativo. Le parole che più mi hanno colpito sono quelle usate per descrivere come deve essere un buon docente secondo Bernard: il titolare della cattedra deve essere innamorato in primis della sua materia, caloroso delle sue convinzioni e soprattutto capace e volenteroso di trasmettere il suo sapere agli altri. Parole sante !!!…
    Siamo abituati ormai troppo spesso a vedere professori che “non vedono l ora che finisca la lezione”, desiderosi di svolgere il loro avoro e andare!!.. beh comico.. non voglio fare nomi, ma c è una professoressa che fa morire tutti dal ridere (tragi_comica).. Arriva, si siede e inizia con molta tranquillità a leggere le sue slide.. senza aggiungere nè togliere niente!! pari pari così come le legge..pretende un coinvolgimento forse di noi studenti?! Impossibile!! Inutile dire con quanta voglia uno segua, e soprattutto sarebbe inutile provare a fare una descrizione generale della classe durante le sue lezioni!!
    Come ho già detto prima è necessario uscire dall università come persone preparate, autonome con una NON limitata visione del mondo medico in generale.. ma è altrettanto necessario iniziare ad usare (cito dal testo) un ‘ emotional intelligence.. che ti consenta un rapporto interattivo medico-paziente.

  6. yohf ha detto:

    @bene ho pubblicato il testo integrale de “I have a Dream” sul mio Blog, in modo che chi volesse citarne dei brani possa copia-incollarli direttamente.

  7. Chiara ha detto:

    Il medico…cosa ci viene da pensare quando qualcuno ci dice questo nome? Sicuramente per me che ho scelto,e ho desiderato ardentemente entrare nella facoltà di medicina e chirurgia questa parola indica un sogno.. veramente il solo pensiero mi accende un non-so-che che mi arde dentro! Ma chi è o come deve essere veramente un medico?? La conferenza del prof. De Bernard è stata incredibile,perfetta; e il testo che ho letto sicuramente toccante. Quante nozioni siamo e saremo tenuti a sapere data l’estrema importanza e responsabilità del mestiere che andremo ad intraprendere? Tantissime, anzi, queste faranno la bravura di un medico.. ma siamo sicuri che proprio e soltanto queste siano la chiave giusta? La nostra facoltà ha sicuramente un compito più complicato rispetto alle altre,formerà persone che sì andranno a curare pazienti,ma prima di tutto persone che saranno a contatto con malati,con gente che soffre, che vede la bellezza della vita annebbiata da una malattia..e che quindi probabilmente non la vede neppure più. Ecco che allora in sei anni (per quanto riguarda la laurea base e come minimo altri 4 per una specializzazione) noi studenti dovremo formarci, cambiare(come ha detto il prof De Bernard:”vi sentirete cambiati alla fine di sei anni come nessun’altro studente di nessun’altra facoltà si sentirà);e i nostri professori sono,saranno e dovrebbero essere coloro che ci guidano in questo percorso,e ci aiutano in questo prima ancora di trasmetterci ogni altro concetto nozionistico. E proprio da qui nasce l’importanza del rapporto con i nostri docenti e di ciò che da essi possiamo apprendere,facendo riferimento a quegli insegnamenti che ogni miglior alunno trae dal suo maestro. Certo in questi primi assaggi di vita universitaria non posso dire di aver sempre incontrato decenti da cui “succhiare” qualcosa al di là della materia che spiegavano;ma questo probbilmente fa parte del gioco. Spero,ma ne sono anche convinta che ci sono tantissimi professori pronti ad offrire a noi studenti il meglio di quegli insegnamenti che un giorno,probabilmente ancora lontanno,faranno di noi dei buoni medici,ed io non vedo l’ora di poterne usufruire!

  8. bene ha detto:

    tutto giusto..tutti reclamiamo una didattica sempre viva e in continuo rinnovamento..auspichiamo un affetto tra professori e allievi, e da loro pretendiamo passione..
    allora mi chiedo perchè nessuno sia mai interessato a quel che ogni prof può dire oltre la lezione..
    più volte mi è capitato quest’anno di trattenermi coi professori a parlare dopo la fine dell’ora, ed è lì che si va oltre la nozione, è lì che si incontrano delle persone con un vissuto e che spesso hanno qualcosa da dire!
    siamo universitari, siamo considerati sì giovani dai nostri docenti ma non per questo incapaci di opinioni mature.
    bene aspirare ad una didattica migliore, ma impariamo a sfruttare al meglio ciò che già ora ci viene offerto.

  9. piga ha detto:

    De Bernard ha detto cose veramente interessanti, con una cordialità da nonno e un’intelligenza sottile. Spero che siano state recepite.. La cosa che mi ha colpito di più è la proposta di amicizia che ha fatto, non quell’amicizia falsa che si trasforma in faciloneria o in tarallucci e vino, ma l’espressione di una passione feconda, comune a maestro e allievo. Don Milani faceva nello stesso modo, i più grandi facevano lezione ai più piccoli e tutti erano stimolati a ricercare per confrontarsi e per apprendere.. Perché esistono i piedistalli e gli arroccamenti??

  10. Francy ha detto:

    Rapporto di fiducia, rapporto umano…
    medico-paziente, docente-studente…
    mi sembrano lontane queste cose…che amarezza! Senz’altro De Bernard ha detto cose giuste che probabilmente LUI applica…per il resto sono un pò scettica.
    ho partecipato volentieri, poi commento meglio sul blog!

  11. blackmamba11 ha detto:

    Irene, mi sa che ho capito a chi ti stai riferendo… e anch’io ho notato la differenza di trattamento proprio a quell’esame… per tutti era il terrore e poi vedevi qualcuno trattato bene e qualcuno a cui veniva restituito il libretto per un semplice lapsus… cose dell’altro mondo!!!

    Comunque, allargando il discorso, voglio dire che secondo me i professori di medicina sono o dovrebbero essere qualcosa in più di un “normale” professore universitario, perché prima che professori universitari sono medici, e dovrebbero quindi educare i ragazzi sia sulla materia che insegnano, sia sull’essere medico. è vero che non si può imparare ad essere un buon medico, a mio parere ci si nasce, come per tutti gli altri mestieri. Se non sei nato per fare il professore, ad esempio, puoi anche studiare e fare il professore, ma non sarai mai un buon professore. E siccome il medico ha nelle mani le vite delle persone, un cattivo medico è molto pericoloso sotto molti punti di vista. Senz’altro i professori-medici dovrebbero essere prima di tutto un esempio per i ragazzi. Mi è piaciuta la frase di un nostro professore a lezione : “Io vi considero giovani colleghi in formazione”. Perché l’essere medico non è dato da una laurea, secondo me. Non è che uno il giorno prima della laurea non è medico e il giorno dopo lo è. Sulle carte potrà anche essere così, ma secondo me uno è medico da quando sceglie di intraprendere lo studio della medicina, e come tale deve essere trattato dai suoi professori, che dovrebbero essere mentori, maestri di vita, e POI professori universitari di una determinata materia. Lo studente di medicina dovrebbe essere agli occhi del professore-medico un collega da formare e a cui insegnare tutto, non solo ciò che sta scritto nei libri.

  12. bene ha detto:

    il documento di acrobat che mi interessava è proprio quello col testo dell’intervento dell’assemblea sul rapporto studenti professori, per ripubblicarlo in parte sul blog..
    neanche tramite il blocco note si ottiene una lingua leggibile.
    se non ha tempo prof non importa!

  13. lily13 ha detto:

    Prima considerazione: noi futuri medici-si spera!!-siamo stati, almeno una volta nella vita, dalla parte del paziente, di colui che viene a chiedere un aiuto o semplicemente un consiglio. Personalmente, prendo come modelli da seguire i dottori che hanno saputo capirmi, che mi hanno fatto domande sul tipo di vita che conduco prima di somministrarmi quintali di farmaci, che sono riusciti a rassicurarmi di fronte a ciò di cui avevo paura…Insomma che sanno di trovarsi di fronte ad un Essere Umano e non ad una delle tante anonime facce, che si presentano davanti ai loro esperti e preziosi occhi. Perchè, ogni tanto, il medico non ‘scende dal piedistallo'(meglio sarebbe non salirci proprio!) per mettersi nei panni di chi non porta il camice e giace dall’altra parte del letto?
    Seconda considerazione: il rapporto medico-paziente è un confronto che avviene da ‘uomo a uomo’, dove fare sfoggio della propria posizione non è altro che un segno di debolezza e incapacità nell’eseguire una professione, che ha come scopo primario quello di Aiutare gli altri. Il rapporto di fiducia che si dovrebbe instaurare fra medico e paziente, sempre più spesso, ai giorni nostri, vacilla; così, sovente, i malati chiedono il parere di più esperti. Non sarà che i medici stanno cominciando a perdere di credibilità proprio a causa della loro presunzione?

  14. tirsi ha detto:

    Mi trovo d’accordo con le affermazioni di Bernard, d’altra parte come non esserlo, dato che le sue parole sembrano esprimere il pensiero di ogni studente di medicina…e il mio senza ombra di dubbio.
    Trovo interessante soprattutto l’analisi dei meccanismi che dovrebbero guidare ogni preside nella scelta dei vari docenti di una facoltà.

    Riguardo alla mia esperienza, seppur breve, ho notato spesso e volentieri la mancanza di emozione nel docente per la materia insegnata, una sorta di apatia che si risolve nel passare le ore del corso nel propinare power point o quanto altro e tralasciando, di conseguenza, il vero spirito dell’insegnamento, cioè il coinvolgimento dello studente(qual’è altrimenti la differenza tra la lectio universitaria comprensiva della disputatio e le lezioni del liceo?). Che noia deve essere recarsi tutti i giorni a fare lezione senza un briciolo di passione o impossibilitati a trasmetterla; Bernard dice che il docente deve soprattutto “amare trasmettere”.

    Il mio pensiero va inevitabilmente alle ore di anatomia, soprattutto le prime del corso, quando la praticità usata dal professore nello spiegare il movimento o semplicemente i suoi sforzi per rendere la materia meno fantascientifica, hanno avuto l’effetto positivo di alleggerire le lezioni e rendere lo studente più reattivo all’apprendimento, e non accumulatore passivo di informazioni.
    Più recentemente il seminario che evitando il solito distacco docente-alunni ha creato, anche se per due ore soltanto, un coinvolgimento diretto, vuoi per l’intrusione dei ragazzi di m’illumino d’immenso, vuoi per l’atmosfera che si era creata.

    La morale da me percepita è questa: come essere medici, come docenti o ricoprire, alla fine, qualsiasi ruolo lavorativo se privi di gioia per esso e poco vogliosi di rendere gli altri partecipi del sapere acquisito?

  15. Irene ha detto:

    Fare il medico è una scelta che comporta sacrifici e soprattutto l’essere consapevoli dell’essere chiamati alla continua educazione…ciò comporta una responsabilità enorme a carico dei docenti.
    Secondo una mia personalissima opinione una lezione che consta di spiegazioni “a ruota” nozioni e concetti esposti come un catalogo di Ikea non siano capaci di arrivare e restare impressi nelle menti degli studenti come quelle nelle quali questi ultimi sono coinvolti emozionalmente. Penso che questo sia un sentimento diffuso, anche leggendo i commenti al seminario “I Care”, secondo voi qualcuno si scorderà le cose dette quel giorno? Personalmente no… E’ l’entusiasmo del docente che motiva lo studente, anche senza stare ore e ore sui testi, alcuni concetti potrebbero restare bene impressi soltanto con una spiegazione “diversa”. Non so se mi spiego…
    Chiaramente serviranno anche le lezioni tradizionali nelle quali termini e termini vengono detti a mo’ di “lista della spesa”…vedi anatomia, ma quella è la materia, non c’è molta fantasia da darle.
    Ovviamente percepiamo subito l’entusiasmo, l’amore che un professore ha per l’insegnamento della sua materia, i gesti, l’intonazione della voce, la voglia di insegnare anche cose non proprio attinenti alla sua professione tramite lunghe parentesi…ma tutto serve, prima o poi.
    Noi, “matricole”, siamo nuovi della lingua scientifica, perchè allora alcuni professori usano una terminologia a noi oscura, difficile, lasciandci con gli occhi a punto interrogativo?
    Mi trovo però d’accordo con blackmamba11, delle volte resto allibita dalla differenza di trattamento, soprattutto con professori che hanno momenti sì e momenti no, e si accendono ceri ai santi sperando che l’attimo in cui sei tu ad essere interrogato, il/la professore/ssa abbia il minuto sì, abbia preso il suo caffè in santa pace e non sia arrabbiata per i fatti suoi…altrimenti, in 20 secondi, puoi riprenderti il libretto.
    In ultimo vorrei chiarire il mio concetto di rapporto medico-paziente… non è un medico colui che passa, legge le cartelle cliniche, si gira verso l’infermiera e ordina tot cc di tale farmaco.
    Il medico è colui che quando ti svegli dall’anestesia locale e tu non ce la fai a parlare, a muoverti, ma con solo con gli occhi cerchi di chiedergli “com’è andata l’operazione?” Lui senza sentir parola uscire dalla tua bocca sorride e ti dice: tranquilla è andato tutto bene.

  16. Lore ha detto:

    Futile…deriva da Futtilis ( che perde acqua )…Già…è impossibile estrarre acqua dal pozzo con delle caraffe bucate…se il paziente deve morire, lo farà. Eppure parlarne non è facile come ritrovarsi di fronte a delle scelte che non conducono mai a sicure risposte…sarà esagerato utilizzare la flebo anche oggi? Sarà troppo poco? La medicina non è paragonabile all’ingegneria, all’architettura in cui 3 x 2 = 6 e tutte le volte 3 x 2 = 6. In medicina 3 x 3 non fa mai 6, ma quasi 6…c’è una piccola-medio-grande percenutale in cui non si sa mai quanto andremo distanti da quella cifra. Purtoppo anche il medico espediente di fronte a questi estremi può avere diversi modi di reagire…Considerando un malato terminale si fa conto delle cure palliative ( da pallium, mantello ) che come un mantello “avvolgono” il malato…così dal medico al parente, tutti si fanno stretti intorno a colui che sa (ma non sempre) che deve morire…e così la figura del medico scompare e diventa quella di un buon padre in grado di allietare quanto più possibile grazie alla sua esperienza gli ultimi momenti di un’ altra persona.
    Il medico che agisce secondo scienza e coscenza deve secondo me agire contro l’eutanasia e l’accanimento terapeutico…è esagerato eseguire trattamenti chemioterapici o terapie anticancro inutilmente a pochi giorni dalla morte. Come già detto siamo in un campo in cui la legge è l’ultima cosa che regola questi eventi al limite delle capacità umane. Un uomo non può decidere della vita di un altro uomo, non ne ha alcuna diritto, ma il più delle volte si deve far conto di più parametri da quello morale a quello economico…scusi prof se forse ho un po’ divagato.

  17. Luca ha detto:

    I temi che vengono affrontati nell’articolo del professor De Bernard ci riguardano ovviamente in modo diretto, in qualità di studenti di medicina e futuri medici, chiamati ad esercitare nel modo migliore la loro professione. La metafora del tempio mi sembra perfettamente coincidente con la realtà: coloro che esercitano il “rito”, e vengono ascoltati dai fedeli, dovrebbero essere dotati non solamente di mera erudizione, ma dovrebbero amare la loro materia e spiegare “per far capire”, coinvolgendo ed affascinando il più possibile i propri studenti. La “willingness”, citata dal professor De Bernard, ovvero la volontà di esprimersi in modo diretto con gli studenti per carpirne maggiormente l’ interesse, è un aspetto fondamentale per la comprensione degli argomenti e dei metodi, e, di conseguenza, per la formazione di un buon medico, che non sia solo colto, ma che sia anche dotato di umanità e di capacità relazionali interpersonali. Da parte degli studenti, il punto fondamentale è cercare di assimilare il più possibile il sapere, ma anche il saper fare, poichè, a parte l’utilizzo dei macchinari, è importante che un medico sappia intervenire direttamente sul paziente, che su di lui fa affidamento. E’ compito di noi studenti, dunque, preoccuparci di avere una preparazione completa in ogni ramo medico, per poi affrontare, come sostiene il prof. De Bernard, le specializzazioni. L’ostacolo più grosso al progresso è il desiderio di guadagno. Tutti coloro che, come noi, studiano medicina, dovrebbero farlo mossi dalla passione per questo mestiere, dal sentimento dell’ “I Care”, ovvero dalla volontà e dal piacere di prendersi cura un giorno dei propri pazienti, e non dalla brama di guadagno: sono d’accordissimo sul fatto che, ponendosi questo come unico obiettivo, si possa difficilmente diventare un giorno un professionista serio ed apprezzato a tutti gli effetti, che sa svolgere al meglio il proprio lavoro.

  18. Maria Grazia ha detto:

    @ bene
    prova a selezionare il testo a piccoli porzioni e a incollarlo su un documento di testo (blocco note, per intenderci) prima di riportarlo in word. PS per Andreas: scusa l’intromissione 😉

  19. iamarf ha detto:

    non sempre, dipende da come è codificato il documento pdf di origine … prova a mandarmelo … non che abbia molto tempo …

  20. bene ha detto:

    prof…domanda apparentemente fuori luogo ma non del tutto…è possibile selezionare e copiare una parte di testo da un documento in acrobat reader per trasferirlo su word?
    c’ho provato ma è venuto fuori una specie di matrix…tutto numeri e sbarrette…

  21. Sarah ha detto:

    Wow…devo dire che nonostante abbia l’esercitazione di istologia domani, troverò un modo per partecipare al seminario…l’articolo di De Bernard è a dir poco sorprendente! Intanto è vero, si ricollega benissimo al discorso “I care”…inoltre, sono proprio contenta di aver visto che certi discorsi non sono solo pensieri “da studente”. Il rapporto studente-insegnante non è importante, è FONDAMENTALE, e in questo momento me ne sto accorgendo come non mai. In effetti, credo di essere stata delusa da tanti aspetti dell’Università, compresi alcuni insegnanti. Ho notato spesso il loro orgoglio (fine a sè stesso) ed il loro essere altezzosi nel riempirci la testa di nozioni a noi sconosciutissime…solo per sentirsi superiori, a mio parere. O perlomeno, questo è quanto mi hanno trasmesso. Sento davvero la necessità di insegnanti che riescano a trasmettere l’amore per la materia che insegnano, che riescano ad affascinare, a catturare l’attenzione e di conseguenza a facilitare lo studio. Trovo che queste qualità andrebbero meglio analizzate e ricercate in un docente…soprattutto di materie piuttosto teoriche e, almeno apparentemente, lontane da quella che diverrà la nostra professione (vedi biochimica). Ecco, sono giunta involontariamente ad un altro punto: la pratica. Sono molto combattuta riguardo a questo, in quanto so che una cultura ed uno studio di base sono necessari, ma mi ciedo anche quanto possa giovare il rimandare il rapporto con il paziente al quarto anno. L’empatia, l’amore per gli altri e l’essere disposti al sacrificio credo siano caratteristiche indispensabili per un medico…ma se fino al quarto anno non facciamo altro che imparare formulette a memoria come possiamo rendercene conto?! I nostri amici infermieri fanno tirocinio fin dal primo anno, imparando ciò che anche a noi sarà utile…perchè noi no?? Però siamo tutti d’accordo che il bravo medico non è quello con la testa solo piena…no no…ma per tre anni è questo quello che ci fanno essere…mi dispiace, ma non riesco ad essere granchè positiva su certi argomenti in questo periodo…urgono prof. interessanti!!
    Bene, chiudo qua, anche se potrei scrivere per giorni…spero di vedervi numerosi al seminario domani e che questo ci possa tirare un po’ su!

  22. Maria Grazia ha detto:

    “…La radice med-(medeor in latino, médo in greco) imparenta la medicina e la meditazione e l’una e l’altra con la misura (metior) e questa (mensura) rimanda a mens. Un’altra parentela ben più inquietante e perciò stesso più intrigante è quella che unisce medicina con Medusa, letteralmente “colei che pensa a”, “che si cura di”. La Medusa era una delle tre Gorgoni, quella mortale, considerata la Gorgone (= la tremenda) per eccellenza.

    Siamo dunque ammoniti: lo sguardo che cura può essere anche uno sguardo che pietrifica, l’ascolto che accoglie può essere anche un ascolto che inibisce, il discorso che guida e mette ordine può essere anche un discorso che schiaccia e ferisce: il gesto terapeutico può anche risultare mortale!”

    Angelo Franza

  23. blackmamba11 ha detto:

    Biagio, sotto certi punti di vista hai ragione, però alla fine qualcosa ci devono pur insegnare… trovo i programmi di molte materie troppo dettagliati e lunghi : si potrebbe fare meno cose e farle meglio… però una formazione di base ce la devono dare, altrimenti come si fa?

  24. Anna Rosa Rizzo ha detto:

    Il tema dell’evento mi sembra interessantissimo… Infatti avevo già pensato di parteciparvi quando ho visto l’avviso sul sito della facoltà.
    L’apprendimento è un argomento molto dibattuto e, secondo me, a Medicina più che mai è qualcosa a cui dedicare un occhio di riguardo. Da settembre sono entrata nel mondo universitario, e le sorprese sono state davvero tante. Credevo che già dai primi tempi avrei fatto periodicamente qualche ora di tirocinio in ospedale, ma non è stato così. Tutto ciò che si sta imparando in questi mesi nelle lezioni frontali non è inutile (non ci si sta riempiendo la testa, per rispondere a qualche commento precedente), ma è necessariamente propedeutico allo svolgimento di una buona professione domani. E’ ovvio che sapere come si colora il reticolo endoplasmatico non è utile in sala operatoria. ad esempio, ma non è detto che non sia utile altrove… In Medicina non si smette mai di imparare, e magari lo studio di questi dettagli non può far altro che giovare allo spirito critico di un futuro medico.
    In efetti mi rendo conto di quanto è importante per un medico la compontente “cultura” (eh sì, c’è da studiare davvero tanto per la professione che ho scelto!), senza tralasciare però quel fattore in più di cui parla anche il Prof. De Bernard: l’eros, l’amore. la partecipazione emozionale, l’empatia. “Il risultato dell’apprendimento dipende dall’intensità emozionale del rapporto docente-discente.” Quest’ “emozione” dovrebbe essere viva sia nel rapporto tra insegnante e allievo che in quello tra medico e paziente.
    “La mente non è un vaso da riempire ma un legno da far ardere perché s’infuochi il gusto della ricerca e l’amore della verità.” (Plutarco)
    La cultura è essenziale, ma poi ognuno dovrebbe sapere completarsi. ovviamente sotto la guida dei docenti, in modo che le nozioni non rimangano appese lì, inutilmente…
    I have a dream… Spero di riuscire nell’impresa un giorno….

  25. Biagio ha detto:

    Tagliamo corto: ci stanno riempendo la testa di c*****e…stiamo affrontando corsi su corsi fatti di pillole di saggezza che non mi serviranno mai nella vita o nella mia professione…Cosa diavolo me ne frega di come si colorano i reticoli endopolasmatici? Oppure della formula del semicarbazide?? Niente, assolutamente niente…Sono figlio di medici, frequento ambienti ospedalieri da quando sono nato e ho contatti con altri dottori continuamente…ma nessuna di queste persone sa le str****e che io invece sono costretto a studiare…Qualcuno avrebbe il coraggio di dire che costoro sono tutti dei medici incapaci??
    De Bernard dice che è importante formare “teste ben fatte” anzichè “teste ben piene”…mi sa che questo suo nobile principio si scontra inevitabilmente con quell’infinita schiera di persone che mangia con i soldi dell’università, e che comporta la creazione di cattedre (e quindi di esami) perfettamente inutili al fine della professione medica…con lo spiacevole inconveniente per noi studenti di doverci affannare su pagine di libro, così, giusto per culura personale…
    A questa categoria si sottrae il corso d’informatica, che, quantomeno, costituisce una via di fuga dalla selva di libri di camera mia…e sicuramente si accosta di più ad un tipo di insegnamento di metodo anzichè nozionistico…Thanks Arf ^^

  26. Carolina ha detto:

    WE have a dream!
    Faccio l’esame di maturità, mi iscrivo alla facoltà di Medicina e comincio a seguire le lezioni: appunti , sbobinature, esami. E poi c’è il corso di informatica: mamma mia comincio quasi dalle basi!, sistema binario, il desktop… E poi… chi se lo aspettava che un corso di informatica ti scuotesse la mente con tante questioni di vita, di relazioni empatiche con gli altri, ti richiamasse alla mente tanti sogni, tante speranze (utopie?)… !! Prima il seminario “I care”, stupenda sorpresa di vedere come persone competenti e impegnate si diano anima e corpo a prendersi cura dei più piccoli, dei più indifesi, con il
    sorriso, tenendo per mano la sofferenza.
    Adesso “I have a dream”: cosa ci aspetta ora? Ho letto il testo dell’intervento di martedì prossimo: è troppo, prof, è davvero troppo! Le aule universitarie che un po’ mi spaventano, i docenti che spargono sapienza e mi mettono in soggezione (sono sempre stata timida…): è mai possibile ridurre questa distanza abissale, è mai possibile stabilire un “contatto”? Sì, è possibile, deve essere possibile, è un sogno troppo bello per poterci rinunciare. Avere un docente che ti trasmette tutta la sua passione per la materia che insegna, che ti rende partecipe della materia, facendotela vedere bella e interessante e alla tua portata: magari una materia ostica e complessa ma che diventa affascinante e non ti costa fatica impararla. Uno che non parla dall’alto del piedistallo, lontanissimo, ma un docente che ti coinvolge, che ti rapisce… E’ un talento che occorre avere dentro, che non si impara: è una dote che va oltre la competenza. E’ quindi difficile trovare docenti di questo calibro: ma sarebbero speciali.
    Ma questi docenti speciali che riescono a instaurare con gli allievi un rapporto di empatia non possono che formare allievi che saranno in grado, a loro volta, di stabilire gli stessi tipi di rapporto con gli altri. Dove gli altri sono ancora altri futuri allievi (gli allievi di oggi saranno i docenti di domani) ma gli altri sono anche i propri pazienti.
    L’insegnamento è la “passione”, la “partecipazione” (I care): occorre che un medico entri in contatto con il proprio paziente, si prenda cura del suo corpo entrando anche in sintonia con la sua mente, riesca a capire gli stati d’animo, accolga con un sorriso chi soffre.
    Mi sembra di vivere in uno dei miei sogni migliori, sono sempre stata una sognatrice (“I’m a dreamer” come cantava J.Lennon), ma adesso questo sogno mi sembra perda i contorni nebulosi e violacei del sogno e prenda i contorni vivi e definiti della realtà, perchè siamo tanti, perchè ci crediamo, e se tutti abbiamo questo sogno (WE have a dream), questo sogno diventerà realtà e solo così potremo migliorare il nostro mondo, cominciando a crederci da adesso.
    Come i grandi sognatori, come Martin Luther King, come Gandhi, cominciamo da adesso a cambiare noi stessi.

  27. vanni ha detto:

    Ho trovato molto interessante l’articolo di de Bernard, infatti, per esperienza diretta, è sicuramente vero che il risultato dell’apprendimento è affidato anche all’intensità emozionale dell’incontro con l’insegnante (empatia) e che il lato emotivo dell’apprendimento può essere maggiore di quello razionale. Mentre, pur nella mia ancor breve esperienza universitaria (sarà davvero un iniziazione in un tempio?) devo riscontrare che l’auspicio di integrazione fra materie pre-cliniche e cliniche sia, per ora, ancora tale.
    La visione (dream) su un tipo di medico, ben evidenziata nella cartella clinica intesa come dialogo col paziente per una reale conoscenza, delinea un approccio problematico (complexus) alla terapia. Ciò spaventa e affascina allo stesso tempo. In “Medicina e tecnologia” pur comprendendo i motivi addotti, sembra forte per la mia inesperienza, quel tenere in sordina, nella formazione, le conoscenze tecnologiche. Certamente i tre pericoli qui paventati sono così ben sintetizzati da far venir voglia di stamparli sin d’ora in ogni coscienza.

  28. blackmamba11 ha detto:

    Ho paura di essere linciata se dico quello che penso. Ma lo dico lo stesso.
    Molti dei miei ex-compagni di corso sono figli di medici. E ho notato tra i professori, soprattutto agli esami, una certa tendenza a privilegiare questi studenti. Magari non proprio dal punto di vista dell’esame, ma più che altro li mettevano a proprio agio, mentre con gli altri erano decisamente arcigni.
    A gennaio noi abbiamo affrontato i primi esami orali della nostra vita, e credo sia stato un trauma per tutti. E sinceramente vedere gente mandata a casa in malo modo solo perché si era emozionata, e altre persone trattate come fossero stati cuccioli appena svezzati (ci mancava solo che facessero loro le carezze mentre li interrogavano) mi ha un po’ fatto girare le scatole…
    Questo ovviamente non vale per tutti i professori e neanche per tutti i figli di medici, però è una cosa che ho notato e ci tenevo a dirla, anche perché penso che sia la cosa più sbagliata del mondo, soprattutto nel corso di laurea in medicina, dove la famiglia di origine dovrebbe essere l’ultima cosa che conta…

  29. sara ha detto:

    Le riflessioni esposte nel testo dell’intervento sono le stesse che mi sto ponendo dall’inizio dell’anno accademico fino a questa parte. Parteciperò con piacere… la necessità per l’insegnante di trasmettere l’amore nei confronti della sua materia e il problema di quale sia il modo migliore per formare i medici del domani sono temi che, ovviamente, mi stanno a cuore. Trovo un po’ una contraddizione interna il fatto che ad una facoltà di medicina il primo contatto con il pazionte si abbia solo a partire dal quarto anno. Sono fermamente convinta che un percorso di studio così lungo e così difficile sia estremamente importante per questa professione, ma ritengo anche che sia la totale dedizione e l’amore nei confronti di un lavoro così nobile e difficile a differenziare il bravo medico da quello mediocre.

  30. FRANCESCA ha detto:

    eccomi qua…. non se lo aspettava eh?!…
    “I have a dream” è la frase con cui viene identificato il discorso tenuto da Martin Luther King il 28 agosto del 1963
    al termine di una marcia di protesta per i diritti civili.
    Il rapporto docente-studente dovrebbe essere più Vero cioè dovrebbe uscire dai soliti schemi freddi e ditaccati, così magari noi studenti riusciremo a comprendere molto di più le lezioni….dovrebbero essere più vive, magari facendo interaggire noi studenti ma purtroppo non è cosi ci sono ancora le classiche lezioni….dove se respiri ti bacchettano… Un sorriso ha più valore ed è più importante dei discorsi con paroloni a volte incomprensibili.

    N.B.: avevo dimenticato di mettere il mio nome e l’indirizzo del blog….. hihihi….

  31. Alex ha detto:

    Un contributo sintetico.
    Sapevo dell’esistenza di Martin Luther King, non so nulla dei suoi discorsi più famosi. Non ho riconosciuto la frase “I have a dream”. Trivialmente l’ho cercata su un motore di ricerca; qui http://del.icio.us/Alcmeone/dream si riassume in 3 link un po’ della sua storia.
    Nell’articolo proposto la frase è ripresa per sottolineare il forte auspicio di un cambiamento che è stimato tanto importante quanto difficile. Il cambiamento del processo formativo che produce i medici, attraverso la rifondazione del rapporto didattico tra docenti e discenti. Si evidenzia la necessità di un rapporto emozionale coinvolgente, nel quale la trasmissione delle informazioni si accompagni al trasferimento della passione realmente vissuta dal docente per la materia, a sua volta sentita come un mezzo per conoscere, capire ed aiutare il paziente. Viene sottolineato come l’integrazione emozionale sia indispensabile ma mai sostitutiva delle informazioni necesarie alla preparazione tecnico scientifica, la cui necessità è scontata.
    Per enfatizzare l’elevazione propria di questo nuovo modello didattico viene proposta una metafora religiosa, che vede il discente quale catecumento ed il docente come sacerdote. Il percorso formativo è comunque sempre visto esclusivamente in funzione del paziente, con il quale il medico deve entrare in comunicazione stretta, in contatto fisico e in condivisione di sentimento.
    Lo sviluppo della proposta, affascinante e coinvolgente, è nello specifico rivolta ai costituendi medici; tuttavia gli argomenti ed i temi afferenti sono probabilmente applicabili in generale a tutti i professionisti del mondo sanitario il cui ruolo preveda un contatto diretto con i pazienti.
    Un paio di brevissime considerazioni:
    – non condanniamo apriori coloro i quali indulgano, con la dovuta moderazione, al punto c) dei “pericoli per il medico”;
    – concediamo ai nostri professori la dispensa da alcuni degli obblighi sacerdotali … 😉
    Alex

  32. Veggie ha detto:

    “I have a dream”. Già queste 4 semplici parole danno un mondo da pensare. Parole pronunciate da un qualche individuo famoso per qualcosa che io, al solito, non conosco? Probabilmente sì. Ma non è importante chi le ha dette. Quel che conta è ciò che esprimono. I mille contesti ai quali possono essere riferite. E uno di questi è proprio il rapporto studenti-insegnanti.
    Leggere il testo dell’intervento relativamente al rapporto studenti-docenti mi ha dato molto da pensare. Mi ha fatto pensare a quando frequentavo le scuole superiori, per esempio. All’epoca avevo un’insegnante di matematica che era indubbiamente estremamente competente nella sua materia, persino gli altri insegnanti di questa disciplina andavano a chiedere consiglio a lei! Eppure, nonostante tutta la sua conoscenza, era una persona fredda e rigida, che considerava più importante seguire il programma ministeriale che non ascoltare le reali difficoltà degli studenti, che diceva “buongiorno” quando entrava in aula, “arrivederci” quando usciva, e questo era il massimo del rapporto sociale che avevamo con lei. Io l’ho sempre vista come un robot. Posso dire di aver imparato la matematica, ma non mi ha mai dato qualcosa. Non c’era passione nel suo insegnamento, perciò non poteva trasmetterci amore per la disciplina. La professoressa di chimica, invece, è stata una delle insegnanti migliori che io abbia mai avuto. Competente ma modesta, disponibile, capace di coinvolgere ed appassionare. Amava la sua materia ed amava insegnarla, e riusciva a trasmettere questo suo amore con semplicità ed efficacia. Ci diceva di darle del “tu”, ma l’ho rispettata più dei tanti altri insegnanti a cui ho dato un “lei” privo di significato sottostante.
    Penso che il rapporto studenti-insegnanti abbia un importanza per lo meno pari all’insegnamento stesso. Le materie che “restano” non sono semplicemente quelle spiegate ad hoc, ma quelle interiorizzate. Perché ci sono anche insegnanti che “restano”. E penso anche che, soprattutto a livello universitario, questa integrazione sia importante, funzionale perché direzionata a proiettarci nel mondo del lavoro. Tuttora ho a che fare con molti professori indubbiamente competenti, ma distanti, portatori di un insegnamento intransitivo che sembra essere destinato a rimanere solo entro i ristretti confini dello specifico esame. Dicono che ci porteranno a diretto contatto con i pazienti a partire dal 4° anno. Credo che questa sarebbe la prima cosa che dovrebbe essere fatta. Per poter crescere come medici ma anche e soprattutto come persone. Per poter capire cos’è che siamo chiamati veramente a fare. Per rendersi conto che studiare la sofferenza è tutt’altra cosa che provare la sofferenza.
    Sono consapevole dell’enorme bagaglio di conoscenze indubbiamente necessario per svolgere la professione medica, ma penso che a volte una parola umana, un gesto, o anche solo un sorriso, valgano più di mille paroloni imparati a memoria.

  33. blackmamba11 ha detto:

    mmm…. intervenire sul rapporto degli studenti di medicina con i docenti??? ci sarebbero tante cose da dire… forse potrò venire, stavolta… ma ormai sono studentessa di medicina solo ufficialmente, quindi non ho nulla da dire…
    Però ho qualche argomento da suggerire…

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