I saperi disgiunti

Edgar Morin. Licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, 2.5 Generic, 2.0 Generic and 1.0 Generic license.

La scuola del Lutto

L’Università ci insegna precisamente una tale rinuncia. La scuola della Ricerca è una scuola del Lutto.
Ogni neofita che entra nella Ricerca si vede imporre la rinuncia fondamentale della conoscenza. Lo si convince che l’epoca di Pico della Mirandola è passata da tre secoli, che ormai è impossibile costituirsi una visione dell’uomo e del mondo insieme.
Gli si dimostra che la crescita dell’informazione e la sempre maggiore eterogeneità superano ogni capacità di immagazzinamento e di trattazione da parte del cervello umano. Gli si assicura che non bisogna lamentarsene ma felicitarsene. Dovrà quindi dedicare tutta la sua intelligenza ad accrescere quel sapere determinato. Lo si inserisce in una équipe specializzata, e in quest’espressione il termine sottolineato è “specializzata” e non “équipe”.
Ormai specialista, il ricercatore si vede offrire il possesso esclusivo di un frammento del rompicapo la cui visione globale deve sfuggire a tutti e a ognuno. Eccolo diventato un vero ricercatore scientifico, che opera in funzione di questa idea motrice: il sapere viene prodotto non per essere articolato e pensato, ma per essere capitalizzato e utilizzato in forma anonima.


Potrei avere scritto io queste righe, tanto si attagliano al mio pensiero, da molto tempo. Invece le ha scritte Morin. Tanto meglio.

Nel 2008 John Medina, ha scritto Brain Rules (Il cervello – Istruzioni per l’uso), un libro che potrebbe essere riassunto da queste sue parole:

If you wanted to create an educational environment that was directly opposed to what the brain was good at doing, you probably would design something like a classroom.

Se aveste voluto creare un ambiente educativo esattamente opposto a quello in cui il cervello funziona bene, probabilmente avreste progettato qualcosa di simile ad un’aula scolastica.

Il punto di Medina è il seguente. Il funzionamento del cervello è ancora un grande e affascinante mistero, tuttavia negli ultimi anni sono stati fatti molti progressi che hanno consentito di stabilire alcuni fatti importanti. Ora, anche se queste recenti conoscenze non bastano a spiegare la natura del pensiero e la capacità di apprendere, esse possono già dare delle importanti indicazioni di cui sarebbe bene tenere conto in tutto ciò che concerne l’apprendimento, e quindi anche le pratiche scolastiche. L’obiettivo che Medina si è posto è contribuire a correggere questo stato di cose.

I saperi non comunicano. Nell’era dell’informazione che esplode e delle comunicazioni a costo quasi-zero i saperi si intrecciano in misura molto limitata, rispetto a quanto potrebbero. Esattamente il problema sollevato da Morin: una moltitudine di studiosi che lavorano a testa bassa, ognuno a forgiare il proprio tassello, nella fiducia che poi tutti i tasselli si combinino fra loro, come per magia. Non è così. Ovvero, si potrebbe fare molto meglio, se nell’armamentario di ogni ricercatore vi fosse anche l’abitudine di alzare la testa, rinunciando così un poco all’ossessiva massimizzazione del prodotto personale. È quasi un fatto di democrazia: anche se, alzando la testa ogni tanto, ridurrai un poco il tuo Impact Factor, farai l’interesse generale, che poi comunque ti ritornerà, seppur in tempi e modi dilazionati.

L’opera di Medina è molto interessante perché unisce stile leggero a rigore scientifico, che viene garantito da un’accurata selezione delle fonti: tutti i risultati riportati nel libro sono supportati dalla letteratura scientifica. Letteratura scientifica vuol dire che gli articoli di riferimento sono stati pubblicati in base al metodo di peer-reviewing. Inoltre, Medina applica una selezione piuttosto severa, includendo solo risultati che sono stati replicati molteplici volte.

Effettivamente, la bibliografia di questo libro è veramente molto ricca, al punto da essere stata resa disponibile in internet per non rischiare di trasformare il libro in un tomo impressionante. Per esempio, il primo capitolo, lungo una ventina di pagine è sostenuto da 150 voci bibliografiche!

Fin qui l’antefatto, ma niente paura, che l’intendimento mio è presto detto. Chiunque può andarsi a comprare il libro di Medina, c’è addirittura la traduzione in italiano, ma si sa, il tempo manca sempre un po’ a tutti e mi pare un peccato che questo lavoro venga disperso nell’oceano delle cose dette e scritte. Allora mi propongo, nel tempo a venire, di scrivere una manciata di post per illustrare i punti salienti del libro, magari prima controllando gli sviluppi della letteratura pertinente successivi al 2006, anno al quale giunge la bibliografia.

Pubblicherò questi post in due luoghi: il network della Scuola Che Funziona – pensando al quale mi è venuta questa idea, e il blog Insegnare Apprendere Mutare, come sempre. Con calma.

Cogliamo ogni possibile occasione di lasciare che gli studenti alzino la testa. Cogliamo ogni occasione di sporcare la propria materia con le altre. Lasciamo loro il tempo di porsi domande, in tema e soprattutto fuori tema. Perdiamo tempo a rispondere alle loro domande. Non sarà tempo sprecato, sarà tempo guadagnato.


  1. Edgar Morin (2001)
    Il metodo
    1. La natura della natura
    Raffaello Cortina Editore (Milano)
    p. 7
  2. John Medina è biologo molecolare specializzato nello studio dei geni implicati nello sviluppo cerebrale e nei disordini psichiatrici. Dirige il Brain Center for Applied Learning Research della Seattle Pacific University e insegna al dipartimento di bioingegneria della University of Washington School of Medicine. È anche un bravissimo divulgatore. Fra i suoi libri: The Clock of Ages. Why We Age, How We Age, Winding Back the Clock (1996), Depression. How It Happens, How It’s Healed (1998), The Genetic Inferno. Inside the Seven Deadly Sins (2000). Brain Rules (2008). Brain Rules for Baby (2011).
  3. John Medina (2008)
    Brain Rules
    Pear Press (Seattle)
  4. John Medina (2010)
    Il cervello
    Istruzioni per l’uso
    Bollati Boringhieri Editore (Torino)
  5. L’impact factor è un indice numerico di importanza di una rivista scientifica. Gli impact factor si usano per pesare le pubblicazioni che un ricercatore, un gruppo di ricerca o un intero dipartimento, adducono a riprova della propria produttività scientifica. Un lavoro con impact factor doppio vale il doppio. L’impact factor della rivista X, per un dato anno, si calcola prendendo il numero di citazioni, apparse in qualsiasi altra rivista nei due anni precedenti, degli articoli pubblicati in X, e dividendolo per il totale degli articoli pubblicati in X negli stessi due anni.
  6. Con il metodo di peer-reviewing, le riviste scientifiche, prima di pubblicare un articolo, lo inviano ad almeno due revisori esperti nella materia i quali, rimanendo anonimi, esprimono un parere tecnico sulla validità del lavoro proposto. L’editore della rivista, in base a questi pareri, decide se pubblicare senz’altro il lavoro (questo sulle riviste importanti accade piuttosto raramente), se subordinare la pubblicazione alla scrittura di una seconda revisione con tutta una serie di variazioni proposte dai revisori o se rifiutare tout court il lavoro. Si tratta di un processo spesso lungo e defatigante; non è raro che dalla prima spedizione di un articolo alla pubblicazione abbiano luogo più revisioni e che occorrano molti mesi od anche più di un anno.
  7. Tuo studente: persona di età maggiore di 0 anni rispetto alla quale ti capita di avere un po’ di esperienza in più in qualche aspetto della vita.

6 thoughts on “I saperi disgiunti

  1. Andreas ha detto:

    Sì, e il problema che rileva Nietzsche è assolutamente attuale, anzi, si è aggravato ulteriormente e, secondo me, pericolosamente. Grazie Alessandra e grazie Grandipepe…

  2. Alessandra ha detto:

    “Ri-cerca”…non è forse cercare nuovamente quel qualcosa che essendo “ri-cercato” (oggetto della ricerca) assume ogni volta una nuova veste?
    Il ri-cercato è senza alcun dubbio desiderato, richiesto in quanto è di interesse del ricercatore! A mio avviso ogni ricercatore è uomo singolare, fantasioso e originale poiché è disposto a discostarsi energicamente dal previsto. E’ un liberatore di verità “ancora nascoste”!

    In “Schopenhauer come educatore” Nietzsche scrive:“…che egli si sia posto di fronte al quadro della vita considerata come un tutto, per interpretarlo come un tutto; mentre anche le menti più sagaci non riescono a liberare dall’errore che si vada più vicino a questa interpretazione se si analizzano minuziosamente i colori con cui e la materia su cui questo quadro è dipinto; […] Ora però l’intera corporazione di tutte le scienza si preoccupa di capire quella tela e quei colori, ma non il quadro;anzi si può dire che solo colui che ha fermamente contemplato il quadro generale della vita e dell’esistenza si servirà delle singole scienze senza farsi danno , giacché senza un tale quadro complessivo regolatore, esse sono fili che non portano mai alla fine e rendono il corso della nostra vita ancora più confuso e labirintico.”

    Il senso della ri-cerca non è forse quello della ricerca del senso?

  3. grandipepe ha detto:

    mi viene in mente che da piccola facevo tanti puzzle il quale hanno ammaestrato la mia mente a “comporre un quadro finale”. Ora invece sono affascinata dai Tangram, i quali offrono una possibilità pressochè infinita di soluzioni, dove una soluzione finale non c’è. Quindi il “sapere” non è finito, tutt’altro… ma noi siamo stati educati al pensiero convergente, non a quello divergente e laterale.
    Sarebbe il caso di “tornare a giocare”? Certo, il gioco si fa per finta ma è una cosa seria! e di solito è più stimolante quanto si fa in “équipe”

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