Cosa hanno in comune gli agricoltori di Tshimbulu in Congo con i campesinos di Salinas de Guaranda in Ecuador? I contesti sono davvero diversi ma la povertà è la stessa, e con essa l’apparente impossibilità del riscatto sociale. Esistono però testimonianze che dicono il contrario, come quella del progetto di “microfinanza campesina” che Bepi Tonello ideò a Salinas. In questa riflessione ci domandiamo quanto tale modello possa essere esportabile nella Fattoria di Moyo di don Martin Bakole.
Ce la prendiamo con calma, per cercare di capire bene il contesto, nella speranza di raccogliere idee o suggerimenti.
Molte domande.


Tutto sembra dividere queste due parti di mondo: Tshimbulu, immersa nel mosaico di foresta e savana equatoriale del Congo meridionale, e Salinas de Guaranda, arroccata a 3550 metri sulle Ande ecuadoriane, sotto il vulcano Chimborazo. Popoli le cui comuni origini risalgono a ere remote dell’avventura umana, adattati a contesti completamente diversi, pendenze impossibili da una parte, distanze sterminate dall’altra; lassù vento gelido, laggiù piogge e calore tropicali.
Ma c’è una cosa che accomuna questi popoli remoti: la povertà assoluta fatta destino, dove vivere si riduce a sopravvivere. Condizione ineluttabile per assenza di mezzi, infrastrutture e potere negoziale. Condizione nella quale i prezzi, qualsiasi essi siano, li stabiliscono sempre altri.
Eppure ci sono testimonianze che mostrano la possibilità di invertire i destini. Sono tante le organizzazioni che operano nel mondo facendo veri e propri miracoli. A questo proposito pare interessante citare il progetto di “microfinanza campesina” di Bepi Tonello. Il termine progetto è riduttivo per qualcosa che, nell’arco oramai di mezzo secolo ha consentito a centinaia di migliaia di indios di affrancarsi dall’oppressione di latifondisti senza scrupoli e dalla condizione di paria della società ecuadoriana. Il poco che so a riguardo l’ho tratto dall lettura di ‘Credito e Nuvole’, Ecra —Edizioni del Credito Cooperativo, 2005.
Affidiamo la descrizione del contesto campesino a questo brano:
Chi è capace di guardare ogni giorno le nuvole da vicino, spesso dall’alto in basso, è il Chimborazo. È il vulcano più alto del mondo e con le nuvole, lui, ci gioca. Le buca, le confonde e per farne un velo dietro al quale nascondersi per qualche ora o qualche giorno. E restare solo col vento, invisibile agli uomini. Quassù, ai piedi del grande vulcano, su un altipiano disegnato dal vento andino, c’è un passo noto come la Cruz dell’Arenal. Cammini tra la polvere nera frutto di lava millenaria e capisci che è possibile realizzare quel che appare impossibile. Quassù, a 4 mila metri, c’è una mini-serra realizzata da nove bambini e dal loro maestro con un telo di plastica steso su una buca quadrata. Accanto c’è la scuola scavata nel terreno. Bisogna pur difendersi dalle scorribande del vento. Ci arrivi per caso, quassù, e tocchi con mano che è possibile desiderare, disegnare e costruire una vita anche dove non sembra esserci spazio per nulla. Nella serra i nove bambini coltivano piantine; nell’aula che sembra una trincea si studia l’alfabeto quechua e lo spagnolo.
Pochi chilometri più giù incontri un villaggio trasformato dall’idea che il risparmio più il lavoro più l’unione delle forze rendono possibile desiderare, progettare e costruire un’economia che non chiude le porte in faccia alla reciprocità, allo scambio, al dono. Una finanza che considera utile non la riga che precede il dividendo, ma l’incontro con le persone. Quassù dove gli indios coltivano le pendici andine legandosi l’un l’altro per non darla vinta alla forza di gravità, complice di pendenze che arrivano al 70%. Quassù è arrivato lo “spirito di Quito”. Quel soffio che prende testa e cuore e cementa l’amicizia fra persone, trasformandola in culture, stili di vita, destini differenti con un solo obiettivo: rendere più vivibile, più accettabile, più degna di essere vissuta l’esistenza di milioni di persone. Segnate dalla povertà. Anzi, diciamolo, rendere felice quell’esistenza. Perché il sogno, la meta degli americani del Nord ma anche di quelli del Sud e di tutte le persone non può che essere la felicità. Un termine che stride accanto alla povertà che riempie gli occhi. La finanza è uno strumento. Parola fastidiosa, la povertà. Ma il fastidio eventuale non annulla la realtà. Povertà di cose e di opportunità. Di speranza e di strumenti.
Tra un lama che allatta il proprio cucciolo e qualche eroico pino che resiste alla morsa del vento e del freddo per non deludere chi ha voluto piantarne migliaia tra i 3 e i 4 mila metri, salta agli occhi la differenza che fa la presenza di una piccola Cassa Rurale. Dove c’è una cassa, la qualità della vita, la speranza, di avere un futuro, si vedono.Di risparmio e di finanza è impastato un esperimento di collaborazione tra banche di comunità locali italiane ed ecuadoriane, che vorrebbero sperimentare un approccio nuovo, basato sulla reciprocità.
La convinzione da cui si parte è questa. La finanza è uno snodo decisivo dello sviluppo di milioni di persone nel sud del mondo. La cooperazione di credito ha funzionato in Italia e in Europa. Può funzionare anche ad altre latitudini. E già funziona a vedere le centinaia di Casse Rurali sparse tra le pianure che costeggiano il Pacifico, sulla catena delle Ande e in Amazzonia. Spesso dirette da donne, quasi sempre con indici di sofferenza (cioè di morosità) di circa l’1%. “I poveri pagano sempre. Rimborsano i prestiti. Ne va del loro onore nel villaggio”, dice Giuseppe [Bepi N.d.R.] Tonello, presidente e fondatore di Codesarrollo, la cooperativa per lo sviluppo dei popoli. La Cassa Rurale può aiutare a trattenere e moltiplicare il valore generato nei villaggi. A ridurre l’usura. A favorire piccoli investimenti per migliorare la coltivazione del caffè e l’allevamento di quattro mucche. A prevenire l’emigrazione e lo sfilacciamento di ogni trama del tessuto sociale. E mettere in moto la ruota dello sviluppo autogenerato.
“Da Quito prove di economia della reciprocità” di Sergio Gatti, in
‘Credito e Nuvole’, Ecra —Edizioni del Credito Cooperativo, 2005.
Lo “spirito di Quito” ha preso nell’autunno equatoriale del 2022 la forma di una dichiarazione congiunta firmata da tanti soggetti della società ecuadoriana: indios, funzionari governativi, Ong, banche centrali, Federcasse e infine Codesarrollo, la Cooperativa de Ahorro y Credito Desarrollo de los Pueblos ( Cooperativo di risparmio e credito sviluppo dei popoli), creata da Bepi Tonello nel 1997.
Bepi Tonello vive e opera a Salinas de Guaranda dagli anni 70, insieme ad altri missionari salesiani, come Antonio Polo. Dice Bepi:
— Avevamo un proposito assurdo: insegnare il risparmio ai poveri.
Apparentemente assurdo, perché invece è l’idea fondamentale che sostiene tutto il progetto, di cui hanno beneficiato oltre 70’000 famiglie. È il contrario dell’assistenzialismo, che aiuta ma condanna allo status quo.
La velenosità dell’assistenzialismo l’ho imparata da Martino quando spiega la visione che ispira la sua fattoria in Congo. La sua idea è proprio la stessa di quella di Bepi: insegnare a risparmiare, a gestire le eccedenze e a mettersi nelle condizioni, cooperando, di fare i prezzi anziché farseli imporre.
Le eccedenze sono il cappio che soffoca i poveri. Ve ne sono di vario tipo: quella umana che sottrae forza lavoro costringendo all’emigrazione, quella finanziaria che convoglia i profitti in depositi di pochi nelle città, infine quella produttiva che sottrae materie prime e prodotti semilavorati con ritorni minimi per chi li realizza. Spesso sono multinazionali ad imporre le regole ai produttori, come il caso citato da Bepi, dell’azienda che compra il latte sottocosto e poi, sgominata la concorrenza delle cooperative, lo distribuisce a prezzi maggiorati.
Ma non sono sempre grandi aziende a stringere il cappio delle eccedenze produttive, delle volte il meccanismo è più complesso ed è insito nell’organizzazione socioeconomica locale, come il caso dei territori in cui opera Martino.
L’ubertosità di quelle terre consente di coltivare una grande varietà di prodotti e realizzare anche due raccolti l’anno, ma tutto ciò non è fonte di benessere per gli agricoltori perché questi si vedono costretti a svendere quasi tutto il prodotto a mercanti che setacciano il territorio per alimentare le popolose e voraci città circostanti. Per capire meglio la natura del problema vanno chiarite due cose. In primo luogo la questione delle distanze che, con la pressocché assenza di mezzi meccanici, rendono il trasporto un ostacolo pressocché insuperabile: se un agricoltore deve trasportare i suoi pomodori in ceste legate ad una bicicletta spinta a mano lungo strade sterrate per raggiungere la città più vicina a 10 Km (quando va bene), il beneficio che ne trarrà sarà ben magro. Il secondo problema è dato dalla stagionalità dei prodotti agricoli e dai problemi di stoccaggio. Se una famiglia produce molti più pomodori di quelli necessari al suo fabbisogno, li deve smerciare in tempi brevi, affinché il prodotto non si deteriori. Oppure, quando possibile, dovrebbe disporre di attrezzature idonee alla trasformazione in sottoprodotti più idonei alla conservazione, ma queste sono quasi sempre fuori dalla portata degli agricoltori.
Ma temo che le parole siano insufficienti per rappresentare la realtà. Prendiamo, fra le varie attività della Fattoria Moyo, la produzione di olio1. L’impianto di estrazione è composto da un motore a gasolio — l’unico macchinario nuovo, che io sappia — e da una gramola, questa autocostruita con pezzi recuperati dai mercati dell’usato nelle città vicine. In una giornata di lavoro vengono estratti circa 200 Kg di olio.
E infatti alla fine della giornata si è rotta…
Poi vediamo cosa vuol dire trasportare…
E cosa vuol dire strade sterrate…
In tale contesto hanno gioco facile i commercianti che con grossi camion perlustrano la miriade di villaggi disseminati nel territorio per comprare le eccedenze a prezzi da fame. Nel video sotto Martino si imbatte in uno di questi mezzi bloccato sulla strada per un guasto.
È chiaro che quel camion dovrebbe essere nelle mani degli agricoltori invece che in quelle dei commercianti delle città. Pensiamo a quella fila di bici sommerse di taniche d’olio, da spingere per 10-15 Km sulle strade che abbiamo appena visto… E certo, magari un trattore o due per accelerare la pulizia dei terreni non guasterebbe (vedi qui), ma è probabilmente quello del trasporto il primo nodo da sciogliere. Ma camion e trattori, benché usati, richiedono risorse sotanzialmente diverse da quelle impegnate sinora. Come superare uno scoglio del genere?
Pensando alle due storie, matura l’una, in fasce l’altra, cosa può imparare questa da quella?
Come fecero i pionieri del progetto di microfinanza campesina a superare questi primi ostacoli? Nella documentazione disponibile prevale la narrazione del successo e, forse inevitabilmente, rimane poca memoria dei primi passi dopo un percorso di mezzo secolo. Ma sarebbe veramente illuminante saperne di più. Per esempio quali furono i frangenti precisi in cui fu realizzata la prima cassa rurale? Con che impegno di capitale fu istituita? Quali le fonti? A cosa erano destinati i primi crediti? Quanto occorse prima di potere finanziare qualcosa come un trattore o analoghe attrezzature?
Altre domande.
Le donne. Bepi lo dice con enfasi:
9:25 Io dico che la nostra società ha sprecato due grandi cose, la nostra società povera voglio dire. Ha sprecato la capacità della testa di produrre idee e ha sprecato la capacità del 50% dell’umanità, che son le donne, di produrre affetto, produrre idee, produrre famiglia, produrre stabilità, che prima non era permesso alle donne. Oggi le donne possono parlare, le donne dirigono le comunità, le donne danno molte garanzie di serietà. Io lo dico senza paura di sbagliarmi che le cooperative, le associazioni dirette dalle donne hanno una gestione migliore di quelle che sono dirette dagli uomini. L’essenzialità… la capacità della donna di decidere, di mettere in pratica ciò che è più importante. Se diamo soldi alle donne, le donne li spendono bene. Se diamo soldi agli uomini… la deviazione… ma anche proprio col credito, col credito formale, attraverso una cooperativa, la deviazione dei fondi da parte degli uomini è molto più alta.
Intervista a Bepi Tonello, 2023, il brano parte da 9’25”.
Ci sono differenze nella possibilità di coinvolgere maggiormente le donne? Nella documentazione della fattoria Moyo portano materiali o estirpano erbacce. Possono essere coinvolte in opere artigianali, oltre che in gestione microfinanziaria? — nelle quali sicuramente eccellono, chi confeziona i loro abiti bellissimi? Chi tesse? O altre ancora?
La sicurezza. Leggendo delle centinaia di piccole o piccolissime casse rurali — anche una sola stanza con un paio di raccoglitori — esiste un problema di sicurezza? Bepi enfatizza molto l’onestà dei poveri, spesso citando la bassa percentuale di “sofferenze” del credito (1-2%) ma poi ricorda anche momenti di crisi (9’27” e seguenti) — I poveri hanno anche i loro difetti, no? E uno si stanca di trattare con gente che a volte non risponde bene. — Quindi, esistono problemi di sicurezza nella gestione di queste piccole casse rurali? Cosa possiamo immaginare a riguardo negli altri contesti?
Quali altri elementi andrebbero presi in considerazione volendo riprodurre l’esperienza della microfinanza campesina a Tshimbulu?
Note
- Sono vari gli oli prodotti, da diversi tipi di palma e per diversi impieghi, sia alimentari che non, ad esempio per produrre sapone. ↩︎