Con questo articolo inizio la collaborazione con il settimanale online Cultura Commestibile. Pubblicherò i testi qui ma invito a visitare la rivista, dove ci sono molti altri articoli interessanti.

L’AI non è piovuta dal cielo
Siamo coetanei, l’intelligenza artificiale ed io, classe 55. Va precisato perché Homo Connectus, compresso nel presente, clicca, scrolla, sorvola, molto reagisce e poco riflette. Non è colpa sua, vi è costretto dal ritmo incalzante del nuovo che piove dal cielo e, forte dello straordinario spirito adattativo dell’illustre predecessore, Homo Sapiens, familiarizza: è normale che piova, è normale che piova il nuovo. Homo Connectus non ha tempo per approfondire, per frugare dietro e indietro. Deve “produrre”, correre, o meglio, mostrarsi in corsa.
Quindi freniamo e torniamo indietro, per vedere come siamo arrivati qui. “Intelligenza artificiale” non piaceva a nessuno dei quattro visionari che nel 1955 cercavano un nome per l’immaginaria intelligenza delle macchine: il promotore John McCarthy, matematico poi ideatore dello Stanford AI Lab, Marvin Minsky, informatico poi direttore del MIT AI Lab, Claude Shannon, matematico e celebre padre della teoria dell’informazione, Nathaniel Rochester, ingegnere elettronico, padre del primo computer scientifico commerciale. Ma un nome andava pur trovato, occorreva fare in fretta per organizzare la conferenza di Dartmouth del 1956, dove in due mesi dieci scienziati avrebbero immaginato la macchina in grado di apprendere.
La conferenza ebbe faticosamente luogo, fu discusso di tutto e fu leticato su tutto. Ognuno ne uscì con un proprio progetto in testa ma la creatura dal brutto nome era comunque nata, destinata a una crescita assai più lenta e sofferta di quello che i suoi ideatori avevano immaginato. Crescita anche biforcuta, nel filone “simbolico” dove nozioni, concetti e regole per unirli erano inseriti esplicitamente negli artificiali cervelli, e in quello “subsimbolico”, dove partendo dal neurone software, il percettrone di Frank Rosenblatt, si intendeva simulare il funzionamento del cervello lasciando imparare la macchina da dati noti. Nel tempo in cui io ero diventato un fisico che si occupava di matematica delle immagini in medicina, il primo aveva partorito topolini (sistemi), esperti sì ma non proprio intelligenti, e il secondo vedeva gli scienziati intenti a domare le reti neurali, tanto promettenti quanto ribelli.
Il pubblico poco ne sapeva ma agli operatori del settore, come il sottoscritto, sviluppi e inviluppi dell’IA erano ben noti, perché in fin dei conti sempre di calcolo scientifico si trattava, l’officina di noialtri ricercatori delle scienze applicate. Avrei tanto voluto infilare qualche rete neurale nei miei algoritmi di calcolo ma né metodi né computer erano abbastanza potenti. L’adolescenza dell’intelligenza artificiale fu sofferta quasi quanto quella degli umani e fu caratterizzata da cicli di stasi-euforia, detti inverni e primavere dell’IA. L’intelligenza non si vedeva un granché ma la gestazione produceva intanto mondi importanti. Ad esempio il linguaggio simbolico LISP nato per maneggiare concetti e regole, da cui gemmò Logo, il linguaggio fondamentale per elicitare pensiero matematico nei bambini. O il concetto di software libero ideato da Richard Stallman, ricercatore del MIT AI Lab, per contrastare la nascita del software proprietario, secondo l’idea che il software dovesse essere sempre di dominio pubblico, quale bene comune, a beneficio della collettività.
Nel frattempo computer e metodi si perfezionavano generando le prime notizie appetitose per le voraci fauci giornalistiche: il computer che batte il campione degli scacchi (IA simbolica), quello che batte il campione di Go (prime “reti neurali profonde”), ma si trattava di applicazioni specialistiche, sistemi incapaci di fare altro. Silenziosamente invece le reti neurali, in sempre più numerose varianti, perfondevano felicemente sistemi industriali d’ogni sorta — ben prima di Alexa. Meno felicemente Google e altri lottavano per rendere credibili i sistemi di traduzione automatica, fino a un lustro fa oggetto più di ilarità che altro. Fu proprio in tale arrovellìo che otto ricercatori del Brain Google Team tirarono fuori il coniglio dal cilindro. Il coniglio si chiamava “transformer” e manifestò subito poteri che lasciarono basiti perfino i magnifici otto che l’avevano partorito: era generativo e questo non l’aveva previsto nessuno. Né si prevedeva che Homo Connectus involvesse ulteriormente in Homo Narcissus, ma questa è un’altra storia.