I racconti della Fattoria Moyo sono raccolti in questo indice.
Da un lato PIFORES, progetto internazionale sostenuto dal World Bank Group. Trecento milioni di dollari, obiettivi ambiziosi, il linguaggio rassicurante della cooperazione internazionale: “gestione sostenibile dei paesaggi forestali”, “miglioramento dei mezzi di sussistenza”, “coinvolgimento delle comunità locali”. È il Programma d’Investimento per la Foresta e il Restauro delle Savane, che dal 2024 interessa sette province della Repubblica Democratica del Congo, tra cui il Kasai centrale, teso a fermare la deforestazione, restaurare i suoli degradati, ridurre la pressione sulle foreste naturali.
Dall’altro, proprio nel Kasai centrale, la Fattoria Moyo, con la quale don Martin vorrebbe cambiare la vita di poche migliaia di persone sfruttando le ricche risorse naturali di circa 500 ettari di cui la propria famiglia è responsabile da generazioni. Nella visione di don Martin cambiare la vita significa rendere le popolazioni autonome attraverso la gestione degli allevamenti e la coltivazione delle terre, affrancando donne e uomini dalla condizione di prestatori d’opera alienati e rassegnati alla condizione di una subalternità fatta destino.
Due progetti drasticamente diversi per dimensioni ma dagli intenti apparentemente non così lontani. Don Martin stesso condivide gli obiettivi macroscopici di PIFORES ma lui ha il microscopio, o meglio lui è il microscopio, che vede le cose dal basso. E che succede laggiù? Succede che i contadini gli raccontano che quest’anno hanno avuto un buon lavoro, come operai nelle opere di riforestazione, gestione delle risorse forestali ecc. Ben quattro mesi di lavoro retribuito! Ma retribuito come? Con un piatto di lenticchie! Precisamente un sacco di lenticchie da cinquanta kg per 4 mesi di lavoro. Quattro etti di lenticchie al giorno, due per pasto. Per un valore compreso fra 20 e 40 centesimi di dollaro al giorno.
Le lenticchie non fanno nemmeno parte del cibo tradizionale per queste persone use al mais, ai fagioli e alla soia che vengono tradizionalmente coltivate in quelle terre. Ma loro, che hanno accettato il ricatto della via apparentemente più semplice e veloce, non hanno avuto il tempo di coltivare le proprie terre, in cambio di un sacco di lenticchie, che trovano preferibile andare a rivendere al mercato nero, rimanendo più poveri di prima. Beffa nella beffa, quelle lenticchie sono importate. Spiego meglio: si va a sottopagare il lavoro con cibi importati dall’estero a gente che vive in luoghi così fertili da sostenere tranquillamente due raccolti l’anno, gente che potrebbe vivere bene e prosperare con i frutti del proprio lavoro sulla propria terra. Don Martin prevede carestia nei prossimi mesi e i lavori di questi mesi presso la Fattoria sono tesi a compensare gli effetti della mancata lavorazione delle terre.
Uno schema ricorrente: pagamento in natura in cambio di manodopera. Sulla carta, a livello macro, tutto funziona — ettari piantati, giornate di lavoro registrate, obiettivi raggiunti. Nella realtà di un villaggio, però, quel guadagno rapido non lascia traccia. Non c’è accumulo, non c’è investimento, non c’è nulla che cambi la condizione di chi lavora, oggi come tra cinque anni.
La via indicata da don Martin è lenta, faticosa, ma tesa a costruire un’autonomia realmente sostenibile per i contadini, rifiutando aiuti che si risolvano in sussidi temporanei. E, soprattutto, a lavorare e risparmiare, come ha insegnato Bepi Tonello ai campesinos in Ecuador; perché l’assistenzialismo, quando arriva senza una cultura che lo sostenga, si dilapida in fretta, quasi sempre sottocosto.
Una via contro tutto e tutti. Contro le ristrettezze economiche. Contro il sistema di sfruttamento sistematico delle risorse minerarie e naturali da parte di tutti i poteri del pianeta, nazionali e privati, del quale noi tutti beneficiamo. Contro la corruzione pervasiva che affligge il paese, a tutti i livelli. Contro, paradossalmente, i progetti macroscopicamente virtuosi di cui stiamo dicendo. Persino contro i beneficiari stessi, che per la maggior parte non possono farsi una ragione di questa strana via, così lenta e faticosa, proiettata nel futuro, territorio estraneo ai più. Solo alcuni comprendono il messaggio, sono coloro su cui don Martin può contare.
Dicevamo: Don Martin non comanda ma parla con la sua gente, si immerge, collabora, impara cercando di capire. Poi indica la via. I progetti fatti a tavolino con logiche esclusivamente manageriali e ingegneristiche, che non includano fra gli obiettivi l’acquisizione di autocoscienza, di cultura del lavoro e del risparmio, vale dire progetti che non partano dall’uomo, sono destinati a confermare la condizione subalterna di questi popoli.