Il caleidoscopio (e un pensiero sull’intelligenza artificiale)

Martina, che ho ritrovato casualmente in un libro1 per accorgermi, andando a ricercarne le tracce, che il suo lavoro era fra quelli da includere in questa raccolta. Chissà quanti ce ne sono ancora. Li ritroverò.

Scrive:

Ho deciso che il mio logo sarà un caleidoscopio. Perché si lascia attraversare dalla luce e la restituisce diversa, cambia a seconda di come lo si guarda, è mobile, è frammentato, è geometria e colore, è una lente che offre nuove e diverse prospettive.
(E perché piace ai bambini!)

Ho affiancato al logo il suo codice perché è scritto particolarmente bene. È nitido e mostra la comprensione degli elementi che conducono al pensiero computazionale: cicli, variabili, funzioni. Un ottimo esempio di come la bellezza di una chiara impostazione logica conduca a un bel disegno: matematica al servizio della creazione estetica.

Ma vale anche la pena di leggere un passaggio del diario di Martina2.

Il mio meraviglioso tutor scolastico mi dice spesso che i bambini (ma anche gli adulti che decidono di fare i maestri!) devono imparare ad accettare la frustrazione. Accettarla per accettare l’errore (per Daniela Lucangeli l’errore è chiave di accesso alla comprensione). Accettare la frustrazione e da questa delusione trarre spinta, motivazione, magari nuovo entusiasmo. Accettare l’errore come elemento fondamentale per creare conoscenza e la frustrazione per capire che, come recitava un famoso film di cui non è necessario neanche ricordare il titolo…. “Nessuno è perfetto!” (E nessuno deve puntare ad esserlo, quindi… Rilassiamoci, bambini e adulti!)

Sì, ok, tutto molto bello, grazie maestro Paolo, grazie Daniela, grazie Billy Wilder… Però non è possibile che io non riesca a colorare quel cavolo di camioncino! Vado a colorare la ruota e il bel rosso sgargiante del muso diventa nero anche lui. Ma perché, maledizione! Mi rendo conto che sono parecchio indietro sul mio percorso di consapevolezza riguardo l’accettazione dell’errore e l’istinto è davvero quello di prendere a calci il computer.

E invece la colpa non è sua… Parliamo linguaggi diversi e io non mi sono fatta capire. Che poi è una cosa che succede a tutti, tutti i giorni, anche in classe. L’importanza di mettersi nei panni di… Di partire dal presupposto che a volte è necessario capire di cosa ha bisogno il nostro interlocutore. Insomma Librelogo mi sta dando anche una bella lezione di inclusività, forse si sta allargando un po’ troppo questo programma. Ma insomma tartarughina cara, cosa vuoi? Che devo fare perché tu colori di nero solo la ruota? Altrimenti quel camion sembrerà un carro funebre.

E comunque aveva ragione lei, la tartaruga. Il linguaggio matematico è preciso, univoco, matematico appunto. E anche se apre ad ambiguità e domande filosofiche, una sequenza è una sequenza. Se sbagli una virgola, se non pensi in prospettiva, se non pensi in profondità (che non vuol dire profondamente, ma in tre dimensioni, analizzando lo spessore delle cose) non funziona.

Il camion alla fine è del colore giusto, aveva ragione la tartaruga.

Penso anche che Librelogo ci insegna a cogliere i rapporti di causa-effetto, il fatto che una piccola modifica a monte determinerà cambiamenti anche macroscopici nella sequenza a valle. È un sistema elastico, reattivo, mutevole. È un sistema intelligente. No, è un sistema che stimola l’intelligenza intesa come “capacità molto ampia di capire ciò che ci circonda, come un afferrare le cose, attribuire loro un significato, scoprire il da farsi.”

Ecco, quest’ultimo passaggio richiama alla mente gli attuali tormenti intorno all’intelligenza artificiale, che non c’era quando Martina aveva scritto queste parole: È un sistema intelligente. No, è un sistema che stimola l’intelligenza intesa come “capacità molto ampia di capire ciò che ci circonda, come un afferrare le cose, attribuire loro un significato, scoprire il da farsi.”

Ecco, l’esercizio con LibreLogo è l’esatto contrario dell’intelligenza artificiale. Lo studente è solo di fronte al foglio bianco, con i suoi pensieri, i suoi desideri e le sue ansie. Si inventa un obiettivo, tenta di perseguirlo. Se troppo difficile abbassa l’asticella e riprova. Il metodo è generalmente apprezzato dagli studenti, anche nell’era dell’intelligenza artificiale.

  1. Paolo Scopetani, La Valigia del maestro — Diario di un impostore, ERF edizioni, 2026 ↩︎
  2. Tutti gli studenti del laboratorio di tecnologie didattiche, oltre alla concezione e codifica di un’immagine da loro scelta, devono scrivere un diario dove devono annotare pensieri e sensazioni sollecitati dal percorso. ↩︎

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