Lettera aperta alla Facoltà di Medicina

Uno studente mi ha chiesto di leggere questa lettera. Io condivido completamente le sue riflessioni e quindi la diffondo molto volentieri.


LETTERA APERTA ALLA FACOLTÀ DI MEDICINA

“Negli atenei si insegna troppo la tecnica e poco l’umanità. Il medico deve imparare a pensare come un malato. Bisogna avere l’umiltà di imparare da chi soffre. Date a un malato la possibilità di sentirsi vivo, di uscire dalla gabbia del dolore. E ascoltate i suoi sogni; ce ne sono di incredibili.” 1


Cari Amici,


sono davvero stanco di “fare” lo studente.

Da tre anni sono iscritto al corso di Laurea in Medicina e Chirurgia e cosa posso dire di aver imparato?Ho imparato a sedermi sulle tuberosità ischiatiche del bacino, ho imparato ad acquisire un metodo di studio più adatto per riuscire a memorizzare la grande quantità di informazioni che ogni esame comporta e ho imparato che lo sforzo isometrico dei muscoli estrinseci dell’occhio è una delle maggiori cause della mia miopia.

Ma io non voglio fare lo studente né vorrò fare il laureato. Io voglio essere medico.

Noi studenti di medicina, e così anche i nostri amici delle altre facoltà, cerchiamo di conoscere e imparare con gli stessi insufficienti strumenti (penne, matite, libri, quaderni, diapositive, voce del professore….) e in questo modo diventiamo solo compagni della sedia, ognuno simile all’altro per sventura. Studiare non può essere, come lo è ora, l’accesso esclusivo alla verità perché la conoscenza va vissuta in toto per essere appresa.

Mi si contesterà che nel piano di studi sia previsto il tirocinio ma io credo che sia molto ritardato e già molto settorializzato per rispondere alla mia ansia di conoscenza globale.

Se non erro i libri di anatomia si scrivono consquenzialmente alle pratiche dissettorie, quelli di fisiologia riportano fedelmente esperimenti di laboratorio e così via per le altre materie, allora, come si può pretendere di capire esaustivamente qualcosa se non lo si vive in tutti i suoi aspetti, come si può riuscire a rendere quel qualcosa parte del nostro bagaglio culturale in modo tale da non essere utilizzato solo per il fine ultimo dell’esame, ma per tutta la vita, se lo si studia esclusivamente da un libro?

Per quanto riguarda la comprensione dell’anatomia umana, penso che l’esperienza di una dissezione, di una autopsia, di una operazione chirurgica siano indispensabili per apprendere secondo le esigenze del metodo scientifico e che il libro sia necessario per acquisire il gergo anatomico opportuno e le convenzioni universalmente determinate ma, se lo studio dal trattato di anatomia si rivela in termini esperienziali come una qualsiasi lettura, la pratiche suddette si rivelerebbero diversamente come occasioni di partecipazione ad una esperienza di vita più ampia, occasioni per relazionarsi agli altri, per dare vita al rapporto fra studenti e docenti e per familiarizzare con i futuri ambienti di lavoro.

Assumerebbero pertanto maggior valore nella vita di uno studente di medicina.

L’esempio riguardante l’anatomia può essere esteso a tutte le altre materie.
Lo scorso anno ad esempio ho scelto di frequentare per alcuni giorni il pronto soccorso.

Questa scelta è stata giudicata sbagliata dal medico che mi seguiva perché “non avevo ancora le basi” e non potevo capire il suo lavoro. Il caso ha però voluto che un giorno capitasse in pronto soccorso una signora che a causa di un TIA (attacco ischemico cerebrale transitorio) era afasica. Quella stessa mattina la Professoressa Tesi nelle sue lezioni di neurofisiologia aveva spiegato i deficit della corteccia associativa e così meravigliosamente ho potuto parlare delle afasie al figlio della signora ammalata consigliandogli di far cantare sua madre per provare a farla esprimere ed in questo modo la donna è riuscita a comunicare.

Una lezione non può insegnarti la sofferenza di un afasico, puoi provare la sua impotenza solo vivendola assieme a lui non di certo studiando le afasie da un trattato, quindi l’oggetto di studio della medicina non può essere solo l’organismo con le sue anomalie ma dovrebbe diventare l’ammalato.

In quei giorni al pronto soccorso, contrariamente alle premesse, ho imparato quanto sia difficile gestire un qualsiasi reparto ospedaliero; ho imparato come i medici comunichino fra di loro attraverso telefono, computer e come questo poi influenzi il loro rapporto con gli ammalati; ho imparato ad essere discreto nei confronti di quelle persone che, oltre a sentire il disagio della loro malattia, vivevano con imbarazzo il fatto di essere l’obiettivo di troppi sguardi curiosi; ho imparato che il platino usato in chemioterapia può avere ripercussioni sulla circolazione cerebrale e causare, ad esempio, afasie: ho appreso, quindi, molte cose principalmente vivendole.

Credo quindi che la formazione del medico vada ripensata principalmente per due motivi: per le esigenze tecniche del metodo scientifico e per gli ammalati, nei confronti dei quali pesa la nostra scelta e la nostra volontà di cura.

Questa necessità di cambiamento è confermata ad esempio da una notizia del 24 ottobre 2006 secondo la quale per errori medici, quindi incompetenza tecnico-scientifica, morirebbero novanta persone al giorno e credo ne sia la causa principale il fatto che ci si laurei sui libri e non attraverso l’esperienza.2

Ritengo inoltre che uno spirito di condivisione e partecipazione esperienziale nel cammino formativo oltre a sviluppare negli studenti un forte senso critico necessario alle evoluzioni della medicina, possa addirittura fondare le basi per una spontanea riumanizzazione della stessa, oggi così agognata.


In sostanza la mia proposta è questa:
incontrarci in più assemblee aperte e prendendo atto dei doveri economici e legali della facoltà, discutere su come si potrebbero instaurare delle modifiche condivise alla didattica in modo da far prevalere le attività partecipate a discapito delle lezioni ex cathedra, ad esempio: dissezioni, autopsie, esperimenti di laboratorio, operazioni chirurgiche, analisi microbiologiche, visite guidate in centri ospedalieri di eccellenza e specializzati, e tutto quello che ci verrà in mente soprattutto grazie ai ricordi saggi di coloro che hanno già una laurea in medicina e in quanto sono convinto che queste eventuali modifiche siano soprattutto una questione di volontà.
Questa naturalmente è la mia visione delle cose e la mia terapia.


Grazie per avermi letto, Raffaele.


1 Gianni Bonadonna, oncologo illustre, sofferente da alcuni anni a causa di un ictus (ospitato dall’università nel giugno 2008) – dal suo ultimo libro “Medici umani, pazienti guerrieri”

2http://www.corriere.it/Rubriche/Salute/Medicina/2006/10_Ottobre/23/morti.shtml


1)P.S.:Il mio personale pensiero è che la scienza si sia appropriata di ogni aspetto del mondo e questa mia lettera è un invito a riconsiderarla come un mezzo per il bene dell’umanità altrimenti si finirà per sedersi al letto degli ammalati solo dopo aver conosciuto l’ultima proteina scoperta.


2)P.S.:Qual è il valore aggiunto di una lezione ex cathedra tenuta da un docente che esordisce dicendo: “quello che dirò lo trovate sul tale libro?”


3)P.S.:Non chiedo l’umanizzazione del medico,fattore auspicabile, ma l’umanizzazione dell’università.


N.B.:Ad oggi giudico quindi molto positivamente l’inserimento del tirocinio al primo anno, molte delle A.D.E. proposte, le Attività Formative Professionalizzanti a scelta presenti sul sito

(http://www.med.unifi.it/CMpro-v-p-422.html) ed i laboratori che si accompagnano alle lezioni.


PER COMMENTI E PER TESTIMONIANZE SULL’ATTIVITÀ DI TIROCINIO (negli anni in cui si svolge) E SULL’ERASMUS (in questo caso precisare le differenze didattiche) SCRIVETE PURE A sentimentalanarchy AT hotmail . it

6 thoughts on “Lettera aperta alla Facoltà di Medicina

  1. Sergius ha detto:

    Ho abbastanza d’accordo con l’autore di questo articolo.
    Nel nostro mondo atteggiamento medico al paziente, può essere paragonato al trattamento rabovladeltsev di schiavi. Dove si trova l’umanità del medico ?????

  2. Anonimo ha detto:

    che bella lettera Raffaele!

    (mi ha detto una ragazza erasmus dalla francia che li’ non pagano che circa 400 euro all’anno di tasse
    e l’univ. di med. in francia e’ rinomata per l’alta professionalita’, difficolta’, e per la molta pratica (pero’ a partire dal terzo anno)

    … a propostito, oltre che pagare poco di tasse, dal 4 anno in poi ogni studente percepisce una somma dalla universita’ dal suo lavoro effettuato nelle pratiche… una somma di circa un centinaio di euro al mese

    tutto questo mi pare alieno,
    trovo probabile di aver capito male,
    non posso credere che in francia gli studenti vengano pagati, addirittura, per la pratica che fanno… e ne fanno tanta.

    Sandro, in erasmus

  3. Marti ha detto:

    Vorrei che ci fossero più medici come questo ragazzo. Ragazzi non iscrivetevi a medicina per i soldi che guadagnerete ma perché volete conoscere la sofferenza ed alleviarla.

  4. FEDERICA 85 (TSLB) ha detto:

    CONDIVIDO IN PIENO LE TUE IDEE.
    CREDO INOLTRE CHE, PRIMA DI INIZIARE UN CAMMINO DI QUESTO TIPO (LAUREA IN MEDICINA ), BISOGNEREBBE AVERE CHIARA QUAL’E’ LA DIFFERENZA TRA ESSERE MEDICO E FARE IL MEDICO…..SECONDO ME FARE IL MEDICO E’ UN LAVORO COME UN’ALTRO, CHE TI SERVE A PERCEPIRE UNO STIPENDIO A FINE MESE; ESSERE MEDICO INVECE E’ UNA VERA E PROPRIA MISSIONE!…GLI AMMALATI NON SONO DEI NUMERI…!!! E CREDO CHE SPESSO ANCHE MOLTI MEDICI DOVREBBERO RICORDARSELO!

    TI AUGURO DI ESSERE UN BUON MEDICO, IN BOCCA AL LUPO! FEDE

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