Affettività

In un commento al post precedente “Creare”, viaggioalterminedellanotte scrive

Sono un pò “gelosa”…lo so, è da imbecilli…un prof non è di nessuno…è di tutti ma in fondo di nessuno.

Ed io mi affeziono molto agli studenti.

Le due affermazioni complementari rivelano che le relazioni sviluppate durante il corso comprendono una componente affettiva.

Ecco, questo è un mio preciso obiettivo. Credo che la comunicazione possa implicare apprendimento solo in presenza di un catalizzatore di natura affettiva. Credo che l’apprendimento vero non possa eludere la sfera emotiva.

Mi sembra che sia questo quello che intende Maria Grazia col “Portar via” per “condurre altrove”.

16 thoughts on “Affettività

  1. Enrico Sitta ha detto:

    Prima di veicolare un apprendimento ognuno di noi veicola la propria persona, la propria capacità di empatia nei confronti delle persone che educa. Insegnare significa “lasciare un segno”. Insegnare significa creare dei legami. L’affettività è la cura e l’attenzione per ogni persona che abbiam davanti. Generalmente la lezione frontale, la disposizione dei banchi, la postazione del docente sono tutti elementi (organizzativi) che non aiutano a creare dei legami e ad essere attenti alle persone. Il contentuo dell’insegnamento non può sovrastare l’attenzione alle persone e alle modalità di insegnamento.

    Mi sono iscritto per il corso del prof Biondi su Facebook per vedere come funzionava… all’inizio con qualche perplessità legata alla poca consocenza del luogo. Nel giro di pochi giorni ho fatto scoperte sorprendenti. Più di 260 alunni sono iscritti al gruppo “quelli che hanno fatto le Marconi”. In pochissimo tempo tantissimi ex-alunni mi hanno chiesto l’amicizia, mi hanno scritto feed che allargano il cuore, che trasfarmano una giornata di pioggia in una di sole. Alcuni mi scrivono a qualsiasi ora del pomeriggio o della sera per sapere di cose fatte in classe.

    Perchè tutto questo? Perchè insegnare significa lasciare un segno. Sia ben chiaro: è sempre molto di più l’affetto (immeritato) che i nostri studenti hanno per noi, rispetto alle poche cose che abbiamo “in-segnato” loro

    ciao ciao
    es

  2. Me ha detto:

    Mamma.
    Perché colei che ti fa nascere..o rinascere come nel mio caso…
    è strano pensare di identificare, una persona che non ha niente a che fare con le cure materne, con un simile appellativo.
    Eppure arriva come la provvidenza sempre all’ultimo momento e mi tira fuori dalle situazioni dalle quali non vedo via d’uscita, non vedo scampo…
    Che dire… come la mamma, ti segue, ti accompagna, ha sempre un sorriso pronto ed è lì quando cadi e ti fai male pronto col cerotto…
    ….poi..no… magari non è vero nulla, non è niente di tutto questo, sono solo proiezioni ,costruzioni deliranti di chi si affaccia a quella porta e lo trova sempre seduto dietro a quella scrivania e indicando col dito uno dei computer della sala osa chiedere timoroso “..posso?..” e lui ti risponde sempre “certo! entra pure e se hai bisogno sono qua.”

  3. Veggie ha detto:

    Penso che nell’apprendimento (e non sono, ovviamente…) la sfera affettiva abbia un’importanza basilare.
    Una volta qualcuno mi ha detto che ognuno è fortunato se, in tutta la sua vita, incontra due buoni insegnanti. Io credevo di avere incontrato i miei due rispettivamente all’asilo ed in prima elementare. Ma successivamente mi sono accorta che i migliori insegnanti sono quelli che riescono ad insegnarti qualcosa non comportandosi da tali. Forse riescono a insegnarti qualcosa PROPRIO PERCHE’ non si compartano da tali.
    “Insegnante”, “studente”… in fin dei conti non sono che etichette. Un qualcosa che odio profondamente. E allora, bisogna staccare le etichette. Staccare le etichette e guardare la persona che ci sta sotto. Per quello che ha da darci… ma non come “insegnante”… ma come PERSONA.
    E passa più dal cuore che dalla testa… e arriva più dal cuore che dalla testa…

  4. maialinporcello ha detto:

    premesso che sono in spagna e non in portogallo, di zucconi non ci sono solo i giovani che scrivono i pipponi ma anche i meno giovani che scrivono comunque pipponi e in più c’hanno il codino e i capelli più bianchi che neri, ma si perdonano perché sono affettuosi! 😉

  5. Pingback: Speculum Maius
  6. viaggioalterminedellanotte ha detto:

    oh mamma…che polverone ho alzato. Premesso che Andreas l’ho visto una volta sola, premesso che all’inizio ero molto molto scettica, abituata ai soliti programmi e metodi per gli esami “informatici”, premesso che comprendo perfettamente che con 800 studenti l’anno sia impossibile mantenere/non mantenere una certa distanza emotiva, premesso tutto quanto sopra
    il bello di questa ESPERIENZA sta nella compartecipazione, nella non polarizzazione del legame creatosi, nei flussi e nelle perturbazioni occorsi, nel ritrovarsi qui ogni sera a spulciare il reader, nella costruzione faticosa ma entusiasmante del proprio PLE, nell’essersi scoperti diversi da quello che si credeva, nell’aver acquisito percorsi mentali nuovi…
    quella della durata delle cose, dei rapporti, dei viaggi, delle notti, della neve, la paura che finiscano è un’altra questione: una malattia dalla quale non guarirò mai…o non vorrò mai guarire.

  7. iamarf ha detto:

    ecco un mio ex studente un po’ pazzerello che ora si trova in Portogallo. È inutile che ti nascondi dietro a codesti nick, ti riconosco … la sintesi zuccone la sintesi … e meno male che ci ha pensato il “sistema” a temperarti … vedi … la rete sta diventando intelligente … tempera gli zucconi logorroici … 😀

  8. maialinporcello ha detto:

    avevo scritto un commento meraviglioso
    è bastato uno sghiribizzo del sistema e è andato tutto a paperelle
    bèh meglio per voi, che non vi sorbirete l’ennesimo pippone

    allora, riassunto: sì l’affettività nella scuola,
    sì l’affettività nella medicina,
    alle volte però si instaurano alcune emozioni che non sono positive per gli obiettivi che ci si prefigge (ci sarebbe da chiedersi però se gli obiettivi stessi siano positivi o se non sia meglio lasciarli distruggere dalle emozioni)
    il mezzo classicamente usato per evitare tali emozioni è probabilmente il distacco professionale, ossia impedire al rapporto professionale di sviluppare livelli di coinvolgimento tali da generare forti emozioni, quali per es. quelle dell’amicizia o dell’innamoramento,
    secondo me tale mezzo non funziona bisogna sperimentarne altri,
    cazzo avevo dato delle idee che palle vederle dissolte a paperelle, però una era:
    si potrebbe fare che i prof. e i medici ma in generale le persone vengano formate sviluppando le loro capacità empatiche in modo tale da rendere inutile il distacco professionale in quanto tali prof. medici e persone sarebbero in grado di gestire le più svariate emozioni sia in sé che nei discenti pazienti e altri,
    questo è nella fattispecie un problema di istruzione: ossia insistere nella crescita personale della persona da istruire partendo da quello che ha dentro di sé piuttosto che cercare solo di farle apprendere nozioni a lei esterne,
    nella fattispecie questo genererebbe interessanti questioni purtroppo finite a paperelle

    scherzi a parte voglio cmq che passi in questo messaggio l’affetto che sto provando grazie a e verso di voi, forse principalmente grazie a viaggioalterminedellanotte che non nascondendo le proprie importanti emozioni ha dato luogo a tutto questo scambio di idee e emozioni e anche a una speriamo indigestione per le paperelle
    🙂

  9. Maria Grazia alias Mariella ha detto:

    Anch’io concordo con te, Andreas, sull’importanza delle relazioni con gli alunni che , inevitabilmente, sono anche di natura affettiva! Uno psicologo palermitano che opera presso l’U.S.R. ed è da sempre presente nei corsi di formazione docenti affermava che :bisogna, però, che i docenti mantengano la “giusta distanza” dagli alunni! La intendeva come un “certo distacco” di tipo professionale. Quando ascoltai queste affermazioni, mi sono sembrate un po’ esagerate e quasi impossibili da attuare. In effetti, quando si entra in relazione con qualsiasi essere umano noi non possiamo fare a meno di avere due tipi di rapporti: empatico o antipatico. Io interpreto la “giusta distanza”, invece, come disponibilità professionale ad instaurare un rapporto empatico con gli alunni , anzi con “rispecchiamento”per creare con loro un rapporto basato sulla fiducia e la sintonia emotiva. Disponibilità all’ascolto, capacità di mettere in atto cenni di assenso, far capire all’altro: “Sono simile a te!” “Ti comprendo”. L’aspetto della comunicazione non verbale ha un ruolo fondamentale nell’empatia ed assume valore di “trampolino di lancio” per il coinvolgimento nelle attività didattiche:attenzione, però, sempre che le stesse siano emotivamente coinvolgenti gli alunni e diano loro la possibilità di operare e mettere in atto le proprie intelligenze !

  10. mafalda ha detto:

    sì sì, s’era bell’e detto ma son sempre d’accordo parecchio, al lato affettivo ci aggancio di nuovo il lato ludico-edonistico del piacere di imparare e “il gioco” è fatto.

  11. Maria Grazia ha detto:

    Caro Andreas,
    il problema che stai ponendo richiederebbe una ben più lunga dissertazione ma per ora mi limiterò ad aggiungere qualche precisazione a quanto scritto nel mio post. Sicuramente, strada facendo, altri pezzi si aggiungeranno al puzzle 🙂

    Per Riccardo Massa la dimensione affettiva, se non adeguatamente tematizzata, si vendica interferendo sul cognitivo.

    Attenzione però quando parliamo di “dimensione affettiva”. Un rapporto formativo può anche essere umiliante, violento o subdolamente manipolatorio. L’insegnamento, come tutte le professioni della cura, non è un mestiere affettivamente “neutro”.

    Un professore può farti ripetere l’esame spiegandoti i motivi per cui non sei pronto, gli errori e dandoti appuntamento nella sua stanza il giorno dopo per darti le spiegazioni di cui hai bisogno. Un suo omologo può invece tenerti alla gogna per un’ora davanti a tutti, continuando a farti domande a cui ha capito che non saprai rispondere e per poi finalmente bocciarti. In entrambi i casi i docenti hanno fatto “toccato” la dimensione affettiva rispondendo ad una loro “immagine” della formazione.

    Il docente che “tematizza” adeguatamente l’affettivo, si preoccupa della significatività dell’esperienza formativa per lo studente. Non credo sia significativo per nessuno, ad esempio, essere ipnotizzati da decine e decine di slide lette in aula una dietro l’altra. O dover ripetere all’esame le cose esattamente-come-le-ha-dette-il-professore perché altrimenti ti boccia.

    E allora attenzione a non cadere nella trappola sdolcinata della “pedagogia delle anime belle”.

    Qui si tratta di interrogarsi se la formazione che facciamo è in grado di sostenere una crescita personale dello studente o si limiti ad imbottirlo di nozioni “a pacchetti disciplinari”, che poi dovrà autonomamente scomporre e ricomporre alla ricerca di un senso di cui le istituzioni formative non sembrano più preoccuparsi.

  12. Emanuela ha detto:

    Non posso che essere d’accordo con te, Andreas e lo sperimento tutti i giorni con i miei scolari. Se riesci a instaurare con loro una relazione basata su un coinvolgimento emotivo/affettivo, la risposta è immediata anche in termini di apprendimento.

    Devo ammetterlo, sono sorpresa, positivamente sorpresa. Sei il primo professore di questo corso che parla di affettività ed emozioni. Non è una “sviolinata”, ma la semplice verità!

  13. Martin ha detto:

    Sono d’accordo
    confesso di aver spesso provato un trasporto “particolare” per alcuni docenti, e questo a volte ha influito anche sulla mia resa…è un po’ come voler fare piacere ai proprio genitori!!! Mutatis mutandis, ovviamente!!!

  14. Valeria ha detto:

    “….Credo che la comunicazione possa implicare apprendimento solo in presenza di un catalizzatore di natura affettiva. Credo che l’apprendimento vero non possa eludere la sfera emotiva.”

    Per me questa affermazione merita una standing-ovation

  15. Shunran ha detto:

    Certo, e questo è particolarmente rilevante quando un essere umano si deve mettere in relazione contemporaneamente con gruppi di studenti molto numerosi. L’apprendimento secondo me è un’esperienza anzitutto emotiva (e più si è emotivamente coinvolti, più si impara, meglio si impara), anche perchè le emozioni hanno una tendenza a persistere che le nozioni non hanno. Ecco, ci sono arrivato: bisognerebbe far sì che anche nella nozione fosse insita una qualche emozione e sfruttare la forza con la quale i sentimenti si aggrappano all’esperienza e al vissuto dell’individuo che li sperimenta.
    Ovviamente senza incorrere nell’esagerazione dell’aspetto affettivo, ma senza neppure risparmiarsi… Insomma, un bel casino.

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