Storie di donne e uomini per raccontare la tecnologia che né gli apocalittici né gli entusiasti quasi mai vedono

Domenica prossima avrò mezz’ora di tempo per raccontare storie di donne e uomini che hanno messo la tecnologia al servizio di progetti di grande valore etico. Mezz’ora di tempo per parlare di ciò che né gli entusiasti né gli apocalittici quasi mai vedono. Fra le 15:45 e le 18:00 All’Impact Hub di Firenze, in via Panciatichi 10-14.

7 thoughts on “Storie di donne e uomini per raccontare la tecnologia che né gli apocalittici né gli entusiasti quasi mai vedono

  1. Cristina Galizia ha detto:

    Ciao Andreas,
    ci racconterai poi di questo incontro, vero? Mi piace quando la tecnologia è al servizio di fini etici, morali, di progetti con reali ricadute sulle persone e sul territorio, quando non è più un quid ma un medium per realizzare qualcosa di davvero grande.
    Vedo, io che non sono nessuno, per carità, un uso sempre più di facciata della tecnologia, in particolare nella scuola, un uso autoreferenziale, vanitoso direi, scollegato da un vero obiettivo didattico. A volte, sarebbe da preferire la situazione zero di gesso e ardesia, pur di vedere emergere un pensiero didattico! No, non sono una apocalittica o peggio un’anacronistica snob della tecnologia, tecnologia che uso ed amo usare e fare usare. Tuttavia tanti usi mi paiono fumo negli occhi, inganno. Lavori accattivanti per nascondere lacune didattiche.

    Da tempo rifletto su una cosa: quanto è davvero *necessaria* la tecnologia a scuola per un apprendimento significativo e duraturo? Quanto è *necessario* quel ppt piuttosto che un lavoro di gruppo per il raggiungimento dell’obiettivo didattico? Quanto del lavoro digitale è *davvero* necessario perché l’alunno acquisisca conoscenze e abilità? Quanto di questo lavoro digitale invece è dovuto a vuoti didattici e di autostima del docente? Serve *davvero* all’alunno, lo pone al centro del processo o sposta la telecamera sul docente “se-ducente” e non “con-ducente”?
    Sono domande, certo, che occorrerebbe farsi sempre, quale che sia il mezzo didattico adoperato per veicolare conoscenze e stimolare abilità: usare il gesso e la carta non solleva affatto da simili domande e un cartellone stesso può essere formulato in modo da attirare l’attenzione più sul docente che sull’alunno. Tuttavia, in tempi digitali come i nostri, che tanti vantaggi han portato e continuano a portare in tantissimi ambiti, l’accento sulle “tecnologie di/a/ in/con/su/per la scuola” è talmente forte che mi pare che ci si dimentichi spesso del protagonista principale del processo, ovvero l’alunno e i suoi bisogni. Insomma, come dico spesso, mi pare che centrale sia il pc: poi se c’è pure l’alunno pazienza ;)))
    Ho gran desiderio di vedere tecnologie applicate in progetti di ampio respiro e io stessa faccio fatico a tirarne avanti uno in una scuola ridotta a stare con la bombola d’ossigeno.

    Scusami se mi sfogo sul tuo blog, ma ti seguo e ti stimo. Non voglio risposte, per uno sfogo che, come tale, apparirà e probabilmente è strampalato e senza senso. Autorizzato anche a cancellare il tutto 😉

    Però il resoconto di attività interessanti…a quello ci tengo! 😉
    Buona giornata
    Cristina

    1. Andreas ha detto:

      Grazie Cristina, Costantino e Paolo.

      Sì va bene, cercherò di lasciare una traccia di questo episodio. Il contesto è un po’ particolare, non immediatamente connesso con la scuola. Meglio parlarne a posteriori. Paolo chiede di chi siano le storie. Conoscendoci ve lo potete immaginare, più o meno. Precisamente saranno quelle di Ory Okolloh, Richard Matthew Stallman, Linus Benedict Torvalds e di una maestra elementare italiana.

      Tuttavia, Cristina, condivido appieno il contenuto del tuo sfogo. La tecnologia buona, quella utile a fini didattici, sta sotto la buccia che di fatto è l’unica cosa che i più vedono, in quella che sembra essere una vetrina piena di scintillanti balocchi: servizi web, app, interfacce accattivanti – oh quanto detesto questo aggettivo! – touchscreen di tutti i tipi e di tutte le misure. È la fase del cliente beota che alla fine vede solo il problema di avere il portafoglio sufficientemente gonfio da potersi permettere quei balocchi, certo che il resto verrà da se. E invece no, il resto non viene da se e di quei balocchi non ci sarebbe alcun bisogno e, in ogni caso, qualora uno dei quei balocchi ti sia capitato in mano, una volta sbucciato ci troveresti ciò che conta e che, grosso modo, esiste da decenni, liberamente disponibile, come lo è la grammatica italiana o l’algebra lineare – che però vanno studiate.

      Purtroppo questa visione demente della tecnologia è perfetta per dar vita alle zizzanie degli “entusiasti” e degli “apocalittici”, non si sa quale delle due più perniciosa.

      1. Roberta ha detto:

        “Sai mamma ieri ho assistito ad una delle più belle lezioni universitarie che ricordo:il prof parlava facendo disegni sulla lavagna d’ardesia, senza alcun foglio di appunti, niente slide, c’erano le sue parole e quegli schemi meravigliosi che disegnava sulla lavagna e così ci ha catturato…” (uno studente universitario di 22 anni)
        Anch’io mi interrogo quale uso delle tecnologie sia utile per l’educazione dei ragazzi…e dopo questa riflessione ancora di più! Mi associo a gran voce alla richiesta di un feeedback a posteriori dell’evento.
        Grazie Andreas!!!!

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