Il pensiero potente

L’impulso sarebbe stato quello di commentare a destra e sinistra con entusiasmo ma ho cercato di controllarmi non reagendo subito al post scritto da Gianni Marconato su di un pensiero di Mariaserena Peterlin. Un po’ di ponderazione non guasta. Ora, è passato qualche giorno ma il piacere di veder fiorire riflessioni del genere non è affatto scemato. Riporto qui quasi per intero il post di Gianni.

Condivido qui una riflessione di Maria Serena Peterlin sulla “potenza” di un pensiero, di un progetto, riflessione che mi intriga perchè strettamente connessa con la “potenza” della rete, del social network. Afferma Maria Serena


La vitalità e l’energia di un pensiero o progetto non sono più legate solo al suo effetto e alla sua durata nel tempo, ma all’impatto immediato; questo innesca altre dinamiche che si diffondono moltiplicandosi e facendo rete; il pensiero è subito verificato, ma spesso anche potenziato. Meglio, no?

Aggiungo io: Il tema, pare e se ho capito bene, sia l’impatto immediato di un pensiero, di un progetto. Certo, adesso che sono portato a pensarci, mi rendo conto che quello che MS chiama “impatto immediato” è la presa che il pensiero, il progetto ha su chi lo legge tanto da indurlo a farsi carico di quel pensiero, di pensarlo a sua volta, di ri-pensarlo, di rielaborarlo, di riformularlo, di arricchirlo, di potenziarlo, di caricarlo di ulteriore energia, di innescare una reazione a catena, potremo dire una “reazione a rete” (perchè “catena evoca un processo lineare, “rete” uno interattivo senza un inizio ed una fine, con tanti “centri”, con tanti inizi e nessuna fine), di portare a tanti “pensieri” connessi e non più ad un solo pensiero. Di creare una rete non solo di pensieri e progetti ma una rete di persone. In questo modo abbiamo un pensiero-progetto sempre aperto, sempre vivo, sempre in crescita … Si, Maria Serena, ha proprio ragione, adesso che mi ci ha fatto pensare, il “valore” di un pensiero, di un progetto si può “misurare” anche nella sua capacità di presa immediata, dalla sua capacità di innescare questi processi creativi, generativi. Un esempio? L’ idea, sempre di MS, divenuta poi progetto, del “Giuramento di Ippocrate” per gli insegnanti su La scuola che funziona che, giusto per quantificare, sta coinvolgendo una ventina di persone che hanno “pensato” e condiviso quasi 200 (192, per la precisione, alle 07,51 del 29 aprile 2010) pensieri.

Quello che dice Gianni mi rammenta il connettivismo, una teoria dell’apprendimento nella quale mi ritrovo molto e che ho approfondito due anni fa partecipando al corso online Connectivism and Connective Knowledge, tenuto da George Siemens e Stephen Downes.

Era un corso MOOC, vale a dire un Massive Open Online Course: circa 900 iscritti di tutte le parti del mondo, un centinaio dei quali attivi per tutta la durata e tutta l’estensione del corso. Non si tratta tuttavia di distinguere fra partecipanti di serie A e di serie B: in un corso del genere si assume che ciascuno prenda parte alle attività e studi nella misura in cui ha bisogno. Gli insegnanti seguono un percorso che costituisce una traccia in modo non dissimile dal canovaccio della commedia dell’arte. Il metodo assume che una buona parte del valore emerga dagli scambi spontanei fra gli studenti, oltre che dalle relazioni dirette studenti-docenti, che sia cioè un’emergenza della rete. In altre parole, si confida proprio in quel potenziamento del pensiero cui alludono Mariaserena e Gianni.

Per descrivere sinteticamente il connettivismo, mi rifaccio alla visione di Downes che è più radicale e che prediligo. In sintesi, il connettivismo assume che la conoscenza sia distribuita su reti di connessioni e che l’apprendimento consista nella capacità di costruire e percorrere reti del genere. Condivide con altre teorie, quali il costruttivismo o l’active learning, la negazione della conoscenza come di un’entità oggettiva di cui si possa entrare in possesso e che si possa acquisire per trasferimento. Si differenzia tuttavia da queste in quanto nega che la conoscenza possa essere sempre esprimibile in modo proposizionale. Vale a dire che le altre teorie sono “cognitivistiche” in quanto riconoscono nel linguaggio e nella logica il fondamento della conoscenza e dell’apprendimento; il connettivismo invece ritiene che la conoscenza consista, letteralmente, nell’insieme di connessioni stabilite mediante esperienza e azioni. La conoscenza può consistere sì, in parte, di strutture linguistiche e costrutti logici, ma non si esaurisce in essi né questi sono imprescindibili. Nel connettivismo, l’espressione “costruire significato” non ha senso poiché le connessioni si formano naturalmente, attraverso un processo di associazione, e non sono costruite mediante qualche tipo di azione intenzionale.

E’ chiaro che nel fatto di voler imparare qualcosa vi sia intenzionalità, ma volere imparare qualcosa, obbedire ai genitori che vogliono che si impari qualcosa, andare e sedersi in una stanza per ascoltare qualcuno che parla, imparare a ridire alcune cose a memoria, imparare a risolvere un insieme finito di esercizi precisamente codificati, non rappresentano condizioni sufficienti, e talvolta forse nenache necessarie, affinché abbia effettivamente luogo apprendimento; sempre che per apprendimento si intenda autonomia di pensiero e capacità sia di riconoscere i problemi che di risolverli in scarsità di informazioni utili, che è come dire quello che serve in qualsiasi situazione di vita e di lavoro.

Secondo il connettivismo non si riceve conoscenza per trasferimento né si costruisce conoscenza, bensì la conoscenza emerge una volta che, esposti alla possibilità di stabilire connessioni, queste si realizzano in abbondanza: la conoscenza non si trasferisce e non si costruisce bensì cresce.

La conoscenza di una persona non risiede esclusivamente nella sua mente ma si estende nell’intrico di connessioni con il mondo esterno, costituito dalle menti di persone amiche e di collaboratori, da libri e da brani a disposizione e letti un tempo, da strumenti, artefatti e macchine adoprati nel lavoro o nello svago, ognuno dei quali condensato di pensiero umano, da tutto ciò che internet consente di raggiungere, individui, comunità, organizzazioni. La mente di ciascuno esiste unicamente grazie al fatto di essere sospesa a tale reticolo di connessioni, sterminato, fitto e caotico.

Se in un esperimento concettuale agghiacciante, prendessimo un uomo, lo chiudessimo in una stanza vuota e priva di ogni riferimento, e lo lanciassimo nello spazio (onde eliminare radicalmente ogni speranza), limitandoci a garantirgli, con qualche strattagemma, la possibilità di sopravvvivenza biologica molto a lungo, ebbene a quell’uomo la mente si spengerebbe ben presto. E’ quello che succede, in parte, a coloro che si trovano esclusi per malattia od altre circostanze da qualche duratura e intensa attività. Succede per esempio a uomini che si sono impegnati in modo esclusivo e con grande foga nel lavoro per tutta la vita, trascurando gli interessi alternativi e, soprattutto, le relazioni affettive. Quando vanno in pensione si ammalano.

Internet non ha cambiato la natura delle relazioni degli individui con il contesto, che è sempre stata una natura reticolare, come in un qualsiasi altro ecosistema, ma ha cambiato le potenzialità di connessione. Diciamo che Internet ha drasticamente abbassato, se non azzerato, il costo delle connessioni. Potremmo chiamare le connessioni internet superconnessioni, in analogia abbastanza stretta con i materiali conduttori che quando diventano superconduttori offrono una resistenza irrisoria al passaggio della corrente.

E’ questo abbattimento di costo a creare le condizioni per l’emergenza di fenomeni nuovi, esattamente come una certa variazione di umidità o pressione dà la stura all’emergenza di una seminagione. Ormai non si contano più i fenomeni dirompenti e assolutamente imprevedibili che hanno visto la luce nel corso degli ultimi 10-15 anni, con conseguenze talvolta dirompenti in assetti sociali e produttivi apparentemente inalterabili se non in tempi molto più lunghi. Basti pensare all’invasione che nessuno ha voluto e pianificato del sistema operativo Linux nel mercato dei server (oltre il 70%) e in una miriade di prodotti particolari. Oppure gli investimenti miliardari di multinazionali come IBM nel sistema Linux e la decisione di cooperare da pari con attori sconosciuti attivi nella rete per lo sviluppo di nuovi prodotti. O ancora la rivisitazione del concetto di proprietà intellettuale, il bene supremo di aziende ad alto tasso tecnologico, non più gelosamente conservata in cassaforte ma in opportuna misura strategicamente riceduta all’ecosistema generalizzato.

Questo è un terremoto che sta cambiando profondamente la mentalità in tante aziende importanti. In generale si assiste ad un’inedita attenzione per le relazioni orizzontali che “bucano” le paratìe stagne tipiche delle organizzazioni gerarchiche. Vi è un crescente numero di esempi nei quali manager di alto livello si servono di strumenti (di rete) e di meccanismi di gratificazione per mettere a frutto la creatività che migliaia di dipendenti inevitabilmente esprimono, se le condizioni ambientali lo consentono. Il successo di aziende come la Nokia o la Motorola nel campo della telefonia mobile è dovuto all’adozione di approcci orizzontali che hanno facilitato la commistione del know how nel campo della telefonia convenzionale a commutazione (quella dei telefoni fissi) e di quello nel campo delle tecnologie radio.

Ebbene, a me sembra che la suggestione del “pensiero potenziato dalla rete” di Mariaserena e di Gianni sia un altro esempio di fenomeno emergente generato dalle superconnessioni di internet. Altrettanto si potrebbe dire della vivida sensazione di “apprendimento potenziato” che io ho percepito nel succitato corso sul connettivismo, vissuto in qualità di studente, oppure della medesima sensazione che manifestano molti studenti in quelle che io chiamo blogoclassi, quando queste funzionano, il che significa quando si riesce ad innescare un fenomeno di rete.

Purtroppo, l’elevato livello di burocratizzazione delle istituzioni scolastiche impedisce loro di mettere in atto cambiamenti sufficientemente radicali per poter raccogliere la sfida che il mondo, in impetuosa evoluzione sta urgentemente richiedendo. E sarà difficile che ci riescano alla svelta, perché l’impasse è circolare: il pensiero nuovo dovrebbe dar vita ad un insegnamento nuovo ma è difficile che un insegnamento vecchio produca pensiero nuovo. More about La testa ben fattaPer non infrangere la recente esortazione – che condivido – di Mariaserena, a non nascondersi dietro alle citazioni, dico che questo lo penso veramente da molto tempo, ma se qualcuno trovasse la cosa scandalosa allora rincaro la dose ricordando di avere letto giusto in questi giorni lo stesso concetto espresso da Morin.

L’impasse tuttavia è tale solo se si pretende di risolverla subito. In realtà ci sono tanti insegnanti perfettamente coscienti del problema e spesso coraggiosamente e valorosamente attivi. Sono tanti ma sono sparsi. Il problema quindi diviene annullare la dispersione geografica di questa massa, relativamente piccola ma non trascurabile, e questo si può realizzare con la rete. La Scuola Che Funziona, il network creato da Gianni Marconato, va esattamente in questa direzione.

14 thoughts on “Il pensiero potente

  1. inoyanamaka says:

    le indicazioni vengono disattese perché sono avvertite come un faticoso esercizio di lettura e non come le avvisaglie (mi si permetta il termine) del cambiamento paradigmatico.
    La scuola è un sistema complesso che usa ancora logiche autoreferenziali… e questo impedisce la governabilità (ove ciò sia possibile) del sistema stesso. La logica dei compartimenti stagni resterà in vita fino a quando alla cultura del progetto (come punto fermo) non si sostituirà la logica dell’affrontare l’incertezza (come processo in fieri, in continua costruzione, panta rei).
    I curricoli sono carta straccia, esercizi di copia-incolla…e non seria riflessione sui bisogni di alunni, docenti e territorio.Fissi e immutabili come la conoscenza tolemaica!
    qual è lo strato di burocrazia che filtra e distorce? se dovessi rispondere in burocratichese direi che, di norma, spetta ai ds leggere i documenti, farli propri ed estendere ai docenti con tutti i suggerimenti del caso. Ma sarebbe troppo facile! Non è così. Il vero ostacolo è l’analfabetismo di ritorno di moltissimi docenti (analfabetismo psicologico, sociologico, antropologico) che ha l’effetto di produrre cultura(?)dogmatica. per troppo tempo la scuola è stata assente dai grandi dibattiti, a cominciare da Popper, e lo si vede benissimo…
    Finché il corpo docente non si metterà in testa che vi è stata un’inversione dei ruoli, che sono gli alunni i detentori del nuovo sapere ed hanno il diritto e la dignità di trasmetterlo, la scuola continuerà a marcire!

  2. iamarf says:

    grazie inoyanamaka per gli utili riferimenti

    dov’è dunque che le “indicazioni” vengono disattese?

    qual è lo strato di burocrazia che le filtra e le distorce?

  3. inoyamanaka says:

    Non è pericoloso citare E. Morin! Anzi, è più che mai necessario.
    Le Indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo d’istruzione sono ispirate al suo pensiero. Particolarmente interessante la premessa delle stesse indicazioni.
    Per quanto riguarda la visione olistica della conoscenza, quella contraria ai compartimenti stagni tanto per intenderci, il DM n.139 22 agosto 2007, recependo le indicazioni contenute nella strategia di Lisbona, indica quattro assi culturali. Peccato che nei curricoli scolastici vengano disattese sia le indicazioni di Lisbona che le indicazioni del DM n. 23!

    http://www.flcgil.it/…/Decreto+Ministeriale+n.+139+del+22+agosto+2007+-+Regolamento+adempimento+obbligo+di+istruzione.pdf – Simili

  4. marta says:

    prof
    dato che le piace morin, legga anche “il paradigma perduto”…è fuori edizione da secoli e praticamente introvabile, se non alla biblioteca di Pontassieve..sennò io ho la versione tarocca!
    è semplicissimo, ma su alcuni concetti è davvero illuminante!

    1. iamarf says:

      Grazie, certamente! Sono intenzionato a leggere tutto ciò che posso di Morin. Se non trovassi “il paradigma perduto” ti chiederò la tua copia … 🙂

  5. iamarf says:

    😀

    Può essere che sia pericoloso, non importa, anzi meglio!

    La compartimentazione in discipline stagne è la negazione della cultura e un freno per il progresso della conoscenza.

    E’ l’esatto contrario di ciò che stiamo imparando dallo studio della natura, e il fatto che la cogenza di una visione più ampia e sistemica venga sottovalutata se non ignorata dai più – non mi interessa a parole, mi interessa nei comportamenti, che sono reale espressione di cultura – la dice lunga su quanto l’accademia sia abitata con il paraocchi, ognuno concentrato sulla coltivazione del proprio orticello.

    Una volta un collega che fu coinvolto nell’organizzazione di un evento per il quale io avevo creato, lavorando, le condizioni adeguate, mi telefonò (apparentemente) contrito dicendo: “Oh scusami tanto, ho saputo … abbi pazienza … ignoravo che fosse roba tua …”

    Lì per lì trasecolai perché questo concetto di proprietà mi è estraneo ed anche perché io ero tutto contento in quanto detesto gli “eventi” e sono negato per organizzarli.

    Il problema non deve essere cosa è tuo e cosa è mio bensì cosa fai bene te e cosa faccio bene io in modo da collaborare per ottenere un risultato superiore.

    Questa concezione territoriale dell’accademia sta a significare che siamo ancora nella preistoria della cultura umana.

    Il futuro, se ci svegliamo, ci riserva ben altro!

  6. Trapani Marco says:

    PROF !
    Attento !
    citare Morin in ambito accademico è MOOOOLTO pericoloso: pensi che teorizza l’abbattimento dei dipartimenti “monodisciplinari” in favore di un lavoro di ricerca poli-multi-inter-trans-disciplinare !
    se lo immagina alle prese con i “settori scientifici disciplinari” ?

    :-)))
    ma dovrei invece mettere
    :-(((

  7. Mariaserena Peterlin says:

    Grazie per avermi dedicato attenzione, condivido tutto quello che scrivi in questo post; naturalmente la tua affermazione “l’elevato livello di burocratizzazione delle istituzioni scolastiche impedisce loro di mettere in atto cambiamenti sufficientemente radicali per poter raccogliere la sfida che il mondo, in impetuosa evoluzione sta urgentemente richiedendo.” è talmente cruciale nella realtà quotidiana dell’Istruzione che viene naturale chiedersi “chi ha paura di…?” La burocratizzazione è davvero insuperabile?
    E’ vero: il vecchio non produce il nuovo, specialmente quando è diventato sterile e … ostinato.
    Di nuovo grazie 🙂
    Mariaserena

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